Antica roma

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Storia di Roma antica

capitale e cuore di uno dei più grandi imperi dell'antichità, estesosi, dal nucleo originario della città, a tutto il bacino del Mare Mediterraneo fino a raggiungere a est la Mesopotamia e a ovest la Britannia.

STORIA
Fondata secondo una tradizione comunemente accettata dagli storici latini nel 754-53 a.C. per opera di Romolo e Remo, discendenti dall'eroe troiano Enea, Roma sorse dall'unione di più comunità costituitesi tra il X e l'VIII sec. a.C. e partecipanti alla lega religiosa latina, che aveva il suo centro nel santuario di Giove Laziale. Su questo periodo ed i sette re della città antica abbiamo notizie leggendarie, dalle quali si può arguire che Roma, vinta la rivale Alba Longa e ottenuta la supremazia sulle città laziali, fu a sua volta sottoposta alla dominazione etrusca (regni di Tarquinio Prisco, Servio Tullio e Tarquinio il Superbo). L'antica divisione del patriziato nelle tribù dei Ramnenses, dei Titienses e dei Luceres fu modificata, secondo la tradizione, da Servio Tullio, che ripartì tutta la popolazione, compresi i plebei, in cinque classi ed istituì i comizi centuriati. Alla reazione del patriziato sarebbero dovute la caduta della monarchia e la costituzione di una repubblica patrizia (510), governata da due consoli elettivi

█ La fine della monarchia coincise con la crisi della potenza etrusca e con l'indebolimento della stessa Roma nei confronti delle popolazioni latine che erano riuscite a rendersi indipendenti dagli Etruschi. Lo stato di tensione tra Roma e la federazione latina ebbe termine, secondo la tradizione, nel 493 col foedus Cassianum. Successivamente Roma lottò contro l'etrusca Veio, vinta (396) dal dittatore M. Furio Camillo. Dopo l'invasione dei Galli (inizio del IV sec.), Etruschi, Equi ed Ernici minacciarono di nuovo la città, ma furono sconfitti dopo quasi 40 anni di guerre, al termine delle quali Roma riaffermò la propria egemonia sul Lazio. Alla pressione dei nemici esterni si accompagnarono per tutto questo periodo le lotte intestine tra patrizi e plebei, miranti, questi ultimi, a conquistare la garanzia di una legislazione scritta. La secessione plebea, avvenuta nel 494, avrebbe portato alla costituzione dei tribuni della plebe, cui sarebbe seguita la stesura delle Leggi delle XII Tavole. I contrasti tra le due classi continuarono però per tutto il V e il IV sec., durante i quali i plebei ottennero l'accesso al senato, alla dittatura, alla censura e alla pretura, nonché ai collegi degli auguri e dei pontefici. Grazie alle leggi Licinie-Sestie (336) anche il consolato cessò di essere appannaggio esclusivo dei patrizi. Gli inizi della repubblica videro la conquista dell'Italia meridionale e insulare, dapprima ostacolata dalla popolazione campana dei Sanniti, contro la quale vennero condotte tre guerre (343-290), terminate con la vittoria di Roma, che estendeva così i propri territori fino alla Lucania. Nel 284, approfittando di un attacco dei Galli Senoni contro Arezzo, i Romani invasero il loro territorio e lo conquistarono. Nel 272, dopo una guerra in cui Roma aveva dovuto subire pesanti sconfitte a opera di Pirro, re dell'Epiro, anche Taranto fu sottomessa. La stessa sorte toccò poco dopo a Reggio e alle popolazioni dei Bruzzii, dei Lucani, dei Piceni, degli Umbri e degli Iapigi, che furono incorporate nella federazione romano-italica. Alla fine del III sec. i domini romani si estendevano fino alla Sicilia, parzialmente controllata da Cartagine. I precedenti rapporti di amicizia tra le due città entrarono in crisi e nel 264 scoppiò tra le antiche alleate la I guerra punica, terminata nel 241 con la sconfitta cartaginese e la trasformazione della Sicilia in provincia romana. La città sconfitta cercò nella penisola iberica un compenso alla perdita della Sicilia; la conquista da parte cartaginese di Sagunto, alleata di Roma, dava inizio alla II guerra punica (218-202). Sconfitti i Cartaginesi a Zama (202), Roma, divenuta ormai potenza mediterranea, affrontò la Macedonia, che rappresentava una temibile minaccia per i domini illirici, acquisiti nel corso del III sec. Alla fine (168 a.C.) delle guerre macedoniche, cui si erano intrecciate quelle contro il regno siriano di Antioco, la Macedonia divenne una provincia romana (146 a.C.), cui, nello stesso anno, venne annessa la Grecia. Contemporanea alla ribellione greca fu la III guerra punica, vinta nel 146 e seguita dalla distruzione di Cartagine. Al sorgere del I sec. i territori romani comprendevano, oltre all'Italia, alla Gallia Cisalpina, all'Istria e alla Dalmazia, le province di Sicilia, Sardegna-Corsica, Spagna Citeriore e Ulteriore, Macedonia, Africa e Asia

