Il cuore: primo organo attivo

Materie:Tesina
Categoria:Scienze

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Testo

Il cuore

Il cuore è il primo organo ad attivarsi e l’ultimo a spegnersi. Quando si ferma, tutto il resto del corpo si ferma. E nel corso della vita il cuore pulsa non meno di tre miliardi di volte. Tre miliardi di battiti, con cui pompa incessantemente nel circolo circa 200 milioni di litri di sangue, quasi l’equivalente di 80 piscine olimpioniche. Quest’elaborato meccanismo nasce da una singola cellula. Una cellula uovo fecondata che, dividendosi, dà origine ai miliardi di cellule che formano un embrione.
Un motore a
quattro camere

All’inizio della vita embrionale non c’è circolazione sanguigna. Solo verso la 3°\4° settimana i due vasi, inizialmente paralleli, si uniscono per dar luogo ad un primo abbozzolo di quello che diventerà il cuore: si formano quattro cavità, che diventeranno i due atri e i due ventricoli. Da qui prende l’avvio quella lunga avventura che attraverserà tutta la vita.Il nostro ‘motore’, pompando in circolo l’ossigeno e le sostanze nutritivi,permette a tutte le pareti del corpo di crescere, di funzionare, di vivere. Si sa da molto tempo che il cuore è in pratica una pompa a quattro camere: oggi, grazie alla tecnica d’ecocardiografia, è possibile addirittura osservare l’organo ‘in diretta’. Gli esperti, infatti, riescono a vedere il flusso sanguigno all’interno dei due atri e dei due ventricoli, e riescono anche a valutare il funzionamento delle valvole, che costringono il sangue a circolare in una direzione obbligata, tenendo separato quello arterioso da quello venoso.
L’intero sistema funziona in modo molto semplice ed efficiente. Il sangue, ossigenato dai polmoni, arriva all’atrio sinistro del cuore, e attraverso una valvola scende nel ventricolo sinistro, riempiendolo. A quel punto il ventricolo si contrae e la valvola si chiude ermeticamente come una porta di sicurezza. Il sangue, così compresso, è costretto ad imboccare l’aorta, dove c’è un’altra valvola che si apre a senso unico e permette al sangue di fluire attraverso il corpo. La stessa cosa avviene contemporaneamente nel lato destro del cuore, dove l’atrio riceve il sangue venoso ‘sporco’ e lo passa al ventricolo sottostante che lo pompa verso i polmoni affinché sia ripulito e ossigenato. E tutto questo avviene tre miliardi di volte in una vita. Si tratta di sistema molto resistente che, tuttavia, qualche volta non funziona a dovere. Per esempio, se una valvola non si apre perfettamente il sangue vi transita con maggiore difficoltà e quindi il cuore deve applicare uno sforzo superiore: è la cosiddetta stenosi. Se invece la valvola si apre bene, ma non riesce poi a richiudersi ermeticamente, succede che parte del sangue, al momento della contrazione, torna a rifluire nell’atrio sovrastante. La circolazione, quindi, è meno efficiente, determinando la cosiddetta insufficiente valvolare. Oggi queste valvole difettose possono essere operate per migliorarne il funzionamento. Non solo, ma nei casi estremi si possono anche inserire valvole artificiali al posto di quelle vere, con risultati spesso ottimi.Le valvole possono essere danneggiate da infezioni. Nel cuore, infatti, circola di tutto, perché col sangue arrivano virus e batteri da ogni parte del corpo. E il tessuto delle valvole è molto vulnerabile soprattutto alle infezioni streptococciche tipiche della febbre reumatica. Una valvola può essere corrosa, ‘mangiata’ da questi batteri, e compromettono così il funzionamento del cuore. Come si dice: i reumatismi ‘mordono il cuore’. Ed è così. Occorre perciò non sottovalutare un problema che può sembrare di scarsa rilevanza.
Il viaggio Del
Flusso sanguigno

