Il sogno e la scoperta dell'inconscio

Materie:Tesina
Categoria:Multidisciplinare

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Testo

CARATTERISTICHE GENERALI
Il sogno è una produzione psichica che ha luogo durante il sonno ed è caratterizzata da emozioni, percezioni e pensieri relativi a persone, situazioni o oggetti generalmente vissuti dal sognatore come reali e solo più raramente accompagnati dalla consapevolezza della loro irrealtà. Nei sogni le caratteristiche dell'esperienza cosciente diurna sono notevolmente alterate. In particolare, la coscienza onirica è totalmente svincolata dalla necessità di adattamento all'ambiente esterno reale ed è interamente governata dalle leggi dell'affettività, che prescindono dalle norme logiche e sociali; lo spazio e il tempo sono irreali, cioè il soggetto può essere contemporaneamente in due posti diversi, e insieme attore e spettatore della medesima scena; non vale il principio logico dell'«identità», per cui, per esempio, la persona sognata può essere vissuta dal sognatore come due diverse persone contemporaneamente e senza contraddizione.
LATINO: APULEIO- “il sogno di Iside” (Metamorfosi; 5,6)
Il romanzo, opera stravagante in 11 libri, è forse l'adattamento (almeno nei primi 10) di uno scritto di Luciano di cui non siamo in possesso, ma del quale ci è pervenuto un plagio intitolato "Lucius o L'asino": si discute se Apuleio abbia seguito il modello solo nella trama principale, o ne abbia ricavato anche le molte digressioni novellistiche tragiche ed erotiche. Le "Metamorfosi" gravitano comunque sia nella tradizione della "fabula milesia" (novelle a carattere erotico e licenzioso)e sia in quella del romanzo greco contemporaneo, arricchito però dall’originale e determinante elemento magico. Dunque, il magico si alterna con l’epico (nelle storie, vedremo, dei briganti), col tragico, col comico, in una sperimentazione di generi diversi (ordinati ovviamente in un unico disegno, con un impianto strutturale abbastanza rigoroso), che trova corrispondenza nello sperimentalismo linguistico, nella piena padronanza di diversi registri, variamente combinati nel tessuto verbale: e il tutto in una lingua, comunque, decisamente "letteraria".
La storia narra di un giovane chiamato Lucio (identificato da Apuleio con lo stesso narratore), appassionato di magia. Originario di Patrasso, in Grecia, egli si reca per affari in Tessaglia, paese delle streghe. Là, per caso, si trova ad alloggiare in casa del ricco Milone, la cui moglie Panfila è ritenuta una maga: ha la facoltà di trasformarsi in uccello. Lucio vuole imitarla e, valendosi dell'aiuto di una servetta, Fotis, accede alla stanza degli unguenti magici della donna. Ma sbaglia unguento, e viene trasformato in asino, pur conservando coscienza ed intelligenza umana. Per una simile disgrazia, il rimedio sarebbe semplice (gli basterebbe mangiare alcune rose), se un concatenarsi straordinario di circostanze non gli impedisse di scoprire l'antidoto indispensabile. Rapito da certi ladri durante la notte stessa della metamorfosi, egli rimane bestia da soma per lunghi mesi, si trova coinvolto in mille avventure, sottoposto ad infinite angherie e muto testimone dei più abietti vizi umani. Nella caverna dei briganti, Lucio ascolta la lunga e bellissima favola di "Amore e Psiche", narrata da una vecchia ad una fanciulla rapita dai malviventi: la favola racconta appunto l'avventura di Psiche, l'Anima, innamorata di Eros, dio del desiderio, uno dei grandi dèmoni dell'universo platonico, la quale possiede senza saperlo, nella notte della propria coscienza, il dio che lei ama, e che però smarrisce per curiosità, per ritrovarlo poi nel dolore di un'espiazione che le fa attraversare tutti gli "elementi" del mondo. Sconfitti poi i briganti dal fidanzato della fanciulla, Lucio viene liberato, finché – dopo altre peripezie – si trova nella regione di Corinto, dove, sempre sotto forma asinina, si addormenta sulla spiaggia di Cancree e, durante una notte di plenilunio, vede apparire in sogno la dea Iside che lo conforta, gli annuncia la fine del supplizio e gli indica dove potrà trovare le benefiche rose. Il giorno dopo, il miracolo si compie nel corso di una processione di fedeli della dea e Lucio, per riconoscenza, si fa iniziare ai misteri di Iside e Osiride.
