Dalla Preistoria alla Roma dominatrice del Mediterraneo

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Categoria:Storia

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Testo

CAP.1: LA PREISTORIA
Evoluzione e fissità della specie:
Nel 1859 apparve a Londra l’origine delle specie di Charles Darwin. L’opera di Darwin suscitò molto scalpore, ma non era affatto una novità. L’esperienza comune sembrerebbe dimostrare la fissità delle specie, e, la stessa Bibbia, descriveva la creazione degli animali e dell’uomo senza accennare minimamente ad un’eventuale trasformazione delle specie.
I ritrovamenti fossili, d’altra parte, testimoniavano che sulla terra erano vissuti animali di specie ormai estinte: lo scienziato francese George Cuvier ritenne di aver risolto il problema ipotizzando una serie di catastrofi, una spiegazione poco scientifica; bisognava dar conto delle profonde analogie fra specie diverse e, soprattutto, fra animali estinti e animali che vivono oggi sulla terra.
Secondo la teoria del Lamarck, la funzione crea l’organo, ma quest’idea fu smentita poco più tardi. Secondo Darwin, invece, alcune caratteristiche individuali hanno valore di sopravvivenza, ossia rendono l’animale più adatto all’ambiente in cui vive e lo avvantaggiano nella lotta per la vita: la selezione naturale, quindi, tende a “scartare” gli animali meno dotati. La selezione naturale, a differenza di quell’artificiale, è un meccanismo cieco che elimina, in tempi lunghissimi, gli animali inetti e “sceglie” gli animali più adatti.
Dal discorso di Darwin, però, veniva fuori che la stessa specie umana fosse il risultato dell’evoluzione e derivasse quindi dalle scimmie. Questo sembrava uno scandalo atroce. Darwin ritenne anche che la terra esistesse da più di quattro miliardi d’anni: la barriera del tempo è stata sfondata. Dal 1859 gli scavi hanno portato alla luce numerosi resti fossili che permettono di intravedere le tappe percorse dall’evoluzione: a Darwin si deve riconoscere di aver gettato le basi dello studio della preistoria.
Storia e preistoria:
La storia in senso stretto, comincia da quando la Mesopotamia e l’Egitto hanno inventato la scrittura: si chiama storia l’epoca iniziata nel IV millennio a.C.. Possiamo affermare con certezza che la preistoria è il periodo più lungo e anche più importante della nostra storia (durante la preistoria per esempio è stato sviluppato un linguaggio).
Australopiteco:
Circa 2-5 milioni d’anni fa, il clima subì un notevole irrigidimento: la rarefazione delle piante favorì gli Australopite-chi, capaci di camminare come noi. Essi erano alti un metro e avevano una capacità cranica di 500 centimetri cubici; gli Australopitechi poterono sopravvivere grazie a due vantaggi: l’intelligenza relativamente elevata e la tendenza a vivere in società.
Homo Habilis:
Circa due milioni d’anni fa la terra era progressivamente abitata da Homo Habilis. In lui erano già presenti l’uso degli strumenti, il pollice opponibile e quindi un’elevata abilità manuale, la bipedia, l’istinto sociale e un linguaggio abbastanza sviluppato. Egli aveva una capacità cranica di 750 cc e sapeva costruire gli strumenti. Viveva di caccia e di raccolta. Ha lasciato tracce di una cultura che lo qualifica nel genere umano.
Homo Erectus:
Circa 1-1,5 milioni d’anni fa comparve sulla terra Homo Erectus. Con lui avviene la prima diffusione in altre parti del mondo e la prima netta differenziazione culturale (lo sviluppo della cultura bifacciale). La cultura diventa un potente mezzo d’adattamento all’ambiente e la superiorità mentale dell’Homo Erectus, assume importanza decisiva per la sopravvivenza della specie.
Homo Sapiens:
300000 anni fa, Homo Erectus si trasforma in Homo Sapiens che si divide in Neanthertal classico e progressivo.
Homo Sapiens Sapiens:
Dal Neanthertal progressivo ha origine, 50000 anni fa, Homo Sapiens Sapiens.
Uomini e razze:
In tempi relativamente brevi gli uomini s’insediarono su gran parte delle terre emerse: le razze umane, pertanto, sono solo varietà di un’unica e medesima specie, adattatesi per selezione naturale a condizioni ambientali diverse.
Datazioni:
Il metodo di datazione di un dato reperto più utilizzato è quello mediante “carbonio 14”. Le tecniche di datazione contemporanee permettono di calcolare con buon’approssimazione persino l’età della terra.
Scienze:
Geologia: La scienza che studia le variazioni del clima e della flora e che ricostruisce a grandi linee la storia fin dalle origini.
Paleoantropologia: La scienza che studia i rapporti di parentela fra ominidi e uomini e che si occupa degli uomini antichi e della loro origine.
Antropologia: La scienza che studia le abitudini, la cultura degli ominidi e l’organizzazione delle tribù “primitive” attuali.
Verità di misura umana:
La ricostruzione della preistoria poggia su solide basi scientifiche, ma altri esempi rivelerebbero d’altra parte il carattere ipotetico della preistoria. Si può in ogni caso dire di aver raggiunto un livello di verità relativa.
Paleolitico:
Il periodo che va da due milioni d’anni fa al 9000 a.C. è il paleolitico.
Questo è l’unico periodo durante il quale l’evoluzione biologica e quella culturale vanno a pari passo.
Cultura: A Homo Erectus si devono la cultura bifacciale, ossia la lavorazione della pietra su entrambe le facce e l’utilizzazione del fuoco. Homo Erectus, però, non lo sapeva accendere, ma solo conservare. Grazie al fuoco, i nostri progenitori furono meno dipendenti dall’avvicendarsi del dì e della notte e poterono allungare i tempi dedicati alla vita di relazione e così svilupparono il loro linguaggio: la parola è un essenziale strumento per pensare. La fiamma, probabilmente, ispirò i nostri progenitori alla religione. Homo Erectus seppelliva i suoi morti e, probabilmente, praticava cannibalismo, che, però, si suppone avesse soltanto un significato rituale.
L’Homo Sapiens di Neanthertal sapeva anche accendere il fuoco. Nel tardo paleolitico i nostri progenitori inventarono l’uso dell’arco, ma la più gran novità (nel paleolitico recente) fu certamente la creazione di pitture parietali all’interno di caverne.
Nel paleolitico l’uomo si stacca dalla pura naturalità, però non è ancora capace di rendere la natura ai propri mezzi.
Mesolitico:
L’età che va dal 9000 a.C. al 6500 a.C. è il Mesolitico.
Durante il Mesolitico inizia l’addomesticamento degli animali e si scopre l’alto valore nutritivo dell’orzo e del grano. Ha inizio l’immanicamento degli strumenti e l’arco si diffonde ampiamente. C’è anche un grande incremento dell’uccellagione e della pesca. Dopo il cane sono addomesticati anche capre, renne e pecore.
Grazie all’addomesticamento, gli uomini poterono limitare il nomadismo e risiedere nel medesimo luogo almeno per un tempo sufficiente a scoprire il rapporto che lega la seminagione alla nascita dei vegetali.
Neolitico:
L’età che va dal 6500 a.C. al 4000 a.C. è il Neolitico.
Conquiste: In questo periodo gli strumenti si differenziano ulteriormente e gli allevamenti divengono sempre più numerosi. Per la costruzione dei recipienti, il legno e il vimini, sono rimpiazzati dalla ceramica. Appaiono anche i primi mattoni in argilla cruda cotta al sole. E’ diffuso il culto della Gran Madre e infine s’inventa l’arte di filare e di tessere.
La rivoluzione dell’agricoltura: Nascono i primi villaggi preagricoli e, grazie alla sedentarietà, gli uomini scoprono il rapporto che c’è fra semina e germinazione. Dalla rivoluzione agricola in poi, l’uomo non è più una piccola parte della natura, ma riduce la natura a mezzo e strumento per i propri fini.
L’agricoltura nasce contemporaneamente fra l’8000 a.C. e il 6000 a.C. in molti paesi e consolida la sedentarietà della popolazione. Le risorse alimentari sono moltiplicate e ciò favorisce un incremento demografico e un surplus sociale. Il surplus sociale è quanto rimane del prodotto di una comunità, una volta soddisfatti i bisogni alimentari della comunità. Grazie all’agricoltura si produce un surplus sociale che consente alle comunità di mantenere anche piccole minoranze non direttamente impegnate nella produzione di viveri.
Il Calcolitico:
Il Calcolitico è anche conosciuto come età della pietra e del rame; ha sviluppo alla fine del Neolitico intorno al VI millennio a.C..
Inizialmente, il rame era fucinato, ossia battuto a caldo su incudini di pietra. In un secondo momento si scopre di lavorarlo mediante gettata, colandolo in stampi di materiale refrattario. Si scopre anche che, fondendo stagno e rame, si otteneva una lega più dura, il bronzo. Con la lavorazione del rame iniziava la metallurgia e, grazie anche alle invenzioni della vela, dell’aratro e, soprattutto, della ruota, si posero le premesse per la nascita delle città.
La nascita delle città:
La città consentì l’accentramento del sempre più vasto apparato amministrativo dello stato e rende fisicamente evidente il distacco dell’uomo dalla natura. In città si forma una classe dirigente che elabora una cultura sempre più complessa e sempre più lontana dal semplice istinto, ma nacquero anche le prime tensioni sociali.
Per dirigere una società così vasta e complessa, la tradizione orale non bastava più: per questo nacque l’esigenza della scrittura, che si sviluppò nel IV millennio a.C. in Egitto e in Mesopotamia. L’invenzione della scrittura si usa come spartiacque tre la preistoria e la storia.
CAP.2: L’EGITTO
Il Nilo e la monarchia faraonica:
L’Egitto raggiunse solamente nel 5000 a.C. il livello di civiltà proprio del Neolitico, però è qui che si formò il primo impero dell’occidente.
Il processo d’unificazione statale cominciò quando l’Egitto si riunì in due confederazioni: forse intorno al 3100 a.C. le due confederazioni si riunirono in un unico stato per opera di Narmer. Già prima dell’unificazione politica, i villaggi sorti lungo il Nilo avevano i benefici apportati dalle piene estive. La necessità materiale di controllare le acque del Nilo contribuì all’affermazione di un regime monarchico accentrato.
In Egitto il regime monarchico ebbe la sua prima e più grandiosa manifestazione. Al capo di tutto c’era il faraone, che teneva le fila ad un immenso apparato amministrativo; egli aveva un potere pressoché illimitato ed era il primo sacerdote del regno, ispirato dagli dei, figlio di un dio, venerato e temuto come un dio vivente.
Economia e stato:
L’agricoltura era la base dell’economia egizia, ma l’Egitto disponeva anche di risorse minerarie nella Nubia e nel deserto del Sinai. Scarseggiava invece di minerali ferrosi che doveva importare, insieme con i cedri del Libano. L’organizzazione statale centralizzata lasciava poco spazio agli individui.
Le caste:
Contadini: I lavoratori agricoli non erano mai liberi ma servi e lavoravano terre non di loro proprietà, più precisamente dei faraoni o dei sacerdoti. Essi erano anche obbligati a compiere i grandiosi monumenti con enormi sforzi.
