Neutralisti ed interventisti

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NEUTRALISTI E INTERVENTISTI DI FRONTE ALLA GRANDE GUERRA

Comprendere le cause e le conseguenze della prima guerra mondiale significa, anzitutto, analizzare lo sviluppo delle relazioni internazionali dalla fine del XIX al 1914, anno in cui esplode l’inevitabile conflitto tra le maggiori potenze europee, al quale inizialmente molte piccole nazioni cercarono di rimanere estranee. Tuttavia la “grande guerra”, come fu definita alcuni anni dopo dai maggiori storici, assunse ben presto dimensioni planetarie. Premesse indispensabili della guerra furono gli interessi economici e politici delle singole nazioni, ma nel momento decisivo le crescenti polemiche tra neutralisti e interventisti giocarono un ruolo determinante e contribuirono inevitabilmente a far convergere l’orientamento ideologico del paese che l’assetto politico-economico verso un possibile intervento.
Senz’ombra di dubbio l’eventualità di un imminente conflitto non era stata minimamente sottovalutata dagli ambienti politici internazionali: lo scontro tra le grandi potenze europee cominciò a polarizzarsi a partire dal 1880.
In Inghilterra con le elezioni del 1906, che segnarono la piena integrazione del “Labour Party” nel sistema parlamentare inglese, mutò completamente l’assetto politico ed economico: riforme e imponenti manovre finanziarie per sostenere il programma di riarmo navale portarono ad un sensibile inasprimento fiscale. Il nuovo governo liberale era consapevole dello sforzo economico che veniva richiesto al paese ma era indispensabile essere pronti a fronteggiare l’ascesa della Germania: giunto il momento decisivo il partito liberale inglese si schierò apertamente a favore dell’intervento in guerra. Inizialmente per il Partito conservatore e per laburisti sembrava eccessivamente contraddittorio appoggiare la causa degli interventisti specie in concomitanza con il crescente diffondersi di forme di dissenso popolare che coinvolgevano anche esponenti del ceto medio-borghese.
La Germania agli occhi della Francia restava un “nemico storico” : la sconfitta di Sedan del 1870 e l’ “Affaire Dreyfus” avevano lasciato tracce profonde nell’opinione pubblica borghese repubblicana. Il razzismo e il militarismo diffusi negli ambienti politici e culturali erano invisi al laicismo e al liberalismo francese: con le elezioni del 1902 i radicali, forti del loro spirito repubblicano, salirono al potere.
Tra il 1910 e il 1914 l’asse politico del paese si orientò nettamente verso un nazionalismo moderato. Le premesse ideologiche e politico-economiche di una possibile entrata in guerra indussero i liberali e i nazionalisti conservatori a sostenere la linea interventista assunta dal governo. Un mancato intervento avrebbe potuto compromettere gravemente la posizione economica e diplomatica della Francia a livello internazionale. L’alta borghesia e i ceti medi premevano da tempo per un rafforzamento dell’esercito e sul fronte neutralista i socialisti e gli anti militaristi non costituirono un ostacolo insormontabile per il governo.
Nell’ottica politico-economica dei due grandi imperi centrali l’eventualità di un conflitto assunse chiaramente una connotazione differente: la Germania mostrava una stabilità e una coesione non riscontrabile in nessun altro paese europeo. Caratterizzata da un forte conservatorismo in politica interna e da un aperto imperialismo espansionistico e coloniale in politica estera la Germania, economicamente e militarmente preparata al conflitto, aspirava al ruolo di potenza mondiale egemone in Europa. Le ambizioni dei tedeschi misero in stato di allerta l’Inghilterra e la Francia. Il Partito Socialdemocratico pur costituendo l’unica reale opposizione interna non avrebbe potuto ostacolare la politica interventista intrapresa nel paese, viste peraltro le condizioni di estremo disagio nelle quali versava, limitato ad agire in un ristretto contesto, caratterizzato da un impetuoso quanto inarrestabile sviluppo capitalistico e dalla presenza di un nutrito blocco conservatore. L’impero asburgico era lacerato da differenti spinte nazionalistiche: le minoranze etniche cecoslovacca, slava, ungherese e italiana premevano per l’indipendenza o quantomeno per l’annessione alla madrepatria. La grande guerra espose il paese in misura maggiore al pericolo costituito da queste minoranze: la dissoluzione era ormai vicina più di quanto si potesse prevedere, anche se in vista di un possibile successo.