Ma seguiamo ora il flusso sanguigno nel suo lungo viaggio attraverso il corpo. Il sangue, quando esce dal cuore, entra in una rete circolatoria sterminata. E’ stato calcolato che se si mettessero in fila tutte le arterie, arteriole, capillari, vene e venuzze, si arriverebbe ad una lunghezza di quasi 100 mila chilometri. Il nostro sistema circolatorio, in altre parole, è lungo quasi due volte il giro del mondo. Naturalmente il diametro (cioè la grandezza) di questi vasi varia enormemente, da 2-3 centimetri a qualche millesimo di millimetro, circa la differenza che intercorre tra uno spillo e un tunnel ferroviario. Di conseguenza anche la velocità di scorrimento del sangue cambia. Per capire questo concetto è sufficiente l’esempio del lago e del fiume. Un fiume in entrata in un lago ha una notevole velocità, e così quello in uscita. Ma lo scorrimento dell’acqua nel lago e molto lento. Ebbene le arteriole e i capillari sono proprio come un lago, dove il movimento è lento e riprende poi velocità quanto confluisce nelle vene per tornare al cuore. Tale meccanismo è basilare per consentire ai capillari di portare ai tessuti il nutrimento e l’ossigeno necessari alla propria vita ad un ritmo sufficientemente lento per permettere l’assorbimento. Un’altra arma segreta della circolazione è la capacita delle arteriole di dilatarsi e stringersi, grazie alla contrazione della propria muscolatura. Esse possono, in questo modo, regolare il flusso sanguigno, e soprattutto, come dei semafori intelligenti, distribuirlo nelle zone che più lo richiedono.
Se noi potessimo viaggiare all’interno della rete circolatoria, accompagnando nel loro viaggio i globuli rosi (ve ne sono cinque milioni per millimetro cubo), i globuli bianchi e le piastrine, vedremmo un paesaggio formato da una serie di tunnel, con biforcazioni molto frequenti. E osservando le pareti di questi vasi, potremmo capire molto sulla salute di un individuo. Importante è infatti lo stato di conservazione delle pareti.
Solo se sono lisce e pulite, il sangue scorre senza intoppi, e può apportare all’organismo tutto l’ossigeno e il nutrimento di cui esso necessità. Se un individuo riuscisse a mantenere per tutta la vita, le pareti dei vasi così pulite, eviterebbe parecchi problemi, e non solo cardiaci: anche il cervello, infatti, funziona meno bene se queste arterie s’ispessiscono e s’induriscono (la cosiddetta sclerosi dell'arteria). Il flusso sanguigno, in altre parole, è un trenino che porta i rifornimenti a tutto il corpo. Se questo convoglio non viaggia bene (o solo pochi vagoni riescano a passare), a destinazione non arriva più nutrimento ed energia a sufficienza.
Il Ciclo cardiaco

Un ciclo cardiaco dura circa 0,9 secondi e inizia quando il sangue ha riempito gli atri. La contrazione atriale spinge il sangue attraverso le valvole tricuspide e mitrale nei sottostanti ventricoli. A questo punto i ventricoli si contraggono, determinando la chiusura delle valvole precedenti e l’apertura delle valvole semilunari. Mentre le spesse pareti muscolari dei ventricoli sono contratte al massimo, si creano due flussi diversi, uno di sangue ossigenato verso l’aorta e l’altro di sangue venoso verso l’arteria polmonare.
Una strada lunga 100 chilometri

Il sistema circolatorio, una rete di vasi sanguigni lunga 96 500 chilometri, distribuisce il sangue in ogni parte del corpo così da nutrire le cellule e rimuovere i rifiuti. Mosso dalla forza motrice del cuore, il sangue ossigenato entra prima nella aorta, un arteria larga 3cm, quindi in arterie di calibro sempre più piccolo, nelle arteriole, e infine nei capillari che, insinuandosi nei tessuti, nutrono le cellule. Il sangue carico di rifiuti torna al cuore attraverso venule e vene per essere pompato ai polmoni, dove riviene ossigenato e perde l’anidride carbonica. Tornando al cuore, compie un altro giro completo.
Una pompa
Straordinaria

La funzione del cuore, in definitiva, e quella di pompare nutrimento e ossigeno,a secondo dei bisogni e delle richieste dell’organismo. Tutta la sterminata rete di treni merci viaggia, infatti, secondo dei percorsi e dei ritmi che sono in funzione delle necessità locali, e che possono variare considerevolmente secondo le circostanze. Un atleta sotto sforzo, per esempio, consuma molto più rapidamente gli zuccheri e l’ossigeno che si trova nel sangue.
Quindi il cuore deve accelerare l’invio dei rifornimenti in tutte le zone che sono impegnati in queste attività: i muscoli, naturalmente, ma anche molti altri sistemi e tessuti che sono coinvolti nello sforzo. Nella rete circolatoria si attivano così dei circuiti prioritari, che aumentano il flusso nelle zone dove la richiesta e maggiore, così come una rete ferroviaria sì dà la precedenza a certi treni rispetto ad altri. Ciò si realizza grazie al fatto che i vasi vengono dilatati da sostanze prodotte dai tessuti, o stimolate dal sistema nervoso. La respirazione, nel frattempo, accelera per apportare al sangue una quantità superiore d’ossigeno, e il cuore aumenta il ritmo del battito per pompare più rapidamente in circolo l’ossigeno e il nutrimento necessario. Il cuore, perciò, ha un meccanismo automatico d’adattamento ai bisogni dell’organismo, accelerando o decelerando il battito secondo le necessità. Ma come si produce il battito cardiaco? Instancabilmente, giorno e notte, per tutta la vita, questa macchinetta continua a contrarsi 70 e più volte il minuto, come un orologio che non ha bisogno di essere caricato: qual è il suo segreto? Per capire il meccanismo, si potrebbe cominciare col ricordare un piccolo esperimento che si ripete nelle lezioni di biologia. Se si preleva il cuore da una rana e si mette in un liquido nutritivo, il cuore continua a battere a lungo, pur essendo isolato da tutto il resto del corpo. Se si facesse lo stesso esperimento con il cuore umano, vedremmo che anche il nostro muscolo cardiaco pulsa da solo.
Un pace-maker naturale

