La Pedagogia nel Romanticismo

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Testo

LA PEDAGOGIA DEL ROMANTICISMO
L’illuminismo aveva posto l’accento sull’istruzione, sulla cultura scientifica (=enciclopedismo illuministico), mentre la pedagogia romantica pone il fine dell’educazione nella formazione spirituale dell’uomo, con particolare attenzione all’aspetto morale.
Questa tendenza neo-umanistica, concezione dell’uomo che si richiama a ideali classici, facendo prevalere la formazione della persona nella sua unità alla preparazione tecnico professionale, si opponeva all’enciclopedismo illuministico, proposta da alcune iniziative filantropiche tedesche.
L’educazione romantica si preoccupa sì della formazione individuale della persona umana, ma non dimentica, che ciascun uomo con la sua libertà, con la sua individualità, è parte di un ambiente sociale al quale ognuno porta contributo d’elevazione nella misura in cui è onesto, laborioso e perfetto nella sua umanità.
Talvolta il Romanticismo si preoccupa maggiormente della formazione individuale, del problema della conciliazione tra la sensibilità e la ragione, ma spesso si occupa anche della dimensione sociale dell’educazione (es. Pestalozzi).
JOHANN HEINRICH PESTALOZZI
Pestalozzi fu cresciuto e educato dalla madre e dalla domestica, che egli ricordò sempre con affetto e come modello d’intuizione e saggezza popolare.
L’essere cresciuto in un ambiente protettivo gli procurò delle difficoltà quando si venne a trovare fra i coetanei, ma quest’esperienza di vita famigliare fu felice ed ebbe un deciso influsso sul suo stile d’educatore.
Frequentò le scuole di Zurigo ed ebbe maestri dallo spirito innovatore, umanitario e patriottico; a vent’anni lesse l’Emilio (appena stampato) e se n’entusiasmò.
Pestalozzi partecipò ai fermenti illuministi, aderì alla setta massonica degli Illuminati e frequentò il circolo dei Patrioti e la Società Elvetica.
Pestalozzi aveva già dalla fanciullezza (andava con il nonno pastore a visitare i poveri contadini), il desiderio di sollevare le classi popolari dalle loro misere condizioni.
Questo suo sogno di rigenerazione sociale si arrestava però, al progetto di istruire convenientemente le popolazioni rurali e di far riconoscere il diritto del contadino e dell’operaio ad un a dignitosa condizione di vita.
-Neuhof (= nuova fattoria)
La prima esperienza come educatore Pestalozzi la fece, appena sposato, in una tenuta agricola (Nuehof), acquistata allo scopo di istituirvi una scuola per ragazzi poveri, dediti all’accattonaggio che venivano sfruttati per i lavori nei campi.
L'idea era di istruirli (elementarmente) e di avviarli al lavoro agricolo d’estate e a quello di filatura e tessitura d’inverno.
La scuola doveva reggersi autonomamente con il lavoro dei ragazzi.
Purtroppo quest’iniziativa si concluse in maniera fallimentare dopo un decennio di vita, poiché, nonostante aiuti esterni (tardivi e interessati), i debiti finirono col soverchiarlo, era un amministratore inesperto e perdette il proprio patrimonio e quello della moglie.
Pestalozzi ricorderà quest’esperienza nella sua ultima opera “Il canto del cigno”.
-“Leonardo e Geltrude”
In seguito al fallimento di Neuhof, Pestalozzi isolò e compose il famoso romanzo “Leonardo e Geltrude” che doveva essere come il catechismo dei poveri.
Nelle prime due parti dell’opera si parla di un villaggio, caduto nella più grande miseria morale e materiale a causa dell’egoismo di pochi (Hummel, il podestà, attirava gli uomini nella sua osteria per spingerli all’alcolismo e indebitarli, così da tenerli sottomessi).
Geltrude, una donna forte della sua fede e del suo amore riesce a redimere prima il marito Leonardo e poi l’intero villaggio, avendo dalla sua parte il feudatario Arner e il parroco Ernst.
Nelle parti successive il disegno dell’opera si amplia, i fautori della rigenerazione del villaggio, mettono in atto istituzioni e riforme che poi vengono prese a modello dello Stato.
La figura di rilievo nel seguito del romanzo è il maestro di scuola, Glüphi, che è simbolo del buon senso che opera attivamente.
È l’indicazione che per sanare alla radice la società occorre l’opera della scuola.
-L’esperienza di Stanz e di Burgdorf
Quando si costituì la Repubblica Elvetica (a seguito dell’invasione delle truppe napoleoniche), Pestalozzi si mise a riorganizzare l’educazione popolare.