█ Sul piano interno intanto l'impoverimento dei contadini e la conseguente disponibilità di terreni a basso prezzo permisero il costituirsi di un'economia basata sul latifondo, favorita anche dall'accresciuto numero degli schiavi, frutto delle conquiste militari. Alla fine delle grandi guerre mediterranee i contrasti all'interno dello Stato romano si svilupparono attraverso le due questioni-chiave della riforma agraria e del diritto di cittadinanza, quest'ultima portata avanti dagli alleati italici privi della cittadinanza romana e perciò esclusi dalla spartizione del bottino di guerra. Una nuova classe sociale (equites o cavalieri), essenzialmente costituita da mercanti e appaltatori, si era intanto affacciata alla vita pubblica romana. Per conquistare anche un potere politico cercò alleanze con la plebe, che si batteva per la riforma agraria. Un tentativo in questa direzione fu perseguito da Tiberio Gracco, eletto tribuno nel 133. Il suo progetto di legge, che prevedeva la limitazione della proprietà terriera e la ridistribuzione dell'ager publicus, incontrò l'opposizione dell'aristocrazia senatoria e Tiberio, ripresentatosi candidato alle elezioni tribunizie del 123, fu assassinato con 330 suoi partigiani nel corso di un tumulto. Nello stesso anno fu eletto tribuno suo fratello Gaio Gracco, che cercò alleati alla causa della riforma fra i cavalieri e i provinciali, cadendo anch'egli ucciso nel 121. La vittoria aristocratica fu però di breve durata. Le guerre contro Giugurta (111-105) e contro i Cimbri e i Teutoni (102-101) avevano portato all'ascesa del democratico Gaio Mario, che ne era stato il vincitore. Nel 104, forte della rielezione al consolato, Mario portò a termine la riforma dell'esercito, trasformandolo da milizia cittadina in esercito professionale stipendiato e partecipe del bottino di guerra. Da allora le armate romane divennero lo strumento di potere dei loro generali, accelerando così il processo di dissoluzione delle istituzioni repubblicane. Tra il 90 e l'88 gli Italici, riuniti in una confederazione, si ribellarono a Roma, che, nonostante la vittoria ottenuta dal giovane generale Silla, dovette concedere loro il diritto di cittadinanza. Tuttavia il senato riuscì a prevalere ancora una volta sulle forze democratiche e Mario fu costretto all'esilio (88). Tornato a Roma, grazie all'assenza di Silla, impegnato nella guerra mitridatica, Mario s'impadronì del potere (87), ma morì poco dopo (86). Al ritorno di Silla i seguaci di Mario furono sconfitti (83) e la parte popolare fu stroncata dalle ferocissime repressioni (proscrizioni). Dichiarato dittatore nell'82, Silla mantenne esteriormente il sistema repubblicano, ma promosse una serie di riforme che restaurarono il potere aristocratico ai danni dei cavalieri e della plebe. Ritiratosi spontaneamente a vita privata (79), Silla morì quando era già in atto la rivolta di Sertorio, seguace di Mario, che aveva creato in Spagna uno Stato indipendente da Roma. Vincitore di Sertorio (72) fu Pompeo, di parte aristocratica, ma deciso a conquistarsi all'interno della repubblica un solido potere personale. Console con Crasso (70), dopo aver domato anche la rivolta degli schiavi di Spartaco, svolse una politica di equilibrio fra senato e democratici, abolendo di fatto le riforme di Silla. Durante questi eventi una nuova personalità era emersa nella vita politica romana: quella di Cesare, il cui genio politico seppe utilizzare le spinte che provenivano dalle forze ostili al senato per trasformare lo Stato. Conclusa nel 60 un'alleanza strettamente personale con Crasso e Pompeo (I triumvirato), Cesare ottenne così il consolato (59) e il comando militare per 5 anni in Italia settentrionale e in Gallia, dove riuscì a crearsi una fortissima base di potere. La morte di Crasso, avvenuta nella battaglia di Carre (53), mise in crisi il patto. I disordini provocati in Roma da Clodio, avventuriero aristocratico, militante fra i popolari, indussero il senato ad affidare a Pompeo la difesa della repubblica e a ordinare a Cesare di lasciare l'esercito. Dichiarato, a causa del suo rifiuto, nemico della patria, Cesare scese in Italia con una legione mentre Pompeo e il senato fuggivano in Grecia. Vinto l'avversario a Farsalo (48) e distrutte nel giro di pochi anni (47-45) le forze pompeiane, Cesare, ormai padrone incontrastato di Roma, tornò in patria. Nominato dittatore a vita, pur rispettando formalmente l'autorità del senato, egli avocò a sé una serie di poteri che gli permisero di riformare completamente l'amministrazione dello Stato e l'organizzazione delle province: nei territori acquistati furono distribuite terre ai veterani e stabilite numerosissime colonie militari, mentre il senato veniva aperto ai provinciali