In altre parole il cuore ha una capacità automa di pulsare, un suo motorino, per così dire. Il congegno sta nelle cellule che si trovano in punto particolare, detto ‘nodo seno-atriale’, e che sono molto sensibili a qualsiasi tipo di stimolo,sia esso meccanico, biochimico o nervoso. E’ attraverso le loro fibre molto estese, l’impulso viaggia su una rete che in pratica raggiunge ogni punto della muscolatura del cuor. Il nodo seno-atriale insomma è un metronomo organico, un pace-maker naturale, che dà un ritmo al cuore. Senza questo meccanismo il cuore andrebbe allo sbando. Ed è proprio quando questo pece- maker naturale non funziona più adeguamente che bisogna inserire uno artificiale, cioè si introduce nel torace quella famosa scatoletta che ‘dà il passo’ al cuore grazie ad impulsi elettrici ritmici. A volte si avvertono delle irregolarità nel nostro battito, come se il motore cardiaco perdesse dei colpi: è il fenomeno dell’extrasistole, che moltissimi individui sperimentano. E’ in pratica un battito anticipato che altera il ritmo normale dando l’impressione che il cuore per un momento si fermi. Si tratta solo di una piccola anomalia del battito, peraltro diffusissima. Spesso è dovuta ad uno stato di stanchezza e di nervosismo, ma a volte è sintomo di una patologia cardiaca e quindi va sorvegliata con attenzione.
Quindi, la funzione di base delle cellule che regolano il battito cardiaco è quella di rispondere agli stimoli che provengono dall’organismo sincronizzando il ritmo alle esigenze di questo.
Qui arrivano, per esempio, alcune terminazioni nervose provenienti dai centri arcaici del cervello attraverso il sistema nervoso autonomo. Così un’emozione può far accelerare il battito o decelerare la pulsazione, per poi farlo tornare normale una volta passata.
Analoghi fenomeni possono verificarsi all’arrivo degli ormoni. Gli ormoni, com’è noto, sono molecole prodotte da vari tipi di ghiandole, destinate a regolare gli equilibri tra le principali attività fisiologiche e trasportate dal sangue attraverso l’intero organismo. Ora, se diminuisce il tasso di zuccheri nel sangue, alcuni ormoni entrano in circolo e quando giungono al cuore provocano un’eccitazione che ne modifica il battito.
Il cuore e le emozioni

E’ proprio a causa della sua sensibilità alle emozioni che il cuore nell’antichità fu considerato il centro delle attività più nobili. Nell’antico Egitto, per esempio, si pensava fosse la sede non solo della vita, ma anche dell’intelletto. Quando un corpo veniva imbalsamato, il cervello veniva estratto dal naso, grazie ad uno strumento particolare ad uncino e gettato nel Nilo insieme alle viscere. Oppure veniva conservato in vasi dialbasto, detti canopi. La sorte del cuore era invece diversa. Il cuore doveva rimanere nel petto, perché asportandolo avrebbe significato l’annientamento dell’individuo. Solo sotto il nuovo regno si pensò di asportarlo, perché nel giudizio che seguiva la morte, il cuore avrebbe potuto testimoniare a sfavore del defunto stesso, proprio perché sede della coscienza e dell’intelletto. Questa concezione cosi elevata del cuore è durata a lungo. E la ragione esiste: le emozioni accelerano il battito cardiaco, ed è proprio in quest’organo che si avvertono fisicamente le alterazioni del nostro stato d’animo. In altre parole il cuore risponde alla paura, all’amore, allo stupore così come risponde alle sollecitazioni di uno sforzo durante una gara atletica. Per esempio, il battito cardiaco rallenta se il soggetto è posto di fronte ad immagini rilassanti. La diminuzione, quando si è completamente rilassati, può arrivare al 10-20%
Una scena drammatica, invece, aumenta rapidamente il battito: in poco tempo le pulsazioni possono arrivare a 120 al minuto. Come può avvenire tutto questo? La ragione risiede in un antichissimo meccanismo fisiologico: la preparazione del corpo alla lotta e alla fuga, che richiede il rapido invio d’ossigeno ed energia agli organi che ne hanno bisogno.

I rapporti tra
Cuore e cervello

Cuore e cervello sono collegati in molti modi. I pensieri, i sentimenti, le emozioni possono influenzare direttamente o indirettamente il battito cardiaco sia attraverso gli ormoni sia attraverso i circuiti nervosi. Semplificando molto, potrebbe affermare che un’immagine viene dapprima interpretata dalla parte pensante del cervello, la cosiddetta corteccia. Se quest’immagine crea allarme, la corteccia stimola l’ipotalamo che a sua volta attiva i centri arcaici del bulbo, dove si trovano i sistemi primari di sopravvivenza. Da qui la stimolazione viene irradiata lungo il cosiddetto sistema nervoso autonomo, composto dal simpatico e del parasimpatico. E’ il simpatico a creare la mobilitazione dell’organismo, stimolando la produzione di sostanze particolari come l’adrenalina e la noradrenalina. Così, le nostre arterie si contraggono, aumenta la pressione e il battito cardiaco accelera.Grazie alla contrazione delle arteriole avviene un risparmio di sangue in periferia, (è per questo motivo che sotto emozione impallidiamo e le mani si raffreddano), in favore di un suo dirottamento massimo e rapido là dove è richiesto dalla mobilitazione generale dell’organismo. Se poi l’emozione è veramente forte, l’iperstimolazione del bulbo può eccitare anche i centri che presiedono alla nausea o alla mobilità intestinale, creando ripercussione allo stomaco e all’intestino. E’ il panico.
L’altro canale del sistema nervoso autonomo (il parasimpatico, conosciuto anche come nervo vago, ha un ruolo opposto: quello cioè di dilatare i vasi e quindi di diminuire la pressione e di rallentare il battito cardiaco. E’ dal fatto che prevalga l’uno o l’altro sistema, il simpatico o parasimpatico, che nascondono le varie situazioni emotive, che il nostro corpo conoscere. E’ ciò spiega anche la diversità di reazione negli individui di fronte ad uno stesso avvenimento. In altre parole la gamma delle emozioni (paura, collera, amore, gioia, ecc…) può creare risposte diverse in individui differenti. A volte può produrre anche uno svenimento. In alcuni individui, infatti, una forte emozione può provocare un forte squilibrio tra simpatico e para simpatico, con un’improvvisa caduta della pressione arteriosa e un’insufficiente irrorazione del cervello. L’individuo, in tal caso, perde i sensi. Le emozioni (e quindi, il battito cardiaco) possono essere controllate dall’educazione, ma solo entro certi limiti. La diversità individuale, nonostante tutto, tenderà sempre ad emergere. Il nostro sistema emotivo, naturalmente, è influenzato anche dagli ormoni, che attivano a catena una serie di ghiandole: dall’ipofisi alle surrenali, alla tiroide, contribuendo così ad attivare i comportamenti di sopravivenza.