Operai e artigiani: La vita più dura era quella dei minatori che erano per la maggior parte schiavi, anche se il numero di schiavi non era così elevato da poter definire quella egizia un’economia schiavistica. In migliori condizioni vivevano gli artigiani che lavoravano nei templi per le classi più elevate, ma in genere la società egizia li lasciava nell’anonimato.
Commercianti: I ceti commerciali in Egitto avevano poca importanza ed erano guardati con sospetto dalle autorità, perché chiedevano più libertà d’iniziativa. A prova della sua scarsa importanza, rileviamo che in Egitto la moneta fu introdotta da Alessandro il Macedone alla fine del IV secolo a.C..
Militari e sacerdoti: Gli ambienti militari (principalmente mercenari) avevano un prestigio limitato perché l’Egitto era protetto dal deserto e dal mare; con il passare del tempo anche i militari si amalgamavano con la popolazione egiziana.
La casta sacerdotale era invece potentissima, sia per motivi religiosi sia perché i templi svolgevano anche attività agricole. I sacerdoti spesso collaboravano con il faraone e, talvolta, tentavano anche di usurparne il potere. Negli ultimi secoli del II millennio a.C. prevalsero i sacerdoti di Tebe, dediti al culto del dio Ra.
Gli scribi e il visir: Inferiori ai sacerdoti, ma pur sempre potente era la casta degli scribi, in altre parole dei funzionari di vario grado che reggevano l’amministrazione; la scrittura egizia occorreva una vita per impararla.
Al vertice dell’apparato statale c’era una sorta di primo ministro chiamato visir, il quale rispondeva solamente al faraone de proprio operato.
Religione, famiglia e culto dei morti:
Gli Egiziani praticavano una religione politeistica basata sul mondo della natura. Il dio principale era quello del sole personificato sotto diversi nomi (Ra era il più importante). La zooiatria perdurò parzialmente anche quando si attribuirono agli dei forme e caratteristiche umane. Molto amato dal popolo era Osiri il dio del regno dei morti; egli rappresentava il bene, mentre suo fratello Seth il male.
La famiglia per gli egizi era molto importante e la donna aveva un notevole prestigio. Affettuose cure erano dedicate ai bambini, anche ai secondogeniti.
Grande importanza si attribuiva all’aldilà, immaginato come una prosecuzione della vita terrena. Molto importante era quindi la mummificazione. Prima di essere ammesso alla vita eterna, Osiri processava il defunto; gli egizi però pensavano che, grazie al proprio “Libro dei Morti”, il defunto riuscisse sempre ad ottenere l’assoluzione.
Arte e letteratura:
L’arte spesso si proponeva di onorare gli dei medianti monumenti grandiosi, quali le piramidi (come quella di Cheope costruita nel XXVII secolo a.C.). L’arte pubblica e ufficiale aveva uno stile rigido e solenne; l’arte privata, invece, rappresentava persone o cose nelle loro dimensioni naturali. Prevaleva in ogni caso l’ispirazione etica e religiosa, perché gli egizi erano fortemente legati alla tradizione: nella cultura egizia, infatti, l’idea di progresso era del tutto estranea.
Nel campo letterario gli egizi si esprimevano con originalità. Le opere più famose sono: il Libro dei Morti, la Satira dei Mestieri e la Biografia di Sinuhe.
Scienza e tecnica:
L’invenzione della scrittura facilitò l’accumulo e la trasmissione del sapere attraverso le generazioni. Tutte le scienze furono però coltivate su basi strettamente empiriche e su risultati immediati. Gli astronomi seppero elaborare un calendario preciso che permetteva di prevedere con estrema precisione le piene del Nilo. I medici egiziani avevano una gran fama presso gli antichi soprattutto per la loro specializzazione nella cura delle diverse malattie. La medicina era fortemente legata alla magia e chi si arrischiava ad introdurre novità, poteva essere punito con la morte: infatti, solo i greci iniziarono un’indagine scientifica.
La storia dell’Egitto:
La storia più indicativa dell’Egitto è dal 3100 a.C. al 1100 a.C..
Antico Regno (3100 a.C.-2200 a.C.): La capitale dell’antico regno fu dapprima Thinis, poi, nel 2700 a.C., si trasferì a Menfi. Durante questo periodo, l’autorità dei faraoni era quasi illimitata e si incominciavano a costruire le piramidi, con un grande sfruttamento delle classi subalterne. Questo eccessivo sfruttamento fu una delle cause che dal 2200 a.C. al 2050 a.C. gettò il paese nel caos: questo periodo si suole chiamarlo Primo periodo intermedio. L’unica soluzione di restaurare la pace nel paese era quella di instaurare nuovamente il regime monarchico.
Medio Regno (2050-1780 a.C.): La capitale fu allora trasferita a Tebe. In questo periodo le condizioni delle classi subalterne migliorarono e il diritto all’immortalità fu riconosciuto a tutti. Furono riconquistati i territori della Nubia e del Sinai e si realizzò un’ulteriore espansione verso la Palestina. L’Egitto fu però invaso dagli Hyksos che realizzarono al secondo periodo intermedio (1780-1570 a.C.).
Nuovo Regno (1570-1100 a.C.): I principi di Tebe riuscirono a liberare l’Egitto dagli invasori. In questo periodo, l’Egitto fu coinvolto in numerose campagne militari e, sotto Tutmosi III, nel XV secolo a.C. l’impero egiziano si estese dalla Nubia fino al Sinai. Molto importanti divennero i sacerdoti del tempio di Tebe dediti al culto del dio Amon, che tentavano anche di usurpare il potere del faraone. A questa situazione si ribellò nel XIV secolo a.C. il faraone Amenofi IV, che tentò di imporre il culto monoteistico. Questa riforma ebbe però breve durata: il suo successore, Tutankhamon, restaurò, infatti, il culto politeistico. La politica asiatica dell’Egitto, portò quest’ultimo a scontrarsi con gli Ittiti nel XIII secolo a.C. nella battaglia di Qadesh, che poi non risolse la situazione. Negli ultimi decenni del XIII secolo a.C. l’Egitto si scontrò con i Popoli del Mare: l’Egitto vinse la guerra, ma le eccessive spese per la costruzione dei templi e monumenti, determinò nel 1100 a.C. una crisi dalla quale l’Egitto non seppe più uscire.
Età tarda (1100-332 a.C.): In questo periodo, l’Egitto fu colonizzato dagli Assiri e dai Persiani, fu da ultimo conquistato da Alessandro Magno nel 332 a.C., ma non riacquistò, in ogni modo, il suo antico splendore.
CAP.3: LA MESOPOTAMIA E GLI ITTITI
L’avvicendamento dei popoli in Mesopotamia:
In Mesopotamia, attorno al IV-III millennio a.C., si sviluppava una civiltà relativamente prospera, caratterizzata da intense attività produttive e da una netta differenziazione dei mestieri e delle classi sociali.
La Mesopotamia non ha ostacoli che la proteggono verso occidente, quindi soggetta a numerose invasioni e insediamenti di popoli diversi. La Mesopotamia meridionale fu popolata relativamente tardi, perché poteva essere resa abitabile solo mediante una bonifica del terreno: nelle regioni bonificate si insediarono inizialmente i Sumeri e gli Accadi.
Presso i Sumeri, i centri direttivi erano i templi e, fin dal IV millennio a.C., si svilupparono attorno a loro delle vere e proprie “città stato”. Nel 2350 a.C. Lugalzaggisi riuscì ad unificarle in una specie d’impero sumerico. Lugalzaggisi fu però presto sconfitto da Sargon il grande, che formò l’impero accadico. Nel 2150 a.C. l’impero accadico fu invaso dai Gutei. Dopo aver raggiunto nuovamente il dominio sulla Mesopotamia, il rinato impero sumerico fu definitamente distrutto dagli Amorrei nel 1950 a.C.. Nel XVIII secolo a.C. Hammurabi riuscì a fondare il primo impero babilonese, che fu però distrutto nel XV secolo a.C. dagli Ittiti e, intorno al 1100 a.C., irruppero nell’alta Mesopotamia gli Assiri che dominarono il paese fino al VII secolo a.C..
Il particolarismo cittadino, non fu mai però superato e rese vani tutti i tentativi d’unificazione politica. I popoli mesopotamici si rifiutarono di divinizzare il sovrano, che fungeva da intermediario fra i sudditi e gli dei.
Come in Egitto, i centri economici erano la reggia e i templi, a differenza dell’Egitto, però, in Mesopotamia era lasciato spazio notevole anche all’iniziativa dei singoli individui.
Economia:
Base dell’economia della Mesopotamia era l’agricoltura, la cui prosperità dipendeva dall’efficienza dei canali d’irrigazione. La produttività dell’agricoltura era molto elevata e i suoi prodotti erano: la palma da dattero, che produceva anche il legno, usato per la confezioni di funi e di reti, in alternativa alla palma da dattero era la canna.
Molto intense erano anche le attività artigianali, specialmente la metallurgia, l’oreficeria e la tessitura. Grande importanza aveva l’apprendistato, che favoriva la trasmissione e il progresso delle tecniche artigianali.
Punto debole dell’economia era la mancanza di materie prime. La bassa Mesopotamia mancava persino di pietra per costruire, tanto che gli edifici erano costruiti con mattoni d’argilla cotti al sole. La moneta fu introdotta solamente nel II millennio a.C. e come unità di misura per gli scambi si assunse l’argento.
Il forte sviluppo dei commerci comportò anche un’adeguata organizzazione dei trasporti, specie di quelli fluviali; la rete via terra ebbe meno sviluppo.
Il codice di Hammurabi:
La struttura della civiltà mesopotamica c’è rilevata soprattutto dal codice di Hammurabi. Il codice è una delle più antiche raccolte di leggi scritte a noi pervenute. Dall’esame del testo si deduce che la società mesopotamica non era soffocata come quell’egizia. In Mesopotamia era anche presente una nuova categoria, quell’appartenente ai ceti benestanti: a questo ceto facevano parte gli scribi, i sacerdoti, i ricchi proprietari terrieri, i commercianti e gli ufficiali dell’esercito. Al di sotto di questo ceto c’erano i subalterni e, più in basso di tutti, c’erano gli schiavi, che potevano essere venduti e comprati come merce.
Nel codice era presente una giustizia relativa, in ogni modo molto avanzata per quei tempi; le leggi di Hammurabi miravano soprattutto però a difendere i più deboli dalle prevaricazioni dei più forti.
La religione:
La religione mesopotamica fu elaborata dai Sumeri.
Capo di tutti gli dei era Anu, che insieme con Enlil ed Ea costituiva una triade. Gli dei erano concepiti in modo antropomorfo ed erano oggetto di una venerazione fondata sul timore: essi dovevano essere continuamente ammansiti con preghiere. Quindi, presso i popoli mesopotamici, prevaleva il timore di incorrere nella punizione degli dei.
L’aldilà era visto dai mesopotamici con molto pessimismo: si credeva che i defunti si nutrissero per l’eternità di polvere e fango. Alla religione era legata la magia, a sua volta connessa con la medicina. Molto favore aveva l’arte della divinazione, che era collegata all’astrologia, fondata sulla credenza che gli astri annunciassero il corso degli eventi umani.
