Crollo del comunismo

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IL CROLLO DEL COMUNISMO

Movimenti nell’Est europeo: la fine del comunismo in Polonia
Dopo la fine della seconda guerra mondiale, l’umanità si era abituata ad un Occidente liberale, un Est europeo sotto il controllo di Mosca e un Terzo Mondo arretrato. Ma dal 1989 è cambiato tutto: infatti, in meno di due anni scomparivano la logica della guerra fredda e la divisione del mondo in due opposte sfere d’ influenza (bipolarismo). Due furono infatti gli avvenimenti che contribuirono a questa svolta epocale nella nostra storia: la fine del comunismo in Polonia e le riforme di Gorbacev nell’URSS.
In Polonia dopo la notizia dell’elezione al soglio pontificio di Giovanni Paolo II, un cardinale polacco, i polacchi furono incoraggiati; a Danzica gli operai dei cantieri navali scioperarono guidati da un loro compagno, Lech Walesa, riuscirono ad ottenere alcune concessioni dal governo, tra cui la fondazione di un sindacato autonomo, Solidarnosc (= solidarietà); nel 1981 sembrò tutto finito per un colpo di Stato, ma il governo fu costretto a concedere libere elezioni e a riconoscere la vittoria del neo-partito.
Nuove evoluzioni storiche: la caduta del muro di Berlino
Nel mentre anche in Ungheria e nella Repubblica Democratica Tedesca il comunismo cessava di esistere.
Nella prima si attuò un vero e proprio processo di democratizzazione, per cui si formò una Repubblica d’Ungheria.
Nella seconda, intanto, c’erano analoghi movimenti: infatti, nell’agosto dell’89 ci furono moti popolari che rivendicarono la libertà di stampa, di opinione, il pluralismo dei partiti e una riforma del sistema elettorale.
Ma, nonostante ciò, il 9 novembre 1989 la situazione precipitò e la folla cominciò ad aprire varchi nel muro di Berlino.
Di lì a poco, identici movimenti scuotevano la Cecoslovacchia, la Romania, la Bulgaria e l’Albania.
Il segno più evidente dell’inizio di una fase storica nuova fu la riunificazione delle due Germanie: e così Berlino ritornava ad essere la capitale e Bonn rimaneva la sede del Consiglio Federale.
Il crollo dell’URSS
A favorire un mutamento nell’Est europeo fu la situazione interna dell’URSS. Infatti, dal 1985 al vertice della gerarchia sovietica c’era Mikhail Gorbacev, che sentì il bisogno di riforme, quali la perestroika (=ristrutturazione) e la glasnost (=trasparenza).
In politica interna ci furono:
- limitazione del partito comunista;
- liberalizzazione dell’informazione e della cultura, che permise la fioritura di partiti e di opposizioni.
In politica internazionale vi furono:
- il ritiro delle truppe in Afghanistan;
- la sospensione degli esperimenti atomici e la riduzione del 50 % degli arsenali nucleari;
- la distensione religiosa.
In campo economico, Gorbacev fallì perché il suo “socialismo aperto” non riuscì a decollare.
Nei negozi intanto cominciavano a mancare generi alimentari di prima necessità e la povertà si diffondeva a macchia d’olio. Perciò al posto di Gorbacev, nelle elezioni del 13 giugno 1991, salì al potere Boris Eltsin.
Tuttavia i problemi persistevano e si rimpiangeva la vecchia URSS: proprio per questo ci fu un inaspettato colpo di stato che però non fu portato a termine per la mancanza di determinazione da parte dei golpisti.
Però il colpo di stato mise in evidenza che nell’Unione Sovietica non c’era più un centro di attrazione politico e ideologico. Ecco perché al progetto di Gorbacev fu preferito quello di Eltsin, che prevedeva di dare il ben servito alla vecchia URSS per dare vita ad un insieme di stati pienamente indipendenti. L’8 dicembre Boris Eltsin e i presidenti di Ucraina e Bielorussia gettavano le basi nella città di Minsk per una Comunità di Stati Indipendenti (CSI). Pochi giorni dopo anche le cinque repubbliche asiatiche ( Kazakistan, Kirghizistan, Uzbekistan, Turkmenistan e Tagikistan) e l’Armenia firmavano ad Alma-Ata, capitale del Kazakistan, un comune documento confederativo: questo segnava la fine dell’URSS, che finiva ufficialmente il suo ciclo storico il 25 dicembre 1991.
Nella Federazione Russa, composta da 88 entità territoriali diverse, Eltsin faceva molte riforme: infatti egli voleva aprire la strada alle privatizzazioni e al libero mercato, cosa che non funzionò poiché non applicata con la dovuta gradualità, e perciò si diffuse di nuovo la povertà tra la gente.
Dalla Comunità Economica Europea (CEE) all’Unione Europea (UE)
In Europa a partire dal secondo dopoguerra si erano fatti progressi nell’ambito delle istituzioni comunitarie: infatti, sei Stati, quali l’Italia, la Francia, il Belgio, l’Olanda, il Lussemburgo e la Repubblica Federale Tedesca, avevano sottoscritto a Roma l’accordo per la formazione della Comunità Economica Europea (CEE) o Mercato Comune Europeo (MEC).
Altri importanti passi furono compiuti perché nella CEE entrarono anche:
- Gran Bretagna, Irlanda e Danimarca (1973), Grecia (1981), Portogallo e Spagna (1986), Austria, Svezia e Finlandia (1995).
Quindi i Paesi membri diventarono 15.
L’importante unità economica raggiunta fece pensare che l’Europa poteva unirsi e poteva formare una confederazione, sul modello di quelle già esistenti. Perciò si procedette all’elezione a suffragio universale del primo Parlamento europeo. Poi, il 7 febbraio 1992 a Maastricht (Olanda) venne firmato un trattato che fece nascere l’Unione Europea (UE) in senso anche politico. Nel 2004 sono poi entrati: Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria, Slovenia, Malta e Cipro.

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