Dal congresso di Vienna all'unificazione d'Italia

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Testo

IL CONGRESSO DI VIENNA
Nel giugno del 1815 abbiamo la conclusione della vita politica e militare di Napoleone Bonaparte, sconfitto durante la battaglia di Waterloo. Egli era precedentemente fuggito dall’isola d’Elba, dove era stato esiliato per volontà delle altre potenze europee.
Ancora tempo prima, nell’autunno del 1814 a Vienna si era aperto il Congresso, guidato da Metternich, il primo ministro di casa Asburgo. Questo personaggio molto autoritario si era proposto di prendere in mano le redini delle riforme per poter riportare la situazione europea a prima della Rivoluzione francese. Si voleva ritornare, quindi, all’Antico Regime riportando le al potere le dinastie regnanti prima che Napoleone mettesse in atto il suo piano di conquista. Per fare ciò il Congresso di Vienna si affidò al principio di legittimità che indicava la necessità di reintegrare le nastie antiche per diritto divino. Il periodo immediatamente successivo al Congresso, che si concluse nel giugno nel giungo 1815, fu, infatti, chiamato Restaurazione.
Da un lato quindi si aveva un volontà di ritorno al passato, e dall’altra, in opposizione, si aveva l’impossibilità di creare storicamente queste condizioni. Infatti era passato oltre un trentennio dall’inizio dei tumulti francesi e le conseguenze che questo periodo di crisi aveva portato si fecero sentire. I programmi della restaurazione, in vero, erano degli auspici più che organizzazioni realizzabili veramente. L’Europa intera era rimasta sconvolta dal fallimento della Rivoluzione e aveva posto in Napoleone tutte le sue speranze. Nel momento in cui questi si era rivelato solo un dittatore, spietato e sicuro di sé al punto da trascinare mezzo milione di uomini a morire nella fredda Russia, il mito era crollato. Molti avevano seguito il generale e molti erano rimasti delusi dal suo comportamento. Era stato seguito da uomini provenienti da tutta Europa e questi non volevano dover abbandonare la loro voglia di unità (influenza illuminista).
Il congresso di Vienna si oppose alla cultura liberale (v. Locke, Montesquieu, Kant…considerati padri del liberalismo e quindi del corrispondente liberismo economico). L’idea di fondo di questa corrente di pensiero era che alla base della vita politica si fossero dei diritti naturali ed inviolabili che tutti dovevano rispettare (es.:diritto alla vita, diritto alla libertà, diritto alla felicità, alla proprietà privata…). Lo Stato era chiamato a difendere e a proteggere l’individuo da qualsiasi tentativo di invasione di queste ambiti considerati inviolabili. Tra individuo e Stato, quindi, l’individuo viene prima. Ovviamente questo tipo di ragionamento entrò a far parte di quegli spiriti intellettuali che ebbero la possibilità di studiare e di sviluppare una coscienza individuale autonoma. Non troviamo tracce di liberalismo nelle zone dell’Europa orientale per la presenza di regimi dispotici ed autoritari (v. Polonia, Russia…). Non è un caso che il liberalismo si sia sviluppato nell’Ottocento, epoca di ben 2 rivoluzioni industriali, soprattutto la dove vi era maggiore libertà di espressione (Inghilterra, Francia settentrionale, Italia, Germania…)
Metternich si dichiarava orgogliosamente anti-liberale ed affermò che l’Europa aveva soprattutto bisogno di ordine (parola centrale del programma di restaurazione) e che tale ordine doveva essere assicurato dai sovrani secondo le leggi divine.
L’equilibrio imposto a Vienna dalla potenze vincitrici, venne sancito con la costituzione della Quadruplice alleanza. Con questo patto Prussica, Austria, Inghilterra e Russia si impegnarono a prestarsi reciprocamente aiuto nell’eventualità fossero sorti dei tumulti antirestauratori.
Ben presto questi accordi furono integrati dall’apporto della Francia che, grazie all’abilità di Tayllerand, riuscì a presentarsi come anello insostituibile della restaurata alleanza tra trono ed altare. Si aggiunse alla Quadruplice alleanza e si fece promotrice della Santa alleanza una coalizione comprendente tutti i Paesi cristiani europei contro i nemici turchi. Essa si ispirava alla Santa Trinità che aveva avuto il pregio di saper unire sotto un'unica spada cristiani-protestanti ortodossi e cattolici.