In seguito alla dura repressione dei moti popolari nel cantone d’Unterwald, fu istituito un orfanotrofio a Stanz e la responsabilità fu affidata a Pestalozzi.
In una lettera scrisse come, con la sua presenza paterna e ricreando attorno agli orfani un ambiente familiare, riuscisse a fargli riguadagnare fiducia nella vita.
È qui che Pestalozzi sperimentò il mutuo insegnamento (per necessità, era solo con ottanta ragazzi): “I fanciulli insegnano ai fanciulli, i fanciulli imparano volentieri dai fanciulli“.
Concluse così che l’insegnamento dovesse essere semplificato al massimo così che qualunque genitore lo potesse impartire al proprio figlio.
Dopo sei mesi l’orfanotrofio venne chiuso per necessità belliche, così Pestalozzi andò a fare il maestro nelle scuole popolari di Burgdorf.
Fu difficile all’inizio la collaborazione con altri di parere diverso dal suo, ma in seguito la scuola prosperò così da richiamare l’attenzione europea sull’esperimento.
Pestalozzi dopo qualche anno si allontanò a causa di difficoltà finanziare e dissensi con l’amico e collaboratore Fellemberg, fervido sostenitore della scuola popolare.
Questo periodo fu in ogni modo proficuo per l’elaborazione del metodo che espresse in due opere: “Come Geltrude istruisce i suoi figli” e “L’ABC dell’intuizione”.
-L’istituto di Yverdon
Fu l’ultima tappa dell’itinerario pedagogico di Pestalozzi.
A Yverdon le autorità gli offrirono un castello per crearvi una scuola.
Quest’istituto durò un ventennio ed arrivò ad ospitare ben 150 alunni di nazionalità diverse, s’insegnavano due lingue, francese e tedesco.
Pestalozzi era coadiuvato da buoni collaboratori; quando venne creata la Società svizzera per l’educazione egli ne fu eletto presidente.
Purtroppo l’istituto era diventato celebre soprattutto perché frequentato dai figli delle famiglie più ricche, così Pestalozzi creò una nuova scuola per i poveri.
In contemporanea una commissione ufficiale diretta da Padre Girard aveva visitato l’istituto e redatto un rapporto su di esso; il rapporto era generalmente favorevole, ma metteva in luce alcuni difetti, così si accesero polemiche fra Pestalozzi e i suoi collaboratori e la fama dell’istituto venne compromessa.
Un anno dopo l’istituto d’Yverdon e quello dei poveri vennero unificati.
Le liti e le polemiche purtroppo continuarono e qualche anno dopo la scuola venne chiusa.
Pestalozzi si ritirò a Neuhof e scrisse: “I miei destini” e “Il canto del cigno”.
Il pedagogista morì l’anno dopo (fine di febbraio 1827).
-La natura e l’educazione
Le idee di Pestalozzi sono state molto influenzate da Rousseau, da Kant e da Fichte.
Considera tre stati dell’umanità: quello di natura, quell9o sociale e quello morale.
Lo stato di natura non è buono (≠ da Rousseau), perché simile ad uno stato di primitiva animalità, dominato dall’istinto, dall’egoismo e dall’inerzia.
Lo stato sociale è un misto di bene e di male, dove l’istinto si adatta a certe situazioni perché illuminato dall’intelligenza, ma non per amore del bene.
L’uomo deve raggiungere lo stato etico, in cui utilizza l’intelligenza per dirigere la volontà secondo purezza d’intenzione, per elevarsi al disopra della sua natura inferiore, si adopera, nonostante i contrasti dall’esterno, a far trionfare la forza dell’amore.
Quindi per Pestalozzi l’aspetto educativo più importante è quello morale.
La rigenerazione sociale dipende sicuramente dall’educazione del cuore e non della mente.
L’educazione ha carattere religioso, le forze capaci di vincere il male sono la fede e la more.
Per lui la fede significa fiducia nella vita, ma allo stesso tempo fede in Dio e nell’immortalità dell’anima.
Amore vuol dire vincolo di fratellanza tra gli uomini, secondo la legge di Dio.
Moralità e religione proseguono quindi a pari passo.
Secondo Pestalozzi, la personalità umana è fornita originariamente di tre divine energie, che devono essere sviluppate e integrate vicendevolmente dall’educazione.
L’energia morale o forza del cuore si esprime nella fede e nell’amore.
La forza dell’intelletto ci permette di attingere il significato profondo del reale.
La forza dell’arte o tecnico-pratica si esprime in ogni forma di lavoro e di creatività umana.