L'ultima parte del romanzo (libro XI), che si svolge in un clima di forte suggestione mistica ed iniziatica, non ha equivalente nel testo del modello greco. E’ evidente che è un'aggiunta di A., al pari della celebre "favola" di Amore e Psiche, che si trova inserita verso la metà dell'opera: centralità decisamente "programmatica", che fa della stessa quasi un modello in scala ridotta dell’intero percorso narrativo del romanzo, offrendone la corretta decodificazione. Ci si può chiedere se queste aggiunte non servano a spiegare l'intenzione dell'autore. In realtà l'episodio di Iside, come quello di Amore e Psiche, ha un evidente significato religioso: indubbio nel primo; fortemente probabile nel secondo, interpretato specificamente ora come mito filosofico di matrice platonica, ora come un racconto di iniziazione al culto iliaco, ora – ma meno efficacemente – come un mito cristiano. Certo è, comunque, che tutto il romanzo è carico di rimandi simbolici all’itinerario spirituale del protagonista-autore: la vicenda di Lucio ha, infatti, indubbiamente valore allegorica: rappresenta la caduta e la redenzione dell’uomo, di cui l’XI libro è certamente la conclusione religiosa. Il tutto farebbe delle "Metamorfosi", così, un vero e proprio romanzo "mistagogico".
Il tema del sogno appare nell’undicesimo libro, infatti all'improvviso l'asino si sveglia e vede sorgere dal mare la luna. Profondamente commosso, le rivolge una preghiera, chiedendole di potersi liberare della bestia che è in lui, oppure di morire. Poi si riaddormenta. In sogno gli appare Iside,la dea che governa col cenno del capo le vette luminose della volta celeste, i venti del mare, i silenzi dell’Averno. Iside,la quale afferma di essere venerata ovunque sotto molteplici forme e con numerosi nomi, (Minerva, Venere, Diana, Proserpina, Cerere, Giunone, Bellona, Ecate, Rammusia) gli annuncia la fine dei suoi tormenti: il giorno seguente (il 5 marzo) è la festa della dea; Lucio dovrà avvicinarsi al sacerdote e mangiare i petali delle rose della sacra ghirlanda: all'istante ritornerà uomo. La sua vita però cambierà del tutto: egli diventerà un adepto del culto della dea, che gli promette beatitudine eterna dopo la morte. L'asino si risveglia: è una stupenda giornata primaverile e tutto è permeato di una strana gioia. Durante la processione finalmente Lucio vede il sacerdote, gli si avvicina e mangia le rose. All'istante ridiventa uomo. Il sacerdote gli spiega il senso delle sue traversìe e lo esorta ad abbracciare la nuova fede. Lucio, commosso, segue il corteo del “navigium Isidis”. Il giovane può finalmente rivedere i suoi, da cui era creduto morto; ma tutti i suoi desideri sono rivolti all'iniziazione, che finalmente, dopo una lunga attesa, avrà luogo. Una seconda iniziazione avverrà a Roma: Lucio diverrà anche adepto di Osiride. Infine vi sarà la terza e definitiva consacrazione di Lucio, che ora scopre le sue carte e si dice non più greco, ma originario di Madauro (la sovrapposizione con l'autore è ormai completa); il dio Osiride in persona promette al giovane una brillante carriera come retore giudiziario e lo esorta a non preoccuparsi delle calunnie della gente. Lucio, prima di entrare a far parte di un collegio sacerdotale, con gesto altamente simbolico si rasa i bei riccioli biondi di cui andava tanto fiero.

FILOSOFIA: FREUD- “L’interpretazione dei sogni”
Freud all'inizio del '900, partendo dalla pratica terapeutica, restituisce al sogno il grande potere che riveste per la vita psichica dell'uomo, togliendolo dall'equivoco medico-filosofico che si era protratto per più di un secolo e che aveva considerato il sogno come un evento fisiologico.
La sua opera, “l’interpretazione dei sogni”, fu accolta in alcuni ambienti con scetticismo e ostilità, ma produsse comunque un'eco così potente che è praticamente impensabile il nostro secolo senza la grande opera di Freud.
Freud scorse nel sogno l'esteriorizzazione più evidente di quella parte dell'anima che è immersa nell'oscurità, definendo lo studio del sogno e l'interpretazione come "la strada maestra per giungere alla conoscenza dell'anima". L'uomo ha in sé due grandi tendenze antagoniste: il principio di piacere e quello di realtà (per principio di piacere non si deve intendere solo quello sessuale, anche se in realtà nella pratica terapeutica sia Freud che la sua scuola si sono interessati soprattutto a questo aspetto della questione).
Il principio del piacere costituisce una grandissima energia interna a cui si oppone il principio di realtà.
Il principio di realtà è una specie di meccanismo psichico che opera l'adattamento dell'uomo alla realtà e all'ordine morale. Questo principio per contrasto esige la rinuncia a quella parte del piacere che supera i limiti consentiti dalla morale e crea così gravi disturbi per l'individuo.
L'uomo si trova così immerso nel conflitto tra il piacere e la sua limitazione, potremmo dire che questa affermazione, seppure troppo sintetica per un'adeguata analisi del pensiero freudiano, ci introduce alla definizione del sogno: il sogno è la via di uscita, lo sfogo, della strapotente energia sessuale rimossa nell'inconscio.
Il sogno riveste una grande importanza per la psicoanalisi. Nel sogno l'inconscio riaffiora in parte, grazie ad un allentamento della censura diurna normalmente esercitata dalla coscienza. Nel sogno gli elementi che normalmente vengono ritenuti immorali riescono a trovare uno sfogo, ma la censura non allenta completamente le sue maglie ed ecco allora che i contenuti indesiderati si rivelano velati e deformati simbolicamente.
