Le scienze sociali

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Categoria:Scienze Sociali

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Testo

CHE COSA SONO LE SCIENZE SOCIALI
Le scienze sociali sono quelle discipline che hanno come centro d’interesse l’uomo e la società in cui vive; esse racchiudono diverse tematiche quali gli aspetti interni all’uomo, cioè le caratteristiche della natura umana determinate da fattori biologici e psicologici, quali gli aspetti esterni che sono legati alla necessità di tipo culturale, istituzionale, sociale e ambientale. Le discipline o scienze umane che influenzano le scienze sociali sono la storia, la filosofia, le scienze politiche, l’archeologia, l’economia.
Serve fin d’ora notare che sapere e conoscere non significano la stessa cosa:
sapere significa che abbiamo registrato delle informazioni, delle nozioni, dei processi, dei metodi e siamo capaci di ripeterli correttamente, eventualmente applicandoli;
conoscere è una modalità più attiva di rapportarsi a ciò che si studia, si legge o si impara.
Sapere (gnoscere) ha un significato più statico di co-noscere, che ha una valenza dinamica e indica che colui che conosce prende parte ad un’autocreazione cosciente, si confronta con ciò che sa o sta imparando comprendendone la validità e/o i limiti.
La nascita delle scienza sociali
Nell’antichità, ricorrendo al mito, si cercava da una parte di colmare le lacune conoscitive e dall’altra i ridurre la sensazione di allarme e paura che scaturiva sia dal confronto con la diversità degli altri, sia dal rischio di cadere in qualche modo vittime di forze o persone ostili: disporre di una spiegazione infatti, anche se incompleta o errata, dà l’impressione di poter esercitare una qualche forma di controllo sull’imprevedibile e l’ignoto.
Grazie al tentativo di affermare la propria identità e stabilire i confini che ci separano gli uni dagli altri, l’uomo si è dimostrata probabilmente l’unica creatura vivente che riflette su se stessa, che è dotata non soltanto si coscienza ma anche di autocoscienza, cioè che si rende conto di ciò che sta facendo, pensano e ciò che farà o ha intenzione di fare.
Nel corso dei secoli, dunque, i filosofi si interrogarono a lungo sulla natura umana, sulle nostre capacità cognitive, sulle radici della società, sui percorsi della storia e su molti altri temi fondamentali; ma fu soltanto nel ‘700 che prese corpo il progetto di fondare una scienza dell’uomo i cui precursori furono Hume, Condorcet, Kant, Rousseau, Montesquieu, Diderot.
E’ allora nel ‘700 che si trovò per la prima volta un compromesso tra quelle che sino ad allora erano state le due interpretazioni circa l’origine della diversità tra popoli. Prima gli europei si erano soffermati sul clima che incideva sul carattere delle singole società e le caratteristiche biologiche degli individui. Altri invece si erano concentrati sull’educazione impartita da bambini. Nel ‘700 l’uomo non aveva né solo caratteri “innati”, cioè ricevuti all’atto stesso della nascita, né solo “culturali”, ma sia gli uni che gli altri: l’uomo è contemporaneamente il prodotto del clima, del cibo, della religione, degli esempi del passato, delle leggi, dei costumi…
Nell’ 800 invece cominciarono a prendere forma le principali branche del sapere, stabilendo i campi di pertinenza delle diverse discipline così come le ritroviamo.
Nel ‘900 furono tracciate le frontiere tra le varie materie e con esse comparvero anche le prime riviste specializzate e le prime cattedre universitarie di scienze sociali, cui fece seguito una progressiva specializzazione anche all’interno delle varie discipline.
Il proliferare del sapere sociale
L’interdisciplinarità costituisce una risorsa importante nell’ambito delle scienze sociali dove spesso è difficile tracciare dei confini precisi e nitidi tra campi di studio.
La diversità degli approcci, dei modelli e dei metodi è costitutiva della complessità del reale; all’interno di ogni disciplina esiste una varietà di modelli: un approccio globale o integrato della realtà implica pertanto il confronto e l’integrazione di più modelli; per adottare un punto di vista o un tipo di interpretazione sono necessarie alcune garanzie di rigore e di metodo.
L’INTERESSE ANTROPOLOGICO NEL MONDO ANTICO E NEL RINASCIMENTO
L’antropologia, intesa come studio delle diverse razze, delle credenze, degli usi e dei costumi delle società umane, si costituì verso il 1850. L’attenzione e lo studio di altri popoli ha però radici remote e scaturisce da una curiosità naturale degli esseri umani di conoscere le tradizioni degli stranieri. Questi ultimi suscitano curiosità e desiderio di conoscenza ma anche paura, sospetti e dar corpo a fantasie e timori irrealistici. Queste riflessioni trovarono grande impulso nel Rinascimento a seguito della scoperta delle Americhe su cui vennero raccolte e pubblicate le cronache di viaggio di esploratori.