LA RESTAURAZIONE
All’interno della cultura politica della Restaurazione che rappresenta un momento fondamentale della storia, e che va dal 1815 al 1830 si hanno posizioni divergenti. Da una parte Metternich e la sua volontà di ricostruire l’Europa come prima dell’avvento napoleonico; dall’altra tendenze reazionarie, ovvero posizioni che non solo miravano a conservare il controllo sull’Europa ma a ristabilire autorità e dinastie presenti durante l’Antico Regime.
Nel Regno delle Due Sicilie si ebbero dei ministri che crearono delle vere e proprie squadre di uomini atte ad uccidere i nemici politici. Un esempio di tale rivoluzioniamo fu Silvio Pellico. Questi, però, dopo la cattura ebbe la possibilità di difendersi e di commutare la pena di morte con il carcere a vita in Moravia. In genere vi era un giudice che applicava la legge e che non aveva soggettività nel suo giudizio. L’Austria sotto questo punto di vista era assai avanzata rispetto agli altri Stati.
La posizione avversa alla Restaurazione fu quella liberale. Coloro che vollero però tentare di cambiare in modo più radicale la situazione europea non vennero chiamati liberali o antirestauratori, ma democratici avevano più spirito di intraprendenza dei Liberali. La differenza sostanziale tra liberali e democratici fu che i primi chiesero una monarchia moderata da un Parlamento e dalla Costituzione. Essi miravano al superamento della monarchia assoluta (baluardo della quale era stato, nel secondo Seicento, Luigi XIV) con la monarchia costituzionale. Modello di tale monarchia fu quella presente in Inghilterra (Bill of right del 1688). In Gran Bretagna il potere del sovrano era limitato da un Parlamento composto da due Camere: la Camera dei Comuni, (con un ristretto numero sociale di uomini eletti tra coloro che avevano la possibilità di pagare le tasse) e Camera dei Lords (nominati dal re). In Italia avremo questo processo solo nel 1800, solo nella zona del Piemonte e solo con il 2% della popolazione atta a scegliere i propri rappresentanti parlamentari. I Democratici in questa occasione, combatteranno per ottenere un sistema repubblicano.
LA CARBONERIA E MAZZINI
Ciò che avvenne nel 1815 fu profondamente influenzato dal passato. Ma procedendo sempre più verso il 1830 l’affermarsi del pensiero liberale andò passo passo con lo sviluppo di una borghesia finanziaria ed industriale che, soprattutto nell’Europa occidentale, aveva preso il ruolo della classe dirigente. In Italia questo processo fu molto più lento, riguardò solo l’Italia del nord e si riconobbe più che in una vera e propria borghesia in una aristocrazia illuminata. Uno dei massimi esponenti della Carboneria fu il Conte toscano F.Confalonieri.
In Italia non vi era un ceto medio poiché non era ancora in atto la rivoluzione industriale. Il contrario avveniva in Inghilterra, dove la rivoluzione industriale era stata assai precoce e dove i liberali avevano maggiore libertà di espressione.
In Italia dopo il 1815 la reazione alla Restaurazione fu affidata soprattutto a sette segrete ed organizzate secondo una rigida struttura piramidale. L’esempio più diffuso fu quello della Carboneria; verso il 1830 ci si rese però conto del fallimento dei moti carbonari registrati nel 1820-21, e sporadicamente nel corso di tutti gli anni ’20. In Italia quindi, visto il fallimento dei liberali, anche i democratici andarono organizzandosi per ottenere la loro repubblica.
Perno fondamentale dei repubblicani italiani fu Giuseppe Mazzini. Egli fu un attento osservatore dell’Italia che era convinto dovesse essere “una, libera e repubblicana”. Propose una strategia rivoluzionaria, fatta di azioni militari organizzate in piccoli nuclei volti a sollevare nel tempo la popolazione intera. Questo significava superare completamente il modello della carboneria. Questa era nata al sud ma si era poi sviluppata soprattutto negli ambienti elitari del nord. Era gestita da pedanti regole e da rituali troppo esagerati; inoltre non coinvolgeva affatto la popolazione, sulla quale, per contro, Mazzini fece grande affidamento.