Freud, nel suo lavoro d’interpretazione, distingue un contenuto manifesto e un contenuto latente:
• Contenuto manifesto: è il sogno quale il soggetto racconta o semplicemente ricorda all’indomani e come tale è sempre presente alla coscienza del sognatore. Il contenuto manifesto costituisce il prodotto finito del lavoro onirico ed è ciò da cui l’interpretazione parte per scoprire il desiderio da esso celato.
• Contenuto latente: Freud usa anche l’espressione "pensieri del sogno" per designare ciò che il contenuto manifesto nasconde e che l’interpretazione deve svelare. Il contenuto latente più profondo di qualsiasi sogno è sempre il desiderio. Inoltre, i pensieri latenti del sogno non sono mai coscienti prima del lavoro di analisi. Così, se il contenuto manifesto è il frutto del fenomeno della deformazione, il contenuto latente, invece, è rivelato dal processo inverso, cioè dall’interpretazione.
Si pone allora un secondo problema: "donde proviene questa deformazione?". Anche qui la risposta di Freud non lascia equivoci. “Dove l’appagamento di desiderio è irriconoscibile, dove è travestito, là dovrebbe esistere una tendenza alla difesa contro il desiderio, e in seguito a questa difesa il desiderio non potrebbe esprimersi se non deformato”.
Attraverso un’analogia con la vita sociale, Freud definisce questo fenomeno della vita psichica come censura. L’analogia va presa sul serio. Come nel campo sociale vi è un’istanza che opera la censura ed un’altra che è censurata, così il sogno è il prodotto di un conflitto tra sistemi psichici differenti — sistemi collocati nell’individuo —, in cui uno cerca di affermare il desiderio (l’es), mentre l’altro tende a sbarrargli la strada verso la coscienza (il super-io). Leggiamo cosa scrive Freud a riguardo.
"Possiamo dunque supporre nell’individuo, come cause della strutturazione del sogno, due forze [istanze] psichiche (correnti, sistemi), una delle quali plasma il desiderio espresso dal sogno, mentre l’altra esercita una censura su questo desiderio, provocando necessariamente una deformazione della sua espressione".
Quando Freud dice che un’istanza "plasma il desiderio espresso dal sogno" non vuol dire che produce il desiderio, ma che dà ad esso una prima figurazione attraverso i cosiddetti pensieri latenti. Questi ultimi sono situati nel sistema inconscio, ossia nel sistema dove è collocato il desiderio, e sono prodotti in funzione dell’espressione di quest’ultimo. Questi pensieri latenti, in quanto espressione del desiderio, sono a loro volta sottoposti ad una censura che mira a rendere incomprensibile tale desiderio. Abbiamo dunque due processi:
1) prima figurazione del desiderio tramite i pensieri latenti;
2) trasformazione di questi ultimi in contenuto manifesto del sogno.
“Ci chiediamo soltanto in base a quale potere questa seconda istanza possa esercitare la sua censura. Ricordando che i pensieri latenti del sogno non sono coscienti prima dell’analisi, mentre il contenuto manifesto che da essi deriva viene ricordato coscientemente, risulta ovvio supporre che la prerogativa della seconda istanza consista appunto nel consentire l’ammissione alla coscienza. Nulla giungerebbe alla coscienza del primo sistema che non sia passato prima attraverso la seconda istanza, mentre quest’ultima nulla lascerebbe passare senza esercitare i suoi diritti e imporre all’elemento che vuol entrare nella coscienza i mutamenti che le sono graditi.”
La censura, dunque, si colloca tra l’inconscio e la coscienza. In conclusione si può dunque affermare che il sogno è il prodotto di un conflitto tra due sistemi, conflitto che richiede alla psiche di svolgere un lavoro che Freud qualifica, appunto, come lavoro onirico.
illustrazione della deformazione: un sogno di Freud
“Premessa. Nella primavera del 1897 venni a sapere che due professori della nostra università avevano proposto la mia nomina a professor extraordinarius. La notizia mi giunse inattesa e mi fece molto piacere, perché significava un riconoscimento, da parte di due uomini insigni, che non poteva ascriversi a rapporti personali. Mi dissi però subito che non potevo riporre alcuna speranza nell’avvenimento. Negli ultimi anni il ministero non aveva preso in considerazione proposte di questo tipo, e parecchi colleghi, più anziani di me e perlomeno di pari merito, attendevano invano la loro nomina. [...] Una sera venne a trovarmi un collega mio amico, uno di coloro il cui destino mi era servito di monito. Candidato da tempo alla promozione a professore, qualifica che nella nostra società fa del medico un semidio per i suoi ammalati, e meno rassegnato di me, era solito farsi vivo di tanto in tanto al ministero per accelerare la sua pratica. Reduce appunto da una di queste visite, venne da me, mi raccontò di aver messo alle strette l’alto funzionario e di avergli chiesto molto schiettamente se il ritardo della sua nomina fosse dovuto in realtà a motivi confessionali. La risposta suonò che, nel clima d’opinione attuale, era certamente vero che Sua Eccellenza non era in grado, eccetera. "Ora almeno so a che punto sono", aveva concluso l’amico. Non mi diceva nulla che già non sapessi, ma il resoconto rafforzò la mia rassegnazione: infatti gli stessi motivi confessionali valgono anche nel mio caso [Freud si riferisce ai sentimenti antisemiti diffusi a Vienna].La mattina dopo questa visita ebbi il sogno seguente, notevole anche dal punto di vista formale. Esso consisteva di due pensieri e di due immagini, disposte in modo tale che un pensiero si alternava a un’immagine. Trascrivo tuttavia solo la prima metà del sogno [un pensiero e un’immagine], dato che la seconda metà non ha nulla a che vedere con la ragione che mi induce a comunicare il sogno.”