Nascita dell’antropologia come scienza
Dall’osservazione e lo studio di popoli diversi emerse man mano la convinzione che molti aspetti del comportamento umano non rispondessero ad una matrice innata, a fattori puramente biologici, a differenza legate alla razza e ai fattori ereditari, ma fossero in gran parte determinati da fattori culturali e geografici, legati alle caratteristiche del luogo e allo sforzo degli esseri umani di adattarsi ai diversi ambienti, alle loro risorse, al clima. Si incominciò a crearsi una distinzione tra antropologia fisica e culturale: la prima fornisce agli altri campi della ricerca antropologica i concetti di base delle nostre origini animali e delle componenti biologiche ed evolutive delle diverse culture. La seconda si occupa invece della descrizione e l’analisi delle culture delle epoche passate e presenti.
Furono tre i fattori che verso la metà del Settecento contribuirono alla nascita di questa nuova scienza: il primo fu il diffondersi delle riflessioni e degli studi dei naturalisti il cui obbiettivo era quello di classificare l’uomo tra le specie naturali. A sua volta il naturalista Linneo si interessò al problema di classificazione delle specie: l’uomo europeo, l’omo asiatico, l’uomo americano, l’uomo selvaggio, l’uomo africano, l’uomo mostruoso.
IL secondo fattore furono le riflessioni di pensatori come Voltaire, Condorcet, Dideot e Kant che si interrogarono sulla natura umana e avanzarono teorie sui suoi fondamenti. Il tema comune era quello del progresso; infatti si sosteneva che le culture differivano le une dalle altre non perché esse esprimessero delle differenze innate relative alla capacità umane, ma perché erano la manifestazione di differenti livelli di conoscenza, di civiltà, e di acquisizioni razionali. Infine il terzo fattore svolse un ruolo con gli studi e le osservazioni dei viaggi di esplorazione. Man mano si raggiunse la consapevolezza dell’esistenza di un solo genere umano contrapposto al genere animale e si affermò l’idea che i cosiddetti “selvaggi” dovessero anch’essi essere considerati degli esseri umani sebben non avessero ancora raggiunto uno stadio civilizzato.
DALL’OMBRA ALLA PSICHE
Dal bisogno di coscienza ebbe origine la filosofia, la “scienza madre” da cui si svilupparono più tardi le altre scienze, Inizialmente gli esseri umani attribuirono i pensieri e i desideri alla base dei loro comportamenti e delle loro scelte a forze esterne a loro. Successivamente i sentimenti e le pulsioni venivano attribuiti ad un dio o una dea. Inoltre si cominciò a pensare che ogni persona dovesse avere qualcosa , dentro il proprio corpo, che consentisse di muoversi, pensare e anche provare sentimenti ed emozioni; questo spirito era immateriale, simile a una fiamma o a un soffio d’aria.
Fu Aristotele ad introdurre nella storia del pensiero l’idea che lo spirito non fosse un fenomeno esterno, ma una funzione del corpo. Indicò nella psiche il motore che consente all’uomo di realizzarsi.
Nel corso del Medioevo nacquero molte scuole filosofiche che ebbero tra i loro dibattiti queste due diverse posizioni; il problema dell’anima fu per i filosofi cristiani medioevali uno dei più difficili da affrontare, in quanto non si vedeva come fosse possibile studiare razionalmente qualcosa che non poteva essere osservato e descritto. Fu col Rinascimento che incominciò ad imporsi una visione scientifica del mondo e dell’uomo, fondata sulla ragione e indipendente dalla fede. Bisognerà arrivare all’inizio del XX secolo perché si affermi una concezione monista dell’essere umano: in base a questa concezione, percezioni, emozioni e pensieri sono il prodotto dell’attività delle cellule nervose che fanno capo al cervello, parte integrante dell’organismo; non è necessario andare a ricercare al di fuori del corpo e dell’attività celebrale la spiegazione del funzionamento psicologico.
Gli inizi della psicologia scientifica
Nel primo ‘800 venne definita la psicologia soggettiva che si proponeva di esplorare la vita mentale allo scopo di comprendere come, per associazione di idee, l’individuo arriva a conoscere l’ambiente in cui vive. La nascita della psicologia scientifica risale con la comparsa dei primi “psicologi della percezione” il cui obbiettivo era quello di emancipare la ricerca psicologica della speculazione filosofica costituendo la ecologia come una disciplina autonoma che si ispirasse alle scienze naturali.