La cultura e la tecnica:
Come gli egiziani, i Sumeri usarono dapprima una scrittura pittografica, poi ne adottarono un’altra semifonetica. La loro scrittura era anche cuneiforme.
Ai Sumeri si attribuiscono anche due altre invenzione rivoluzionarie: il tornio da vasaio e il carro a ruote. I Babilonesi adottarono una numerazione di tipo posizionale, in cui la base era la sessantina. Grande progressi fece l’astrologia che con tutta probabilità riconobbe lo zodiaco.
Scultura e architettura miravano soprattutto alla celebrazione degli dei e dei sovrani. Le costruzione erano generalmente fatte in argilla seccata al sole, quindi la loro disgregazione era molto rapida e su di loro se ne continuavano a costruire altri. L’accumulo di materiali innalzò vere e proprie colline, chiamate tell. Le costruzioni più audaci erano invece gli ziqqurat, torrette alte circa 50-90 metri.
Fra le opere più famose dell’antica Mesopotamia troviamo “Il poema di Gilgamesh”.
In complesso la cultura mesopotamica fu più vivace e dinamica che quella egiziana: tuttavia restò anch’essa legata ai problemi pratici particolari.
L’impero ittita:
Verso la fine del II millennio a.C. gli ittiti penetrarono in Anatolia grazie all’adozione del carro da guerra. L’impero ittita fu travagliato da una crisi secolare, determinata soprattutto dagli Hurriti. La crisi degli ittiti fu risolta nel XIV secolo a.C. da Suppiluliuma, che riconquistò i territori perduti ed estese i propri territori fino al Libano.
L’espansione verso sud portò il popolo ittita a scontrarsi ripetutamente con gli egizi (v. sopra). L’impero ittita fu definitamente distrutto dagli invasori nel XII secolo a.C.. Nello stato gli ittiti costituivano una minoranza, quindi organizzarono l’impero come una sorta di confederazione di popoli non oppressiva. Per gli ittiti il sovrano è un uomo scelto dai nobili, i quali si contendevano la successione; Suppiluliuma tentò invano di consolidare una monarchia di tipo ereditario.
Gli ittiti diedero il meglio di sé nella politica, che si basava su leggi meno oppressive di quelle di Hammurabi. Essi espressero una certa originalità nella scultura e nella letteratura si limitarono a rielaborare le opere mesopotamiche come, del resto, lo era anche la religione. Gli ittiti praticavano la cremazione. Molti storici attribuiscono a loro l’invenzione della moneta. Particolare importanza ebbe l’esportazione del ferro, la cui scoperta si deve ai Calibei nel II millennio a.C.. Grazie a questa scoperta, gli ittiti entrarono nell’età del ferro fra il 1440 e il 1220 a.C.. Fin dalla remota antichità ogni progresso ebbe effetti positivi e negativi.
CAP.4: MINOICI E MICENEI
La civiltà Egeo- cretese:
Creta poté avvantaggiarsi di una posizione privilegiata. Fu scoperta nel 1900 dall’archeologo Evans.
Nel III millennio a.C. iniziò il minoico antico, ma solo durante il minoico medio (2000-1650 a.C.), Creta acquisì una cultura vera e propria: in questo periodo si costruirono i famosi palazzi, primo fra tutti quello di Cnosso. Creta vantava la flotta più potente di allora e quindi era molto improbabile un’aggressione.
I palazzi furono completamente distrutti nel 1650 a.C. da un terremoto. Nei due secoli seguenti Creta conseguiì un’unificazione politica, ma fu sempre un terremoto nel 1500 a.C. a distruggere gran parte della flotta cretese; di questa situazione ne approfittarono gli Achei, che nel 1450 a.C. conquistarono l’isola. Gli invasori adottarono la scrittura lineare A che poi diventò lineare B.
Economia:
I palazzi hanno sempre svolto un ruolo fondamentale per l’economia del paese. La monarchia era ereditaria e i sovrani non erano deificati. Il tenore di vita era piuttosto alto e la donna non era reclusa in casa. L’agricoltura fu relativamente prospera, ma la vera fortuna di Creta era rappresentata dagli artigiani che consentivano una forte esportazione dei loro prodotti (oro, ceramica e metalli). A Creta fiorì la prima civiltà fondata sul commercio marittimo.
Religione e arte:
La massima divinità dei cretesi era rappresentata dalla Gran Madre: essa s’identificava come de di tutta la terra e della procreazione. Durante le feste sacre si disputavano gare sportive.
Il rifiuto alla grandiosità è una caratteristica dell’arte cretese e gli artisti colgono nelle loro opere tutti gli elementi decorativi offerti dal mare. La civiltà cretese riuscì a conservarsi anche dopo i devastanti terremoti che la distrussero in gran parte.
Le ricerche archeologiche:
Le ricerche archeologiche furono iniziate dal tedesco Schliemann che nel 1871 d.C. scoprì Troia. Egli ottenne risultati straordinari anche nella scoperta della civiltà Micenea. Nel 1952 gli studiosi inglesi Ventris e Chadwick riuscirono a decifrare la scrittura lineare B.
Gli Achei, economia, arte e religione:
Gli Achei penetrarono in Grecia durante il medio elladico (2300-1600 a.C.). Essi, dopo avere assimilato la cultura locale, crearono la civiltà micenea. Questa raggiunse la sua piena fioritura nel tardo elladico (1600-1200 a.C.). Quando giunsero in Grecia gli Achei ignoravano persino l’esistenza del mare, ma in seguito divennero esperti marinai. Essi si espansero su gran parte del Mediterraneo. Non è per nulla provata l’esistenza di una civiltà micenea vera e propria: molti storici pensano che questa civiltà sia solo una cosa astratta e che c’erano invece parecchi regni achei indipendenti. Intorno al 1200 a.C. la civiltà micenea tramontò rapidamente.
L’economia micenea ruotava attorno ai palazzi. I sovrani avevano potere assoluto anche per quanto concerne la religione. L’efficienza dei palazzi era assicurata da archivi costantemente aggiornati. Presso gli Achei non esisteva un’attività economica libera. L’attività artigianale più sviluppata era quella tessile, i cui prodotti si esportavano in molte parti del Mediterraneo. Molto diffusa era anche la lavorazione del lino. Le merci esportate erano principalmente l’olio, le spezie e i profumi; molto famosi erano i bronzisti micenei.
L’arte micenea è erede e continuatrice dell’arte minoica. Differisce però per quanto riguarda la costruzione dei palazzi che erano rocche cinte di mura.
Nella religione ricorrono i nomi delle principali divinità greche, mentre la gerarchia differisce in qualche particolare. La connessione più vitale con i greci s’instaurò mediante l’epopea omerica, che riviveva l’eco leggendaria della civiltà micenea.
CAP.5: ASSIRI, FENICI E EBREI

Gli Assiri:
Verso la fine del II millennio a.C. ha inizio la rapida ascesa degli Assiri.
Essi s’impadronirono dell’intera regione mesopotamica e fondano un impero destinato a durare più di 500 anni. Popolo molto aggressivo, impone la sua religione a tutti i popoli conquistati. Nel 721 a.C. abbattono il regno d’Israele e durante VII secolo, estendono i propri confini all’Egitto. Per i loro metodo brutali gli Assiri suscitano una rivolta generale delle popolazioni sottomesse. Nasce così il secondo impero babilonese che raggiunge la massima espansione quando Nabucodonosor conquista il regno di Giuda e deporta gran parte degli ebrei in Mesopotamia. Nel 539 a.C., però, è sconfitto da Ciro il grande, re dei Persiani, il quale rende nuovamente liberi gli ebrei.
I fenici:
Nelle regioni del Mediterraneo orientale le popolazioni praticavano il commercio: i fenici erano una di queste popolazioni. Dominati per molti secoli dagli egizi, i fenici raggiunsero la piena autonomia fra il XII e il XI secolo a.C.. Verso la fine del IX secolo a.C., fondarono Cartagine. I fenici non aspirarono mai all’unificazione politica e ogni città stato era governata da un re, il cui potere era limitato da un Consiglio degli Anziani, che sosteneva un regime oligarchico. I fenici erano grandi produttori e esportatori di lana e specialisti nella produzione del vetro: prodotti che erano esportati su qualunque costa del Mediterraneo. I fenici divennero presto grandi marinai e scoprirono nuove rotte. Nel VII secolo a.C., percorsero l’intero periplo dell’Africa. Essi, essendo a contatto con molti popoli, svolsero un’intensa e diffusa opera di incivilimento. Inventarono una scrittura fonetica, più semplice e veloce da scrivere. Essi furono uno dei popoli più superstiziosi dell’antichità e praticarono anche il sacrificio di vittime umane.
Gli ebrei:
Intorno al 1900 a.C. gli ebrei cominciarono una lenta migrazione verso l’Egitto, dove furono maltrattati; una volta riusciti ad abbandonare l’Egitto, si diressero verso la terra promessa. Essi nel 1000 a.C. si stanziarono in Palestina e adottarono un regime monarchico. Grande importanza ebbe per loro re Salomone; grazie a lui l’economia si sviluppò notevolmente, ma alla sua morte esplosero le tensioni sociali e lo stato si scinde in due regni: quello di Giuda a Sud e quello d’Israele a Nord. Questa scissione fu fatale per entrambi gli stati. Nel 589 a.C. Nabucodonosor distrusse Gerusalemme e diede inizio a quel periodo che gli storici chiamano “Cattività babilonese”. La deportazione ebbe termine quando Ciro invase la Mesopotamia. A questo punto Roma li punì per non sottostare all’impero romano e dal 72 d.C. ha inizio la diaspora che durerà fino al 1948.
Gli ebrei furono monoteisti, ossia riconobbero l’esistenza di un solo Dio. La religione ebbe per gli ebrei un altissimo valore etico e politico e rimase intatta attraverso i secoli, si fece anche più viva la speranza di venuta di un Messia. Contro la sfiducia c’erano i profeti, che combatterono una lunga e coraggiosa battaglia. Grazie alla loro opera il sentimento divino si fece fra gli ebrei più intenso. Per gli ebrei Dio era nel corpo di ogni fedele. L’ebraismo fu una delle origini della religione cristiana e quell’islamica.
CAP.6: IL MEDIOEVO ELLENICO E L’ETÁ ARCAICA
Il medioevo ellenico:
I Dori penetrarono in Grecia durante il periodo in cui la civiltà micenea entrava in crisi.
L’invasione determinò un vasto movimento migratorio che dalla Grecia si diresse verso le regioni dell’Asia minore. Questo periodo è il medioevo ellenico (XII-IX secolo a.C.) e durante il suo corso la civiltà ellenica subì un regresso. I Dori però introdussero la siderurgia e, nel 800 a.C., il mondo ellenico adottò l’alfabeto fenicio. Durante questo periodo il potere del re va progressivamente diminuendo e passa alla nobiltà che fonda le prime repubbliche aristocratiche. La piccola proprietà scompare e peggiorano le condizioni delle classi subalterne.