Lo sviluppo di queste facoltà è naturalmente favorito se vi è la possibilità di coltivarle già in ambito familiare, con le cure affettuose della madre; questa crescita si amplia con la frequenza scolastica, se non si limita a educargli la mente, ma ne sviluppa le funzioni elementari, si completerà poi con la partecipazione attiva alla vita sociale.
-Il metodo pestalozziano
Anche i principi del metodo sono tre: principio della necessità meccanica, principio dell’organicità e continuità, principio della vicinanza e della lontananza.
Per necessità meccanica intende che l’educazione deve essere talmente conforme alla natura spirituale dell’alunno da produrre determinati modi di sentire, di pensare, di operare.
Organicità e continuità stanno a significare che l’educazione non può avvenire a caso, ma solo seguendo lo sviluppo complessivo del bambino in maniera graduale e continua.
Il principio di vicinanza e della lontananza suggerisce di partire da ciò che è più vicino all’esperienza del bambino per allargare gradualmente il suo orizzonte.
Per applicare questi principi metodologici bisogna conoscere la psicologia del bambino, o come dice Pestalozzi, le forme elementari nelle quali egli si esprime.
La forza del cuore si esprime originariamente nella fiducia e nell’amore, che il bambino manifesta verso la madre.
La madre, facendo leva su questo sentimento naturale, cercherà di allargare l’orizzonte affettivo del fanciullo e di favorire il risveglio della coscienza morale e religiosa.
Se l’educazione morale e religiosa sarà ben impostata nell’infanzia, il fanciullo avrà già l’inclinazione alla fiducia e all’amore cristiano verso gli altri, che gli farà superare l’impatto con l’egoismo che domina la società.
L’opera della madre dovrà comunque essere proseguita dal maestro, usando amore e fermezza nei suoi riguardi.
-L’educazione intellettuale mediante il metodo intuitivo
Nel bambino la forza dell’intelletto si manifesta nella forma di percezione sensibile o intuizione immediata: il compito dell’educazione è di fare in modo che passi dalle intuizioni confuse ai concetti chiari, all’individuazione degli elementi che implicitamente sono compresi nell’intuizione.
Essi sono il numero, la forma, il nome; attraverso l’aritmetica si possono attingere i rapporti numerici; con la geometria e il disegno si raggiunge la forma del reale e attraverso il linguaggio si esprimono gli aspetti qualitativi e la denominazione precisa degli oggetti.
Quindi, l’insegnamento linguistico è il compimento naturale dello studio degli elementi e l’educazione intellettuale è fondamentale per rendere evidenti quelle che erano le intuizioni.
Il metodo intuitivo di Pestalozzi differisce da quello di qualunque altro pedagogista.
Vi è, infatti, un primo grado d’intuizione, che è la presenza della cosa nella mente, ma l’intuizione vera e propria sarebbe il punto d’arrivo di un processo di materializzazione della realtà, per coglierne elementi astratti.
L’insegnamento elementare consiste nel rendere i fanciulli buoni osservatori e capaci di esprimere con un linguaggio appropriato ciò che hanno osservato; questa è la premessa d’ogni più approfondita scienza che in futuro essi possano apprendere.
Per quanto riguarda l’insegnamento linguistico Pestalozzi si contraddice; usa il metodo fonico-sillabico (pronuncia del suono delle lettere appoggiate ad una vocale es. ba, be, aggiungendo via via altri suoni es. bac, bec), evitando il metodo alfabetico (far distinguere e chiamare per nome le lettere partendo da un testo qualsiasi).
-L’educazione al lavoro
Pestalozzi, avendo sempre presenti le esigenze di un’educazione popolare, si è preoccupato di fornire ai ragazzi quelle prime abilità di movimento e d’utilizzazione delle proprie membra che erano richieste dal lavoro agricolo come da quello industriale, esercitati in condizioni durissime in quei tempi.
Egli rimproverava all’educazione scolastica di preoccuparsi solo dell’istruzione e non dell’educazione fisica, così necessaria nella crescita.
La preparazione al lavoro doveva dunque basarsi sul corretto esercizio di certe attitudini di forza, di destrezza, di resistenza (attraverso giochi di gruppo, passeggiate, nuoto, slitta).
L’educazione della forza dell’arte doveva essere attuata con le elementari attività del battere, spingere, portare, trascinare, spingere… che sono alla base d’ogni lavoro.
È bene che i ragazzi siano avviati al lavoro, ma non devono essere sottoposti a fatiche eccessive, perché il lavoro deve elevare spiritualmente e non abbrutire.
