Piero della Francesca

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Testo

La vita di Piero della Francesca ci appare dai contorni sfumati e comunque del tutto priva di eventi memorabili, quasi interamente consacrata al mestiere della pittura. Sappiamo che Piero è nato nella cittadina di Borgo San Sepolcro da una famiglia di artigiani e commercianti probabilmente fra il 1415 e il 1420.
La tappa fondamentale della sua giovinezza è la sua presenza a Firenze, ad un’età forse ancora inferiore ai venti anni. L’unica certezza documentaria che abbiamo è la notizia che nel settembre del 1439 Piero si trova a Firenze, dove collabora con Domenico Veneziano all’esecuzione degli affreschi nel coro della chiesa di Sant’ Egidio dei quali nulla ci resta. Probabilmente proprio a questi anni del soggiorno fiorentino e della vicinanza col Veneziano risale la prima opera che conosciamo di Piero: la Madonna col Bambino, già appartenuta alla collezione Contini- Bonaccossi. In questo dipinto, si avverte già da parte dell’artista l’interesse per l’impianto prospettico, nella finestra entro cui la Vergine pare come inserirsi per incastro. Già nei primissimi anni ’40 Piero dovette tornare a Borgo San Sepolcro, dove nel 1442 è documentato come consigliere comunale. Risale a questo periodo la sua prima e importante commissione, quella per il Battesimo di Cristo, oggi alla National Gallery di Londra e collocato in origine probabilmente nella cappella di S. Giovanni della pieve cittadina. Un dipinto in cui risalta la straordinaria luminosità zenitale calibrata su tonalità delicate, colori chiari, tenui ombre che torniscono i corpi e ne risaltano i volumi.
Nel 1445 la compagnia della Misericordia di Borgo San Sepolcro affida a Piero l’incarico di dipingere, di lì a tre anni, un polittico, prescrivendo l’uso di colori preziosi e dell’oro zecchino per il fondo. L’artista non si atterrà ai tempi imposti dal contratto: alternerà l’esecuzione del polittico con altre commissioni più pressanti e impegnative. Porterà a termine questo lavoro solo dopo il 1460. Le parti più antiche del polittico sono certamente due scomparti con i Santi Sebastiano e Giovanni Battista. Certamente solo Masaccio prima di Piero era riuscito a creare sul fondo piatto ed astratto dell’oro uno spazio reale ove situare figure di carne e ossa. Il borghigiano va oltre: colloca di scorcio i piedi dei santi, come aggravati dal peso del corpo, sopra piedistalli dove si proiettano ombre delicate. Poco più tardi Piero esegue gli scomparti del coronamento con la Crocifissione al centro e, ai lati, San Benedetto, l’ Angelo Annunziante, la Madonna Annunziata e San Francesco. Durante i lavori per il polittico della Misericordia Piero intraprende alcuni viaggi tra la Marche e l’ Emilia-Romagna. Nel 1451 l’ artista è a Rimini, dove firma l’ affresco con Sigismondo Malatesta davanti a San Sigismondo nella chiesa di San Francesco. In poche altre opere di Piero si avverte, come in questa, la vicinanza dell’Alberti architetto e teorico, che proprio in quegli stessi mesi operava anche lui nella medesima chiesa di Rimini per trasformarla in Tempio Malatestiano. Al momento del soggiorno riminese risale anche il ritratto di Sigismondo Malatesta, oggi al Louvre. Prima di rientrare a Borgo San Sepolcro, dove è documentato nel 1453, Piero deve avere sostato ad Urbino, dove dovrebbe avere eseguito uno dei suoi dipinti più celebri: la Flagellazione di Cristo, oggi nella Galleria Nazionale di Urbino. Successivamente l’artista si trova ripetutamente ad Arezzo, impegnato nella realizzazione del ciclo di affreschi nella Cappella Maggiore della chiesa di San Francesco. Il soggetto delle storie deriva dalla Legenda Aurea di Jacopo da Varazze, risalente al XIII sec., che narra la storia miracolosa del legno e della Croce di Cristo. Si tratta di una leggenda dal sapore popolare, ricca di spunti narrativi e caratteristica di certo gusto miracolistico-medioevale .Durante il periodo in cui esegue gli affreschi aretini, Piero è impegnato anche in diverse altre commissioni che lo obbligano a spostarsi in varie località dell’Italia centrale. All’epoca delle prime storie di San Francesco di Arezzo si data l’affresco con la Madonna del parto, realizzato per la cappella del cimitero di Monterchi. La figura di questa Vergine protettrice delle partorienti risalta entro il baldacchino damascato, aperto lateralmente da due angeli.
Di qualche anno più tardi è l’unico frammento conservatoci di una decorazione ad affresco nella chiesa di Sant’ Agostino a Borgo San Sepolcro, raffigurante il busto di un San Giuliano
Ancora nella città natale, e probabilmente ormai in prossimità del viaggio a Roma (1458), Piero lascia un altro dei suoi massimi capolavori, la Resurrezione di Cristo nel Palazzo comunale. Si tratta di una delle opere dove meglio si osserva la capacità dell’artista di recuperare motivi iconografici anche molto arcaici e come circondati da un’aura di popolare sacralità. Purtroppo nessuna traccia ci resta delle opere eseguite da Piero della Francesca a Roma ove, come si diceva, tra il 1458 e il 1459 lavora in Vaticano al servizio di Pio II. I suoi affreschi, forse per rilievo pari a quelli di Arezzo, andarono presto distrutti e l’importanza di questo momento romano di Piero è confermata soltanto dalla traccia profonda che la sua visione prospettica ha lasciato, già negli anni ’60, in artisti come Antoniazzo Romano, Lorenzo da Viterbo e lo stesso Melozzo da Forlì. Alcuni anni più tardi Piero della Francesca termina il polittico di Perugia dipingendo, al di sopra della fiorita carpenteria ancora gotica, la straordinaria scena dell’Annunciazione. Tutto è sintetizzato in uno spazio unitario e organico. Le lontananze, così ben calibrate, nulla hanno di studiato o di artificioso: sono suggerite dalla luce vera e dall’atmosfera, come era avvenuto anche quasi vent’anni prima nella Flagellazione di Urbino. Nel 1454 Piero della Francesca s’impegna con gli Agostiniani di Borgo San Sepolcro a eseguire entro otto anni un polittico per il loro convento. La conclusione del dipinto si protrarrà, come al solito, ben oltre i termini pattuiti.