█ Il passaggio dalla repubblica all'impero fu caratterizzato dalle guerre scoppiate, dopo l'assassinio di Cesare (44), tra i repubblicani e i cesariani e in seguito tra Antonio e Ottaviano. Antonio, antico luogotenente di Cesare, sconfitti Bruto e Cassio in Italia e costrettili a riparare in Oriente, strinse con Ottaviano, figlio adottivo ed erede del defunto dittatore, un'alleanza cui partecipava anche Lepido. Questo II triumvirato (43) ebbe, a differenza del primo, carattere pubblico e fu ratificato e istituzionalizzato dal senato. La battaglia di Filippi (42), vinta da Antonio e Ottaviano, segnò la definitiva sconfitta dei repubblicani. Antonio, stabilitosi ad Alessandria e divenuto l'amante della regina Cleopatra, dopo una campagna vittoriosa sui Parti in Armenia donò a Cleopatra la Siria. Ottaviano, presentatosi come il tutore dell'unità dell'impero, a nome della repubblica dichiarò guerra a Cleopatra e vinse ad Azio (31) la flotta dei due rivali, che si uccisero. Ottaviano (cui il senato nel 27 attribuì il titolo di Augusto), rimasto padrone dell'impero romano, ne iniziò la riorganizzazione su basi monarchiche. La sua politica interna mirò essenzialmente a mantenere la priorità dell'elemento romano-latino entro l'impero e a rafforzare l'autorità del senato rispetto a quella delle altre magistrature. La sicurezza delle province al confine fu garantita da eserciti posti sotto il comando diretto di Augusto. La sconfitta delle legioni di Varo a opera dei Cheruschi di Arminio (9 d.C.) convinse l'imperatore a desistere dal disegno di sottomettere i Germani e da allora il Reno segnò il confine romano nell'Europa orientale. Alla morte di Augusto, il figliastro Tiberio, da lui precedentemente designato, fu riconosciuto dal senato quale suo successore. Malgrado le sue grandi qualità di politico e di amministratore egli passò alla storia come un tiranno. La politica estera dell'imperatore seguì le linee già tracciate da Augusto: le spedizioni di Germanico oltre il Reno e in Oriente mirarono soprattutto a rendere più stabili i confini e non si verificarono guerre di espansione. Morto Tiberio nel 37 d.C., gli succedette Caligola, durante il cui regno si cominciarono a tributare onori divini alla figura dell'imperatore. Il successore Claudio (41-54) rafforzò l'apparato burocratico dell'impero, con grande vantaggio delle province, che furono completamente sottratte agli arbitri e alle rapine dei superstiti magistrati repubblicani. L'ulteriore centralizzazione delle funzioni amministrative aumentò il potere della classe dei liberti, che forniva quasi tutti i funzionari imperiali, a scapito del senato. Durante il regno di Claudio fu ripresa la politica espansionistica romana, culminata nella conquista della Britannia. Con Nerone (54-68), il cui regno, iniziato sotto favorevoli auspici, si concluse, per le stravaganze e i crimini dell'imperatore, con la rivolta degli eserciti romani, si rafforzarono le tendenze ellenizzanti e orientaleggianti già presenti nella monarchia romana. Vespasiano (69-79), succeduto a Galba, Otone, Vitellio, i tre imperatori che si contesero il potere dopo la fine di Nerone, fu il primo della dinastia dei Flavii, rimasta sul trono fino al 96. La sua attività mirò principalmente a risollevare le finanze dello Stato dalla disastrosa situazione in cui le avevano lasciate i suoi predecessori. Tito, figlio di Vespasiano, regnò dal 79 all'81, anno in cui si spense per malattia. Gli succedette il fratello Domiziano (81-96), acclamato imperatore dei pretoriani, che dovette lottare contro l'aristocrazia senatoria e passò allo storia, malgrado le sue innegabili qualità, come un secondo Nerone. Ucciso Domiziano da una congiura, salì al trono Nerva (96-98), designato dagli stessi congiurati. Con lui ebbe inizio la dinastia degli Antonini, che risolse il problema della successione dinastica con il sistema dell'adozione. A Nerva succedette Traiano (98-117), che riprese la politica di conquista ormai abbandonata da tempo, assicurandosi anche la collaborazione del senato, di cui cercò di restaurare l'autorità. Con una serie di fortunate campagne assoggettò la Dacia, l'Arabia settentrionale, l'Armenia e l'Assiria; questi nuovi possedimenti furono tutti abbandonati dal successore Adriano (117-138), poiché il loro mantenimento comportava sacrifici troppo gravi sul piano economico e militare. Ad Adriano succedette Antonino Pio (138-161), che si preoccupò soprattutto di amministrare saggiamente le finanze statali e di garantire la sicurezza dei confini. Dopo di lui regnò Marco