Araldica & Blasonatura

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Testo

ARALDICA

L'araldica è la scienza del blasone, cioè lo studio degli stemmi (detti anche armi, donde il sinonimo "Aspilogia"). In altre parole è quel settore del sapere che ha lo scopo di individuare, riconoscere, descrivere e catalogare gli elementi grafici utilizzati, nel loro insieme, per identificare in modo certo una persona, una famiglia, un gruppo di persone o una istituzione.

Non rientrano tra gli oggetti di studio dell'araldica le bandiere ed i loghi di natura commerciale o industriale: le prime perché ad esse l'araldica fornisce solo la giustificazione storica e la base concettuale di costruzione, ma poi le abbandona al momento in cui esse vengono rigidamente regolamentate da leggi e decreti che riguardano la loro esatta riproduzione e dimensione; i secondi perché si tratta di espressioni grafiche assolutamente rigide, immutabili e "congelate" nell'unica forma ammessa.

Per chiarire meglio il concetto basti pensare, nel primo caso, alle discussioni sorte al momento della definizione delle esatte tonalità di colore della bandiera italiana, mentre in araldica il termine "verde" indica genericamente qualunque tono di colore che rientri nella definizione di "verde", escludendo quindi il "verde oliva" o il "verde marcio" ma senza specificare il codice Pantone da utilizzare.

Nel secondo caso si immagini a cosa succederebbe se un grafico che non lo conosce dovesse riprodurre il logo della Coca Cola basandosi esclusivamente su una descrizione orale ridotta all'essenziale; il suo disegno sarebbe scambiato per una volgare imitazione e sicuramente scartato dall'insieme dei segni grafici impiegabili per identificare la ditta.

L'araldica invece vuole dare la possibilità a qualunque disegnatore, quale che sia il suo stile o l'epoca e il luogo in cui vive, di produrre un oggetto grafico – il cosiddetto "stemma" – che contenga tutte le informazioni essenziali per corrispondere senza alcun errore alla stringata descrizione dello stemma – definita "blasone". Se il disegno è stato fatto secondo le regole araldiche, chiunque conosca tali regole è in grado di ricostruire la esatta descrizione semplicemente guardando il disegno.

L'araldica si è sviluppata nel Medio Evo in tutta l'Europa come un sistema coerente di identificazione non solo delle persone, ma anche delle linee di discendenza (in quanto il blasone poteva essere trasmesso in eredità ed esprimere il grado di parentela), il che la rende malgrado tutto un sistema unico nel suo tempo.

Apparsa nel XII secolo con la nascita dei tornei ed utilizzata dai membri dell'aristocrazia o nobiltà e del clero, si diffuse a poco a poco in tutta la società occidentale.

La blasonatura
Se lo scudo accompagnato dai suoi ornamenti, è la rappresentazione grafica dello stemma, la blasonatura ne è la rappresentazione verbale.

Nata dalla pratica dei tornei, dagli araldi (che daranno il loro nome all'araldica) e dalla necessità di costituire degli annuari affidabili (gli stemmari) con la doppia funzione di raccolta di identità e di deposito di elementi esclusivi, in un'epoca in cui l'illustrazione, soprattutto a colori, è una impresa di grande impegno, la blasonatura si sviluppa in un vero linguaggio, con vocabolario e sintassi, sorprendente per rigore e precisione, che permette di descrivere rapidamente e senza ambiguità i blasoni più complessi.

Poiché l'identificazione araldica si è limitata per molto tempo ai soli elementi rappresentati sullo scudo, la blasonatura si riduce spesso a descrivere solo questo. Gli ornamenti sono diventati importanti solo più tardi, e la blasonatura completa ha avuto il compito di integrarli.

Questa impostazione concettuale deriva dalla origine stessa dell'araldica, il cui nome deriva evidentemente da "araldo", cioè da colui che aveva il compito di riconoscere a distanza i cavalieri coperti da armature metalliche, che nascondevano anche il viso, basandosi esclusivamente sui colori e sui disegni presenti sul loro scudo, sulla gualdrappa dei loro cavalli o sugli stendardi che innalzavano.