Prospettiva di città ideale, attribuita a Piero della Francesca (1480-90); Urbino, Galleria Nazionale.
Si tratta di una tempera su tavola di pioppo che, insieme ad altri due soggetti analoghi, sarebbe servita da inserto nel rivestimento ligneo di una stanza. Di autore ignoto se ne ipotizza la paternità a Piero della Francesca per i legami con la città di Urbino e le rigide regole prospettiche. In essa é rappresentato un ambiente urbano: un edificio a pianta circolare si erge sulla piazza fiancheggiata da nobili palazzi, una chiesa sullo sfondo e in primo piano due vere di pozzo contrapposte in modo simmetrico. Oltre gli edifici si intravvedono verdi colline in lontananza. Nella tavola il volume e la solidità delle strutture vengono messi in risalto. Il centro della scena é dominato dal volume cilindrico della rotonda collocato sulla griglia grigia e bianca del pavimento disegnato in rombi e ottagoni.
Le semicolonne color crema dell'ordine inferiore e di quello superiore della struttura sono solide e contrastano con le lastre di porfido scuro delle pareti. A destra e a sinistra le lunghe schiere di palazzi e case variano in disegno, altezza e colore, recedendo in profondità. Colonnati si ergono contro solide facciate, il profilo delle strutture a sinistra alterna una costruzione bassa, un alto palazzo tra case più piccole, tutto sotto un cielo azzurro oltremarino. Una loggia a colonne trabeate circonda l'attico del palazzo a sinistra in primo piano. Finestre, rettangolari o centinate, sono messe in rilievo da cornici profilate. La pavimentazione della piazza è formata da marmi colorati disposti in grandi schemi geometrici.
Tale schema di città ideale rimase, però, inattuabile per le limitazioni finanziarie, tecniche ed organizzative imposte dalle condizioni e realtà urbane dell'epoca. Nella nuova concezione rinascimentale, il tema centrale della riforma della città diventa la piazza, centro culturale, politico e sociale, così come l'uomo si colloca al centro dell'universo. In quest'opera non compare alcuna figura umana dal momento che l'intera scena si carica di valori simbolici senza una precisa valenza pratica. Rimane tuttavia una visione, un regno fuori dal tempo e dallo spazio, anche se l'immaginazione architettonica del disegnatore si è concretizzata in una chiarezza di rapporti spaziali e di interazione di spazio e volumi, nella precisione di calcoli prospettici, nei minuziosi dettagli di ordini, capitelli e profili.

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