Aurelio (161-180), singolare figura di imperatore-filosofo, che dovette intervenire contro l'assalto di Marcomanni e Quadi. Suo figlio Commodo (180-192), che per il despotismo e le stravaganze sembrò far rivivere i tempi di Nerone, fu soppresso da un complotto di pretoriani. Dopo la morte di Commodo, si apre una nuova era dell'impero, in cui l'imperatore diventa un monarca assoluto (dominus) e il senato non ha più alcun potere, mentre l'esercito è la base del potere politico, mentre emergeva la forza nuova rappresentata dal cristianesimo. All'anno 50 risalgono le notizie sull'esistenza di una comunità cristiana in Roma, ma solo col III sec. questa assunse una posizione di preminenza rispetto alle altre comunità dell'Italia e dell'Africa latinizzata. Le grandi persecuzioni contro i cristiani datano da questo periodo. Tuttavia il successo incontrato dalla nuova religione e la sua penetrazione in tutte le classi sociali indussero gli imperatori a tener conto della forza che essa rappresentava. Di questa forza si servì Costantino nella sua lotta per il potere. Prendeva intanto vigore una forza esterna all'impero: i barbari. Da Settimio Severo a Diocleziano (193-284) ben 24 imperatori si succedettero al comando dello Stato, mentre nelle Gallie, in Spagna e in Britannia si creò un impero autonomo, sopravvissuto per 14 anni. La classe dominante tornò a essere quella dei grandi proprietari terrieri, provenienti non più dalla nobiltà ma dall'esercito. Questo nuovo ceto, in cui i barbari erano in gran numero, costituì la base sociale degli imperatori del III-IV sec., anch'essi di origine barbarica. Diocleziano, un capitano della guardia di origine illirica, eletto nel 284 a Nicomedia, spostò qui la sua capitale, perché la città aveva il vantaggio di trovarsi più vicina di Roma alle zone minacciate dai barbari. Nel 286 le difficoltà della lotta contro i barbari lo indussero a nominare Massimiano imperatore al suo fianco. A Massimiano venne lasciato il compito di proteggere l'Occidente, ed egli fissò la sua capitale a Milano. Nel 293, la necessità di fronteggiare la difficile situazione interna ed esterna portò alla nomina di due aiutanti degli imperatori, che furono da questi adottati ed elevati alla dignità di Cesari (mentre gli imperatori avevano il titolo di Augusto): Galerio per l'Oriente e Costanzo Cloro per l'Occidente. Con l'istituzione della tetrarchia, Diocleziano intendeva anche garantire la successione al trono imperiale, evitando l'anarchia del III sec. Nel 305, Diocleziano e Massimiano si dimisero, lasciando il loro posto a Galerio e Costanzo Cloro. Lo scontento provocato dalla nomina dei due nuovi Cesari produsse rapidamente la crisi della tetrarchia. Dopo un periodo di guerre civili, Costantino, vincitore di Massenzio a Ponte Milvio (312), riunì nuovamente nelle sue mani l'impero. Fra le cause della sua vittoria va annoverata la decisione di legalizzare il cristianesimo con l'editto di Milano (313). Di grande significato storico fu il trasferimento della capitale a Bisanzio, che sanzionò l'irreparabile decadenza di Roma, spostando definitivamente il centro di gravità dell'impero a Oriente. Dopo la morte di Costantino (337), si riaccese la lotta tra i contendenti al trono. Il vincitore, Costanzo II (337-361), associò al comando il cugino Giuliano l'Apostata (361-363), educato cristianamente, ma conquistato al paganesimo dagli studi filosofici. Salito al trono alla morte di Costanzo II, Giuliano polemizzò, in nome di una religione di tipo neoplatonico, contro il trionfante cristianesimo, ai cui seguaci lasciò però piena libertà di culto. Il tentativo di riportare l'impero al paganesimo ebbe termine con la sua morte, avvenuta durante la guerra contro i Parti. I suoi successori, Valentiniano I (364-375) e Valente (364-378), dovettero affrontare l'invasione dei Goti. Teodosio, nominato Augusto per l'Oriente (379-395), cercò di risolvere il problema dei Goti accogliendoli come federati nella Mesia (392). Alla sua morte l'impero, riunito per pochi mesi nelle sue mani (395), fu nuovamente diviso fra i suoi figli Arcadio (cui toccò l'Impero Romano d'Oriente) e Onorio (capo dell'Impero Romano d'Occidente) e da allora non recuperò più la sua unità. Roma fu saccheggiata (410) dai Goti guidati da Alarico, mentre i Vandali invadevano la Spagna e l'Africa. Nel 476 Odoacre, dopo aver deposto l'ultimo dei sovrani d'Occidente, Romolo Augustolo, inviò le insegne imperiali a Costantinopoli e governò l'Italia col titolo di patrizio romano attribuitogli dall'imperatore d'Oriente, Zenone.