I. [Pensiero]... L’amico R. [l’amico della sera precedente] è mio zio. Provo per lui una grande tenerezza.
II. [Immagine] Vedo davanti a me il suo volto un po’ mutato: come fosse allungato, incorniciato da una barba gialla che spicca con particolare chiarezza".
Freud tralascia gli altri due brani, ancora un pensiero a cui segue un’immagine. Dopo alcune resistenze, decise di interpretare questo sogno.
"R. è mio zio". Attraverso le associazioni Freud ricorda che un suo zio, di nome Josef, aveva avuto dei problemi con la legge. Il padre di Freud diceva sempre che lo zio Josef non era stato cattivo, bensì un deficiente. Attraverso l’identificazione dell’amico R. con lo zio Josef, Freud voleva dire che il primo era un deficiente. Tuttavia, grazie al lavoro associativo, egli ricorda un altro collega, N., che aveva avuto la nomina a professore e non era stato chiamato dal ministero perché aveva avuto problemi con la giustizia.
Attraverso il lavoro di interpretazione Freud si mette sulle tracce del desiderio nascosto.
Mio zio Josef rappresenta i due colleghi, uno perché deficiente, l’altro perché colpevole. Ora conosco anche il motivo per cui ho bisogno di questa rappresentazione. Se per il rinvio della nomina dei miei colleghi sono determinanti i motivi confessionali, anche la mia nomina è messa in discussione; se invece posso trovare per i loro casi altre ragioni che non valgono per me, posso continuare a sperare. Il sogno procede in questo modo: fa di R. un deficiente, di N. un colpevole, mentre io non sono né l’una né l’altra cosa, quindi non abbiamo più nulla in comune: posso aspettare con gioia la mia nomina e sfuggo alle penose conseguenze che avrei dovuto trarre per la mia persona da quanto l’alto funzionario ha reso noto a R."
Il sogno esprime il desiderio di Freud di diventare professore universitario. Lo stesso sentimento di tenerezza che appare nel contenuto manifesto, è il prodotto della deformazione. Infatti: “la tenerezza del sogno non fa parte del contenuto latente, dei pensieri situati dietro il sogno; essa è in contrasto con questo contenuto, e serve a celarmi la vera interpretazione del sogno. Probabilmente è proprio questa la sua destinazione. [...] Se in questo punto il mio sogno risulta, rispetto al contenuto latente, deformato — e precisamente deformato nel suo contrario — allora la tenerezza manifesta del sogno serve a questa deformazione: in altre parole, la deformazione risulta qui intenzionale, risulta un mezzo di dissimulazione. I pensieri del sogno contengono un’offesa per R.; perché io non la noti, appare nel sogno qualcosa di opposto, un sentimento di tenerezza per lui.”
La deformazione, dunque, può essere afferrata solo laddove il sogno viene sottoposto ad un’interpretazione rigorosa.
ITALIANO: SVEVO- “La coscienza di Zeno”
Il romanzo si presenta come un racconto autobiografico che il protagonista, Zeno Cosini, scrive su consiglio del dottor S., il suo medico psicanalista, al quale si era rivolto per guarire dal vizio del fumo. Lo psicanalista gli aveva consigliato di iniziare da solo un’indagine, per ricercare nel passato le cause del suo disagio esistenziale; al termine di quest’indagine Zeno avrebbe potuto iniziare una vera e propria cura psicanalitica. Il protagonista però, ad un certo punto si dichiara guarito e manda il manoscritto al dottor S., dicendo di non aver più bisogno di lui; il medico decide allora di vendicarsi del paziente infedeli, pubblicando il suo manoscritto. Il romanzo inizia proprio con una premessa carica di rabbia e di risentimento che lo psicanalista fa a quest’opera da pubblicare e che crea nei confronti del personaggio una sorta di aspettativa e anche di benevolenza da parte del lettore.
Nel romanzo fondamentale è la differenza tra “sani” e “malati”: i sani non avvertono il disagio dell’esistenza, vivono tranquilli e passano sopra ai problemi della società senza avvertirli, perché non sono mai soggetti a crisi; i malati sono le vittime di questo momento di crisi della società, perché lo avvertono interamente, non sono capaci di vivere all’interno della collettività ed avvertono il disagio del vivere anche fisicamente. Zeno è in definitiva un malato.