Nel 1831 nacque “La Giovine Italia”, un’associazione ugualmente segreta ma gestita e divulgata prima di tutto tra la popolazione. Non erano presenti in essa quella spregiudicatezza e quel ritualismo presenti nell’ormai sorpassata carboneria.
Durante gli anni 30, contro ogni aspettativa, Mazzini conobbe alcuni fallimenti che gli procurarono molte critiche. Fu accusato di mandare allo sbaraglio i suoi soldati, di non saper organizzare la rivolta, ma egli rispose teorizzando l’importanza del mantenere sempre vivo nell’animo della popolazione l’ardore per la patria. Quando andò a Londra trovò attorno a se grande fama e rinomanza poiché la questione italiana non poteva che affascinare gli inglesi. L’Italia fu un modello culturale e l’Inghilterra intera simpatizzò molto per i democratici ed i liberali italiani, schierandosi così indirettamente contro gli Asburgo d’Austria.
Mazzini consigliò idealmente una maggiore coerenza tra azione e pensiero andando a realizzare una sorta di religione dell’umanità che aveva come suo unico fine l’unità nazionale. Egli fu un laico e un fervente avversario di qualsiasi forma di ingerenza della religione: se proprio gli uomini dovevano credere in qualche cosa dovevano credere nel servizio al popolo italiano e all’umanità. Ogni popolo aveva una sua missione e il popolo italiano doveva difendere la sua repubblica; risultò quindi evidente il forte attaccamento che Mazzini dimostrò nei confronti dei valori morali e civili.
Quando conobbe Karl Marx i due ebbero notevoli incomprensioni. Il filosofo non poteva accettare le idee del Mazzini poiché egli, nella sua ideologia si era rivolto solo ad una ristretta parte della popolazione. Mazzini lo accusò pesantemente di essere un classista ed un nemico della morale universale. Marx di riscontro Marx accusò Mazzini di essere un ignorante in materia di politica poiché egli non aveva voluto venere come l’economia influenzi profondamente la vita e quindi la politica. Per Marx tutto il male stava nell’esistenza della proprietà privata. Ed il male era diventato a tal punto insopprimibile che l’unica forma di recupero era l’assunzione di tutte le proprietà da parte delle Stato. Mazzini si rivolse all’individualità dell’uomo e non considerò mai il popolo solo una vile massa.
La questione francese
Contemporaneamente una svolta nella storia politica europea si realizzò con l’avvento al trono francese di Luigi Filippo d’Orleans finisce dunque la dinastia dei Borboni (1830). Abbiamo una rivoluzione a Parigi proprio in quell’anno e la famosa “Monarchia di Luglio”. Luigi Filippo passò alla storia come “re borghese” poiché si proclamò re per volere del popolo e non per diritto divino. La Francia è ora una monarchia costituzionale il cui re fu un uomo di mondo,abile conoscitore dell’economia e della finanza, non un liberale ma un reazionario.
Il re francese fu sostanzialmente un conservatore, ma fu in grado di comprendere le nuove tendenze e collaborò molto con la borghesia. La Francia subì il processo di industrializzazione circa trenta anni dopo l’Inghilterra, ma comunque prima dell’Italia.
Quanto avvenne in Francia portò molti liberali italiani ad illudersi sulla possibilità di un aiuto francese. Mazzini fu molto scettico circa questa questione; era convinto che l’Italia dovesse lottare da sola per se stessa e per la propria libertà. Il suo era un modo di pensare assai ideologico e quindi non considerò la fondamentale congiunzione internazionale su cui il conte Cavour impostò la sua politica.