Nel 1860 Fecher fondò la psicofisica il cui obiettivo consisteva nello studiare la relazione che esiste tra gli stimoli e le reazioni dell’organismo.
Wundt fu invece il creatore del primo laboratorio di psicologia sperimentale e il maggior esponente della scuola strutturalista, cercano di osservare gli stati soggettivi attraverso l’introspezione.
Il ruolo della psicologia doveva dunque consistere nel fornire una descrizione più dettagliata e precisa possibile delle unità elementari della psiche umana, utilizzando il metodo introspettivo che però si rilevò molto soggettivo.
PERCHE’ STUDIARE LA SOCIETA’ ?
La sociologia, nata sul finire del Settecento, esige tre precondizioni: libertà di pensiero, consapevolezza dello stato di crisi, convinzione che sia possibile far qualcosa per porre rimedio alla crisi. Iniziarono allora le grandi rivoluzioni nel campo teorico: la rivoluzione scientifica che con i suoi sostenitori quali Galileo, Keplero e Newton iniziò a mettere in crisi il ben radicato sistema convenzionale di credenze.
Una seconda rivoluzione fu quella del pensiero politico e sociale che diede spazio alla terza rivoluzione, quella industriale; le nuove possibilità di lavoro a seguito dello sviluppo tecnologico e della nuova comparsa di macchine che amplificavano gli effetti del lavoro umano, suggerirono l’idea che fosse possibile esercitare un controllo su forze che prima sembravano completamente al di fuori della portata dell’uomo.
I padri fondatori della sociologia
I padri fondatori della sociologia furono Marx, Weber, Durkheim e Mead. Quest’ultimo si specializzò per quanto riguarda il modo in cui noi impariamo a comportarci nei numerosi e differenti rapporti sociali dando l’avvio all’interazionimo simbolico; Durkheim individuò le trasformazioni che caratterizzavano le società moderne dando luogo alla scuola nota come funzionalismo; Marx spiegò la dinamica dei sistemi sociali moderni, cioè capitalisti dando vita a una corrente di sociologia critica mentre Weber si fece portavoce dell’individualismo metodologico, ossia quell’approccio che considera gli eventi sociali come il risultato di azioni individuali ma non diede origine a nessuna scuola particolare.
I PROCESSI COGNITIVI
I processi cognitivi, specificatamente quelli della coscienza, ci consentono di capire come funziona la nostra mente; si distinguono in:
• Percezione: questo coinvolge il processo cognitivo della percezione; nel momento in cui avverti ciò che sta accadendo, identifichi le forme che stai osservando a ciò che normalmente ti aspetti di osservare in una situazione simile.
• Attenzione: quando l’evento non coincide più con le tue aspettative diventi più attento, cominci a recepire attivamente ciò che sta succedendo.
• Pensiero: implica l’elaborazione di ciò che si è appena verificato.
• Memoria: permette di ricordare; la memoria entra in gioco quando immagazzini nella tua mente ciò che è accaduto e le interpretazioni che ne hai dato.
• Linguaggio: il racconto implica l’uso del linguaggio.
• Apprendimento: quando il conoscere è il risultato dell’elaborazione di ciò che ti è accaduto prima.
La percezione e le sue organizzazioni
Perché avvenga una percezione è importante che i nostri sensi raccolgano delle informazioni e successivamente che il nostro cervello rielabori quelle informazioni attribuendo loro un significato. A differenza della sensazione, la percezione è selettiva, costruttiva e interpretativa come possiamo dimostrare esaminando la tua percezione della litografia di Escher (palazzo instabile con cascata). Infatti la percezione non dipende interamente dalle informazioni che provengono dai sensi; essa è modificata dalle aspettative, speranze, paure bisogni e memorie che costituiscono il nostro mondo interiore. I sensi fanno il loro lavoro preliminare ma è il cervello a dire l’ultima parola.
Per quanto limitata dai sensi, la capacità percettiva esiste fin dalla nascita; questa però viene alimentata dagli apprendimenti e presto gli stimoli vengono interpretati anche in base alle esperienze.