La possibilità di riconoscere il sempre crescente numero dei segni distintivi individuali – i già citati "stemmi" – non poteva basarsi sulla disponibilità di costosi e voluminosi stemmari, ma si fondava sulla composizione e divulgazione di descrizioni che fossero costituite dal minimo numero possibile di parole pur mantenendo l'univocità di individuazione. I vari araldi si scambiavano, quindi, le descrizioni – la "blasonatura" – ricorrendo tutti ad uno stesso insieme di regole capaci di fornire loro il linguaggio comune. Questo è anche il motivo per cui l'araldica è spesso definita come l'"arte del blasone".

Nei paesi e nelle epoche in cui lo stemma ha, o ha avuto, un effettivo valore di elemento univoco di riconoscimento delle persone o delle istituzioni, la concessione di uno stemma e la stesura della relativa blasonatura sono affidate ad organi aventi valore legale e garantiti dallo stato, allo stesso modo in cui sono garantiti dallo stato i nomi e cognomi che hanno, per tutti, lo stesso valore univoco di riconoscimento. Nell'Italia attuale, ad esempio, lo stato non garantisce più il sistema araldico individuale e familiare – in quanto lo si ritenne direttamente connesso con la nobiltà che era stata abolita con la costituzione repubblicana – ma continua a garantire, con un apposito ufficio della Presidenza del Consiglio, l'araldica delle istituzioni civili e militari cui è stato concesso uno stemma.

Creazione ed evoluzione del blasone
La creazione dei blasoni benché lasciata all'iniziativa dei loro futuri possessori, si è visto fin dall'inizio, si fornì di regole più o meno stringenti, con lo scopo di rendere l'identificazione efficace: lettura resa facile dall'impiego di colori netti che spiccano gli uni sugli altri, motivi di grande dimensione dai contorni semplificati e facilmente riconoscibili, e soprattutto unicità degli stemmi (spesso non rispettata – per ignoranza più che per volontà di plagio).

Questo desiderio di identità si esprime anche nell'utilizzazione di simboli, ricordi di fatti notevoli o traduzione di tratti caratteristici legati al possessore (armi alludenti), o anche rappresentazione del patronimico, senza esitare davanti all'approssimazione, perfino il gioco di parole (armi parlanti) (cfr. a fianco il «rebus» che costituiscono le armi di La Tour du Pin, comune dell'Isère).

Ma il blasone non è statico e può evolvere in funzione:

di una alleanza, quando i blasoni degli alleati si riuniscono per formarne uno solo, unione codificata da regole che specificano il tipo di unione (vedi sotto «partizione») ;
di una eredità, che talvolta impone all'erede una modifica (una brisura) del blasone originale in funzione del grado di parentela;
di una distinzione onorifica accordata da un signore feudale, che dà ad un vassallo il diritto di aggiungere sul suo blasone un elemento distintivo tratto dal proprio (un aumento) ;
o anche scomparire ed essere rimpiazzato da un blasone di sostituzione, quando il blasone originale è stato «disonorato» da una azione poco onorevole del suo possessore … o di un antenato del possessore ! (vedere Leone, leone codardo, immaschito vilené etc.).

Libertà del disegno araldico
L'araldica riconduce tutte le espressioni grafiche che studia, alla struttura fondamentale dello "stemma" che si assume essere la rappresentazione dello scudo utilizzato dai cavalieri medievali. Questo è il motivo per cui in araldica la forma dello scudo è irrilevante ai fini della blasonatura, in quanto lo stemma è sempre lo stesso a prescindere dal tipo di scudo su cui veniva disegnato. Allo stesso modo l'araldica riconosce i colori solo nella loro essenza di colore astratto e non nella singola tonalità che può essere in realtà utilizzata nei vari casi. Ugualmente, infine, non è importante il modo in cui viene disegnata una figura araldica, quale ad esempio un leone, ma la posizione o gli elementi particolari utilizzati come mezzi di identificazione.

Se si parla semplicemente di un leone, quindi, si vuole descrivere un leone rappresentato in posizione rampante, rivolto verso la sinistra dell'osservatore – la destra dello scudo –, con tutte e quattro le zampe visibili e in cui si possano distinguere la lingua, gli artigli delle zampe e la coda. Chiunque può disegnare il leone che vuole, purché rispetti le poche regole suindicate: quello sarà sicuramente un "leone" araldico e come tale sarà citato nella blasonatura e sarà riconosciuto da tutti.