I recordmen
delle pulsazioni

Il nostro cuore, in ogni modo, per quanto acceleri o rallenti, non può superare certi limiti. Oltre i 200-220 battiti al minuto entra in tilt, cioè il sistema di pompaggio entra in crisi. Ma in natura questi limiti tipicamente umani possono essere largamente superati: esistono, infatti, molti altri modelli diversi di cuore, da quello dell’elefante a quello della formica. Ogni specie ha adottato soluzioni differenti per rispondere ad esigenze diverse. Per trovare mammiferi dalle prestazioni cardiache da primato, non serve andare lontano. Né sono un esempio i topi: in stato di riposo il loro cuore batte 450 volte al minuto e quando sono in attività sale subito a 750 battiti.Vediamo altre sorprese tra i mammiferi. Le tupaie, animali molto simili ai primi mammiferi comparsi sulla terra, hanno un ritmo cardiaco molto accelerato; il Sorex cinereus arriva con facilità al record di 1320 battiti al minuto: è il cuore più veloce dell’intera classe dei mammiferi. Anche tra gli uccelli, i fuori classe, non mancano. Il cuore del colibrì non scende mai al di sotto dei 450 battiti nemmeno quando il volatile dorme; quando è impegnato in una normale attività il suo ritmo cardiaco sale subito a 950 battiti al minuto, per superare le 1200 pulsazioni quando compie acrobazie aree. Nel curiosare tra i ritmi cardiaci dei vertebrati, emerge un dato davvero sorprendente:tutti questi animali, si tratta di un toporagno o di un elefante, sembrano avere a disposizione nella vita lo stesso numero totale di battiti cardiaci. Il toporagno vive solo due anni e mezzo, ma conduce una vita frenetica con un cuore che corre a 600 colpi al minuto. Alla fine della vita il suo cuore avrà battuto qualcosa come 800 milioni di colpi. L’elefante, con i suoi 25 colpi al minuto, si può permette di raggiungere i 60 anni prima di aver esaurito gli 800 milioni di colpi che la natura gli ha messo ha disposizione.
A questo punto si potrebbe pensare che gli animali più scattanti abbiano un fa cuore veloce mentre quelli calmi siano caratterizzati da un battito lento. Ma non è sempre vero. Se così fosse, quanti battiti dovrebbero presentare il bradipo che è noto per la sua esasperante lentezza?
Il suo cuore invece batte più veloce del nostro, anche se di poco: 90 colpi al minuto. Esistono poi alcuni animali che, per non sprecare inutilmente battiti cardiaci e l’energie a loro disposizione, in alcune situazioni particolari rallentano drasticamente il ritmo del cuore ed entrano in letargo.
Quel certo
batticuore

L’alterazione del battito cardiaco in risposta a stress emotivi comporta una stimolazione dell’ipotalamo da parte della corteccia e del bulbo da parte dell’ipotalamo. Ne consegue l’attivazione del sistema nervoso simpatico, che stimola la secrezione degli ormoni agenti sul cuore e sui vasi arteriosi.
Pipistrelli
e giraffe