Il romanzo consta di una serie di episodi. Il primo di questi tratta del vizio del fumo: Zeno non fumava per il piacere che gli dava la nicotina, ma per la sensazione che accompagnava l' "ultima sigaretta"; decideva di smettere di fumare ogniqualvolta avveniva un fatto straordinario o quando c'era una ricorrenza importante, così associava a quel giorno anche il "sentimento di vittoria su se stesso e la speranza di un prossimo futuro di forza e di salute". Poi però ricominciava, in modo che ci sarebbe stata di nuovo un'ultima sigaretta, di cui annotava sempre la data. Il vizio del fumo, a cui Zeno collega sensi di colpa, ha nel suo fondo inconscio proprio l’ostilità contro il padre, il protagonista da ragazzo comincia a fumare un sigaro acceso dimenticato dal padre. Quando è già sul letto di morte, il padre lascia cadere uno schiaffo sul viso del figlio che lo assiste e crolla stecchito. Zeno prova un oscuro senso di colpa e diventa buono e dolce e per lungo tempo ritorna alla fede. Privato della figura paterna, l’inetto Zeno, che ha sempre bisogno di appoggiarsi a un “padre”, cerca una figura sostitutiva e la trova in Giovanni Malfenti, uomo d’affari che incarna l’immagine tipica del borghese, abile e sicuro nell’attività pratica, dalle poche ma incrollabili certezze, dominatore nel lavoro e nella famiglia: è in definitiva un “sano”. Zeno decide di sposare una delle sue tre figlie. S’innamora della più bella, Ada, ma il suo goffo e stravagante comportamento sembra far di tutto per alienargli il sentimento della ragazza. Ada rifiuta la proposta di matrimonio e come questa anche Alberta, la sorella minore. Zeno decide allora di provare con Augusta, la sorella più vecchia e bruttina, la quale accetta di buon grado. Essa si rivela la donna di cui egli ha bisogno, amorevole come una madre, capace di creargli intorno un clima di dolcezza affettuosa e sicurezza. Augusta, come il padre, ha un solido sistema di certezze, che ne fanno un campione di “sanità” borghese. È l’antitesi di Zeno, che è invece incapace di integrarsi veramente in quel sistema di vita, anche se vi aspira in un desiderio disperato di normalità e salute. Zeno è malato: la sua malattia è la nevrosi; egli proietta nella malattia la propria inettitudine e attribuisce la colpa dei propri malanni al fumo: la sua esistenza è pertanto costellata da tentativi di liberarsi dal vizio, nella convinzione che solo così potrà avviarsi verso la “salute” non solo fisica, ma morale e sociale, ma questi tentativi finiscono sempre nel nulla.
Alla moglie Zeno affianca la giovane amante Carla, una ragazza povera che vuole intraprendere la carriera di cantante e il protagonista vuole aiutarla e proteggerla in senso “paterno”. Così Zeno porta avanti la relazione con la giovane, ma il rapporto è reso difficile dai suoi sensi di colpa verso la moglie, finché Carla lo abbandona per un uomo più giovane, un maestro di musica che il protagonista stesso gli aveva presentato.
Zeno, che aspira ad entrare nella normalità borghese divenendo anche accorto uomo d’affari, fonda poi un’associazione commerciale con il cognato Guido, che ha sposato Ada. Questi è un bell’uomo, disinvolto, sicuro di sé: è l’antitesi di Zeno e incarna il rivale. Anche verso di lui il protagonista nutre forti ambivalenze: l’amicizia e l’affetto fraterno ostentati nei suoi confronti mascherano un odio profondo. Guido si innamora di Carmen, assunta nella ditta in qualità di dattilografa; Ada viene a saperlo e cade in depressione. La ditta ha un gravissimo deficit e Ada si rifiuta di cedere al marito la propria dote per sanare il passivo. Allo scopo di convincerla Guido finge di suicidarsi ma attento che la dose di morfina non sia letale. Ada impaurita accetta di aiutarlo, ma purtroppo Guido finisce col perdere in borsa anche il patrimonio della dote. Egli, a questo punto simula un secondo suicidio, ma la messa in scena gli è fatale per il tardivo intervento del medico. Il giorno del funerale Zeno, preso dalla fretta, sbaglia corteo funebre; questo è uno di quegli “atti mancati” (lapsus freudiano) che Freud ha dimostrato essere rivelatori dei nostri impulsi inconsci.
Zeno, ormai anziano, decide di intraprendere la cura psicoanalitica.
Il 23 maggio del 1915, mentre trascorre con la famiglia la Pentecoste vicino a Trieste, lo scoppio della guerra lo separa dai suoi cari e favorisce alcune sue speculazioni commerciali, che trasformano l’ “inetto” Zeno in un abile uomo d’affari; egli si proclama così guarito.