L’età arcaica:
Durante l’età arcaica (VII-VI a.C.), le repubbliche aristocratiche sono tormentate da contrasti sociali, mediante soprattutto la ripresa dell’attività colonizzatrice che dà un impulso ai commerci. Ora la colonizzazione si sposta verso i mari del lontano occidente e il suo baricentro si sposta sulle città greche della Ionia. Il nuovo moto è determinato dalla necessità di trovare mezzi di sussistenza, da motivi politici e dalla necessità di trovare materie prime. La colonizzazione è spinta da gruppi di cittadini privati, in genere di estrazione popolare, che partono per volontà propria. Nel VI secolo a.C. il movimento si deve però arrestare per la crescente ostilità dei Cartaginesi e degli Etruschi.
Le conseguenze della seconda colonizzazione:
I greci non si spinsero mai all’interno delle regioni colonizzate, ma il loro contributo fu decisivi all’incivilimento delle popolazioni locali. Le energie dei coloni si dimostrarono presto straordinariamente vivaci e in un secondo momento, cominciarono ad esportare in madrepatria i loro prodotti. Una tale ampiezza del mercato stimolava le attività economiche e la produttività del lavoro agricolo poté aumentare. Conseguenza dell’aumento dei commerci fu il miglioramento delle imbarcazioni. L’intensità degli scambi, nel VII secolo a.C., costrinse ad abbandonare il baratto e a utilizzare la moneta che fu anche un nuovo tipo di ricchezza mobiliare. In questo periodo emerse di conseguenza la classe borghese: in questo periodo aumentarono i guerrieri e i nobili non furono più l’elemento decisivo negli scontri armati.
La fine delle repubbliche aristocratiche:
I numerosi contatti rendono sempre più urgente la necessità di una codificazione scritta del diritto, che limiti l’arbitrio delle interpretazioni. La borghesia quindi preme sulle strutture arcaiche dell’aristocrazia e la lotta di classe divampa in gran parte del mondo ellenico. In alcune città i borghesi riescono a eleggere un magistrato straordinario (detto anche arbitro o legislatore), che abbatte il regime aristocratico. Altrove funzioni analoghe sono svolte dai tiranni che s’impongono attorno al VII-VI secolo a.C.. Arbitri, legislatori e tiranni ampliano il potere dello stato a scapito della nobiltà; le condizioni delle classi subalterne migliorano.
Gli elementi comuni ai greci:
Religione: La religione degli Elleni non fu mai fissata in un libro sacro; solo fra il medioevo ellenico e l’età arcaica i greci finirono col professare un’unica religione, comune a tutte le stirpi. All’unificazione religiosa si accompagnò un costante affinamento nel modo di concepire gli dei, considerati da loro immortali, ma in tutto simili agli uomini: questa concezione è molto più profonda del naturalismo. L’antropomorfismo religioso fu diffuso dagli aedi, poeti girovaghi che cantavano le leggendarie imprese degli Achei. Da loro hanno preso ispirazione i poemi omerici, che però si riferivano ad un passato remoto e meraviglioso senza analizzare i veri problemi nella realtà e del tempo. Esiodo, nel VII secolo a.C., concepì Zeus come restauratore della giustizia e si fece interprete popolare contro le prepotenze dei nobili, avendo un’espressione poetica che già appartiene alla nuova società.
Oracoli: Gli oracoli assunsero un’importanza crescente dal VIII-VII secolo a.C., quando divennero famosissimi quelli di Delfi e di Dodona. Gli oracoli formulavano spesso previsioni fondate e davano consigli saggi.
Anfizionie: Intorno ai santuari di maggior prestigio si formavano qualche volta delle leghe di città, chiamate anfizionie, che assunsero anche un significato politico. Molto importante fu l’anfizionia di Delfi.
Giochi sacri: I giochi sacri erano indetti dagli Elleni per onorare gli dei; i più famosi erano quelli organizzati in onore di Zeus ad Olimpia. Le Olimpiadi, che si svolsero la prima volta nel 776 a.C., ebbero per i Greci una tale importanza che le assunsero come punto di riferimento per il computo degli anni. Esse riguardavano tutto il mondo greco, ma i Greci non disgiungevano le doti fisiche da quelle morali.
La rivoluzione culturale:
Nel VI secolo a.C. i Greci, colonizzando le coste del Mediterraneo e del mar Nero, conobbero gente, terre e costumi diversi. Grazie a ciò la loro scienza si arricchì e operarono il passaggio dal sapere empirico alla filosofia. Questa fu una svolta qualitativa e non semplicemente quantitativa. Con Talete, Anassimandro e Anassimene il discorso tenta di fondarsi su basi razionali. Senofane di Colofone respinge l’antropomorfismo della religione e sono elaborate le prime forme di storiografia critica. Pitagora dimostra con il ragionamento l’equivalenza nel calcolare l’ipotenusa dei triangoli rettangoli, dando così una regola universale.
Anche la religione subisce radicali cambiamenti, fra gli dei e gli uomini si pongono una barriera e questi ultimi, per essere più vicini agli abitatori dell’Olimpo, avevano trovato sfogo nei misteri, ossia in pratiche orgiastiche durante le quali i fedeli s’immaginavano di identificarsi con la divinità.
Verso la fine dell’età arcaica, nasce anche la lirica, ossia l’esposizione dei sentimenti, alla quale s’ispirano Alceo e Saffo. Teognide aveva espresso poeticamente le esigenze dei nuovi ceti emergenti rilevando l’odio nei nobili contro i rivolgimenti economici.
CAP.7: SPARTA E ATENE
Sparta: società e istituzioni:
Durante il medioevo ellenico e l’età arcaica tutte le città della Grecia ebbero un’importanza secondaria, perché il centro del mondo ellenico erano in quell’epoca le coste dell’Asia Minore.
La Laconia fu occupata dai Dori, chiamati indifferentemente Spartiati o Lacedemoni. Essi s’insediarono nel paese come una minoranza armata e da questa scelta nacquero gli ordinamenti di Sparta, attribuiti a Licurgo. Le terre migliori sono divise fra gli Spartiati e a ciascuno di loro spetta un cleros, che è inalienabile. Esso è trasmesso in eredità unicamente al figlio primogenito.
L’organizzazione della civiltà spartana:
Le terre degli Spartiati sono coltivate dagli Iloti, servi privi di ogni diritto. In una condizione intermedia vivono i Perieci, i quali godono di pieni diritti civili, ma non quelli politici. Il nerbo dell’esercito è costituito dagli Spartiati e i doveri dei soldati sono molto onerosi; i neonati gracili sono soppressi alla nascita e ogni attività economica è bloccata. Gli Spartiati sono fra loro eguali (omoioi) e per impedire qualsiasi mutamento essi si danno istituzioni atte a impedire l’eventuale emergere di un singolo individuo. Base dello stato è l’Apella, affiancata dai gheronti (senatori) e dagli efori (gli ispettori). La sola carica ereditaria è quella esercitata dai re, che sono due affinché si possano controllare a vicenda e hanno un potere limitato.
La supremazia sul Peloponneso:
Fra il VIII-VII secolo a.C., gli Spartiati occupano progressivamente la Messenia e successivamente tentano di conquistare l’Arcadia e Argo, ma incontrano un’opposizione crescente. Essi quindi rinunciano a sottometterle e le riducono a loro alleate subalterne, nasce così la Simmachia peloponnesiaca. Durante le assemblee federali di questa alleanza, Sparta riesce sempre a far prevalere la propria volontà.
La repubblica aristocratica di Atene:
L’Attica si andò progressivamente unificando sotto l’egemonia di Atene.
I sovrani furono affiancati da magistrati appartenenti all’aristocrazia, chiamati arconti: questi, successivamente, sostituirono il re. Nella metà del VII secolo a.C., fu creato l’areopago che giudicava dei delitti più gravi ed era costituito da nobili nominati a vita. Mentre Sparta si basa sulla contrapposizione fra vincitori e vinti, Atene si fonda sulla contrapposizione fra i nobili e le classi subalterne, dove i ghene prevalgono sullo stato: questo regime non è più democratico di quello spartano, ma era più facilmente modificabile.
Le riforme di Solone:
Intorno al 620 a.C., Draconte provvede ad una codificazione scritta delle leggi, un primo passo verso lo smantellamento dei privilegi gentilizi. L’opera riformatrice di Draconte fu ripresa da Solone qualche decennio più tardi, che vieta la concessione di prestiti garantiti dalla persona stessa del debitore.
Questo provvedimento trasforma il regime ateniese in un regime fondato sulla ricchezza (timocrazia). Assumendo come metro i proventi annualmente ricavati dall’agricoltura, Solone ripartisce i cittadini in quattro classi (pentacosiomedimmi, ippeis, zeugiti e teti). Le prime due classi hanno la possibilità di entrare nell’arcontato, ma tutti hanno il diritto di partecipare all’Ecclesia (Assemblea generale) e all’Eliea (tribunale popolare). In complesso la riforma di Solone liquidava la repubblica aristocratica e avviava la differenziazione in classi sociali distinte per condizioni economiche.
Verso la democrazia:
Intorno alla metà del VI secolo a.C., Pisistrato instaurò con successo in Atene la tirannide con un minimo ricorso alla violenza. Restaurato l’ordine, il governo, varando un vasto programma d’opere pubbliche, creò nuovi posti di lavoro; soddisfò anche le esigenze dei commercianti, conquistando la Salamina. L’opera di Pisistrato fu continuata dal figlio Ippia, che però incontrò una crescente opposizione interna: questa portò all’assassinio di suo fratello Ipparco. Infine, dopo che Ippia si era accerchiato di mercenari, egli fu costretto a lasciare la città da un gruppo di fuoriusciti. Questa ribellione era stata appoggiata da Sparta, che sperava si potesse instaurare nuovamente un regime aristocratico, ma dell’impossibilità di questo ritorno, se ne accorse lo stesso Clistene, capo dei fuoriusciti. Egli suddivise la popolazione in dieci gruppi, di modo che i ghene non si potessero unire. Ogni tribù forniva allo stato un reggimento di opliti, eleggeva uno stratego e sorteggiava 50 rappresentanti da inviare come membri del Bulè. L’Ecclesia assunse in questi tempi grande importanza. Per impedire il risorgere della tirannide, Clistene istituì l’ostracismo: a sancire la condanna erano almeno 6000 cittadini. L’ordinamento di Clistene si dimostrò adeguato alle esigenze della nuova società.
CAP.8: I PERSIANI E I GRECI
L’impero persiano:
Il popolo persiano fu a lungo dominato dai Medi, ai quali si ribellarono sotto Ciro il Grande nel 550 a.C.. Dopo quattro anni Ciro s’impadronì anche della Lidia e, volendo consolidare i confini dell’impero ad Oriente, estese il proprio dominio fino all’attuale Afghanistan. Successivamente diede fine al secondo impero Babilonese liberando gli ebrei. Egli morì nel 529 a.C.: Ciro fu ammirato per la generosità con cui trattava i prigionieri e suo figlio Cambise proseguì la sua politica imperialistica, impadronendosi dell’Egitto. Egli ebbe però meno successo del padre, tanto che morì giovane in circostanze misteriose. Il suo successore fu Dario che consolidò l’impero creando un’efficiente organizzazione burocratica. Gli imperatori persiani concessero inoltre ampie autonomie, imponendo però una certa uniformità amministrativa. Il Gran Re dei Persiani poteva sembrare simile al re dio degli Egizi, ma in realtà era semplicemente un uomo eletto dai nobili. Dario suddivise l’impero in venti satrapie, nelle quali ogni satrapo aveva il compito di riscuotere i tributi. I satrapi erano controllati da degli ispettori mandati dal re, che viaggiavano su una rete stradale straordinaria- mente sviluppata per quei tempi. Quando però sul trono persiano si succedettero re meno potenti, i satrapi abusarono dei loro poteri e fu questo uno dei motivi della caduta dell’impero persiano. Gli eserciti erano molto eterogenei e il loro nerbo era rappresentato dagli iraniani. Punto debole dell’impero persiano era la scarsa liquidità che frenò lo sviluppo dei commerci e delle attività produttive.