E’ un trucco escogitato dalla natura per aggirare i rigori della stagione cattiva ed è un modo per allungare la vita. I pipistrelli, per esempio, sono in grado di rallentare la circolazione sanguigna e ridurre perciò la temperatura corporea fino al punto che la pelle può ricoprirsi di ghiaccio. Il battito cardiaco crolla da 700 colpi al minuto ad una frequenza che oscilla tra gli otto e gli 80, in funzione della necessità di non morire assiderati.
Un caso altrettanto eccezionale è quello della giraffa. A causa della sua altezza, l’animale quando beve, deve abbassare la testa di quasi 6 metri. Per evitare che l’improvvisa ondata di sangue danneggi il cervello, la giraffa dispone di un raffinato sistema di vasi che si dilatano all’istante per assorbire il flusso e contenere lo sbalzo di pressione.
Quando poi rialza la testa di scatto, magari per sfuggire ad un predatore, i vasi si devono contrarre immediatamente per spingere il sangue fino al cervello ed evitare così fatali perdite di coscienza. La circolazione è garantita da un cuore che pesa più di 10 chili e pompa oltre 60 litri di sangue al minuto, il che equivale a dire che nei suoi trenta anni di vita pomperà un miliardo di litri, o se preferite di 250 piscine olimpioniche. Il cuore, insomma, può battere più lentamente o più in fretta a secondo delle esigenze o delle situazioni. Ognuno ha i suoi ritmi, ognuno ha i suoi limiti. Ma il problema di base è sempre lo stesso: quello cioè di pompare in circolo sufficiente ossigeno e nutrimento.Se in questa rete di distribuzione si verifica una strozzatura o addirittura un blocco, è come se fosse ostruita o bloccata da un rete ferroviaria. Il che determina seri problemi.
I tubi incrostati

Se voi fosse un’astronauta, per esempio, o un sommozzatore non vi preoccupereste di tenere ben puliti e ben aperti i tubi in cui passa l’ossigeno? Li lascereste incrostarsi o intasarsi? Certamente No. Fareste il possibile per tenerli ben puliti e in piena efficienza. Invece con le nostre preziosissimi tubazioni interne (cioè con le nostre arterie) noi, spesso, facciamo proprio l’inverso: le lasciamo intasarsi. Il problema è che il rischio d’infarto o d’ictus aumenta in proporzione all’occlusione specialmente se questa s’istaura in un punto cruciale. Le arterie, viste in sezione possono avere tre aspetti:
La prima è un’arteria normale, pulita. La seconda mostra invece un’arteria sulla cui parete interne si sono formate incrostazione, cioè placche di grasso. Spesso il deposito è a ‘ mezza luna ’, ma altre volte assume una forma completamente diversa.
E’ un’arteria compromessa a metà perché il sangue a causa della strozzatura vi fluisce con più difficoltà. L’ultima arteria , invece, è quasi completamente occlusa. Il sangue non vi transita pressoché più e i danni che possono derivare da una situazione di questo tipo sono tristemente noti.
Occorre aggiungere che non è soltanto la grandezza della placca a creare il rischio, ma anche il modo in cui l’arteria reagisce: a volte basta, infatti, un’ostruzione di piccole dimensioni per fa contrarre l’arteria e interrompere il flusso sanguigno. Che cosa determinano i depositi di grasso nell’arteria? Essi penetrano sotto l’endotelio e vengono inglobate dalle cellule dalla parte arteriosa, le quali creano un aumento di spessore in quel punto. Al paesaggio dei globuli rossi il flusso è ovviamente perturbato. E la situazione è destinata a peggiorare giacché le placche tendono a crescere e a calcificarsi. La loro formazione è collegata ad un fattore di cui spesso si discute: il colesterolo.Per quanto, naturalmente, il colesterolo non sia il solo responsabile del deterioramento delle arterie.Il colesterolo è una sostanza complessa, simile ai grassi, la maggior parte della quale viene prodotta dal fegato.Mentre un eccesso di colesterolo può essere dannoso, una modica quantità necessaria per lo svolgimento di parecchie funzioni dell’organismo: ecco perchè si trova in tutte le cellule. Inoltre, viene utilizzato per la sintesi d’importanti ormoni e della vitamina D. Il colesterolo si trasforma in un rischio quando è più del necessario.
Il che può esser dovuto a fattori ereditari, soprattutto al tipo d’alimentazione e d’attività svolta. Il quadro è poi complicato dall’esistenza di due tipi di lipoproteine, che contribuiscono a regolare il tasso di colesterolo nel sangue: quelle a densità elevata, che vengono definite ‘buone’, perché aiutano a smaltire il colesterolo e quelle a bassa densità (che vengono invece definite ‘cattive’ perché tendono a depositare il colesterolo all’interno dei vasi sanguigni). In alcuni Paesi (e anche in Italia) si è provato a fare esperimenti di massa, invitando gli abitanti a mangiare cibi a bassa contenuto di grassi e di colesterolo e si è costatato che con questa alimentazione a livello di rischio diminuisce nettamente. Non solo,ma si è anche appurato che è possibile incremettare il tasso di HDL, il colesterolo ‘buono’ attraverso l’esercizio fisico.
Qual è il tasso normale di colesterolo nel sangue?Non esiste una risposta precisa poiché entrano in gioco più fattori. Tuttavia oggi si ritiene che il rischio aumenti quando, dopo i trent’anni, il tasso di colesterolo superi, il valore di 200. E questo è vero soprattutto nei fumatori e nei ipertesi. Capiremmo in seguito come fumo, alcol, stress agiscano sulle nostre arterie.
L’escalation
del rischio