RELIGIONE
È possibile distinguere tre fasi nello sviluppo storico della religione romana: una prima, dominata da una concezione animistico-politeista, dalle origini del VI sec. a.C.; una seconda, durante la quale prevalse la tendenza ad assimilare idee e pratiche religiose etrusche e greche; una terza, propria del periodo imperiale, caratterizzata dall'affermarsi del culto dell'imperatore e dal diffondersi delle religioni orientali di tipo misterico.

DIRITTO
Il diritto romano propriamente inteso è quello che si formò col sorgere e lo svilupparsi della civiltà di Roma: si parla però anche di un diritto romano giustinianeo, per indicare il Corpus Iuris, e di un diritto romano comune, per indicare espansione, modificazione, trasformazione e sopravvivenza del diritto romano nei secoli, dal Medioevo e fino all'età moderna. I periodi fondamentali in cui va distinto lo sviluppo del diritto romano vero e proprio sono tre: 1) dalle origini al II sec. a.C.: periodo del diritto quiritario, fondato sulla consuetudine e sulla Legge delle XII Tavole, la più antica codificazione scritta; 2) dal II sec. a.C. al III sec. d.C.: periodo del diritto romano universale, coincidente con il massimo splendore della civitas e con l'espansione politica, militare e commerciale di Roma; 3) dal III sec. alla compilazione giustinianea: periodo della decadenza; trasformazione del diritto romano in legge ufficiale dell'impero, emergere dei contratti con gli usi e le consuetudini locali, in particolare dell'Oriente greco, e formazione di un sistema giuridico romano-ellenico.

LINGUA E LETTERATURA
Per la lingua e la letteratura dell'antica Roma, v. la voce latino.