Secondo Pestalozzi, infatti, il lavoro materiale dovrebbe potersi conciliare con le esigenze dello spirito, perché si possa giungere ad un miglioramento della società.
Pestalozzi non era socialista, ma credeva nella possibilità di attenuare lo sfruttamento ad oltranza del lavoratore (specie del minore) e di trasformarlo in un uomo consapevole.
-Pro e contro Pestalozzi
Nonostante i difetti, il metodo di Pestalozzi contribuì alla creazione di una scuola elementare moderna, non bisogna poi dimenticare la campagna che l’educatore condusse per l’istituzione della scuola popolare gratuita, che portò prima i Cantoni Svizzeri e la Prussia, poi altri Paesi europei alla progressiva eliminazione dell’analfabetismo.
La maggior parte dei pro e dei contro, li possiamo raccogliere dalla relazione che venne scritta dal francescano padre Gregorio Girard, a seguito dell’ispezione effettuata all’istituto di Yverdon.
Questa metteva in rilievo i pregi della pedagogia pestalozziana considerando soprattutto l’intenzione di andare incontro alla spontaneità del fanciullo e di seguire lo sviluppo integrale della natura; la preoccupazione di formare l’uomo nella sua integrità, piuttosto che appesantirne lo spirito con un cumulo di notizie.
Ma nell’attuazione pratica dei principi il Girard rinveniva dei fondamentali difetti: gli sembrava che l’insegnamento fosse eccessivamente basato sull’intuizione sensibile, con il pericolo di indurre il bambino a non credere se non a ciò che tocca con mano.
Riteneva anche che si desse troppa importanza alla matematica e alla dimostrazione di tipo matematico applicata ovunque e ciò poteva condurre ad un inaridimento dell’immaginazione e del sentimento (in contrasto con le stesse promesse di Pestalozzi).
La relazione criticava anche lo scarso sviluppo dato all’educazione religiosa cristiana, l’eccessiva prolissità dell’insegnamento (conseguenza della regola che le nazioni devono essere impartite poco alla volta e lentamente) e l’eccessiva durata del lavoro scolastico giornaliero.
Comunque il rilievo più critico più valido era quello relativo all’eccesso di matematicismo.
Il Girard, a rimedio, proponeva un’educazione che avesse come base il linguaggio, una scuola che prendesse come esempio il metodo istintivo seguito da ogni madre, che attraverso la parola comunica al bambino tutta la sua esperienza e ne sviluppa le attività spirituali in un modo attivo e concreto.
FRIEDRICH FROEBEL
Discepolo ideale di Pestalozzi soprattutto per averne ereditato l’atteggiamento verso l’infanzia.
Nato in Turingia, la madre morì quando lui aveva nove mesi, forse fu proprio la mancanza d’affettuose cure materne nell’infanzia che lo spinse ad interessarsi vivacemente dell’educazione dei più piccoli.
Una caratteristica di Froebel è l’amore per la natura (da piccolo lavorò presso un ispettore forestale, quindi visse maggiormente a contatto con la natura).
Froebel, prima di conoscere la sua autentica vocazione, sperimentò varie occupazioni e si dedicò a studi diversi.
Venne a contatto con il Pestalozzi tramite un discepolo del pedagogista che lo assunse come collaboratore nella sua scuola.
Soggiornò anche a Yverdon come accompagnatore di tre ragazzi della famiglia presso la quale era precettore.
In seguito si dedicò nuovamente agli studi (scienze naturali, cristallografia) e divenne assistente al Museo di mineralogia.
Froebel creò la sua prima istituzione educativa, perché si doveva occupare dell’educazione di cinque nipotini.
Nasce così l’Istituto generale tedesco di educazione, una scuola, che nonostante il nome importante contava di solo cinque alunni.
In seguito la scuola venne ingrandita e venne cambiata la sede, ma non ebbe lunga durata, un po’ per difetti amministrativi e un po’ per l’ostilità locale.
In seguito froebel fece varie esperienze in Svizzera e in Germania (anche lui diresse un orfanotrofio a Burgdorf), nel frattempo aveva pubblicato la sua opera più importante, “L’educazione dell’uomo”.
A Blankenburg nel 1837 ebbe vita il primo istituto d’educazione per bambini al disotto dei sei anni, quello che avrebbe chiamato nel 1840 Giardino d’infanzia.
Lo stesso anno Froebel creava la prima scuola per Maestre Giardiniere (il paragone tra educatore e giardiniere è stato utilizzato per la prima volta da Pestalozzi).