Il primo sintomo dell’insorgere di una situazione patologica sono delle sensazioni di dolore provocate dal fatto che le zone rimaste senza sangue ‘protestano’, cioè danno allarme attraverso il dolore. Quando la carenza di sangue (che in termine tecnico si chiama ischemia) colpisce le arterie coronarie, si ha quel tipico dolore al petto (angina) che i cardiopatici conoscono bene. Occorre precisare, a questo punto, che molti di noi ogni tanto hanno dei ‘dolorini’ nella zona del cuore, dovute a cause del tutto diverse (spesso sono dolori intercostali) e del tutto innocui. Il dolore di cui stiamo parlando, invece, è ben d’altro tipo: è un dolore che si indica non con un dito, ma con un pugno, sul centro del petto.
Come se si avesse un peso sul torace.
Talvolta invece non si avverte dolore,non c’è allarme. L’individuo non si accorge di ciò che gli sta accadendo: sono cosiddette ischemie silenti, o silenziose. Quando queste strozzature, silente o manifeste che siano, diventano davvero pericolose per la salute?I cardiologi riescono oggi ad avere un controllo diretto della gravità dei danni grazie all’uso di piccole sonde.
Per esempio, infilando una sonda in un’arteria della gamba o del braccio, si riesce a raggiungere le arterie coronarie, ottenendo le immagini rivelatrici su un piccolo monitor. Si procede a quest’esplorazione solo quando si hanno seri motivi, ad esempio se si deve decidere sull’operazione o meno di un paziente. Esistono vari fattori che possono indurre il medico a questa decisione: in particolare il dubbio sulla dimensione dell’occlusione e sulla localizzazione (se in un punto cruciale o no).
Rischi di occlusione

Solitamente si ritiene che fino a quando l’occlusione non superi il 50% del lume del vaso del paziente può essere trattato con farmaci. Ma al di sopra di tale valore, se si arriva, per esempio, al 75% i rischi sono troppo alti e si rende difficile l’intervento chirurgico. La coronaria, infatti,rischia di occludesi completamente,il che crea infarti per mancata irrorazione del cuore.
Infarto significa, in poche parole, che il cuore non riceve più l’ossigeno e nutrimento, e quindi le sue cellule muoiono. Naturalmente, prima di diventare all’operazione, oggi è possibile ricorrere ai farmaci, soprattutto a nuovi prodotti ora disponibili. Si è anche visto che i rischi possono variare molto da individuo ad individuo: perché non è solo il diametro dell’occlusione a determinare il pericolo, ma anche il modo in cui reagiscono le arterie: a volte placche di notevoli dimensioni non sono cruciale, talvolta, invece, bastano minimi danni alla parete per provocare spasmi che occludono il vaso con gravi conseguenze. Quindi le situazioni vanno valutate caso per caso. Se pero si rende necessario l’intervento chirurgico, si ricorre ad una tecnica ormai ben collaudata: il by-pass.
Si crea, cioè, una ‘deviazione’ alla circolazione del sangue. Questa deviazione si costruisce impiantando dei vasi che siano alimentati a monte dell’ostruzione e,come un raccordo, portino il sangue a valle aggirando (o by-passando, come si dice in gergo) l’ostacolo.
Per costruire il by-pass coronario si ricorre, in genere, ad arterie o vene prelevate dal corpo del paziente stesso. A volte si preleva una vena da una gamba (la vena safena), la si adatta e la si usa proprio come un tubo di raccordo. Altre volte, invece, si utilizza un’arteria del torace, deviandola fino al punto della coronaria che necessità dell’irrorazione sanguigna. E un’operazione che può essere realizzata grazie a tecnologie molto avanzate, ma anche grazie al fatto che i chirurgi riescano a tagliare e a ricucire le arterie in modo perfetto.
L’intervento, naturalmente, dovrà poi essere integrato con la terapia medica.
Il vero problema è che molte persone non sanno di trovarsi già in una posizione a rischi. Non danno importanza ai sintomi. Non si sottopongono ad esami adeguati e spesso semplicissimi come la misurazione della pressione o la verifica periodica del tasso del colesterolo. Continuano a fumare, a mangiare grassi, ad essere in soprappeso ecc… Tutto ciò può lentamente aggravare le occlusioni in formazione nelle arterie fino a creare una situazione irreversibile. L’esito inevitabile è l’infarto. Quando, infatti, un’arteria coronaria già semiocclusa si chiude del tutto, il sangue non può più transitarvi. E il cuore (o almeno una sua parte), non ricevendo più ossigeno né nutrimento, muore.
L’infarto

L’infarto può essere di gravità diversa a seconda del danno che si produce. Per capirne il meccanismo, bisogna ricordare che il cuore è alimentato da due importantissime arterie: le coronarie. Sono questi due vasi (coronaria di destra e coronaria di sinistra) a portare l’ossigeno e nutrimento al cuore, consentendoli di funzionare. Se entrambe le coronarie, le coronarie si occludono la morte è immediata: è l’infarto fulminare. Il più delle volte, però, si occlude una sola delle due coronarie e in tal caso si può ancora efficientemente. Il primo sintomo dell’infarto, com’è noto, è un fortissimo dolore al petto. Se chi n’è colpito riesce a raggiungere un’unita coronaria entro le prime ore (massimo entro le sei ore) riesce solitamente ad evitare l’infarto vero e proprio, cioè la morte cellulare di una parte del cuore. Arrivando in tempo in un centro specializzato, infatti, il paziente sottoposto ai trattamenti del caso.
Il primo, il più semplice, consiste nell’iniettare in vena una sostanza in grado di sciogliere i trombi (cioè coaguli il sangue) che possono essersi formati: in tal caso la circolazione può riprendere. In alcuni casi particolari si riapre il vaso con un mezzo meccanismo: un catetere, che nella sua parete terminale ha un palloncino il quale, gonfiandosi, dilata le pareti dell’arteria, consentendo al sangue di fluire. Se neppure quest’intervento è sufficiente, sì riccone allora all’operazione chirurgica, cioè si effettua il by-pass coronario di cui si è parlato prima, creando una deviazione artificiale che ristabilisce la circolazione del sangue su un percorso diverso. Se pero il paziente non arriva in un certo tempo ad un centro specializzato e nessuno di questi interventi può essere effettuato in tempo utile, le conseguenze possono essere gravissime perché il cuore sì necrotica (perché i tessuti del cuore muoiono. La parte del cuore rimasta senza sangue si danneggia irreversibilmente. E il danno è tanto più grave quanto più estesa è la zona colpita.
Trombi ed emboli