Le varianti realmente significative sono allora quelle che in qualche punto modificano la figura originale; si parlerà di "leone rivoltato" per dire che è rivolto verso la destra dell'osservatore, di "leone lampassato di rosso" per quello che ha la lingua colorata in rosso, di "leone armato d'oro" per quello che ha gli artigli colorati d'oro, di "leone coronato" per quello la cui testa è sovrastata da una corona, di "leone passante" per quello che è rappresentato in posizione di cammino e non rampante, di "leone bicipite" per quello a due teste (rivolte solitamente in direzione opposta).

Ecco quindi che la estrema libertà nella rappresentazione grafica viene ad essere strettamente correlata ad una estrema rigidità nel linguaggio utilizzato per la blasonatura; ogni parola del linguaggio ha un suo ben preciso ed esclusivo significato e, per contro, è l'unica che può essere impiegata per descrivere quel particolare elemento grafico.

Altro elemento caratteristico del linguaggio araldico è la irrilevanza delle misure (ogni stemma può essere rappresentato delle dimensioni desiderate) rispetto alla grande importanza delle proporzioni, che sono l'unico mezzo capace di distinguere tra loro elementi che sarebbe altrimenti identici. Una striscia che attraversi orizzontalmente uno scudo viene descritta con parole diverse a seconda delle sue proporzioni rispetto allo scudo stesso: sarà una "fascia" se è alta un terzo dello scudo, una "divisa" se diminuita di un terzo, una "burella" se ulteriormente diminuita fino a consentirne la presenza di 6 o 8 esemplari, e così via.

Le componenti dello stemma
Uno stemma ha due componenti: il campo e le figure. Il primo rappresenta lo scudo e può essere di un unico colore (scudo pieno) oppure ripartito in aree distinte, le cosiddette "partizioni", di colore diverso. Le seconde sono tutte quelle forme che possono essere disegnate sul campo, in uno o in più esemplari; le figure araldiche, a loro volta, si possono distinguere in "figure" – immagini reali o inventate di persone, animali, oggetti, etc. – e "pezze" – forme geometriche elementari o complesse che non vanno confuse con quelle che compaiono come componenti del campo –.

Lo scudo
Lo scudo antico, a tre lati, (non rappresentato qui a fianco) era disegnato ritto non sulla punta secondo il modo classico, ma appoggiato sul suo lato destro (all'antica);
uno degli scudi italiani, ovale, era portato dagli ecclesiastici e in Francia dalle donne maritate;
l'incavatura dello scudo tedesco permetteva di sostenere la lancia.

Organizzazione dello scudo
Per potersi inquadrare sullo scudo, questo è stato diviso in 9 zone dette punti dello scudo. Questi punti sono identificati da nomi, che variano di poco secondo gli autori, eccezion fatta per il “punto centrale” detto anche “cuore” o “abisso”.

Due altri punti, citati da tutti, sono il “punto d'onore” e l' “ombelico”. Ma se per alcuni, si tratta di un'area equivalente ai primi, posta a cavallo di 2 zone, per altri, di tratta di punti in senso geometrico, situati al centro delle frontiere.

Colori
Tutti gli elementi che compongono il blasone hanno un attributo di colore. Si tratta di colori simbolici : così il colore gueule è rappresentato da un rosso, che si tratti di vermiglio, scarlatto, carminio o altro, e le pellicce sono di fatto delle composizioni bicolori.

Questi colori sono divisi in tre gruppi : i metalli, gli smalti e le pellicce (o fodere). Occorre notare che alcuni autori utilizzano i termini colore e smalto invertendoli tra loro.

I colori sono oggetto di una importante regola araldica detta «regola di contrasto dei colori».

Partizioni
Lo scudo può essere diviso in più parti uguali, secondo linee semplici.
Si chiamano partizioni i diversi modi di dividere lo scudo.

L'origine sarebbe il segno lasciato dai colpi ricevuti sullo scudo al momento dello scontro (Le 4 partizioni di base - 1: partito, 2: troncato, 3: trinciato e 4: tagliato,- sono talvolta definite : «i 4 colpi guerrieri» - benché questi nomi non corrispondano al vocabolario della scherma medievale).