La fama di Freobel aumentò al punto che veniva salutato come caposcuola, ma nel 1851, la Prussica decretò la chiusura dei Giardini d’infanzia, perché impostati su di un’educazione “atea” e “socialista”.
Era in pratica un’accusa di liberalismo, probabilmente alimentato dal fatto che durante la rivoluzione, i maestri progressisti si erano stretti intorno a Froebel, anche se la sua figura non suggeriva affatto idee sovversive.
Froebel morì nel 1852.
La sua istituzione sopravvisse a lungo e si diffuse un po’ ovunque in Europa e anche in America.
In Germania i Giardini d’infanzia vennero riaperti dopo il 1860.
In Italia il froebelismo godette di particolare favore dopo l’unità, ma si andò gradualmente sostituendo al metodo aportiano.
-Il pensiero di Froebel
La pedagogia e la didattica di Froebel, sono la derivazione di una concezione generale della realtà, che gli viene suggerita in parte dal sentimento e in parte dalla corrente idealistico-romantica del tempo.
Vede la natura e l’uomo come manifestazione dell’Assoluto.
Nell’uomo che è l’espressione più alta della realtà, perché dotato di coscienza, è presente un’energia creatrice simile a quella di Dio.
Quest’energia si esprime soprattutto con il lavoro, che è l’espressione del divino presente nell’uomo.
Lo stesso si può dire per il gioco del bambino, anche questo è l’espressione del suo spirito creativo, l’attività esclusiva e preminente nella quale lo spirito del bambino si manifesta.
L’educazione si compie attraverso varie fasi, ciascuna delle quali condiziona la seguente, ma ognuna è valida e importante per se stessa.
Non si può diventare veri uomini se non si è stati veramente bambini.
Si comprende come per Froebel sia importante l’infanzia e il gioco, che ne è la manifestazione più genuina.
Ogni età ha le sue caratteristiche e il suo valore, non soltanto in vista dello sviluppo futuro, ma anche nel momento in cui si attua.
-Linfanzia e il gioco
L’autonomo valore dell’infanzia e l’importanza del gioco, espressione libera, spontanea dell’intera personalità del bambino, sono scoperte che fanno la grandezza di Froebel, ma ne L’educazione dell’uomo, vi sono infiniti altri spunti psico-pedagogici riferiti all’infanzia.
Il bambino nel suo apparire nel mondo è “confuso” nell’ambiente, poi comincia a distinguere gli oggetti da sé e a percepire la propria distinzione da essi.
Ciò che è in quiete lo invita alla quiete, ma le cose in movimento sono uno stimolo a muoversi verso di esse e afferrarle.
Froebel è dell’idea che è bene tenere desta l’attenzione del bambino fin dai primi momenti, per stimolarne l’attività spirituale.
Con la parola, il bambino comincia a porsi in relazione con gli oggetti; il gioco non è un semplice trastullarsi, ma è la manifestazione totale del bambino, che parla con gli oggetti come se fossero vivi, proiettando in essi il suo mondo interiore; è quindi un mezzo utilissimo per scoprire la tendenza dell’uomo futuro.
Vi è quindi una celebrazione del gioco, attraverso il quale il bimbo dapprima si pone in relazione con se stesso, poi con le cose e con gli altri apprendendo naturalmente.
-Utilità del gioco
Attraverso il gioco, il bimbo impara nozioni preziosissime.
Per gioco il bambino coglie progressivamente le proprietà lineari dei corpi (forme), vorrà poi riprodurle attraverso il disegno; lo stesso vale per il numero.
Si può quindi concludere che Froebel ha il grande merito di aver compreso la ricchezza e la vitalità dell’infanzia.
Froebel vede nell’infanzia una preziosa riserva di saggezza e di vita, alla quale è bene che gli adulti attingano.
-Il Giardino d’infanzia e i doni
Froebel, approfondisce le ricerche del Pestalozzi al riguardo dell’età 0-6 anni, distingue l’educazione di questa età da quella successiva.
Realizzo un istituto apposito che chiamò “Giardino d’infanzia”, col termine “giardino” voleva alludere alla natura e alle cure del “giardinieri”, che favorisce la spontanea crescita delle pianticelle, l’asseconda e la ordina.
Nel Giardino d’infanzia il posto preminente è dato al fare, sentimenti, pensieri, abitudini sociali devono nascere dall’azione e l’azione del bambino è il gioco, il quale si accompagnerà al canto, al disegno, alle costruzioni e al giardinaggio.
Nel gioco il bambino dovrà avere qualcosa da usare, qualcosa che corrisponda alla psicologia del bambino e che ne sviluppi le forze nascoste educandole; nascono così i doni, oggetti appositamente studiati come strumenti didattici.