Ma c’è un rischio ancor più subdolo per il nostro organismo e per la nostra stesse vita: sono quelle che si potrebbero definire ‘mine vaganti’, che possono colpire e affondare un organo o spesso anche un intero organismo cioè un individuo. I trombi. Un trombo, in pratica, è un piccolo grumo di sangue, formato da globuli rossi, da piastrine e da un intreccio di fibrina. Un trombo può crescere aderente alla parete del vaso, o può anche essere trasportato in circolo, e ad un certo punto può bloccare un’arteria, creando una specie di tappo. Come si possono formare dei trombi all’interno delle nostre arterie? Paradossalmente un trombo è il risultato di un meccanismo di difesa dell’organismo. Solo che, in questo caso, entra in azione in un momento sbagliato.Quando ci feriamo, per esempio, si forma subito un coagulo, per evitare l’emorragia. I globuli rossi vengono, cioè, imbrigliati da una rete fibrina. La fibrina, che è normalmente diluita nel sangue, può, infatti, rapidamente trasformarsi in filamenti, che, avvolgono globuli rossi e piastrine, producono il coagulo.Questo meccanismo, così utile a tempo debito, può purtroppo diventare mortale. Il trombo è un coagulo erroneo inutile, vale a dire formatosi nel momento e nel punto sbagliati. Lo sbaglio si verifica perché, in caso di parziale occlusione del vaso, lo scorrimento del sangue può provocare una turbolenza. Se questa turbolenza è molto accentuata, il sistema di difesa la interpreta come il segnale di una ferita e produce fibrina per far coagulare il sangue. E’ così che si forma un trombo.
I trombi, come già si è detto, possono dei tappi per la circolazione, provocando non solo disturbi circolatori, ma anche infarti e ictus.
Il traffico
si ferma

Cominciamo a vedere cosa accade quando un trombo si forma in un punto non cruciale del sistema circolatorio.
Immaginiamo il nostro sistema circolatorio come una fitta rete stradale. Se in qualche suo punto si determina un blocco, non è detto che tutto il traffico di fermi. Così come il traffico può essere deviato verso strade secondarie, analogamente la rete vascolare può sviluppare deviazioni e percorsi alternativi, sia pure il rischio di sovraccaricare alcuni tratti. La situazione, però, diventa particolarmente grave quando un trombo si stacca da una parte dove si era formato (e dove poteva rappresentava un rischio) e si posa nel sistema circolatorio trascinato dal flusso sanguigno (in questo caso prende il nome d’embolo).
Se va ad occludere un punto cruciale (come un’arteria coronaria, oppure qualche arteriola celebrale), le conseguenze possono essere molto gravi. Se, infatti, l’embolo incontra un restringimento può riuscire a non oltrepassarlo e occludere vaso. Nel giro di pochi minuti i tessuti che stanno al dì là della strozzatura comincerebbero a morire, con gravissime conseguenze per l’individuo.
Ictus

Nel cuore gli emboli possono provocare l’infarto: tuttavia ci sono alcune ore di tempo per intervenire, dal momento in cui appaiono i primi sintomi. Nel cervello, invece, il tutto si svolge in pochi attimi. L’infarto nel cervello è, in pratica, l’ictus. Se un’arteria che irroga si blocca, i globuli rossi non possono più portare il loro carico d’ossigeno alle cellule nervose e queste, che sono sensibilissime alla mancanza d’ossigeno, non resistono a lungo (come quelle del cuore), ma muoiono in pochi minuti. Poiché il cervello è la centrale di comando di tutto l’organismo, secondo i circuiti che vengono distrutti nelle reti cerebrali, si avvertiranno le conseguenze in aere anche lontane dal punto colpito.
E’ così che manifestano, per esempio, la paralisi.Se, infatti, come spesso avviene, viene danneggiata l’area che possiede al movimento, non potranno più partire dal cervello i segnali destinati agli arti e questo non si muoverà più.
A volte il medesimo evento lede anche il linguaggio, e i vari tipi di percezione (tatto, dolore, caldo e freddo). Talvolta il danno è recuperabile, perché con l’esercizio possono essere attivate altre cellule nervose rimaste integre e recuperare perciò alcune funzioni. Ma ciò avviene solo se la distruzione è stata limitata. Se la zona colpita è estesa non si riesce più a ripristinare la funzione. Anzi, quando è molto estesa, spesso segue una morte rapida
La manutenzione dei ‘tubi’