L’impero russo, con la salita al trono nel 1894 dello zar Nicola II si avviò verso un tracollo enomico che avrebbe fatto avvertire le sue ripercussioni durante gli anni della guerra. A partire dal 1900 si verificarono numerose manifestazioni di dissenso da parte del mondo operaio e contadino: ma l’episodio più inquietante fu la “domenica di sangue” del 22 gennaio 1905 quando, dopo la rovinosa guerra contro il Giappone e la prevedibile ondata generale di scioperi, una folla di 150 000 persone che si dirigeva pacificamente verso il palazzo d’Inverno, residenza dello zar, per rivolgere una petizione (che chiedeva maggiori libertà politiche e provvedimenti per classi più povere), fu attaccata e respinta dalle truppe regolari vi furono un migliaio di morti e circa 2000 feriti. Questo triste avvenimento ebbe delle gravi ripercussioni politiche e sociali al punto che la questione contadina e operaia rimase irrisolta fino allo scoppio della prima guerra mondiale: la Russia affrontò la guerra economicamente e militarmente impreparata.
Anche in Italia classi politiche e opinione pubblica si schierarono su due fronti contrapposti: da un lato i neutralisti liberali di Giolitti, il partito socialista e il movimento cattolico, dall’altro gli interventisti della sinistra democratico liberale e quindi futuristi, nazionalisti, repubblicani, radicali e socialriformisti.
Il movimento neutralista non riuscì tuttavia ad imporsi come un fronte unitario: i liberali giolittiani temevano un possibile intervento nel conflitto, fondamentalmente per motivi di opportunità, infatti l’Italia non era culturalmente e militarmente pronta ad affrontare una simile prova tanto che, probabilmente, sarebbe stato più vantaggioso dal punto di vista politico ed economico restare neutrali.
Il Partito socialista italiano risentì della profonda crisi dell’internazionalismo socialista: in Germania, Inghilterra, Francia ed Austria le istanze nazionalistiche si erano inevitabilmente fatte largo anche negli ambienti proletari. Venne così a crearsi quel clima di “unione sacra”al quale il Partito socialista italiano si oppose fermamente mantenendo vivi gli ideali del pacifismo e dell’internazionalismo. Tuttavia il crollo definitivo del socialismo internazionale inferse un duro colpo al fronte interventista: gli stessi socialisti finirono per trovarsi isolati e respinti anche dalle rimanenti forze neutraliste. Il neutralismo socialista non fu che un mero ideale politico al quale non corrispose un’attiva mobilitazione antiborghese.
Il movimento cattolico italiano non avendo un preciso veicolo di rappresentanza politica si richiamava costantemente ai dettami della Santa sede assecondando il pacifismo delle masse cattoliche, ma inevitabilmente degradò verso una forma di neutralismo sempre più possibilista, nonstante vantasse solidi principi conservatori.
Il fronte interventista si mobilitò per un’ intensa propaganda popolare appoggiando apertamente l’Intesa e tentando di stabilire relazioni e seguire trattative diplomatiche anche con l’Austria. In quest’ottica i gruppi futuristi e nazionalisti giocarono un ruolo determinante unitamente ai maggiori esponenti del sindacalismo rivoluzionario e del socialismo operaio estremista, e sebbene l’ala più consistente dello schieramento liberale fosse orientata verso una politica neutralista i democratico-liberali antigiolittiani e conservatori, guidati dal Presidente del Consiglio Salandra, evidenziarono come una mancata partecipazione dell’Italia al conflitto avrebbe potuto compromettere la posizione internazionale del paese: Fu il “connubio” tra liberali antigiolittiani e nazionalisti a dare forza e consistenza al movimento interventista che godeva oltrettutto dell’appoggio del re. Infatti l’inversione definitiva dell’orientamento della politica interna del paese fu “imposta” dal governo stesso grazie al sostegno del re che ignorò completamente il Parlamento. Il capo del governo Antonio Salandra aveva sottoscritto un trattato di alleanza con l’Intesa, il cosiddetto Patto di Londra tra Italia, Francia, Inghilterra e Russia(26 aprile 1915), del quale il Parlamento e l’opinione pubblica rimasero all’oscuro fino al 1917. Nel momento in cui la maggioranza sembrava approvare pienamente la politica neutralista promossa dai liberali giolittiani Salandra ricorse a un’abile mossa tattica: rassegnò le dimissioni. Tuttavia il rifiuto di tali dimmissioni da parte del re e le imponenti manifestazioni di piazza del maggio 1915 costrinsero la Camera ad approvare la concessione di pieni poteri al governo: fu una sorta di colpo di stato che aveva rischiato di aprire una grave crisi istituzionale. La sera del 23 maggio 1915 il governo dichiarava guerra all’Austria.

Lauriello Massimiliano V°B

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