E’ stata la scuola della Gestalt ad indicare l’esistenza di principi o leggi in base a cui le percezioni si organizzano in unità coerenti e regolari:
• il nostro cervello tende a staccare le figure da uno sfondo; quando questa distinzione per qualche motivo non è chiara, il nostro cervello ha difficoltà ad attribuire un significato a ciò che i nostri occhi stanno vedendo;
• il principio della chiusura basato sul fatto che in nostro cervello tende a completare le figure o i suoni, a dare a essi un contorno semplice e concreto;
• il principio della buona continuazione che denota la prevedibilità o semplicità;
• il principio della prossimità evidenzia come il nostro cervello tenda a raggruppare in una stessa configurazione gli elementi che sono vicini;
• il principio della similarità ci porta a raggruppare più facilmente insieme elementi che presentano delle caratteristiche simili;
• il principio degli assi di simmetria che ci permette di avere un’interpretazione di ciò che vediamo, tocchiamo, udiamo, gustiamo o odoriamo, sulla base di buone forme.
Percezioni stabili e illusioni
Il mondo in cui ci muoviamo è percepito non soltanto come organizzato, ma anche come stabile e costante. Se non possedessimo la capacità di avvertire percezioni strutturate, l’immagine di un oggetto si modificherebbe sulla nostra retina, non saremmo più in grado di riconoscerlo e ci muoveremmo perduti e disorientati tra quella che sembrerebbe una selva di oggetti sempre nuovi e diversi. (es. La stessa cosa da angolature diverse).
Vi sono dei casi di figure impossibili che ad un primo sguardo sembrano accettabili ma che ben presto si rivelano incomprensibili; illusioni che dipendono da una nostra interpretazione come la possibilità o meno di non vedere cose che sono obbiettivamente davanti ai nostri occhi, come il mimetismo; in altri casi possiamo vedere fenomeni che non esistono, come le luci intermittenti delle insegne luminose che simulano un movimento.
La capacità di vedere in tre dimensioni è detta comunemente visione binoculare e consente una migliore percezione in quanto i due occhi in posizione frontale sono orientati nel stessa direzione.
Esiste anche la possibilità di decodificare la profondità a livello monoculare: particolarmente importante è la sovrapposizione dei due campi visivi o disparità retinica.
L’attenzione e l’apprendimento
L’attenzione è un processo secondo cui l’individuo è modificato in misura più o meno definitiva da ciò che si verifica nell’ambiente circostante e da ciò che egli fa. Anche se non ce ne accorgiamo impariamo continuamente dalle nostre esperienze e molti dei nostri apprendimenti informali consistono nel distinguere ciò che è importante da ciò che invece non lo è o che in quel momento non ci interessa.
La teoria del filtraggio: nel nostro sistema nervoso si trova un filtro selettivo che fa passare uno solo dei diversi messaggi concorrenti, rifiutando gli altri. Ma più che di filtro selettivo è preferibile parlare di due complessi processi di elaborazione dei messaggi, quelli attesi e quelli non attesi, questi ultimi vengono respinti o ignorati dopo che li abbiamo valutati e dopo che abbiamo deciso se sono rilevanti o meno.
La durata della concentrazione dipende in gran parte da quanto si è attivi, partecipi o coinvolti: se si è troppo rilassati non si è sufficientemente attenti e se si è eccessivamente tesi e coinvolti si possono fare degli errori.
Il termine pensare indica attività mentali differenti a tal punto che è quasi impossibile fornire un’unica definizione di pensiero. Le forme di pensiero più frequenti sono:
• la soluzione dei problemi;
• gli schemi mentali;
• il ragionamento;
• applicazione della conoscenza sociale;
• simulazione del computer;
• intelligenza artificiale;
• rappresentazione;
• la formazione dei concetti;
• le schematizzazioni e i copioni;
• le mappe cognitive;
Tra i comportamentisti, Watson sostenne che il pensiero emerge dalla stessa attività motrice da cui emerge il linguaggio: la sola differenza tra queste due funzioni risiederebbe nel fatto che il pensiero è un dialogo interiore, mentre il linguaggio è un pensiero ad alta voce. Ma sebbene il linguaggio agisca spesso come un amplificatore del pensiero, non sempre la parola è fedele al nostro pensiero.
Secondo i cognitivisti lo sviluppo del pensiero è associato allo sviluppo dei concetti che permettono di organizzare le informazioni e prevedere le conseguenze delle loro azioni e quelle degli altri.
L’adattamento secondo Piaget è un meccanismo di apprendimento che si effettua con due meccanismi innati:
• l’assimilazione, che spinge l’organismo a tentare di integrare la nuova struttura alle strutture esistenti;
• l’accomodamento che modifica gli schemi precedenti adattandoli alla nuova situazione.
Attraverso questi meccanismi aumenta l’esperienza di una determinata attività umana. L’arricchimento avviene per stadi che vanno passo passo con la maturazione del sistema nervoso e lo sviluppo del cervello dalla nascita all’adolescenza.