Il primo dono è la palla, il giocattolo più elementare, che si presta a tutti gli esercizi, questi potranno essere accompagnati da filastrocche, canzoncine, poesiole.
Una variante di questo dono è costituito da sei sferette avvolte in un involucro di rete colorata secondo i colori dell’arcobaleno.
Il secondo dono è costituito da una sfera, un cubo e un cilindro di legno.
Nel dono precedente si dava importanza al colore, qui alla forma.
La sfera rappresenta la forma più perfetta e più mobile.
Il cubo suggerisce l’idea della stasi, della quiete, mentre il cilindro è la forma intermedia, la sintesi dei primi due.
Il terzo dono è ancora il cubo, ma diviso in otto cubetti raccolti in una scatola, attraverso il quale (separando e unendo), il bambino afferra l’idea dell’unità e della pluralità.
Il materiale da costruzione, diventerà più ricco nel quarto dono (cubo diviso in otto mattoncini) e nel quinto dono (cubo diviso in modo da ottenere cubetti e prismi), nel sesto dono il cubo grande è composto di mattoncini interi e divisi a metà.
Tutto questo materiale è adatto a fornire l’intuizione delle forme geometriche e del numero, ma si presta anche ad un’infinità di combinazioni di giochi, di esercizi linguistici secondo regole prestabilite.
Ai doni (figure solide) si aggiungono altri oggetti (figure piane), come anelli e semi anelli, fettucce, bastoncini, triangolino…
Ciò da modo di comporre figure all’infinito e tantissimi lavoretti.
Nel Giardino si fanno molti altri lavori (piegature, trafori, lavori con la creta e con la rafia).
I Froebeliani accresceranno a piacere questo materiale, tradendo spesso lo spirito del creatore.
-Giudizio critico sul materiale Froebel
Con l’utilizzo dei doni sembra che Froebel si contraddica, perché né L’educazione dell’uomo, parla del bambino che ama foggiare a piacere un materiale plasmabile (creta, sabbia bagnata, neve…), mentre i doni sono freddi, artificiosi, è un materiale squisitamente geometrico, non adatto a stimolare la fantasia del bambino.
Quindi questi sussidi didattici tradiscono un poco la primitiva ispirazione frebeliana; tuttavia non bisogna dimenticare l’intenzione per la quale erano stati predisposti, dare al bambino l’intuizione degli aspetti quantitativi e qualitativi della realtà che lo circonda.
Ancora oggi parecchi giochi in uso per i bambini sono materiale Froebel (scatole per costruzioni, perline da infilare…).
JOHANN FRIEDRICH HERBART
Filosofo e educatore germanico.
Insegnò diversi anni in Svizzera, dove s’interessò al lavoro dell’educatore riformatore Pestalozzi.
Herbart può essere considerato un pedagogista sperimentale, oppositore dell’idealismo in nome del “realismo”.
All’università di Köningsberg (dove occupava la cattedra che era stata di Kant) proponeva di creare una scuola sperimentale, con la presenza di una scolaresca all’interno dell’università stessa.
L’interesse per la psicologia fu vivissimo in Herbart, scrisse un “Manuale di psicologia” e “La psicologia come scienza”.
La conoscenza sarebbe il risultato di un processo meccanico simile a molti altri in natura, che obbediscono al principio d’autoconservazione (seppia con il getto d’inchiostro), l’anima reagisce alle perturbazioni esterne generando le rappresentazioni, cioè le idee.
Alcune di queste rappresentazioni perdurano nella coscienza, altre cadono nel subcosciente, da dove possono essere richiamate mediante il processo della memoria.
Legati alle rappresentazioni sono i sentimenti, che possono essere classificati in due gruppi: quelli piacevoli e quelli spiacevoli.
Rappresentazioni più forti e interessanti prevalgono sulle altre, si uniscono in complessi che dominano nella vita psichica, fanno da idee-guida e da richiamo a nuove rappresentazioni.
Le nuove idee acquisite (complesso appercepito) si assimilano alle idee preesistenti che fanno da calamita (complesso appercepiente).
Questa psicologia, che Herbart credeva di aver fondato scientificamente, ma che era ancora legata ad una particolare filosofia, contribuì inoltre allo sviluppo di una pedagogia scientifica, basata sulla psicologia.
Considerata l’importanza degli stimoli esterni nella formazione delle nostre idee, Herbart è portato ad attribuire un enorme valore all’istruzione, capace di suscitare in noi le rappresentazioni più adatte alla nostra educazione.