Nelle pagine finali Zeno sottolinea il confine incerto tra malattia e salute nelle condizioni attuali, in cui la vita è inquinata alle radici, poiché l’uomo ha violato le leggi della natura. Il romanzo termina così in chiave apocalittica con una riflessione di Zeno sull’uomo costruttore di ordigni, che finiranno per portare a una catastrofe cosmica: qualcuno di noi un po’ più ammalato degli altri ruberà un esplosivo di incomparabile potenza e lo farà scoppiare, riducendo la terra ad una nebulosa. Forse solo in questo modo la salute tornerà sul pianeta.
Questo libro è stato considerato il primo romanzo psicologico del Novecento, già dal suo inizio sconvolge le regole narrative tradizionali: esso si presenta, infatti, come l’attuazione di un consiglio dato dal suo medico psicoanalista al protagonista Zeno Cosini di scrivere la propria autobiografia come preludio per una più profonda terapia analitica. Introdotto da una nota polemica dello stesso dottore, si apre al lettore il diario del passato di Zeno. Già dalle prime pagine si capisce, però, che non si tratta di un’autobiografia cronologicamente ordinata quanto di un “flusso di coscienza” in cui il protagonista accenna alla sua infanzia; alla dolorosa morte del padre che, proprio in punto di morte, riconferma ulteriormente il rapporto conflittuale e problematico con il figlio (dandogli uno schiaffo), al suo matrimonio con una delle sorelle Malfenti, alla sua relazione con una povera ragazza, all’amicizia con Guido (che si suiciderà per debiti) e al suo ruolo nella società commerciale dell’amico. Questi fatti sono totalmente filtrati dalla "coscienza di Zeno",che rilegge a distanza di tempo il proprio passato,scegliendo a suo piacere che cosa dire e che cosa tacere, interpretando e travisando gesti, atteggiamenti, e parole di un tempo. Ne appare un insieme fatto di mediocrità, occasioni mancate, propositi mai attuati che fungono da alibi dell’incapacità di tener loro fede (esempio mirabile il proponimento mai attuato di smettere di fumare), il tutto situato in un tempo indefinito: questo infatti, nella memoria di Zeno, si dilata e si restringe a seconda delle sue esigenze interiori (il protagonista, che termina le sue memorie nel 1916, racconta eventi accaduti tra il 1890 e il 1895, ma non dà notizia del resto degli anni trascorsi) e la sua voce in prima persona non garantisce l’attendibilità delle cose narrate. E non perché Zeno menta, ma perché il suo io “malato” non è più il possessore della verità e la coscienza manipola i contenuti che le arrivano dall’inconscio, come insegna Freud.
In un brano tratto da "Svevo e Schmitz" Debenedetti sul personaggio di Zeno scrive: "Zeno si presenta come uno che scrive la propria vita controvoglia, per ordine medico: quindi per uno scopo prevalentemente fisico e non morale, sebbene poi il senso della malattia fornisca una delle principali immagini che egli ha della propria psiche: sia cioè una vera e propria affezione morale. E poi il diario è pubblicato, non da Zeno, ma dal suo medico: di conseguenza Zeno è, almeno in parte, irresponsabile di ciò che noi leggiamo. Di più: il medico si è indotto a rendere pubblico questo diario psicoanalitico per punire il cliente, scettico verso la cura, di non essersi confessato con la dovuta serietà. "Se (Zeno) sapesse" soggiunge il medico "quante sorprese potrebbero risultargli dal commento delle tante verità e bugie che egli ha qui accumulate!...". Zeno è dunque - per lo meno nell'impianto del libro, che è quello che gli dà il tono - pressoché assente da ciò che narra. Se può prendere coscienza di sé in maniera molto disincantata, come accade al vecchio che ripercorra i giovanili errori questa maniera risulta nel contempo molto rasserenata, ricca di possibilità ottimistiche e di ravvedimenti che più non dolgono. Eppure l'ottimismo di Zeno riesce sempre sofistico. Proprio quando sembra concludere che a conti fatti lui, il presunto malato, è più sano che tanti sani, lui, presunto anormale, è più normale di tutti i sedicenti uomini normali - proprio allora, dietro la conclusione apparente, serpeggia quella vera: che cioè la vita è sempre andata a posarglisi dove lui non prevedeva, dove i suoi calcoli e i suoi piani non lo aspettavano... La vita, quando lui crede averla colta in un punto preciso, si incarica sempre di dargli un cazzotto cieco e sconcertante. Proprio come fa suo padre, già fuor di se per l'agonia, allorché lui si pensava aver toccato infine il sublime momento, in cui i difficili rapporti tra padre e figlio si spogliano dei loro aspri e incomunicabili pudori, per semplificarsi in chiara intelligenza di affetti. L'eroe di Svevo è generato dalla sensazione fondamentale di uno scompenso tra l'orientamento che l'individuo dà alla propria vita,e la curva che poi la vita descrive: incarna questo difetto, questo errore di calcolo e, con le sue vicende, viene a testimoniarlo e a patirlo tra il gioco delle sorti umane".
