la religione nelle scienze sociali

Materie:Riassunto
Categoria:Sociologia

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LA RELIGIONE: I PUNTI DI VISTA DELLE SCIENZE SOCIALI

1.1 Il punto di vista religioso e il punto di vista scientifico.
La differenza che si ha tra religioso e scienziato sociale è che: il religioso s’interessa di favorire l’esperienza religiosa propria e degli altri, mentre lo scienziato sociale vede la religione come un fenomeno umano che può essere analizzato scientificamente.

1.2 Il fenomeno religioso esaminato dall’esterno in chiave “terrena”.
Le scienze sociali studiano il fenomeno religioso. Questo fenomeno viene analizzato dall’esterno, lo scienziato sociale evitando di entrare nel merito, non stabilisce se una religione è meglio o meno dell’altra, ma prende solo atto di ciò che un osservatore può riscontrare. Anche se la religione guarda al sovrannaturale le scienze sociale, spiegano il fenomeno in chiave “terrena”, cercano di capire i dati di fatto sulla vita religiosa umana senza nominare entità sovrannaturali.

1.3 Quello che le scienze sociali non possono dirci.
Lo studio della religione in modo esterno e in chiave terrena comporta però dei limiti. Le scienze sociali non possono esaurire tutte le nostre domande sulla religione, non danno giudizi sulle religioni, e non possono aiutarci nelle nostre scelte religiose. Un errore di molti è quello di credere che le scienze sociali possono chiarire il senso della religione. La ricerca scientifica spiega la credenza umana come un bisogno psicologico, questo ci porta a concludere che le scienze sociali non ci dicono qual è il vero senso della religione, ma ci illustrano i significati che l’uomo gli da.

1.4 Come definire la religione?
Un modo per definire le religioni è confrontare le religioni di ieri e di oggi e vedere ciò che le accomuna. La religione sembra caratterizzata dalla fede che si basano su pratiche rituali. Gli studiosi, vista la difficoltà di dare una definizione di religione, pensano che le definizioni che devono avere le scienze sociali devono essere “semplici e di valore orientativo” e devono essere descritte senza pretese interpretative. Altro problema per gli studiosi è la scelta dei modi per rispondere alla domanda “che cos'è la religione?”. Per questo abbiamo due modi per rispondere:
1. Definizione Funzionale: dove precisiamo a che cosa serve l’esperienza religiosa o quale uso ne fanno gli uomini.
2. Definizione Sostantiva: dove precisiamo in che cosa consiste veramente la religione e come si manifesta.
Ma entrambe queste definizioni lasciano a desiderare perché una è riduttiva, mentre l’altra finisce per descrivere delle religioni storiche. Ma un modo per risolvere questo problema c’è: combinare le due definizioni, anche se viene dato più spazio alla definizione sostantiva, definendo cos’è la religione, cioè, un insieme di credenze che riguardano il trascendente, accompagnate da riti o esperienze di vita, espresse in forme sociali e che in società svolgono funzioni psicologiche e socio-culturali.
Che le credenze guardano al trascendente significa che guardano a tutto ciò che va al di l delle nostre esperienze. Ma ci sono due tipi di trascendenza:
1. Dimensione Intellettuale: riguarda il non riuscire a conoscere la realtà trascendente.
2. Dimensione Pragmatica: riguarda che non possiamo ne intervenire ne controllare la realtà trascendente.
Inoltre possiamo fare anche una distinzione tre le pratiche religiose. Le possiamo distinguere in:
1. Pratiche di vita: festeggiare alcuni giorni particolari
2. Pratiche rituali: l’entrata in rapporto con il mondo sovrannaturale.

L’UNIVERSALITA’ DELL’ESPERIENZA RELIGIOSA

2.1 Un’esperienza presente in tutte le società umane.
La maggior parte della popolazione mondiale fa riferimento a qualche religione, mentre è in minor parte mondiale l’astensione a quest’ultima. Il numero di popolazioni religiose varia molto da un paese all’altro, ma non esistono popolazioni dove proprio la popolazione è assente. Abbiamo anche prova che la religione è sempre esistita all’interno delle società, anche nella preistoria.