Alla base di tutte le patologie viste c’è sempre il cattivo stato delle arterie, che perdono la loro elasticità, si occludono o si rompono. La causa è in pratica la stessa: la cattiva manutenzione dei tubi…
E’ evidente che la prevenzione può svolgere un ruolo principale. Se riuscissimo a tener pulite le pareti delle arterie, il sangue, l’ossigeno e il nutrimento scorrerebbero senza ostacoli ovunque come in un ottovolante, e così irrorati e ossigenati potremmo vivere molto più a lungo e in buona salute.Naturalmente è presente anche un fattore genetico:esistono centenari con arterie da fare invidia ad un cinquantenne. In tal caso la ricetta è quella di scegliersi dei buoni genitori e dei buoni nonni… In altre parole avere una buona predisposizione ereditaria. E questo purtroppo non è in nostro potere. Esiste, tuttavia esiste una ricetta a portata di tutti: evitare il fumo, l’alcol, i grassi e così via…
Perché sono rischiose queste sostanze? Perché il fumo e l’alcol, oltre a provocare svariati altri danni, fanno aumentare il metabolismo organico. E’ come far girare una macchina a una velocità superiore a quella ottimale: il motore ovviamente finisce logorarsi.
I grandi nemici: i grassi

Ma i grandi nemici dell’arterie sono i grassi. Perché sono proprio loro i principali responsabili di quegli accumuli e occlusioni che, in definitiva, determina i rischi maggiori, specialmente se combinati con tutti altri fattori. Le cellule di grasso svolgono naturalmente anche una funzione utile, dato che a loro che alloro interno si trova una riserva strategica, sotto forma di lipidi, proteine e zuccheri. In caso di necessità, queste cellule sono in grado di ritrasformare le riserve in sostanze energetiche che, rimettendole nel circolo sanguigno. I guai cominciano quando l’accumulo è eccessivo. Se, infatti, il grasso si accumula nei vasi, fa diminuire la loro funzionalità. Le goccioline di grasso possono danneggiare e ispessire le loro pareti e, tra l’altro, rappresentano un peso inutile: è come andare in giro con una o due valige. Con affaticamento del cuore. Non solo, ma poiché le cellule adipose (così si chiamano) devono essere continuamente irrorate di sangue, il sangue deve lavorare ancora di più per mantenerle in vita. In conclusione si è visto che un eccesso di grasso aumenta di molto le probabilità di essere colpiti da un infarto. Uno dei modi per eliminare o ridurre i grassi, com’è ben noto, e una dieta adeguata. Un altro modo, altrettanto conosciuto, è quello di praticare esercizio fisico. E’ invece meno noto che una fetta di torta di crema, per esempio, richiede ben tre ore di marcia a piede per essere bruciata dall’organismo… Tuttavia, se è relativamente semplice ridurre il grasso superfluo, è molto più difficile far regredire i depositi di grasso quando orami si sono installati nelle arterie sotto forma di placche. Esistono varie soluzioni del problema, ma tutte prevedono l’uso di farmaci: per ridurre il tasso di colesterolo, per regolare la mobilita dei vasi, o anche per diminuire il consumo d’ossigeno del cuore. Essi consentono di ristabilire un migliore equilibrio tra domanda e offerta d’ossigeno a livello cardiaco. I medesimi interventi possono, talvolta, perfino ridurre la dimensione delle placche nelle arterie.
Una buona manutenzione

Per ora, tuttavia, i modi migliori per avere le arterie pulite è quello di mantenere tali: è nostro compito eseguire una buona manutenzione attraverso comportamenti adatti. Il guaio è che esiste una tradizione culturale che opera in senso inverso: la buona tavola, la buona cucina, l’idea che a tavola non s’invecchia ecc… Naturalmente ognuno può fare le proprie scelte. Anche quella di godersi la vita infischiandosene delle arterie. Oppure trovare un equilibrio tra prudenza e trasgressione. L’importante è conoscere come funziona una macchina; ognuno poi la guida come vuole. Se noi, però, noi potessimo vedere le nostre arterie direttamente, così come vediamo i denti e le unghie, le terremo più pulite. A volte basterebbe solo un poco più d’attenzione per evitare seri guai.
E questo è vero non solo per le arterie, ma per tutti gli organi che compongono il nostro corpo e che esploreremmo nel corso di questo viaggio. Insomma possediamo una macchina meravigliosa, ma spesso la trattiamo male o la trascuriamo. Vero è che occupiamo più dell’altra macchina, quella su quattro ruote. Appena sentiamo un rumore sospetto la portiamo la portiamo subito dal meccanico, stiamo attenti al ricambio dell’olio, alla tenuta di strada, ai freni, facciamo i tagliandi, stiamo attenti a non sforzare troppo il motore, a non surriscaldarlo.E’ un peccato trascurare questa nostra straordinaria machina biologica.Visti da vicino, in tutti i suoi sterminati componenti di cellule, tessuti, sistemi, è davvero qualcosa che non finisce di meravigliare.
bAnche, in definita, perla sua capacità di rinnovarsi ogni volta prima di morire, replicando una copia di se stessa: un nuovo modello in grado di ricominciare da capo un nuovo ciclo vitale, e capace di trasmettere a sua volta la vita a un nuovo organismo, con una interminabile corsa a staffetta.

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