Con gli anni ’40 la cultura politica italiana vide una serie di proposte significative sia nel mondo cattolico che nel mondo laico. Nel mondo cattolico abbiamo l’esperienza del neo-guelfismo promulgato dall’abate Gioberti. Il problema dell’Italia stava nel fatto che essa era suddivisa in molti Stati che non volevano rinunciare alla propria autonomia. I neo-guelfi proposero di mantenere la pluralità degli Stati presenti adottando un sistema federale che avrebbe dovuto avere come presidenza onoraria il Papa. Nel mondo laico, con la figura del Cattaneo, un lombardo si ebbe una proposta di tipo federalistico che guardava piuttosto ai cantoni svizzeri. Questa proposta aveva un grande spessore culturale, era aperto all’Europa ma aveva un forte limite nella sua strategia di applicazione. Il movimento, pur proponendo interessanti concetti, non sapeva farsi riconoscere con buone argomentazioni, anche perché il suo uomo più illustre non era un uomo di grande cultura e non poteva permettersi di fare a meno del consenso altrui.
GLI ANNI QUARANTA E LA FIGURA DI PIO IX
Negli anni ’40 un possibile sbocco alla proposta del Gioberti sembrò esserci allorché nel 1846 saliva alla soglia pontificia Pio IX. Prima di questo Papa la Chiesa cattolica era uscita dalla Rivoluzione francese con una maggiore consapevolezza del proprio ruolo e della propria influenza. La Chiesa dopo Napoleone sembrò assumere un valore centrale di riferimento anche a livello politico. In Europa va aprendosi l’Ultramontanismo. Molti influenti europei cominciarono a guardare verso Roma, oltrepassando idealmente la catena delle Alpi attribuendo al Papa competenze sia religiose che politiche. Questa idea era fortemente antimoderna, e del tutto contraria allo spirito dell’illuminismo laico o ateo. In realtà sul piano culturale un Papa che si occupasse anche di politica invero era del tutto inconcepibile.
Quando nel 1846 viene eletto Pio IX per qualche tempo sembrò possibile una conciliazione tra spirito liberale e Chiesa sia perché era stato sconfitto il candidato reazionario sia perché Pio IX, subito dopo la sua elezione, prese dei provvedimenti che a molti parvero di tipo liberale (amnistia, liberazione dei prigionieri politici, un consultorio tra laici e religiosi…).
Il Papa invero era un uomo assai conservatore e prese delle posizioni che solo apparentemente sembrarono avere valore politico, egli era spinto solo da vocazione pastorali. Tutti avevano grandi aspettative su di lui, soprattutto in seguito alla pubblicazione del libro di Gioberti. Persino il laico Mazzini si trovò ad applaudire la spregiudicatezza del Papa.
Nel 1848, quando scoppiò la prima guerra di indipendenza e il nemico comune da battere fu l’Austria l’Italia schierò tutte le sue forze piemontesi assieme ad alcune truppe volontarie di studenti romani ai quali il Papa non aveva impedito la partenza. A Vienna l’atteggiamento lascivo di Pio IX fu considerato dagli austriaci come una presa di posizione in favore dell’Italia: non era giusto che un Papa si schierasse contro una nazione cattolica (a Vienna di rischiò quasi lo scisma). Il Papa, inoltre, aveva contro gran parte della curia del Vaticano che non approvava la sua politica innovatrice.
Il Papa si trovava stretto in questioni più grandi di lui e nell’aprile del 1848, con un’allocuzione, si chiamò fuori dalla guerra. Si riappacificò quindi con la sua curia e l’Austria, ma si tirò contro l’odio di tutti quei democratici e liberali che avevano creduto in lui. La sua posizione fino alla morte, sopraggiunta dopo il 1870, fu difensiva e chiusa. Non volle più rischiare di sbilanciarsi mettendo a rischio l’integrità della chiesa cattolica con le sue decisioni. Per diretta conseguenza a questo atteggiamento remissivo in Italia si scontrarono molte categorie politiche aventi, nei confronti del papato, atteggiamenti divergenti. Basti pensare che il primo re d’Italia fu un re scomunicato e che sopraggiunse una seconda scomunica anche ad Italia ormai unita. Si apre un periodo quindi caratterizzato dai conflitti politici tra laici e cattolici, che nel corso del novecento andrà aggravandosi con la presenza di Mussolini e del comunismo.