Bruner non condividendo le teorie di Piaget, esplica che la nostra esperienza del mondo è innanzitutto sensoriale e motrice. Infatti per Bruner:
• la rappresentazione sensomotrice è presente nell’arco di tutta la vita. I primi apprendimenti che avvengono sono di tipo motorio (camminare, gattonare…);
• la conoscenza iconica si affianca ben presto a quella senso-motrice. In un secondo momento, a fianco della conoscenza sensomobile compare la conoscenza iconica, cioè l capacità di associare i concetti e/o le conoscenze a immagini e disegni rappresentativi;
• i concetti della terza infanzia sono costituiti dal linguaggio. Infine tutta la nostra conoscenza passa attraverso il linguaggio.
Tipi di apprendimento
• Una forma elementare di apprendimento è l’assuefazione, cioè uno stimolo che inizialmente colpiva l’attenzione e suscitava una certa risposta, col tempo può lasciare indifferenti e non suscitare più alcun tipo di interesse e reazione.
• Il fisiologo russo Pavlov ottenne il Nobel per le sue ricerche sul riflesso della salivazione su un cane. Infatti si accorse che solo grazie al rumore delle ciotole il cane produceva saliva; ricreate le condizioni in laboratorio Pavlov constatò come fosse possibile trasformare un riflesso naturale o incondizionato in riflesso condizionato. Il cibo elargito rappresentava un rinforzo positivo mentre una punizione un rinforzo negativo.
• L’americano Thorndike basò l’apprendimento sulla base di “scatole a problema”: osservò che il comportamento era strumentale in quanto comportava delle conseguenze; l’animale non avrà la ricompensa se non fornirà la risposta corretta. Quando l’apprendimento è consolidato, l’animale non si perde più in tentativi inutili ma va dritto all’obbiettivo.
• Una forma di apprendimento utilizzata soprattutto dai bambini è l’imitazione. Spesso non imitano i comportamenti che osservano subito, ma a distanza di tempo come nel caso dell’ imitazione differita.
• Nell’apprendimento vicario il comportamento osservato è adottato soprattutto per le conseguenze che comporta: infatti si tende a imitare persone che stimiamo.
LA MEMORIA
Le amnesie, cioè la perdita di parte o di tutta la memoria, rappresentano un aspetto della carenza della capacità di poter fissare o rievocare i ricordi. Al contrario, le ipermnesie, permettono un eccesso di memoria.
I vari tipi di memorie
• Memorie a breve termine: consistono in un mantenimento dell’esperienza su un piano momentaneo, come lo studio.
• Memorie a lungo termine: le esperienze si consolidano nella mente e svaniscono raramente. Il passaggio dalla memoria breve a quella lunga richiede minuti o ore ed è una fase in cui i ricordi possono essere turbati da traumi, droghe…
• Memorie procedurale: riguardano una serie di memorie che prima apprendiamo poi si fondono sui riflessi; Es. Nel nostro cervello sono depositati gli schemi motori del pedalare e del camminare.
• Memorie semantiche: sono legate ai significati che dipendono da una fondamentale attività della specie umana, il linguaggio. Queste memorie sono meno “forti” di quelle procedurali anche perché compaiono più tardivamente e possono scomparire più precocemente nella vecchiaia.
Intuizione e ragionamento
L’intuizione sta ad indicare una risposta che insorge spontaneamente, senza passare attraverso esercizi o tentativi ed errori.
L’apprendimento dipende dalla maturazione psicofisica dell’organismo; importante, ai fini dell’apprendimento, è anche l’emotività, che può interferire sia in positivo che in negativo con i processi di apprendimento.
LINGUAGGIO E COMUNICAZIONE
• Sematicità: stati, eventi e astrazioni possono essere rappresentati con dei simboli.
• Dislocamento: indica che il linguaggio verbale umano consente di comunicare anche su eventi e situazioni passate o future.
• Produttività: mette in evidenza le grandi potenzialità del linguaggio.
Le forme del linguaggio non verbale sono molteplici:
• Espressioni del viso.
• Sguardo.
• Messaggio della bocca.
• Gesti e movimenti del corpo.
• Gesti automanipolativi.
• Posture.
• Contatto fisico.
• Tono della voce.
• Abbigliamento.
Le conoscenze necessarie per comprendere un linguaggio
E’ molto più facile ricordare il succo di un brano se questo ha un titolo; le conoscenze linguistiche necessarie per comprendere un’ informazione o un comune messaggio sono molto importanti e si differenziano in:

• Conoscenza grafica: dobbiamo saper leggere le lettere.
• Conoscenza fonologica: dobbiamo sapere come si combinano i suoni.