INGLESE: JOYCE (ULISSES) AND THE STREAM OF COSCIOUSNESS
Features and Themes
The importance of Joyce is that he had renewed the literature. His books are very different from the tradition. Joyce uses the technique of the manipulation of time and he doesn't respect the chronological order; he uses the association of ideas and flashback. In his stories there isn't only one point of view, but he expresses the points of view of many characters. He became famous with his neologism and his "exploration" of the language, but he always uses the same theme: the dryness of his time.
• Joyce’s conception of artist is too much near to that of Italian Realist: in fact he thought that the writer must be invisible in his works, and he haven’t to express his own viewpoint;
• Joyce rejected Irish life “in toto”, and at the same time he set all his novels in Dublin, the city in which he was grow up;
• He spent neraly of his adult life in voluntary exile (Trieste, Paris, Zurich), becoming the most cosmopolitan of Irish writers and becoming open to other intellectual traditions;
• Like the other European writers of the time he was deeply influenced by the modern culture, especially in Freudian phsycoanalisys, that was affecting all the art (Picasso, Svevo);
• Other two important features in Joyce are the realism and the symbolism;
• As a result of experimentation, he created a new kind of dream language, that was the mixture of non-existent words, existing words and inventive word combination; sintax is disordered, punctuation non-existent.
Joyce used the “stream of consciousness” that tried to explore the mind. There are two steps of consciousness:
• Speech level, which can be communicated in writing
• Pre-speech level, where there isn’t rationality
The methods used to depict consciousness are: flashback, montage, free associations, fade up, slow up. An other tecnique to translate “stream of consciousness” in word is “interior monologue” that can be direct or indirect (narrator introduced the story). In this monologue we can be found:
• Immediaty speech
• A present time which moves to infinity
• Consciousness moves freely, while characters stay fixed in space
• Language is rich of simbol
• Lack of formal and logical order and chronological order
Ulysses
The most known Joyce’s work is Ulysses. We can put this work in an ideal second period of Joyce’s literature, in which he developed the language, rejecting logical sequences and conventional syntax, but the themes are the same of Dubliners (here too there are two dubliners as principal characters, and Joyce wanted to demonstrate the paralisys of Dublin).
The stories is centred arouns three principal character, and for each one there is dedicated an ideal part.
The principal character of the first part is Stephen Dedalus, the Joycean alter ego. He took the name of the first Catholic martyr and of the legendary Greek artificer, Dedalus. Stephen is a young man with intellectual ambitions, it’s the enemy of his own country and a martyr to art. Stephen desyres to convert the Irishman to the cult of beauty inherited from the Greeks.
The second part of Ulysses is dominated by Leopold Bloom, the Ulysses of the title, that wandered in Dublin like Ulysses wandered in Mediterranean, encountering adventures like can compared to the adventure of Ulysses.
The third part is dominated by Molly Bloom, the Leopoldo’s wife, that can be compared to Ulysses’s wife Penelope, just as Stephen Dedalus can be comapred to Telemachus.
Bloom day is projected against the story of Ulysses, and each scene in the book is related to a specific episode of the Odyssey. In the first part of the book Dedalus, come back home from Paris, set off to find his friend and "spiritual father" Bloom, who is in search of a "spiritual son". When the two friends meet, Bloom "adopt" Dedalus and offers to take him home and give him shelter. At home Molly Bloom waits for them, like Penelope, thinking of her past and present life, with a mental, interior monologue. This "river of words" called "stream of consciousness" ends with the words "yes", like a total, non-judgemental, acceptance of life.
ARTE: SURREALISMO E IL SOGNO PER DALI’
Nell’arte il tema del sogno e dell’inconscio viene affrontato nel movimento surrealista, che si sviluppò nel 1924 grazie alle teorie di Breton, secondo il quale bisogna cercare il modo di giungere ad una realtà superiore (appunto una surrealtà), in cui conciliare i due momenti fondamentali del pensiero umano: quello della veglia e quello del sogno. Surrealismo è dunque il processo mediante il quale si giunge a questa surrealtà. Sempre Breton così definisce il Surrealismo:«Automatismo psichico puro col quale ci si propone di esprimere, sia verbalmente, sia per iscritto, sia in qualsiasi altro modo, il funzionamento reale del pensiero. Dettato dal pensiero, in assenza di qualsiasi controllo esercitato dalla ragione, al di fuori di ogni preoccupazione estetica o morale».
L’automatismo psichico significa quindi liberare la mente dai freni inibitori, razionali, morali, eccetera, così che il pensiero è libero di vagare secondo libere associazioni di immagini e di idee. In tal modo si riesce a portare in superficie quell’inconscio che altrimenti appare solo nel sogno.
Al Surrealismo aderirono diversi pittori europei, tra i quali Max Ernst, Juan Mirò, René Magritte e Salvador Dalì. Non vi aderì Giorgio De Chirico, che pure aveva fornito con la sua pittura metafisica un contributo determinante alla nascita del movimento, mentre vi aderì, seppure con una certa originalità, il fratello Andr ea, più noto con lo pseudonimo di Alberto Savinio.