IL 1848 E LA REPUBBLICA ROMANA
Nel 1848 in diverse parti d’Europa scoppiano insurrezioni che rovesciarono provvisoriamente il sistema costituito dalla restaurazione. A Vienna Metternich è costretto a fuggire; a Parigi finisce l’epoca di Luigi Filippo d’Orleans e negli anni successivi tornerà un Bonaparte, Luigi Napoleone nipote del condottiero, noto come Napoleone III.
L’Italia del primo 1848 è un Italia in larga parte dominata direttamente o indirettamente dagli austriaci. E’ contro di loro che si ribella la popolazione di Milano nelle celebri “cinque giornate”, premessa storica della decisione del re di Piemonte Carlo Alberto di attraversare il Ticino avviando con ciò la guerra di indipendenza.
Dopo la già citata allocuzione di Papa Pio IX nell’aprile del 1848 contro la possibilità di uno scontro diretto tra forze cattoliche e dopo la conseguente rottura del fronte rivoluzionario, s arrivò ben presto ad un armistizio. In seguito le forze più radicali prendono il sopravvento rimpetto a quelle liberali moderate e a Roma si arriva addirittura alla fondazione di una Repubblica romana guidata da Mazzini e Garibaldi con l’apporto anche di Rosmini. Quest’esperienza segnò definitivamente la fine di ogni rapporto tra Chiesa e liberalismo e pose le premesse per tutta una serie di incomprensioni sfociate nella cosiddetta “questione romana”.
In ogni caso nel 1849 la ripresa della guerra da parte dei Piemontesi viene stroncata sul nascere dall’intervento austriaco, mentre la repubblica romana viene soffocata dall’intervento francese. Garibaldi si rifugiò a Comacchio, dove perse la vita sua moglie Anita dopo di che attraversò gli Appennini e salpò da Massa Carrara. Il re Carlo Alberto era sembrato un giovane re liberale ma invero mirava solamente a rendere il Piemonte una potenza egemonica sul nord d’Italia. Quando vi fu l’occasione per combattere Carlo Alberto si tirò indietro e per la sua codardia fu “rilegato” a guidare un esercito. Ebbe modo di riscattarsi (anche se la sua figura rimase comunque ambigua) prendendo in mano l’esercito nel 1848 e combattendo contro i francesi, guidati da Napoleone III, che si erano schierati come difensori del Papato.
La lotta tra Stato pontificio e Piemonte terminerà solo con la Breccia di Porta Pia (1870).
GLI ANNI 50 E LA FIGURA DI CAVOUR
Negli anni 50 le aspirazioni di unità nazionale vengono affidate non più a Mazzini o al neoguelfismo, ma al Piemonte liberale del conte Cavour. Il Piemonte è l’unico stato italiano a conservare lo Statuto ed è pertanto l’unico ad accettare ancora la forma della monarchia costituzionale. Negli altri stati, invece, si ritornò alla monarchia assoluta.
La figura emergente è senza dubbio quella di Cavour. Pur essendo di origine aristocratica, Cavour si era formato (anche viaggiando molto in Francia e in Inghilterra) secondo modelli liberali borghesi e in questa prospettiva egli si muove soprattutto dal punto di vista politici ed economico. Al governo Cavour sale dopo aver organizzato un famoso connubio con il massimo esponente del centro sinistra presente nella Camera piemontese.
Per capire il senso dell’operazione bisogna però premettere che lo Statuto Albertino nel 1848 (rimasto in vita anche dopo la fine politica di Carlo Alberto) prevedeva larghi poteri nelle mani del re anche se riconosceva ovviamente il principio tipico di ogni monarchia costituzionale e cioè il fatto che il potere del re non fosse assoluto ma limitato dal parlamento ed in particolare dalla Camera eletta da coloro che avevano diritto di voto. Questi ultimi erano peraltro molto pochi, circa il 2% dell’intera popolazione e questo ci dice quanto fosse lungo il percorso per arrivare ad uno stato liberale democratico come oggi possiamo intenderlo. Nella Camera piemontese questo 2%è rappresentato da coloro che potevano pagare un certo numero di tasse. Al suo interno troviamo una parte decisamente reazionaria, poi abbiamo il cosiddetto “partito del re” che trovava in Massimo d’Azelio un liberale moderato, un fondamentale punto di riferimento. C’erano poi i liberali che si riconoscevano in Cavour e che in questo schema si collocavano sul fronte del centro e del centro-destra. Infine abbiamo i rappresentanti del centro-sinistra, più vicini al ceto medio guidati da Rattazzi. Più a sinistra ancora abbiamo figure come Mazzini e Garibaldi.