Queste partizioni di base si combinano all'infinito, vedi la pagina partizione araldica

In effetti ogni elemento si comporta come uno scudo a parte (e dunque può essere partizionato a sua volta), il che fa sì che spesso si comprendono meglio le partizioni come una unione di più scudi in uno solo, piuttosto che come la esplosione di uno solo in molti altri.
Gli elementi creati da una partizione sono di dimensioni uguali, ma non hanno lo stesso « prestigio » : sono gerarchizzati secondo la loro posizione: il prestigio diminuisce dall'alto verso il basso, e da destra verso sinistra, e la blasonatura si fa secondo questa gerarchia.

Un uso molto frequente delle partizione è quello di tradurre araldicamente unioni di ogni natura: matrimoni, annessione di feudi, e così via.

Così l'unione a due si farà spesso con un partito (che ha l'effetto di comprimere in larghezza le figure e di sottolineare la preminenza del destro — su cui si possono fare ricerche) o ancora molto spesso con un inquartato (che non deforma lo scudo originale, e che rappresenta una unione più paritaria: il quarto più prestigioso e quello meno prestigioso per uno, i due intermedi per l'altro)

Blasonatura: l'uno: d'azzurro alla croce ansata d'oro, l'altro: d'oro alla chimera di verde capelluta di rosso (gueules) ;
produce: partito, d'azzurro alla croce ... e d'oro alla chimera ... ; e: inquartato, nel 1o e nel 4o, d'azzurro alla croce ... e nel 2o e nel 3o, d'oro alla chimera ...
(la nozione "più egalitaria" è debole: la blasonatura è quasi identica ...)

La partizione può naturalmente essere solo un elemento nella « redazione » del blasone, come in quello di La tour du Pin, in cui il partito serve solo a delimitare i due scomparti del «rebus» (Vedi l'illustrazione precedente).

Le partizioni costituite da numerosi elementi, come lo scaccato o il rombeggiato o altre ripartizioni, evidenziano più una preoccupazione decorativa, e hanno una funzione simile a quella di una pelliccia che copre l'intero campo.

Carichi
Pochi scudi sono di colore uniforme (anticamente «pieno»), la maggior parte sono ornati («caricati») da disegni («carichi») il cui fine tecnico principale è quello di rendere distinguibili univocamente le armi.

Ai motivi geometrici elementari dell'inizio (che hanno costituito il gruppo delle «pezze onorevoli» , con posizione sul campo e dimensione convenzionali), si sono venute ad aggiungere una infinità di figure di ogni sorta : forme geometriche pure, tra cui le pezze ordinarie (o di second'ordine), esseri viventi animali o vegetali, reali o fantastici, oggetti artificiali o naturali.

Il disegno dei carichi è sempre molto stilizzato, talvolta in modo estremo, senza effetti di tridimensionalità o di chiaroscuro (colore a tinta piatta, talvolta con i contorni evidenziati da una linea).

I carichi sono di un solo colore. Ma può succedere che alcuni elementi di un carico complesso siano di un colore differente (ad esempio: un leone rosso con le unghie nere), in questo caso occorre precisarlo con un termine appropriato (leone di rosso armato di nero)

A differenza delle partizioni (che delimitano delle zone allo stesso livello) i carichi si pongono sul campo o su un altro carico (ecco perché caricano) andando a costituire uno spessore (nelle rappresentazioni accurate, questo spessore è evidenziato da un'ombra prodotta sul campo che carica, con la luce che convenzionalmente proviene dal davanti in alto e a destra – convenzione di luce che si ritrova nel disegno architettonico – vedere a fronte l'ombra della croce sul campo).

I carichi possono essere partizionati se sono di grandezza sufficiente e possono essere ornati da altri carichi. (a fronte una croce partizionata: gheronata d'oro e di nero).

Fra i carichi più rappresentati, oltre le pezze onorevoli, si trovano la croce, il leone, l'aquila, il giglio.

Il numero praticamente infinito dei carichi ha spinto un gran numero di studiosi di araldica a proporre delle classificazioni. Attualmente non vi è l'unanimità su nessuna di esse. Poiché queste classificazioni non intervengono nella blasonatura, esse rivestono un interesse essenzialmente teorico.

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