• Conoscenza morfologica: i fonemi si compongono in unità più lunghe, morfemi.
• Conoscenza lessicale: dobbiamo sapere il significato delle singole parole.
• Conoscenza sintattica: bisogna sapere la struttura grammaticale delle frasi.
• Conoscenza semantica: bisogna comprendere i significati che emergono dalla
combinazione dei suoni.
• Contesto sociale: collochiamo “la storia” in un contesto che ci è familiare.
• Conoscenza generale: bisogna che gli interlocutori condividano alcune conoscenze di base.
Il motivo per cui parliamo viene definito pragmatica e corrisponde più precisamente a quando noi usiamo il linguaggio in un contesto sociale per raggiungere un obbiettivo.
Secondo J. Sarle sono atti linguistici le richieste, i comandi, le scuse, le affermazioni. Le interpretazioni che noi diamo a ciò che ascoltiamo o ci viene detto dipende da quelle che immaginiamo essere le intenzioni di colui che parla.
Linguaggio e pensiero
Il complesso intreccio che esiste tra pensiero e linguaggio è stato evidenziato dagli studiosi di scienze cognitive.
Il linguaggio facilita il pensiero in quanto fornisce tutta una serie di concetti che favoriscono il riconoscimento di uguaglianze e differenze, che consentono di operare delle generalizzazioni, delle similitudini…anche molto sottili.
L’importanze della mediazione verbale nel comportamento è tanto chiaramente provata che difficilmente la si può negare; nei primi anni, le risposte del bambino all’ambiente tendono ad essere dirette, sono cioè il prodotto delle connessioni immediate che egli ha costituito tra stimoli e risposte sulla base di un condizionamento. Quando il bambino raggiunge dei concetti che può memorizzare o a cui può rispondere interiormente, egli è in grado di rispondere all’ambiente in modo indiretto, meno immediato.
Le teorie sulla natura dell’apprendimento del linguaggio
Gradualmente, attraverso un processo di imitazione, il bambino sviluppa e affina il suo linguaggio fin quando non si adegua a quello dei genitori o delle persone con cui vive. Questa teoria dell’apprendimento però non riesce a spiegare:
• La grande quantità degli apprendimenti linguistici.
• I differenti tipi di risposte che possono essere date dallo stesso stimolo.
• Le produzioni originali fornite dai bambini che non sono frutto di un rinforzo.
La teoria performista nota che la maggior parte delle lingue possiedono una struttura base simile. Gli elementi comuni sono stati definiti universali linguistici. Ma esiste una diversità nella struttura di superficie e che ogni lingua sviluppa un sistema in grado di rispondere ai bisogni particolari dei membri di quella cultura. Contrari a questa interpretazioni sono gli psicologi Vygotskij e Bruner, secondo cui la mente non evolve in maniera lineare seguendo un processo di sviluppo uguale per tutti ma in base alle variazioni dovute all’influenza dell’ambiente sulle capacità biologiche tipiche dell’uomo.
LA VITA UMANA TRA EREDITARIETA’ ED ESPERIENZA
Con il termine “innato” intendiamo ciò che un individuo possiede per via ereditaria fin dalla nascita e che può anche esprimersi in età successive nel coso della sua maturazione o crescita, ovvero tutto ciò che fa parte del suo patrimonio genetico, dai tratti fisici a quelli psichici.
Con il termine “acquisito” ci riferiamo a tutto ciò che l’individuo apprende nel corso della sua vita, per esperienza diretta o indiretta. E’ più difficile stabilire il ruolo dei fattori innati nelle azioni e nei comportamenti e perciò vengono distinti il fattori ambientalmente labili e/o stabili (quelli comuni e ripetitivi).
Si può parlare di una forma di cultura non umana?
La cultura e la trasmissione culturale sono delle caratteristiche tipicamente umane. Ma gli animali oltre a un repertorio di comportamenti innati, le specie evolute hanno un repertorio di comportamenti appresi. E’ l’esempio delle scimmie che acquisiscono informazioni che non fanno parte della loro natura di animali, non sono cioè trasmessi geneticamente come avviene per gli istinti , ma vengono trasmesse di generazione in generazione attraverso l’imitazione o il processo di trasmissione culturale.
LA FAMIGLIA IN DIVERSE CULTURE
Nel passato ma anche tutt’ora sono esistiti vari tipi di famiglia; la famiglia romana era rigidamente monogamica mentre quella cinese era poligamica. Nel Tibet vi era la tradizione del matrimonio poliedrico, dove la donna accasandosi sposava successivamente tutti i fratelli minori del marito.