L’idea del Cavour alla base del connubio è semplice: portare sempre più nel Parlamento, anche rispetto al re Vittorio Emanuele II il potere politico effettivo, creando al tempo stesso una vasta convergenza tra centro-destra e centro-sinistra che potesse isolare gli estremi. L’azione politica di Cavour si muove su più piani ma è segnata sempre dalla volontà di modernizzare il Piemonte con una forte azione riformistica. Da buon liberale, Cavour è convinto osservatore del libero scambio e della concorrenza contro ogni forma di protezionismo, mentre sul fronte dei rapporti tra Stato e Chiesa, Cavour accetta il classico principio della separazione tra piano politico e piano religioso. Con il passare degli anni si convinse anche del fatto che la frattura esistente fra Stato e Chiesa non poteva essere risolta con la spada, ma con accordi.
Per quanto concerne infine la questione dell’indipendenza dallo straniero, Cavour è fortemente convinto dell’esigenza di inserire la “questione italiana” in un quadro internazionale europeo. Ecco allora che si sviluppò nel 1850 un percorso diplomatico che passò attraverso incontri segreti ma anche decisioni clamorose e rischiose come quella di mandare in Crinea, nel 1853, un contingente di bersaglieri. La guerra era nata in seguito alla questione orientale relativa allo sfaldamento dell’impero ottomano. Russia e Francia volevano contendersi quei territori e nel momento in cui lo Zar mosse guerra subito gli inglesi diedero manforte ai francesi ottenendo in seguito la vittoria. Cavour era convinto che qualora gli inglesi avessero vinto e qualora vi fosse stata una seppur minima partecipazione anche dell’Italia, la “questione italiana” avrebbe ottenuto maggiore attenzione. Cavour si tirò contro il parere del Parlamento intero e dell’opinione pubblica, ma riuscì nei suoi intenti e, dopo la conclusione della guerra, fu ascoltato a Parigi al tavolo delle grandi potenze europee.
Nel 1859 iniziò la seconda guerra d’indipendenza dopo che l’anno prima, Cavour aveva stretto un patto segreto con Napoleone III . Questi si era impegnato ad accorrere in soccorso del Piemonte qualora lo stesso fosse stato attaccato dall’Austria. Cavour intraprese una politica assai provocatoria nei confronti degli Asburgo ottenendo la reazione desiderata. A fianco dei francesi i piemontesi combatterono ottenendo importanti vittorie come quelle di San Martino e Solferino. L’accordo prevedeva che, dopo la vittoria, al Piemonte sarebbe andata soltanto l’Italia del nord, mentre la Francia avrebbe avuto la possibilità di influire indirettamente sul resto dell’Italia. Ma dopo le prime vittorie, l’entusiasmo fu tale che gruppi inneggianti all’unificazione con il Piemonte cominciarono a formarsi anche nel centro Italia con il conseguente rovesciamento delle monarchie esistenti (v. Toscana, Romagna…).
A questo punto Napoleone III prese paura ed avviò incontri bilaterali con l’Austria, senza avvisare i piemontesi, per chiudere in fretta la partita senza perdere nulla. Questo incontro avvenne a Villafranca, ma ormai era troppo tardi. I francesi dovettero accontentarsi così di Nizza e della Savoia; d’altra parte si univano al Piemonte i lombardi e, ben presto, dopo plebisciti, Umbria e Marche. Quando sembrava ormai che la questione stesse per concludersi una rivolta scoppiata a Palermo convinse Garibaldi a salpare da Quarto, (Liguria) con due imbarcazioni e un migliaio di uomini armati per liberare l’Isola.