La religione e la cultura dei persiani:
Verso la fine del VI secolo a.C., si diffusero fra i Persiani le idee di Zarathustra, secondo il quale il mondo è disputato fra gli spiriti del bene (Ahura) con a capo Ahura Mazda, e gli spiriti del male (Deva) con a capo Ahriman. Secondo Zarathustra alla fine dei tempi gli spiriti del bene sconfiggeranno quelli del male. Questa religione è sostanzialmente orientata verso il monoteismo ed ha come valore importante la morale dell’uomo. I Persiani unirono agli spiriti anche delle divinità celesti. L’arte e l’architettura furono povere di idee: i morti erano sepolti in torri che si aprivano verso l’alto e uniche cose imponenti furono i palazzi reali.
Le guerre greco-persiane:
Un primo scontro fra le poleis e l’impero persiano si ebbe nel 499 a.C., quando la Ionia e l’Eolide insorsero: i Persiani furono dapprima sconfitti, ma poi batterono i ribelli e distrussero Mileto. Atene aderì nel frattempo alla Simmachia peloponnesiaca e, per punirla, Dario mandò una spedizione contro la città, ma Milziade, capo degli Ateniesi, con una manovra coraggiosa riuscì a sconfiggere l’avversario sui campi di Maratona.
Morto Milziade, gli ateniesi si suddivisero in due partiti: il partito progressista, con a capo Temistocle, mirante ad un’alleanza con Sparta e alla guerra con i Persiani, e il partito conservatore, con a capo Aristide, mirante ad un accordo con i Persiani. Nel 482 a.C. Aristide fu accusato di ostracismo e Temistocle, riuscendo ad avere il sopravvento, può costruire in pochissimo tempo una flotta potentissima. Un anno dopo, durante un congresso, Atene e Sparta consolidano la propria alleanza, pur non riuscendo ad unire tutti i popoli greci: l’idea di un’unità nazionale è infatti sconosciuta ai Greci. Nel 480 a.C. Serse, il successore di Dario, marcia verso la Grecia, confidando in una facile vittoria: le sue truppe invece subirono una pesante sconfitta nello stretto di Salamina e anche le ultime truppe rimaste, con a capo Mardonio, sono sconfitte duramente. Nello stesso tempo Atene guida una controffensiva vincente in Turchia e con lei si alleano le altre poleis locali: così il Mar Egeo è nuovamente aperto ai commerci.
CAP.9: L’ETÁ DI PERICLE
Atene e Sparta dopo la vittoria:
Solo Atene si avvantaggiò della vittoria: Sparta, infatti, si sarebbe dovuta trasformare in una potenza navale , mentre in Atene esisteva già una solida borghesia che con la liberazione dell’Egeo si sviluppò ulteriormente. Sparta non contestò mai la supremazia di Atene nell’Egeo, così la stessa città poté costituire la lega di Delo, la quale racchiudeva gran parte delle poleis dell’Egeo. Questa lega si trasformò presto in uno strumento che permetteva ad Atene di esercitare una pesante egemonia sull’Egeo. Sparta, contemporaneamente, era molto impegnata a sopprimere i movimenti rivoluzionari dei suoi alleati. In Atene c’erano i conservatori che volevano rafforzare l’alleanza con Sparta, mentre Temistocle proponeva di inasprire i rapporti contribuendo ai movimenti che agitavano il Peloponneso (egli fece anche costruire le lunghe mura che collegavano il porto con la città). Alla fine ebbero la meglio i conservatori con Cimone e, inoltre, Temistocle fu colpito da ostracismo nel 471 a.C.. Cimone continuò ugualmente la politica di espansione, rafforzando così la borghesia, che lo scalzò definitivamente nel 462 a.C., dopo che gli Spartani avevano rifiutato l’aiuto di Atene e Cimone fu colpito da ostracismo.
Pericle, la politica interna:
Il successore di Cimone fu Pericle, aristocratico, ma con idee democratiche. Egli attuò numerose riforme quali l’abolizione dell’Areopago e i compensi a tutti coloro che svolgevano un’attività pubblica, così che fu rieletto dai cittadini per quasi vent’anni. La democrazia ateniese riguardava però unicamente coloro che erano riconosciuti come cittadini della città e non si mise mai in discussione la schiavitù, che anzi aumentò con l’incremento delle attività artigianali e industriali.
Pericle, la politica estera:
Pericle, con il consenso dei cittadini, affrontò gli Spartani e i Persiani (contro i quali agì indirettamente portando aiuti agli egiziani in rivolta): entrambe le guerre si conclusero senza vincitori né vinti. Nel 449 a.C. è firmata la pace di Callia con i Persiani, che prevedeva di non disturbarsi più a vicenda; quattro anni dopo è stipulata una pace trentennale con Sparta.
L’arte e la cultura in Atene nel V secolo a.C.:
In questo periodo Pericle fa si che Atene assuma un aspetto monumentale: Fidia conduce i grandi lavori dell’Acropoli e scolpisce i fregi del Partenone. Grazie all’opera di Eschilo, Euripide e Sofocle, la tragedia raggiunge livelli molto alti. È diffusa anche la commedia, grazie all’opera del suo massimo esponente Aristofane. Anassagora elabora un’interpretazione della natura del tutto libera di elementi mitici. I sofisti si occupano di problemi politici e di retorica, diffondendo un’arte spregiudicata che mette tutto in discussione. Secondo loro l’uomo è una misura perennemente variabile e, non esistendo la verità, bisogne calcolare le cose da loro proposte in un modo pratico: le leggi sono convenzioni arbitrarie. Grazie alla loro concezione relativistica i sofisti liberandole menti dalla passiva accettazione delle credenze e dei costumi tradizionali.
CAP.10: GUERRA DEL PELOPONNESO E CRISI DEL MONDO GRECO
La guerra del Peloponneso:
Pericle nel 431 a.C. scatena la seconda guerra del Peloponneso ritenendo che Atene potrà difendersi dalla crescente ostilità delle poleis subalterne solo sconfiggendo Sparta. La guerra dura ininterrottamente (escludendo la Pace di Nicia del 421 a.C.) dal 431 al 404 a.C. e investe gran parte del mondo greco, facendo esplodere tutte le contraddizioni del mondo ellenico. Atene ne esce sconfitta, ma il conflitto risulta rovinoso per tutte le città greche: una volta saliti al potere, infatti, gli Spartani si dimostrano incapaci si soddisfare le esigenze del mondo greco. Sparta, dopo la vittoria, riprende la guerra con i Persiani, ma poi è costretta a ritirarsi perché il Gran Re Artaserse stipula un’alleanza con Atene.
Egli, però, riprende i rapporti di amicizia con Sparta e nel 386 a.C. impone ai Greci le proprie decisioni, rendendone esecutrice Sparta. Contro questa dominazione le città greche insorsero e Tebe, grazie alla falange organizzata da Epandimonda, nel 371 a.C. estende la propria egemonia su tutta la Grecia grazia alla vittoria riportata a Leuttra. Quando cade anche l’egemonia tebana la Grecia diventa molto debole.
Il discorso di Pericle:
Nella versione di Tucidide, Pericle tiene un discorso agli Ateniesi e chiarisce alcuni punti delle politica ateniese:
1) Il governo è retto da una democrazia, perché si governa a vantaggio della maggioranza e tutti hanno uguali diritti.
2) Si vive nel riguardo della collettività.
3) Ogni cittadino ha a disposizione molto tempo libero.
4) Atene è una città aperta a tutti.
5) Si ama il sapere senza mollezza e il bello con semplicità.
6) Ciascuno può occuparsi di politica e cose private: chi non partecipa alle questioni politiche deve essere considerato un disutile cittadino.
7) Atene è la scuola dell’Ellade.
In questo discorso sono però presenti delle imprecisioni: infatti, Atene si è imposta nella lega di Delo come città tiranna; riassumendo Atene vuole dire progresso e democrazia, ma anche guerra permanente, Sparta significa pace e rispetto dei trattati, ma anche una rigida conservazione.

CAP.11: ALESSANDRO MAGNO E L’ELLENISMO
Uno straccione macedone domina la Grecia:
Nella prima metà del IV secolo a.C., la Macedonia era un paese molto arretrato, ma mentre le poleis si dissanguavano, essa assimilava la cultura greca; inoltre, aveva il vantaggio di non avere grandi città e ciò poteva favorire l’unificazione.
Quando Filippo II venne al potere nel 359 a.C., la Grecia cadde in suo potere. Demostene di lui dava dello straccione macedone. Il re macedone ebbe la prima cura di consolidare le falangi e nel 357 a.C. s’impadronì di Anfipoli e del
Pangeo. Filippo poi sconfigge i Focesi e occupa il loro posto nell’anfizionia di Delfi apprestandosi così a impadronirsi delle regioni del Chersoneso. Demostene a questo punto volle dichiarare guerra ai Macedoni e le poleis aderirono alla sua iniziativa: essi sono sconfitti però sui campi di Cheronea nel 338 a.C. Filippo, dopo la vittoria, convoca a Corinto un congresso da lui dominato e i Greci si unirono a lui in una lega ellenica che era stata principalmente fondata per la guerra contro i Persiani. Egli fu però ucciso e gli succedette nel 336 a.C. suo figlio Alessandro.
Alessandro Magno:
Alessandro, sottoposto all’istruzione di Aristotele, era del tutto estraneo al particolarismo cittadino dei Greci. Inizialmente questi ultimi tentarono di ribellarsi, ma egli schiacciò la rivolta distruggendo la città di Tebe, dopodiché organizzò la guerra contro i Persiani. Egli aveva grandi possibilità di vittoria perché l’impero persiano era minato da problemi interni. Nel 334 a.C. li sconfisse a Granico e nel 333 a.C. a Isso. Alessandro poi conquistò l’Egitto presentandosi come liberatore e come legittimo faraone figlio di Amon Ra andando all’oracolo di Siva. Nel 331 a.C. inflisse ai Persiani la sconfitta decisiva a Gaugamela. Dario, inoltre, fu ammazzato per ordine di Besso. Grazie agli immensi tesori strappati ai Persiani, Alessandro fece coniare il doppio statere e così la liquidità del denaro aumentò.
Egli rese anche omaggio al dio Marduk e si presentò come successore di Dario facendo condannare a morte Besso.
Alessandro raggiunse nel 326 l’Indo e, discendendone il percorso, incaricò Nearco di ritornare al golfo Persico con la flotta e l’iniziativa ebbe successo. Babilonia fu proclamata capitale, ma Alessandro morì nel 323 a.C..
