Annibale

Materie:Appunti
Categoria:Storia

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Testo

ANNIBALE
Annibale apparteneva a un’importante famiglia dell’aristocrazia cartaginese: i Barcìdi, così chiamati dal soprannome Barca (“la Folgore”) preso dal padre di Annibale, Amilcare. Questa famiglia si distingueva, in politica interna, per un orientamento politico favorevole al ridimensionamento dell’eccessivo potere dell’oligarchia punica; in politica estera, per un consolidamento dell’impero e un allargamento delle conquiste territoriali. L’educazione del giovane Annibale, che era nato nel 247 a. C., fu affidata a Sosilo, un precettore spartano che lo introdusse allo studio della storia e della cultura greca. Sosilo accompagnò il suo allievo in Italia e ne raccontò le imprese in un’opera storica che malauguratamente è andata perduta. Annibale studiò a fondo i trattati militari e analizzò nei minimi particolari le campagne di Alessandro Magno, che diventò il suo modello.
Annibale è universalmente giudicato uno dei più grandi geni militari della storia. In effetti egli portò a un livello di massima perfezione le tradizioni militari ellenistiche, aggiungendovi apporti originali. Comprese subito che la debolezza dell’esercito cartaginese stava nella sua composizione eterogenea, che ne faceva un miscuglio di genti diverse per cultura, per modi di combattere, per temperamento. Cercare di uniformare i comportamenti di questi soldati con la disciplina e con la coercizione avrebbe prodotto risultati deludenti. Egli scelse quindi un’altra soluzione e la realizzò con straordinaria maestria: potenziò le migliori inclinazioni dei vari contingenti amalgamandole in un equilibrio armonico. Sul campo, il suo esercito si muoveva con estrema duttilità, in un delicato sincronismo tra le manovre della fanteria e della cavalleria. Presso i soldati, il fascino della sua personalità era enorme: il loro attaccamento al generale sconfinava in una sorta di cieca devozione.
È molto difficile ricostruire la personalità di Annibale. Infatti, essa ci è nota soprattutto per i ritratti tramandati dagli storici di parte romana: ritratti tendenziosi e ostili. Annibale veniva ricordato come un avversario acerrimo e accanito, allevato fin dall’infanzia in un assurdo odio per i Romani. Secondo un celebre aneddoto riferito da Polibio, il padre Amilcare Barca avrebbe fatto giurare al figlioletto di nove anni, davanti a un altare, odio eterno per la città nemica. Pesarono anche molto, in negativo, i pregiudizi, diffusi tra Greci e Romani, nei confronti dei Fenici e dei loro discendenti Cartaginesi, accusati di essere inclini alla frode e all’inganno anche perché troppo dediti ad attività piratesche e commerciali. Ad Annibale si rimproverava anche un’eccessiva crudeltà in guerra: come generale egli, in verità, non fu molto più crudele di altri. Questa fama fu probabilmente accreditata dall’effettiva ferocia con cui combattevano i contingenti “barbari” del suo esercito.
Questi pregiudizi, che hanno offuscato la reale individualità del condottiero cartaginese, emergono in modo prepotente anche presso quegli storici che, come Livio, più si sono spinti nel riconoscere la straordinaria personalità del grande nemico di Roma. Un’eccezione è rappresentata da Cornelio Nipote (I sec. a.C.), che nella sua opera “Sugli uomini illustri” sostenne addirittura che Annibale avrebbe certamente sconfitto Roma se fosse stato adeguatamente sostenuto in patria.
Cornelio Nipote aveva ragione nel sostenere che Annibale non fu aiutato dai concittadini e che questo rappresentò un motivo importante del suo fallimento. Annibale, per altro, era certamente consapevole di avere molti nemici nell’oligarchia cartaginese: egli era tuttavia convinto di poter condurre in Italia una guerra-lampo e di limitare quindi al minimo i danni di quel mancato sostegno. Il fallimento del suo progetto politico, che si basava sul rapido sgretolamento della confederazione romano-italica, enfatizzò invece il peso dell’ostilità con cui la sua vicenda veniva seguita in patria. Si apre a questo punto il problema della valutazione dell’Annibale politico, sul quale gli storici contemporanei avanzano molte riserve.
Indubbie doti politiche Annibale rivelò tuttavia dopo la sconfitta, quando fu l’artefice della rapida ripresa dell’economia cartaginese e di importanti riforme di carattere politico e sociale. Ma ancora una volta le inimicizie personali gli furono fatali e lo costrinsero a fuggire. Gli ultimi anni della sua vita, fino a quel giorno dell’anno 183 a.C. in cui egli capì di aver compiuto la su avventura e si avvelenò, furono attraversati da un ultimo e disperato sogno: quello di dar vita, al fianco di Antico III, a una coalizione di popoli orientali contro Roma.

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