2.2 La religione preistorica.
Possiamo provare la religiosità dell’uomo preistorico dalle pratiche funerarie. Le prime sepolture risalgono a 100mila anni fa. Queste erano semplici, ma il fatto di seppellire un uomo, e metterlo in una determinata posizione, può significare la volontà di stabilire un legame con il mondo dei morti. I defunti venivano con il proprio corredo funebre che consisteva in abiti e strumenti si uso quotidiano. Possiamo anche provare la religiosità dell’uomo preistorico grazie alle famose “grotte decorate”, le quali si crede fossero luoghi di culto. Queste grotte erano frequentate da molte persone, e lo provano le molteplici impronte ritrovate sull’argilla e i numerosi disegni trovati all’interno di queste grotte. Ma oltre a questi luoghi si pensa all’esistenza di alcuni specialisti del culto: gli sciamani, perché gli sciamani erano persone sempre presenti nelle società di cacciatori-raccoglitori.

2.3 come si spiega l’universalità dell’esperienza religiosa?
Il fatto che la religione è presente in ogni paese, suscita maggiormente l’interesse degli scienziati sociali. Questa universalità religiosa possiamo spiegarla come la testimonianza dell’esistenza dell’ultraterreno, e quindi dell’esistenza di Dio. Ma gli scienziati sociali ritengono che la religiosità sia universale poiché risponde ai bisogni che l’uomo ha indipendentemente dalla società, e quindi possiamo suddividerlo in due punti: 1. Esperienza religiosa legata ai bisogni del singolo uomo 2. Esperienza religiosa legata ai bisogni dalla società.

2.4 Il bisogno di trascendenza.
Le teorie che ci spiegano l’universalità religiosa, si basano sulla trascendenza e sui limiti dell’uomo; per questo ne fa tre distinzioni: senso del limite cognitivo, pragmatico e morale.
1. Senso del limite Cognitivo: l’uomo si rende conto che la sua capacità di capire il mondo, se stesso, le proprie esperienze è limitato e sarà sempre pieno di interrogativi al quale non potrà rispondere.
2. Senso del limite Pragmatico: l’uomo è consapevole che non ha pieno controllo della sua vita e del suo destino, ma è nelle mani di qualcuno più grande di lui.
3. Senso del limite Morale: le azioni dell’uomo non sono solo verso l’utile, ma tiene conto anche del bene e del male, perciò vogliamo sempre sapere come dobbiamo comportarci.
Alcuni studiosi come Tylor hanno però insistito sui limiti cognitivi e sostenuto che la religione corrisponde ad esigenze intellettuali. Secondo Tylor sono stati i sogni a spingere l’uomo verso credenze magico-religiose perché nel sonno le cose ci appaiono vere ma non le sono. Hanno spiegato ciò come se ci fosse un doppio, in altre parole un’anima e un corpo. Così Tylor coniò il termine di Animismo che sarà la radice del fenomeno religioso. Ma la teoria di Tylor venne criticata perché dava troppa importanza al conoscitivismo che sottovalutava la religione.

2.5 I bisogni della società.
I tentativi per spiegare l’esistenza religiosa sono tre:
1. La religione è strumento d’integrazione sociale: la società deve adattarsi all’ambiente e bisogno fondamentale della società è restare unita, infatti, uno dei compiti della religione è mantenere l’integrazione ed evitare la disgregazione.
2. La religione è un sistema di legittimazione dell’assetto sociale esente: nella società c’è che esercita il potere sugli altri, per questo esistono disuguaglianze e ingiustizie. La religione può giustificare questo e far in modo che l’ordine sociale esistente venga messo in discussione.
3. La religione è un fattore di cambiamento sociale: secondo Weber molte religioni sono state agenti di cambiamenti sociali. Infatti religioni come l’ebraismo, cristianesimo e calvinismo hanno rotto con l’assetto tradizionale di società dove sono nate nuove istanze.

2.6 Si può fare a meno della religione?
A quanto sembra la religione è sempre stata importante per l’uomo e per sempre lo sarà, ma sia che Marx che Cotte dicono che con il progresso dell’umanità la religione piano piano scomparirà, oppure verrà sostituta dalla scienza.

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