Fu vera gloria?
La strategia di Alessandro è stata molto astuta: per esempio quando egli presentò la guerra ai Greci come la rivincita contro i Persiani, agli Egiziani come la liberazione e agli stessi Persiani come la guerra contro i satrapi traditori. Egli, molto probabilmente, voleva fondare un impero basato sulla fusione di genti elleniche e asiatiche. Alessandro volle anche che oltre a lui si sposassero tutti i soldati dell’esercito con donne persiane. Grazie ad egli si formò una situazione nel Mediterraneo grazie alla quale la cultura greca si diffuse e lo si può quindi considerare come l’iniziatore dell’ellenismo.
I regni ellenistici d’Egitto e di Siria:
L’età ellenistica (323 a.C.-30 a.C.) fu caratterizzata dalla diffusione della cultura greca in tutti i territori conquistati da
Alessandro e dall’innesto nella cultura greca di idee e tradizioni del mondo orientale.
Dopo la morte di Alessandro, il regno fu governato dai Diadochi, ma presto essi entrarono in conflitto e nacquero il regno d’Egitto, il regno di Siria e il regno di Macedonia. La classe dirigente dei nuovi regni fu per intero greca, mentre la concezione del potere e l’organizzazione statale si ispirarono alle tradizioni orientali.
I Tolomei favorirono l’immigrazione in Egitto di un gran numero di Greci, offrendo loro notevoli vantaggi economici;
la popolazione, invece, rimase in una posizione nettamente subalterna. I Tolomei, per mascherare il fatto che il loro regno si era formato unicamente grazie ad Alessandro, promossero culti dinastici che però ebbero scarso successo fra la popolazione. L’organizzazione del regno era rigidamente accentrata e l’obbedienza era imposta grazie ad un esercito mercenario professionale.
Assai meno rigido fu il regno creato dai Seleucidi in Siria, il più grande in assoluto. Per fondere tutte le popolazione al suo interno, i Seleucidi costruirono numerose città perché in esse la fusione avveniva più rapidamente. Anch’essi favorirono l’immigrazione in massa dei Greci. La loro politica ebbe pieno successo nell’area mediterranea, mentre i popoli dell’estremo Oriente si facevano sempre più ostici a ellenizzarsi. Il regno subì delle drastiche riduzioni nel corso del III secolo a.C., infatti se ne staccarono il regno di Pergamo e quello dei Parti.
Regno di Macedonia e decadenza delle poleis:
Mentre il regno di Siria era dimezzato, il regno di Macedonia fu travagliato dalla resistenza delle città greche e solo Antigono Gonata riuscì a tenere sotto controllo le poleis, grazie soprattutto alle tensioni presenti dentro di esse; la loro crisi fu inoltre aggravata dallo spostamento dell’asse commerciale verso Oriente, mettendole così in una posizione marginale: Alessandria e Pergamo divennero più importanti di Atene e Corinto. Nella generale decadenza emergono i ceti borghesi, che dominano le città imponendo il loro stile di vita. Molto importante è per loro l’istruzione dei loro figli e così favoriscono la nascita di nuove scuole; si fanno anche i primi passi per l’emancipazione della donna. Gli ideali di vita maturati in Grecia e nei regni ellenistici eserciteranno una forte influenza su i Romani.
Sviluppo economico del mondo ellenistico:
Grazie al prezioso dei Greci immigrati, i regni ellenistici ebbero una grande espansione. Tolomeo II Filadelfio fece scavare un canale che collegasse il canale di Suez con il delta; contemporaneamente l’isoletta di Faro fu collegata alla terraferma. Si selezionano anche sementi di grano e razze di animali di alta qualità: l’Egitto diventa famoso per l’esportazione di grano e di papiro, la Fenicia e la Siria per la frutta, l’Asia minore meridionale per l’olio e il vino. Grazie a questa intensa attività produttiva si ha un imponente sviluppo dei commerci. Inoltre ha grande diffusione la moneta che i sovrani ellenistici fanno coniare in abbondanza.
Cosmopolitismo e sincretismo:
La civiltà ellenistica si libera dal particolarismo cittadino e s’ispira ad ideali cosmopolitici. In tutti quei regni prevale la lingua greca che concorre a diffondere la consapevolezza di appartenere ad un unico mondo sovranazionale.
Al cosmopolitismo corrispose in campo religioso il sincretismo che è la tendenza ad ignorare i punti di divergenza fra le religioni e individuarne, invece, le analogie. Ebbero ampia diffusione i misteri che davano al fedele la possibilità di entrare in contatto con la divinità. La religione era quindi un punto di debolezza dei Greci e fu tipicamente orientale.
Filosofia e istituzioni culturali:
I pensatori delle poleis credevano che la filosofia avesse gli strumenti necessari per migliorare il mondo; Platone aveva posto la politica al centro della sua attenzione, ma il potere è ormai saldamente nelle mani dei re, così egli, come gli altri filosofi, si limitano a conoscere e interpretare il mondo così com’è. Rimane però aperto il problema riguardante l’uomo che ora si considera solamente come singolo individuo.
La predilezione dei sovrani è orientata verso scienze specialistiche perché politicamente innocue. Particolare attenzione è orientata nei confronti dell’ingegneria delle macchine da guerra. Alessandria viene dotata di un’avanzata biblioteca e di un museo. La cultura non è limitata alle sole corti, ma a tutti i ceti sociali e quindi i sovrani favoriscono la fondazione di nuove scuole, dove l’interesse principale è orientato sui poemi omerici.
Scienza e tecnica:
Ai grandi progressi scientifici non corrisposero altrettanti tecnici: infatti, l’uso della tecnica era reso inutile dall’abbondanza di schiavi. Furono comunque inventate la pompa a spirale e il mulino ad acqua. Nel III secolo a.C. Eratostene ideò un metodo ingegnoso per calcolare la circonferenza terrestre e Aristarco elaborò un’interpretazione eliocentrica del sistema solare. Archimede individuò i principi dell’idrostatica e Euclide sistemò la geometria. Accanto alle scienze continuarono a prosperare la magia e l’astrologia.
Storiografia, letteratura, arte e urbanistica:
Le opere che pretendevano di raccontare le conquiste di Alessandro Magno mescolavano le notizie esatte con altre inesatte dando così origine alle pseudostorie. Così anche le biografie a lui dedicate possono ritenersi fantasiose. Grande storico fu invece Polibio che cercò di spigare la potenza acquisita da Roma.
Gli scrittori dell’età ellenistica hanno in comune la predilezione degli argomenti eruditi e l’estrema cura per la perfezione della forma. L’amore per l’erudizione si dimostra particolarmente con i poemi didascalici scientifici. Molto importanti furono le opere di Apollonio, Teocrito, Callimaco. Nella produzione teatrale ebbe origine grazie all’opera di Menandro la commedia nuova che introduceva personaggi destinati a essere rielaborato nei secoli successivi.
Nel campo delle arti l’ellenismo riprese l’arte classica con concessioni alla grandiosità e allo sfarzo: a Rodi fu eretto il colosso dell’omonima città, ad Atene ebbe sviluppo una nuova forma di artigianato che riproduceva delle copie dei capolavori dell’età classica. Gli architetti elaborano invece la città con pianta ortogonale e con biblioteche, teatri, fognature, condutture per l’acqua.
CAP.12: ETRUSCHI E ROMANI
L’Italia preistorica:
Il superamento delle condizioni preistoriche avvenne in Italia nel I millennio a.C. e durante l’età del bronzo l’Italia fu sottoposta all’influenza della civiltà micenea: contemporaneamente fiorirono la civiltà terramare, appenninica e quella nuragica. Nell’età del ferro maturò la civiltà villanoviana, matrice della più evoluta civiltà etrusca. Il passaggio alla vita cittadina fu però opera degli Etruschi. Fra il IV-V secolo a.C. i Romani si liberarono dalla loro egemonia. L’originaria economia etrusca era basata sull’agricoltura, ma presto assunsero molta importanza le attività siderurgiche ed essi si organizzarono in città stato.
Formazione e vicende degli Etruschi:
Erodoto sostenne che gli etruschi provenivano dalla Lidia; Tito Livio parlò di una loro provenienza dal settentrione. La storia degli etruschi è quindi ricostruibile solo a grandi linee. Certo è che i gruppi qui immigrati non portarono in Italia una cultura vera e propria, ma elaborarono la cultura villanoviana. La piena urbanizzazione avvenne nel VII-VI secolo a.C. e nello stesso periodo si sviluppò la religione, caratterizzata dall’arte aruspicina che fu poi ereditata dai Romani.
L’arte etrusca assimilò molte suggestioni dal mondo ellenistico e inventò l’arco di Volterra.
La nascita di Roma:
Roma fu fondata in un posto a stretto contatto con il mare, ponte del passaggio fra Etruria propria e campana. Secondo la storia Roma fu fondata nel 753 a.C. da Romolo. Attorno al VIII secolo a.C. gli insediamenti dell’Italia centrale si trasformarono in città.
Secondo la leggenda, sette re avrebbero governato Roma e sono: Romolo, che probabilmente conquistò i Sabini; Numa Pompilio che avrebbe creato le prime istituzioni religiose; Tullo Ostilio al quale si attribuisce la distruzione di Alba; Anco Marcio, il quale costruì il primo ponte stabile di legno sul Tevere e il porto sullo stesso fiume.
Roma arcaica:
La società romana era basata sul modello patriarcale e sul culto per gli antenati defunti chiamati penati. Più famiglie legate con vincoli di parentela costituivano una gens. La denominazione completa dei patrizi romani era formata da tre termini: il prenome, il nome gentilizio, il cognome. La popolazione era suddivisa in tre gruppi gentilizi, che erano suddivisi in dieci curie che dovevano fornire ciascuna 100 fanti e 10 cavalieri. Questi gruppi comprendevano però solamente i patrizi; i plebei non avevano diritti politici ed erano in maggioranza poveri escludendo una minoranza che si era arricchita con i commerci. Essi per non rimanere indifesi rispetto al regime si legavano come clienti al capo di una famiglia gentilizia. Le curie si riunivano periodicamente nei comizi curiati per approvare le decisioni più importanti che in sostanza erano già state prese dal re e dal senato, cui spettava la maggior parte del potere. Esso era costituito inizialmente dai capi della varie gentes. Nel VII secolo a.C. si delinearono le prime divinità antropomorfiche, a base delle quali stava la triade capitolina.
Gli ultimi re e l’influenza etrusca:
Gli ultimi tre re romani sono di origine etrusca. Il primo di essi, Tarquinio Prisco, avrebbe promosso la costruzione del Campidoglio, del Foro e il risanamento delle paludi prossime alla città. A Servo Tullio si attribuisce l’istituzione dei comizi centuriati e la costruzione delle mura. Tarquinio il Superbo irrigidì il regime monarchico, ma egli fu scacciato da una rivolta dei patrizi nel VI secolo.
L’ipotesi di un vero dominio etrusco non è ancora stata provata, però è fuori dubbio che nell’ultima fase del periodo regio Roma abbia subito la loro massiccia influenza.