La diversificazione delle famiglie avveniva soprattutto per ragioni patrimoniali:
• in un gruppo patrilineare i beni venivano trasmessi da padre in figlio ed era quindi il padre biologico e marito a svolgere il ruolo di capofamiglia;
• nelle società matrilineari i beni venivano trasmessi all’interno del gruppo che faceva da capo ad una stessa antenata. Colui che svolgeva le funzioni di capofamiglia era un parente della madre che amministrava l’unità produttiva in cui era nato.
Trasformazioni strutturali
• Nucleare: si sviluppava soprattutto in città ed era una sola unità coniugale, completa o incompleta; esisteva già nel Trecento tra le popolazioni urbane.
• Senza struttura: priva di unità coniugale, formata da persone con rapporti di parentela o conoscenti.
• Solitaria: costituita da un'unica persona (con o senza servitore, i single moderni).
• Estesa: si sviluppava in campagna ed era una sola unità coniugale ed uno o più parenti conviventi.
• Multipla: si sviluppava in campagna ed era formata da due o più unità coniugali.
• Complessa: si sviluppava in campagna e comprendeva i tipi estesa + multipla.
Tra il 1950 e il 1970 si ebbe un tumultuoso processo di urbanesimo che interessò tutta la penisola e che comportò come conseguenza anche un aumento delle famiglie nucleari; nel trasformarsi la famiglia italiana ha perduto alcune delle funzioni cui assolveva quando la società era essenzialmente contadina, come l’istruzione e il sistema di produzione.
Le trasformazioni delle relazioni famigliari
In passato il matrimonio era stato quasi sempre combinato più per unire dei beni che delle persone; perciò diritti, doveri e relazioni tra i veri membri della famiglia erano
rigidamente regolati dal sesso e, tra i fratelli, dall’ordine di nascita. Il tipo di famiglia che invece è venuta emergendo negli ultimi due secoli è quella a tendenza democratica, dove la distanza sociale tra i vari membri è minore e dove i rapporti sono più distesi e intimi: si tratta di una famiglia orientata verso le persone. Infatti è più spesso l’affetto e l’amore che uniscono i coniugi e i consanguinei degli ultimi duecento anni. Amare significa “riconoscere” l’altro ed essere “riconosciuti” da lui, contrapporre all’indifferenza del mondo un modo esaltante di essere e di sentire.
Vivere insieme e relazionarsi con gli altri
Le strategie di apprendimento positive sono l’imitazione e l’identificazione mentre quelle negative sono il senso di vergogna e il senso di colpa.
• Imitazione: si intende lo sforzo del bambino di riprodurre i comportamenti di coloro che hanno un ruolo importante nella sua vita.
• L’identificazione: i riferisce a quel meccanismo attraverso cui si fanno propri i comportamenti e i valori altrui.
• Senso di vergogna : strategia di apprendimento che si basa sull’inibizione e sulla punizione. Si ha la percezione di aver addosso gli occhi degli altri oppure essere l’oggetto del loro sarcasmo.
• Senso di colpa: strategia di apprendimento che si basa sull’inibizione e sulla punizione. Si prova quando si ha la sensazione di avere sbagliato nei confronti di qualcuno o di avere fallito in qualcosa di importante.
Le norme e le modalità del comportamento sociale possono essere esplicite, cioè codificate e chiaramente enunciate, oppure implicite nelle abitudini di vita; le norme sociali e morali vengono assorbite più attraverso i comportamenti che le parole. Nel corso della crescita sono infatti due le matrici di relazione con gli altri: la matrice famigliare, che oltre ad educare alle relazioni umane primarie deve educare anche alla relazione con il diverso da sé, e la matrice scolastica.
COS’E’ IL GRUPPO?
Gli elementi che permettono di definire il concetto di gruppo sono:
• Interazione: insieme dei rapporti che si verificano tra membri del gruppo.
• Appartenenza: sentimento che fa sentire uniti e dipendenti gli uni dagli altri.
• Identità: rende i suoi membri riconoscibili anche all’esterno e per questa ragione può influire sulle loro azioni in quanto spesso un gruppo rivela la propria identità nel momento in cui si contrappone ad altri gruppi.
Queste caratteristiche danno origine a :
• Gruppo: costituito da un insieme di perone interagenti l’una all’altra, dotate di senso di appartenenza e considerate come membri di un determinato gruppo non soltanto da loro ma anche da coloro che non ne fanno parte.
• Aggregato: insieme casuale di persone (Folla = ammasso di persone prive di regole).