DAL 1861 AL 1876
Con la proclamazione del Regno d’Italia (1861) il problema è quello di unificare stati che per tutti i secoli precedenti avevano avuto molte divergenze politiche, economiche, sociali (v. Piemonte paragonato al regno delle Due Sicilie). E’ significativo per le scelte future che il re Vittorio Emanuele II decidesse di conservare il titolo anche dopo l’unità di’Italia. Ciò ci dà l’idea di come la storia d’Italia dopo il 1861 sia stata definita in termini di piemontizzazione attraverso l’organizzazione di un sistema che comprendeva l’istituzione per prefetto inviato dal centro (la capitale era Torino) e l’allargamento del vincoli statuari a tutto il Paese. In altre parole lo Statuto albertino del 1848 divenne lo statuto di tutto il nuovo regno e viene e viene applicato a regioni assai differenti dal Piemonte (v. Calabria, Puglia, Sicilia…).
Naturalmente rispetto a questo fenomeno di accentramento riscontrato dopo il 1861 si può dire che tale era la divisione tra diverse realtà da sollecitare una forte azione dall’alto. E’ anche vero, però, che nel fare questo si sacrificarono anche le istanze di un moderato regionalismo promosse dalla stessa ala riformista della destra-storica (si pensi ad esempio al Minghetti). Allo stesso modo la destra non seppe ovviare sostanziali riforme agrarie permettendo in questo modo che, come si legge nel Gattopardo, un padrone si sostituisse ad un altro lasciando quasi intatte la sostanza delle idee a cominciare dalla povertà contadina.
Non posiamo tuttavia dimenticare i grandi meriti della destra storica.
Essa trovò al proprio interno uomini di grande spessore morale e civile ma anche di competenza indubbia. Si pensi al esempio a Quintino Sella, ministro delle finanze, avente il grande merito di portare in pareggio il bilancio dello stato proprio nell’anno in cui cadeva l’ultimo governo della destra. Nei rapporti con la Chiesa vi furono sin dall’inizio momenti di incomprensione. Se nel 1861 era nato il regno d’Italia, bisogna aspettare nove anni per vedere Roma riunita al regno dopo che nel 1866 la terza guerra di indipendenza aveva dato al Regno anche il Veneto, grazie alla vittoria conseguita dagli alati prussiani sugli austriaci e nonostante la sconfitta subita dagli italiani dia per mare (a Lissa) sia sulla terra (a Custozza)
Nel 1870 è sempre grazie alla Prussia, in guerra con la Francia e vittoriosa a Sedàn, con conseguente nascita del II Reicht bismarkiano, che gli italiani possono entrare in Roma attraverso la breccia di Porta Pia lasciata sguarnita dai francesi, fino a quel momento difensori del Papa. Pio IX si ritirò in Vaticano considerandosi prigioniero politico dell’Italia e la cosiddetta “legge delle Guarentigie” che tentava un accordo tra Stato e Chiesa, concedendo al Papa un somma di denaro riparatrice, piena giurisdizione su un certo territorio (Vaticano, Castel Gandolfo…) una rappresentanza riconosciuta nell’ambito religioso, non trovò accoglienza presso un Papa sempre più convinto dei mali apportati dal liberalismo e, più in generale, dal mondo moderno. Tali mali erano già stati esposti nella celebre Sillaba del 1864, una raccolta di 80 proposizioni poste alla fine della enciclica “Quanta cura”. Iniziava così la lacerante “questione romana” che assieme alla “questione meridionale” rappresenterà un’ autentica croce non solo per i governi della destra storica, ma anche per quelli della sinistra storica (1876-1914).
Tale questione si concluderà formalmente con il concordato del 1929 stipulato tra il cardinale Gasparini e Benito Mussolini. Ma noi sappiamo che un simile accordo stipulato sotto una dittatura non avrebbe risolto il problema del rapporto tra laici e cattolici italiani, così come la guerra fredda del secondo dopoguerra non l’aiutò a trovare una nuova, meno ideologica, impostazione. Cosi che si può ben dire che solo con la caduta del muro nel 1989, con tutto ciò che ne comporta, il confronto tra Chiesa e Stato in Italia ha cominciato a trovare un terreno di confronto più libero dagli opposti eccessi di clericalismo e laicismo.

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