ARTE
Le origini dell'arte romana, nel periodo, cioè, antecedente all'impero, quando essa acquista peculiare fisionomia e autonomia di forme espressive, si ricollegano da un lato al substrato culturale etrusco-italico, dall'altro al linguaggio del mondo greco-ellenistico. Nell'orbita della cultura etrusco-italica si collocano i resti del Carcere Mamertino, della Cloaca Massima e delle cosiddette Mura Serviane, come pure la prima costruzione del tempio di Giove Capitolino decorato con le terrecotte di Vulca e della sua scuola. Propri dello spirito latino, e pure in parte derivati dalla predilezione dell'arte etrusca per la caratterizzazione fisionomica e l'incisività espressionistica, sono l'immediato verismo e lo stile narrativo che si affermano, già nel III sec. a.C., nel ritratto e nel rilievo storico, creazioni originali della scultura romana. La caduta di Taranto (272 a.C.) e la conquista della Magna Grecia, prima, e la sottomissione della Grecia (146 a.C.), poi, portarono a un diretto contatto con la raffinata e complessa civiltà ellenistica, le cui forme trovarono nell'ambiente di Roma pronta adesione, penetrandovi profondamente, sia con l'esportazione di un gran numero di opere d'arte e di copie, sia con il trasferimento in Italia di artisti greci (Stefano, Pasitele, Arcesilao), cosicché Roma stessa divenne ben presto uno dei massimi centri di produzione dell'ellenismo. Tra la fine del I sec. a.C. e l'inizio del I d.C., si sviluppano forme architettoniche sempre più rispondenti a una visione spaziale tipicamente romana (tempio di Ercole a Cori, templi della Fortuna Virile e di Vesta a Roma, teatro di Marcello a Roma), mentre si delineano una corrente aulica ellenizzante d'indirizzo neoclassico, caratteristica dell'arte colta e ufficiale (rilievi dell'Ara Pacis; ritratto di Cicerone; ritratto di Augusto), e una latino-italica, naturalistica e narrativa, che continuamente affiora in tutta una serie di ritratti (C. Norbano Sorice, L. Cecilio Giocondo) e nelle manifestazioni artistiche minori o provinciali (insegne di botteghe, rilievi tombali, stele funerarie). La pittura, quale ci è nota attraverso le decorazioni murali di Pompei e di Ercolano, rivela influssi di derivazione orientale nel cosiddetto stile a incrostazioni, che imita un rivestimento in lastre marmoree (II sec.-metà del I a.C.), poi dissolve con un magistrale gioco di illusioni lo schermo della parete, inserendo scene di paesaggio e grandi composizioni entro riquadrature architettoniche sempre più ridotte e schematizzate nella seconda fase (ca. 1-40 d.C.), per sfociare infine in un esuberante decorativismo di gusto barocco (fino al 79). Con l'arte del periodo augusteo si chiude l'ultima fase della secolare esperienza figurativa ellenistica, mentre, a partire dall'età flavio-traianea (69-117), la dialettica tra la corrente di gusto tradizionale e gli influssi della cultura figurativa greca si risolve nella creazione di un linguaggio artistico romano autonomo e originale. Nascono i tipi architettonici della basilica civile, dell'anfiteatro, dell'arco trionfale e della colonna commemorativa e contemporaneamente si sviluppano grandi costruzioni di carattere funzionale, come terme, mercati, ponti, acquedotti ecc. Anche nel campo della scultura, rappresentata soprattutto dal rilievo storico e dal ritratto, assolutamente nuovi e originali sono la trattazione pittorica e chiaroscurale delle masse, nonché il movimento scenico e la profondità spaziale e illusionistica che caratterizzano, ad esempio, i rilievi dell'Arco di Tito e quelli della Colonna Traiana. Dopo una ripresa di tendenze classicheggianti e di maniera (soprattutto nel campo della scultura) sotto il regno di Adriano, sia con la produzione di copie e di calchi di opere classiche, sia con l'accademica compostezza dei rilievi inseriti nell'Arco di Costantino o dei numerosi ritratti di Antinoo, l'arte tardoromana (secc. II-IV) manifesta caratteri diversi e spesso contrastanti per il continuo alternarsi e confluire della corrente orientale e di quella occidentale, della tendenza espressionistica e popolaresca e di quella classicheggiante e aulica, variamente operanti e affioranti poi anche nell'arte cristiana. Generalmente rivolta a effetti pittorici e illusionistici di gusto barocco è l'architettura, che assume forme sempre più complesse e grandiose dal tempio di Bacco a Baalbek alle terme romane di Diocleziano e di Caracalla, dal palazzo imperiale di Spalato alla Basilica di Massenzio a Roma; effetti di drammatico pittoricismo, tendenti al dissolvimento del volume in colore, caratterizzano la scultura dell'epoca degli Antonini (rilievi della Colonna aureliana) e dei Severi (rilievi dell'Arco di Settimio Severo), mentre reazioni classicheggianti si avvertono sotto Gallieno e Teodosio; dimensioni colossali, semplificazione dei volumi, ieraticità chiusa e solenne sono i tratti salienti della produzione imperiale del III-IV sec.; essenzialità di trattazione pittorica e vigorosi impasti di colore sono alla base dell'immediatezza espressiva dei ritratti funerari del Fayyum (II sec.); l'isolamento delle figure con la scansione geometrica degli spazi caratterizza le pitture che ornano le catacombe cristiane, plastico e possente è lo stile dei mosaici delle Terme di Caracalla, vivace e ricco di audaci scorci quello dei mosaici di Piazza Armerina.

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