Per Herbart conta maggiormente l’educazione morale che quella intellettuale, perché lo scopo dell’educazione è la formazione del carattere.
Herbart muore nel 1841.
FERRANTE APORTI
Con l’avvento dell’era industriale si faceva sempre più pressante in Europa il bisogno di istituti per l’infanzia, che custodissero i bambini degli operai e dessero loro una prima educazione.
Nella maggior parte dei casi, ci si limitava ad istituire delle “sale di custodia “e non veri e propri istituti educativi.
Aporti creò Cremona il primo vero e proprio istituto educativo per l’infanzia (che precedette di un decennio il Giardino d’infanzia froebeliano).
Ferrante Aporti è una delle figure più importanti della storia della scuola dell’ottocento.
Fu un uomo di solidi principi e di grande carità.
Si rese conto che i bambini del popolo che accedevano alle scuole elementari erano assolutamente impreparati per poter approfittare dell’istruzione che veniva impartita.
Fu così che concepì la Scuola infantile di carità, con intenti benefici e largamente educativi.
I primi maestri dell’Aporti furono sacerdoti, forse per questo continuò i suoi studi in seminario.
Diventò sacerdote e venne invitato a Vienna dove approfondì la sua cultura seguendo cosi di ebraico e teologia.
Durante questo periodo ebbe occasione di seguire le lezioni di pedagogia tenute da un illustre docente e strinse amicizia con il filantropo Wertheimer, che gli avrebbe più tardi inviato un prezioso libretto, dal quale Aporti trasse ispirazione per il suo istituto.
Tornato da Vienna insegnò presso il seminario di Cremona ed ebbe la direzione delle scuole elementari.
L’asilo d’infanzia sarebbe nato alcuni anni più tardi.
Il primo asilo fu istituito nel 1828, era a pagamento ed ebbe l’approvazione del governo l’anno dopo.
Subito dopo l’Aporti rivolge l’attenzione ai bambini delle famiglie meno abbienti, aprendo una sottosctrizione per istituire un asilo d’infanzia gratuita che sottragga i fanciulli poveri, dai tre ai sei anni, all’ignoranza e all’indigenza.
La scuola viene inaugurata nel 1831.
L’asilo aportiano si distingue da analoghe istituzioni straniere per l’interesse schiettamente pedagogico.
Aporti non voleva soltanto soccorrere socialmente i bambini delle classi più misere, ma era mosso da una chiara consapevolezza pedagogica che gli faceva considerare che l’efficacia di un’educazione diretta integrale, poteva essere benissimo cominciata nella prima infanzia e non essere rinviata ai sei anni.
L’asilo d’infanzia doveva sostituire le sale di custodia, in cui i bambini erano semplicemente preservati dai pericoli della strada, ma non ricevevano alcuna educazione ed erano condannati all’inerzia, in locali privi di requisiti igienici.
Il nuovo istituto doveva essere un luogo in cui si curava armonicamente l’educazione fisica, intellettuale, morale e religiosa e doveva fornire una refezione gratuita, così da sollevare le famiglie dal gravoso mantenimento di una prole numerosa.
-La pedagogia aportiana
Il principale scritto pedagogico dell’Aporti è il “Manuale di educazione e ammaestramento per le scuole infantili” che si divide in due parti, la prima tratta l’educazione infantile in generale, la seconda le materie ei metodi di “ammaestramento”.
Nella prima parte denuncia molti errori relativi all’educazione, mettendo in evidenza le sue vedute pedagogiche.
Non vi sono idee rivoluzionarie o originali, ma parecchi consigli assennati.
Per l’educazione fisica, consiglia per il bambino molta libertà di movimento, molte ore di sonno e cure igieniche elementari.
Per l’educazione morale si preoccupa, come prima cosa, che il bambino sia protetto da cattivi esempi.
In secondo luogo si preoccupa che il bimbo sia trattato evitando l’impazienza, la parzialità, o la severità eccessiva e bisogna tener conto soprattutto delle differenze di carattere.
Per quanto riguarda l’educazione religiosa individua errori grossolani, come quello di insegnare le preghiere in latino o indurre il bambino a confondere la religione con il superstizioso culto dei santi o con la pratica esteriore.
L’educazione intellettuale è la più trascurata, perché si crede che i bambini prima dei sei anni siano incapaci di applicarsi intellettualmente.
Tutt’al più si ha cura di educare la memoria, trascurando la vera educazione intellettuale.
Naturalmente bisognerà avere riguardo dell’età dei bambini e perciò alternare molto l’applicazione della mente con esercizi fisici, giochi e canti e inoltre istruire con molta dolcezza, vivacità nell’esposizione e con tutti gli accorgimenti atti a rendere la loro fatica più leggera.