• Categoria: insieme ideale di individui che pur non avendo interazioni o obbiettivi comuni condividono alcune caratteristiche come l’età, la nazionalità…
Normalmente gli individui si uniscono in gruppi perché vi trovano aiuto, sostegno e realizzazione; queste interazioni originano in ogni caso funzioni, posizioni sociali e valori differenti.
I gruppi e la loro organizzazione
• Gruppo primario: formano la personalità dell’individuo come la fa,miglia o i gruppi di gioco. Nei gruppi primari si realizza infatti una forte identificazione del soggetto con la vita, i desideri e le aspirazioni degli altri membri del gruppo e la collettiva modella quella individuale.
• Gruppo secondario: insieme di individui che non sono legati da senti menti forti ma interagiscono e si uniscono per raggiungere obbiettivi specifici. In questi gruppi la personalità dei singoli non può avere molta importanza per il funzionamento del gruppo, dove si instaurano facilmente dei legami impersonali spesso controllati da norme e regolamenti.
• Piccoli gruppi: limitato numero di individui che hanno rapporti diretti tra di loro.
*Diade: gruppo fragile ma intimo formato da due persone.
*Triade: gruppo in costante tensione formato da tre persone.
Il leader ha lo scopo di fungere da punto di riferimento per l’intero gruppo e i vari sottogruppi. Si riconoscono due tipi di leadership:
• Strumentale: punta al raggiungimento degli obbiettivi del gruppo.
• Espressiva: si concentra soprattutto sui rapporti tra i membri al fine di raggiungere e mantenere la coesione e la tranquillità.
Le gerarchie a cui sono soggetti gli individui sono:
• Status: posizione sociale occupata da un individuo.
*Ascritti: quando sono indipendenti dalla nostra volontà (età, sesso, razza…).
*Acquisiti: quando dipendono dalle azioni e dalle iniziative individuali.
Ogni persona ha diversi status ma si tende a considerarne uno come prevalente, il più importante che i sociologi chiamano status dominante.
• Ruolo: comportamento che ci aspettiamo da una persona che occupa quella posizione; generalmente ad un singolo stato corrispondono più ruoli, in questo caso si parla di insieme di ruoli.
Società del presente e del passato
La società è un insieme di individui che occupano una determinata area geografica, che interagiscono tra di loro condividendo una stessa cultura, che hanno la stessa identità nazionale.
Secondo Tonnies ci sono alcune differenze fondamentali tra le società e le comunità:
• Nella comunità gli individui vivono in funzione del soddisfacimento di bisogni dell’intera comunità mentre nella società gli individui sono orientati a un raggiungimento dell’interesse personale.
• La comunità si basa sul rispetto delle tradizioni e della fiducia reciproca mentre la società si basa sul rispetto di una legge formale.
• Nel campo del lavoro, la comunità coincide con una bassa specializzazione mentre la società implica l’elevata specializzazione dei ruoli professionali.
• La comunità si fonda sull’offerta e sul dono mentre la società sulla domanda e sullo scambio.
• La comunità è fondata sui valori religiosi mentre la società sui valori secolarizzati.
• Le istituzioni tipiche della comunità sono la famiglia e il vicinato mentre quelle della società sono i governi e le associazioni professionali.
Questa descrizione della vita collettiva è stata oggetto di due critiche:
• La prima sostiene che si tratterebbe di un modello esplicativo semplificato in quanto le comunità hanno dei tratti distintivi che le differenziano le une dalle altre.
• La seconda sostiene che le società moderne sono costituite sia su degli elementi comunitari che su degli elementi societari.
Le società sono molteplici e si possono suddividere in varie categorie:
• Società si sussistenza: formate da piccoli gruppi nomadi legati da vincoli di parentela il cui nucleo fondamentale è costituito dalla famiglia; non esiste alcuna forma di proprietà privata e il potere è affidato a un leader.
• Società si sussistenza orticole: i membri appartenenti fanno solo piccoli spostamenti; in queste società è possibile accumulare qualche ricchezza in quanto il sistema orticolo è più redditizio del sistema caccia e raccolta.
• Società pastorali: gli individui hanno modo di accrescere le loro ricchezze in quanto possono produrre più del necessario alla sopravvivenza e quindi aumentare i profitti. La suddivisione avviene per clan che danno origine ad un articolazione delle istituzioni politiche ed economiche.
• Società agricole: i legami si strutturano in formazioni politiche ed economiche più complesse e in organizzazioni militari con cariche tramandabili di padre in figlio; la ricchezza si concentrano in mani di pochi e compare la figura del monarca accentratore.
• Società industriali: la popolazione si sposta dalle campagne alle città mentre la famiglia e i legami di parentela perdono alcuni dei loro ruoli tradizionali.

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