Repubblica aristocratica e guerre del V secolo a.C.:
Secondo la tradizione i patrizi, dopo avere abolito la monarchia, avrebbero affidato il potere esecutivo in mano di due consoli; solo in circostanze eccezionali i consoli potevano essere sostituiti da un dittatore. Il nuovo regime era dominato dai patrizi. Le istituzioni repubblicane si sono definite nel V secolo a.C. quando comparvero i pretori, incaricati delle inchieste giudiziarie, e i questori, incaricati all’amministrazione dell’erario statale. Caratteristiche comuni a tutte le magistrature romane erano l’annualità e la collegialità.
Dopo un breve ritorno offensivo degli etruschi, essi furono costretti dai Romani a ritirarsi a nord del Tevere. Presto si presentò però la minaccia delle più grandi città latine che si erano unite nella lega latina. Dopo uno scontro al lago Regillo, Romani e Latini strinsero un’alleanza perpetua fra di loro, detta Patto Cassiano. Uniti essi poterono fronteggiare con successo gli Equi e i Volsci. Particolarmente aspra fu la lotta contro la città di Veio che però alla fine fu circondata dai Romani. Essi, di fatto, esercitavano un’egemonia sui latini e agli inizi del IV secolo a.C. Roma era la città più importante dell’Italia centrale.
Riforme del V secolo e ordinamento centuriato:
I patrizi avevano creato una repubblica rigidamente aristocratica concentrando il potere nelle proprie mani. I plebei ricchi però erano sempre più insofferenti alla loro condizione politica d’inferiorità e miravano ad eliminare le differenze giuridiche e politiche fra patrizi e plebei. I plebei adottarono come metodo di lotta la secessione e nel 494 a.C. si riunirono sull’Aventino dandosi dei capi, chiamati tribuni della plebe, e rivendicando il diritto di prendere decisioni, i plebisciti. I tribuni riuscirono ad essere promossi al rango di magistrati, furono dichiarati inviolabili e ottennero il diritto all’intercessio. Nel 451 a.C. per iniziativa dei plebei le leggi furono incise su XII tavole di bronzo ed esposte al pubblico. Nel 445 a.C. fu varata la Legge Canuleia che aboliva il divieto dei matrimoni fra i plebei e patrizi. Nello stesso tempo però si venne progressivamente formando la contrapposizione fra le classi dei ricchi e quelle dei poveri. Questa contrapposizione fu codificata dall’ordinamento centuriato dove i cittadini erano suddivisi in sei gruppi, basati sul patrimonio familiare. Questa ripartizione era operata dai censori che accertavano il censo, che serviva anche a fini militari. Il maggior onere militare toccava ai cittadini delle classi più alte: a maggior onere corrispondeva però un decisivo vantaggio politico, perché ad ogni centuria fornita corrispondeva un voto ai comizi centuriati; la prima classe disponeva di 98 voti e aveva quindi la maggioranza assoluta già precostituita. L’ordinamento centuriato trasformava quella romana in una repubblica timocratica.

CAP.13: ESPANSIONE DEI ROMANI NEL MERIDIONE
Guerre e riforme nella prima metà del IV secolo a.C.:
I Celti dopo avere scacciato gli Etruschi dalla pianura Padana gli Etruschi, nel 387 a.C. saccheggiarono Roma. I Romani riuscirono però a riprendersi velocemente e nella prima metà del IV secolo riuscirono a recuperare il dominio su tutti gli avversari. Nello stesso tempo Roma fu nuovamente travagliata da contrasti fra plebei e patrizi; dopo dure lotte nel 367 a.C. il conflitto fu avviato a soluzione grazie alle leggi Licinie-Sestie. Tali leggi operavano una vasta riforma dell’ordinamento romano e stabilivano che uno dei due consoli poteva essere un plebeo. I censori secondo le nuove leggi avevano anche il potere di punire i presunti colpevoli di immoralità. Essi inoltre acquisivano il potere di appaltare i lavori pubblici e di assegnare ai cittadini lotti delle terre comuni. Favorevole ai plebei poveri fu il provvedimento che alleviava le condizioni dei debitori consentendo loro di calcolare come restituzione del capitale anche gli interessi. I patrizi erano quindi affiancati al potere dai plebei ricchi.
Guerre sannitiche:
Per premunirsi dalla crescente ostilità degli alleati latini i Romani si allearono nel 354 a.C. con i Sanniti, un’alleanza che però si rivelò molto precaria. Quando Capua chiese aiuto ai Romani perché minacciata dai Sanniti, i Romani non esitarono a concederle il proprio aiuto, scatenando così la prima guerra sannitica che si concluse nel 341 a.C. perché entrambi avevano altre minacce da affrontare. Seguì la guerra latina, dove i Romani ottennero la vittoria; di conseguenza essi sciolsero la lega latina. Malgrado gli accordi stipulati, i Romani continuarono a intromettersi negli affari di Capua, scatenando così la seconda guerra sannitica che si trascinò per oltre vent’anni: nel 304 a.C. i Sanniti furono sconfitti, ma poterono mantenere i loro territori. Pochi anni più tardi però ebbe inizio la terza guerra sannitica, condotta da una grande coalizione contro i Romani: i Romani sconfissero però gli avversari nel 298 a.C. presso Sentino e grazie a questa vittoria Roma si avviava a diventare uno stato territoriale.
Organizzazione politica e militare dei Romani:
I Romani sistemarono i vari territori conquistati caso per caso. Essi favorirono i ceti dirigenti ottenendo così la loro fedeltà. All’inizio del III secolo a.C. il nucleo centrale dello stato romano risulta costituito nella città di Roma: in quest’area i cittadini hanno pieni diritti civili e politici; di fatto la repubblica è sempre guidata da un’esigua minoranza che vive nella capitale. I cittadini di municipi dotati di una certa autonomia hanno diritti civili, ma non di voto. Fra gli alleati, i socii latini hanno diritto di connubio e di commercio con i Romani. Gli altri socii sono per la maggior parte legati a Roma con patti decisamente sbilanciati a favore di essa. Tutti i socii sono obbligati in caso di guerra a fornire reparti militari. I Romani conservarono sempre come unità base dell’esercito la legione: nella Roma arcaica essa era formata da semplici cittadini; ora invece le legioni vengono suddivise in tre linee. La prima era composta dai soldati giovani che erano dotati di una asta da lancio. La seconda da gente meno giovane e la terza, estrema risorsa dai veterani. Un reparto speciale era quello dei veliti che dovevano provocare i nemici con i loro giavellotti nella fase iniziale del combattimento. Durante le soste i soldati costruivano un accampamento fortificato. Capi supremi dell’esercito erano i due consoli e dai magistrati, che non erano anch’essi militari in carriera. In complesso l’esercito romano si dimostrò capace di affrontare anche le prove più difficili grazie soprattutto alla voglia dei cittadini di difendere i propri averi.
La conquista dell’Italia meridionale:
Il senato nel 285 a.C. inviò un reparto di soldati nella città di Turi che aveva chiesto aiuto a Roma, guastando così i rapporti con Taranto. I Romani inoltre inviarono una squadra di dieci navi nello Ionio, ma i Tarantini reagirono con estrema decisione e stipularono un’alleanza contro i Romani con Pirro. Pirro contava di riunire sotto il suo dominio tutti i Greci dell’Italia meridionale suscitandone l’entusiasmo. Dopo una prima vittoria contro i Romani, Pirro portò la guerra in Sicilia e batté ripetutamente i Cartaginesi. La maggioranza delle città greche, che si era schierata con Pirro, gli diventò presto ostile per i suoi metodi autoritari. Nel 275 a.C. i Romani poterono battere Pirro e Taranto fu costretta alla resa: grazie a questa vittoria i romani estesero i propri territori fino allo stretto di Messina.
Le conquiste e l’evoluzione della società romana:
Grazie alle vittorie ultimamente conseguite, la produzione fu stimolata dalla crescita della domanda, dovuta all’incremento demografico e alle forniture militari. Gli ultimi scontri fra patrizi e plebei furono eliminati grazie ad un provvedimento che conferiva valore di legge ai comizi tributi. Appio Claudio il Cieco si batté a lungo contro le tendenze conservatrici del senato e ammise negli ordinamenti centuriati coloro che si erano arricchiti con il commercio. Egli si intraprese nella costruzione di un acquedotto per Roma e nell’ampliamento del porto di Ostia. I liberti e i cavalieri assunsero un’importanza crescente: essi erano tutti coloro che avevano redditi derivanti dalle attività affaristiche o finanziarie. Nonostante i rapporti con la Magna Grecia la coltura romana continuò ad esprimersi in forme molto elementari, quali i canti fescennini; un primo tentativo di storiografia si affacciò negli Annali, che riassumevano i fatti accaduti in un anno. Un vero progresso culturale si avrà solamente nel III-I secolo a.C..
CAP.14: ROMA DOMINATRICE DEL MEDITERRANEO
Cartagine:
Cartagine, fondata nel IX secolo a.C., fu la prima grande potenza sorta nel Mediterraneo centro occidentale. La sua classe dirigente era formata dai mercanti e dagli armatori. In un primo momento i suoi nemici più temibili furono i Greci della Sicilia, ma poi subentrarono ad essi i Romani. La vera difesa di Cartagine era rappresentata dalla flotta, meno potente era l’esercito di terra, costituito da mercenari. Cartagine era una repubblica oligarchica governata da due alti magistrati, i suffeti. Essi duravano in carica per un anno ed erano soggetti alla sorveglianza del senato, che prendeva le decisioni più importanti. La migliore dote cartaginese fu la straordinaria capacità marinara e grazie a questa essi svilupparono un’amplissima rete commerciale. Essi, per non facilitare i loro concorrenti, non rilasciavano però resoconti dettagliati sulle loro esplorazioni, ma ci suppliscono le notizie tramandateci dagli storici greci e romani. Diodoro Siculo ci tramanda degli orribili sacrifici umani praticati dai Cartaginesi, ma egli riconosce la loro eccezionale capacità come agricoltori.
La prima guerra punica:
Dopo la guerra tarantina il rapporto fra Romani e Cartaginesi subì un drastico cambiamento. Nel 265 a.C. Cartagine inviò a Messina un piccolo reparto per proteggerla dai Siracusani, però Messina chiese successivamente a Roma un aiuto e accettare la richiesta significava dichiarare guerra a Cartagine: tuttavia nel 264 a.C. ebbe inizio la prima guerra punica. I Romani, dopo aver spinto gli avversari nella parte occidentale dell’isola, si procurarono una flotta, la quale ottenne un successo del tutto insperato a Milazzo grazie all’invenzione dei ponti mobili. Dopo alcuni anni di stanca Attilio Regolo condusse a buon fine lo sbarco sul suolo africano, ma fu poi sconfitto e fatto prigioniero. Nel 242 a.C. Roma costruì una nuova flotta che presso le isole Egadi inflisse un anno dopo riuscì a sconfiggere i Cartaginesi: così Roma si impossessò dei possedimenti siciliani di Cartagine.