-Programma e metodo
Una delle caratteristiche è il configurarsi dell’asilo come un istituto pre-elementare, in funzione della scuola elementare, e che perciò anticipa, talvolta eccedendo, esercizio e nozioni che si dovrebbero riservare al lavoro scolastico vero e proprio.
La permanenza dei bambini all’asilo dura dalle otto del mattino alle cinque pomeridiane.
Di queste ore ben quattro sono dedicate all’educazione intellettuale (esercizi di memoria, aritmetica mentale, nomenclatura, scrittura, lettura, catechismo e storia sacra, spiegazione delle “regole di civiltà”).
Le attività intellettuali sono interrotte con altre occupazioni (frequenti ricreazioni: marce, canti, esercizi ginnastici) fuori dalle aule destinate all’istruzione.
Si aggiungono poi brevi preghiere, giochi e lavoretti.
Alle 10, tutti i bambini fanno colazione, alle 12:30 il pranzo e alle 16 la merenda.
Ci sono attività caratteristiche nel metodo aportiano, es. l’esercizio di nomenclatura (presentando oggetti d’uso comune e pronunciandone il nome).
Caratteristico è l’insegnamento della storia sacra, basato su appositi tabelloni illustrati (il bambino accoglie volentieri il racconto di storie e tende a chiedere spiegazioni di fronte ad un’illustrazione).
L’insegnamento della storia sacra, è occasione per molteplici lezioncine a sfondo morale –religioso.
L’insegnamento del catechismo s’impartisce a parte.
Nell’asilo aportiano si comincia già a leggere e a scrivere, o almeno si fanno esercizi preliminari; in ogni modo il bambino non è forzato ad imparare queste cose, se non è abbastanza maturo.
Nei programmi si parla anche di ginnastica, intesa come esercizi fisici atti ad irrobustire il corpo senza recare danno, ma dalla loro descrizione molti di questi esercizi sono inadatti all’età della scuola materna (corsa, salti, esercizi ginnici veri e propri, che si possono a malapena esigere dai bambini delle elementari).
Sono elencati anche i giochi con la palla, con il cerchio e con la fune.
-Diffusione degli asili d’infanzia
Nel 1832 si apriva a Cremona un asilo per le femmine.
Un ruolo importante per la diffusione degli asili aportiani ebbero i Congressi degli scienziati italiani.
Le istituzioni aportiane si diffusero in tutta Italia, meno che nello Stato Pontificio, proibiti nel 1837 a causa di timori e pregiudizi infondati.
Re Carlo Alberto invitò l’Aporti a Torino per tenervi lezioni di pedagogia e per lui venne praticamente istituita una nuova cattedra di metodica.
I suoi corsi diverranno permanenti, così da fornire i professori di metodica che istruissero i maestri per gli asili e le scuole elementari.
Aporti morì nel 1858.
-Pregi e difetti dell’asilo aportiano
Gli asili d’infanzia perdettero gradualmente il loro valore educativo a causa dell’insufficiente preparazione del personale insegnante, che accentuava il carattere mnemonico e meccanico delle attività scolastiche.
Vi era una polemica tra aportiani e froebeliani su quale dei due fosse il metodo migliore.
I froebeliani rimproveravano all’Aporti la mancanza di un sistema filosofico di base, di non avere ben studiato la psicologia del bambino e di eccedere nell’istruzione.
Gli aportiani rimproveravano al Froebel l’artificiosità e l’astrazione del suo metodo e l’ispirazione matematica dei doni.
Le statistiche del primo novecento indicavano che l’educazione infantile era generalmente affidata ad istituti in cui si adottava il metodo misto di aportismo e froebelismo, ambedue corretti.
Il vantaggio del Froebel sull’Aporti è la concezione del gioco e il posto dato alle attività di carattere estetico.
Il limite dell’Aporti è il tenere in scarsa considerazione le attività spontanee dell’infanzia e l’eccedere nello scolasticismo; l’aver concepito l’asilo in funzione della scuola elementare è il suo merito, ma insieme il suo limite.
Merito, perché capì che l’educazione andava per tempo, soprattutto i bambini delle classi più misere; il suo limite perché non considerò l’asilo come un istituto a sé, destinato a un’età con caratteristiche proprie fondamentalmente diverse da quelle dell’età scolastica.
L’Aporti, non si è limitato a istituire la scuola per l’infanzia, ma s’interessò dell’istruzione elementare dei contadini e progettò un Istituto tecnico agrario di modernissima concezione.

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