L’approccio al surrealismo è stato diverso da artista ad artista ma, in sostanza, possiamo suddividere la tecnica surrealista in due grosse categorie: quella degli accostamenti inconsueti e quella delle deformazioni irreali.
Gli accostamenti inconsueti sono stati spiegati da Max Ernst, pittore e scultore surrealista. Egli, partendo da una frase del poeta Comte de Lautréamont: «bello come l’incontro casuale di una macchina da cucire e di un ombrello su un tavolo operatorio», spiegava che tale bellezza proveniva dall’«accoppiamento di due realtà in apparenza inconciliabili su un piano che in apparenza non è conveniente per esse».
In sostanza, procedendo per libera associazione di idee, si uniscono cose e spazi tra loro apparentemente estranei per ricavarne una sensazione inedita. La bellezza surrealista nasce, allora, dal trovare due oggetti reali, veri, esistenti (l’ombrello e la macchina da cucire), che non hanno nulla in comune, assieme in un luogo ugualmente estraneo ad entrambi. Tale situazione genera una inattesa visione che sorprende per la sua assurdità e perché contraddice le nostre certezze.
Le deformazioni irreali riguardano invece la categoria della metamorfosi. Le deformazioni espressionistiche nascevano dal procedimento della caricatura, ed erano tese alla accentuazione dei caratteri e delle sensazioni psicologiche. La metamorfosi è invece la trasformazione di un oggetto in un altro, come, ad esempio, delle donne che si trasformano in alberi (Delvaux) o delle foglie che hanno forma di uccelli (Magritte).
Entrambi questi procedimenti hanno un unico fine: lo spostamento del senso. Ossia la trasformazione delle immagini, che abitualmente siamo abituati a vedere in base al senso comune, in immagini che ci trasmettono l’idea di un diverso ordine della realtà.
DALI’
Dalì da all’automatismo psichico un nome preciso: metodo critico-paranoico. Che cos'è dunque questo famoso metodo paranoico-critico? E’il pittore stesso a spiegarcelo in un saggio "La conquista dell'irrazionale"(1935),dove descrive le proprie ricerche e afferma:"Tutta la mia ambizione,sul piano pittorico,consiste nel materializzare con la più imperialistica smania di precisione le immagini dell'irrazionalità concreta... che provvisoriamente non sono spiegabili né riducibili attraverso i sistemi dell'intuizione logica o i meccanismi razionali". E ancora:"Attività paranoico-critica:metodo spontaneo di conoscenza irrazionale basato sull'associazione interpretativo-critica di fenomeni deliranti". Dunque le immagini che l’artista cerca di fissare sulla tela nascono dal torbido agitarsi del suo inconscio (la paranoia) e riescono a prendere forma solo grazie alla razionalizzazione del delirio (momento critico).
Tra i tanti quadri di Dalì, quello che meglio esprime a mio parere il tema dell’ inconscio e del paranoico-critico è "Sogno causato dal volo di un'ape intorno a una melagrana,un attimo prima del risveglio"(1944),il cui titolo è di per sé esplicativo:"Immaginare per la prima volta la scoperta operata da Freud del sogno tipico di lunga affabulazione argomentale, conseguenza dell'istantaneità di un incidente che causa il risveglio. Come la caduta di una barra sul collo del dormiente ne provoca simultaneamente il risveglio e un lungo sogno culminante nella mannaia della ghigliottina, così il ronzio dell'ape provoca la puntura del dardo che risveglierà Gala".
In questa immagine compare Gala la moglie di Dalì. L’ispirazione del quadro venne a Dalì dalla puntura di un’ape mentre stava dormendo. Il momento del dolore avvenne quindi in un istante di incoscienza, e produsse quindi una serie di sensazioni ingigantite dalla mancanza momentanea della coscienza di quanto stava avvenendo. L’immagine è una simultanea rappresentazione di istanti precedenti e posteriori: l’istante della puntura è dato dalla punta della baionetta che sta per trafiggere il braccia della donna nuda, l’istante del dolore è invece rappresentato dall’irrompere di allucinazioni quali le tigri inferocite che fuoriescono dalla bocca di un pesce che a sua volta sorge da un melograno. Da notare l’elefante, con l’obelisco sulla groppa, e con le gambe di insetto, che riesce a camminare sul pelo dell’acqua: altra allucinazione che ritornerà spesso in altri quadri di Dalì. Le simbologie in un quadro come questo possono essere queste o cento altre legate al significato del melograno, dell'ape, della tigre, dell'elefante, del mare...; tutte, in ogni caso, percorse da un profondo e acceso senso di erotismo.
La caratteristica di questa come di quasi tutte le opere di Dalì è la mancanza di unità e di totalità.

Esempio



  


  1. mario rossi

    sto cercando appunti o la realizzazione su tema dei sogni. Devo fare la tesinadi maturità. Liceo scientifico

  2. liceo scientifico

    tesina sul sogno sto cercando appunti


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