Trasformazioni e problemi del dopoguerra:
La vittoria conseguita contro i Cartaginesi trasformò Roma in una grande potenza commerciale marittima: ora i territori da lei conquistati diventano provincia come la Sicilia, considerandoli così come una sorta di terra di conquista. Particolarmente grave era però la situazione delle piccole aziende agricole cosicché gli agrari più ricchi potevano acquistarle a basso prezzo trasformandole in latifondi. Per attenuare il disagio delle classi inferiori il Senato varò un programma che prevedeva la costruzione di molte opere pubbliche. Nuovi problemi nacquero nel Mar Adriatico, insediati dai pirati illirici, che però furono stroncati in due missioni da Roma fra il 229-219 a.C.. Questo intervento fu però considerato dalla Macedonia come una provocazione con dei risultati che si vedranno in futuro. Nello stesso periodo Roma dovette affrontare anche i Galli insediati nella pianura padana e nel 222 a.C. li costrinse alla resa.
La seconda guerra punica:
La riduzione da parte romana a provincie di Sardegna e Sicilia, riattizzò l’odio del partito cartaginese dei commercianti e degli armatori, contrapposto a quello dei proprietari terrieri. Comunque, Amilcare Barca fu incaricato di condurre una missione di espansione nella penisola iberica, dove i Romani gli imposero di non spingersi più a nord del fiume Ebro. Dopo alcuni anni Annibale attaccò nel 219 a.C. Sagunto, città alleata dei Romani, e la costrinse alla resa. Annibale allora portò la guerra direttamente in Italia e conseguì due splendide vittorie al Ticino e al Trebbia e successivamente anche al lago Trasimeno. I Romani, proclamando lo stato di emergenza, nominarono Quinto Fabio Massimo come dittatore, il quale evitò di affrontare i Cartaginesi in campo aperto senza però ottenere successi. Così furono nominati consoli Terenzio Varrone e Lucio Emilio Paolo che cercarono la battaglia campale: ottenuta questa però furono duramente sconfitti presso Canne nel 216 a.C. con perdite gravissime. Dopo questa dura sconfitta molte popolazioni italiane passarono dalla parte dei Cartaginesi, fra le quali Capua e lo stesso Filippo II di Macedonia entrò in guerra contro i Romani. I Romani riuscirono a rialzarsi e, grazie ai mancati rifornimenti giunti ad Annibale, riconquistarono Capua punendola. Publio Cornelio Scipione diede la svolta decisiva ai combattimenti battendo ripetutamente gli eserciti cartaginesi in Spagna. Per giunta Filippo II si ritirò dalla guerra firmando la pace con i Romani e Scipione sconfisse i
Cartaginesi a Naraggara nel 202 a.C. costringendo così i Cartaginesi alla resa.
La pace cartaginese e le conseguenze della guerra:
La pace imposta da Roma fu durissima:
1. Cartagine doveva versare ai vincitori un’indennità di 10000 talenti d’argento.
2. Doveva rinunciare a tutti i possedimenti fuori dall’Africa.
3. Doveva consegnare gran parte della flotta.
4. S’impegnava a non intraprendere azioni militari senza l’autorizzazione di Roma.
Roma aveva vinto grazie soprattutto alla sua capacità di riunire intorno a sé una vera e propria confederazione di popoli. Cartagine, invece, non aveva alleati, ma sudditi. Annibale, dopo la sconfitta, tentò di riformare l’esercito, ma i ricchi lo denunciarono ai Romani di preparare una nuova guerra contro di loro. Così egli fu costretto a fuggire nell’Oriente ellenistico dove però fu tradito dal re Prusia e si tolse la vita. Grazie alla vittoria contro Cartagine, Roma si impadroniva dei suoi territori iberici. Ma all’interno dello stato, i senatori si erano abituati a svolgere un’autorità svincolata da ogni controllo. Scipione esemplificava la tendenza dei generali a sottrarsi al controllo dell’autorità pubblica e a sovvertire le istituzioni della repubblica. La guerra aveva fatto spostare grandi masse di popolo dalle campagne alle città, costituendo un pericolo per l’ordine sociale e politico. Intanto gli equites avevano avuto ottime possibilità di arricchimento. In compenso la religione romana si apriva agli influssi dei culti orientali ed era stato importato, malgrado le ostilità del senato, il culto della Gran Madre. I romani colti inoltre furono molto interessati dalla cultura greca e ellenistica.
Roma capitale del Mediterraneo:
La riconquista della Valle Padana in mano ai Galli fu rapidissima, mentre fu più difficile sistemare le due province di Spagna dove popoli indigeni, quali i Celtiberi e i Lusitani, si opposero attivamente al dominio di Roma. Intanto in Oriente si stava creando una grave situazione: ebbe inizio, infatti, la seconda guerra macedonica e solo Tito Quinzio Flaminino inflisse a Filippo V una sconfitta decisiva nel 197 a.C.. La successiva pace di Tempe impose a Filippo V di non fare più alcuna guerra senza l’autorizzazione di Roma. Pochi mesi più tardi il console Flaminino proclamò che le poleis greche avevano recuperato per intero la loro vecchia indipendenza, ma presto i Greci si resero conto che era una farsa. Nel frattempo Roma intraprese una guerra contro l’esercito di Antioco III, che fu battuto alle Termopili. La successiva pace di Apamea costrinse Antioco ad abbandonare la Tracia e l’Asia Minore: ormai l’intromissione di Roma nelle vicende del Mediterraneo orientale sarebbe diventata sempre più incombente. Perseo provocò nel 180 a.C. la terza guerra macedonica che si conclusa con la sua irrimediabile sconfitta. Qualche decennio più tardi la Macedonia tentò l’estrema rivolta sotto Andrisco: la rivolta fu però repressa e la Macedonia fu ridotta a provincia. Una sorte analoga subirono le poleis greche che insorsero.
La fine di Cartagine:
Dopo la conclusione della seconda guerra punica Cartagine rispettò scrupolosamente le condizioni di pace: però un largo settore della classe dirigente romana continuava a considerare Cartagine come un potenziale pericolo. Così una scintilla fece scoppiare la terza guerra punica e subito Cartagine si disse disposta ad accettare una qualsiasi proposta di pace, ma Roma le propose delle condizioni veramente inaccettabili e così i Cartaginesi decisero di resistere ad oltranza, ma nel 147 a.C. Publio Cornelio Scipione Emiliano sferrò l’attacco finale a Cartagine e la rese alla condizione di provincia con il nome di Africa. Nel 146 a.C. Roma poteva considerarsi capitale del Mediterraneo.
CAP.15: TRASFORMAZIONI INDOTTE DALLE GRANDI CONQUISTE
Sfruttamento delle province:
Gli abitanti delle province furono considerati come semplici sudditi. I provinciali erano alla mercé dei governatori e dei loro aiutanti. Il trattamento più duro lo subivano gli alleati extra italici. Grazie alle nuove conquiste la classe dei cavalieri acquisiva maggior potenza, ma le piccole aziende subirono una grave crisi e il sottoproletariato urbano era ormai diventato un pericolo per l’ordine. I governatori delle province si arricchivano spudoratamente alle spalle dei provinciali. La mancanza di un apparato statale adeguato costringeva ad affidare in appalto a cittadini privati l’esecuzione dei lavori pubblici, grazie ai quali gli appaltatori, affaristi senza scrupoli, riunivano i propri capitali in società di pubblicani. Ogni società provvedeva personalmente alle spese dei lavori, ma poi si rifaceva ad usura. Nello sfruttamento delle province si commisero tali eccessi che nel 149 a.C. fu varata la legge Calpurnia, che istituiva un tribunale anticoncussionario. Esso ebbe scarsa efficacia perché era costituito dagli stessi imputati. Il rafforzamento dell’ordine equestre, dovuto anche grazie ad una legge che proibiva ai senatori di occuparsi dei commerci, non era associato ad un potere politico. Gli equites quindi appoggiavano spesso i movimenti popolari avversi al regime. Le attività artigianali italiche subirono però una drastica crisi dopo la concorrenza del superiore artigianato orientale. La bilancia commerciale fra l’Italia e le province rimase quindi costantemente passiva.
Crisi della piccola proprietà contadina:
L’espansione dell’impero determinò la rovina per le piccole aziende agricole. Il grano era ormai importato dalla Sicilia a basso prezzo e le colture italiche cedevano il passo all’allevamento di bestiame e alle coltivazioni di frutta, ulivi e viti.
Le nuove coltivazioni erano molto costose e i piccoli proprietari terrieri ne restavano esclusi. Essi si affollavano quindi a Roma ed erano pronti a vendere il proprio voto al patrono altolocato che li pagasse meglio. Di conseguenza la concentrazione della terra in proprietà era sempre più vasta. L’agricoltura era considerata un mestiere nobile e lo stesso Catone riservava i più alti elogi agli agricoltori.
Gli schiavi:
Anche le classi subalterne costituivano il sistema dei dominatori, un sistema che poggiava sul lavoro degli schiavi. Lo schiavismo era già praticato dai Latini prima che nascesse Roma.
Dopo le nuove conquiste però numerosissimi schiavi di nazioni straniere affluirono in Italia e ciò peggiorò la loro situazione, come anche l’aumento del loro numero, che li deprezza e li rende allo stesso tempo più pericolosi. Catone raccomandava di trattare gli schiavi con estrema parsimonia e di punirli per ogni loro mancanza. Nella concezione romana lo schiavo è una merce. In ogni centro cittadino esisteva un mercato degli schiavi, molto importante fu quello dell’isola di Delo. Il rendimento dello schiavismo era però piuttosto basso a causa di certi lavori inutili che svolgevano per le classi più alte. In città vivevano inoltre gli schiavi pubblici. In via straordinaria alcuni schiavi particolarmente dotati potevano conseguire l’affrancamento.
L’influenza dell’ellenismo:
Nel 167 a.C. fu deportato a Roma Polibio di Megalopoli che divenne il più illustre intellettuale del circolo degli Scipioni; i Romani grazie a lui impararono a conoscere sé stessi attraverso l’interpretazione di un autore greco. Tito Maccio Plauto presentava commedie, tutte ricalcate sul modello greco, ma le situazione trovavano riscontro nella nuova Roma. L’antica autorità del pater familias era in netto declino. Le matrone tendevano ad emanciparsi e i vincoli familiari si andavano progressivamente allentando. Le case dei ricchi diventavano sempre più sfarzose e si introducevano i duelli fra gladiatori e combattimenti con le belve. Dall’Oriente venivano anche suggestioni a carattere religioso, tanto che, di fronte alla diffusione delle orge in onore di Bacco, le autorità reagirono con estrema violenza.
La reazione all’ellenismo:
L’ellenismo era temuto ed esorcizzato perché era profondamente estraneo alle tradizioni romane. I Romani, ostili ai regimi monarchici, vennero a contatto con le monarchie assolute orientali. Essi considerarono le preziose conquiste elleniche chiacchiere vane e lo stesso Catone nella sua censura del 184-183 a.C. volle uniformare la vita pubblica agli stessi principi perseguiti da lui nella vita privata: cercò di combattere in ogni modo la corruzione, da lui identificata con l’ellenismo. La sua opera fu però vana perché pretendeva di restaurare le virtù della Roma arcaica senza opporsi ai mutamenti economici politici che le avevano distrutte. Roma non cercava in Oriente una cultura d’accatto, ma si procurava gli strumenti culturali adeguati alle nuove esigenze e alle nuove responsabilità.

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