Estetica come riflessione sul bello

Materie:Tesina
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Testo


INTRODUZIONE
In questi anni di liceo classico ho avuto modo di confrontarmi con varie discipline, che mi hanno permesso di creare una tesina multidisciplinare.
Con questo elaborato, quindi, desidero presentare il canone estetico del bello, attraverso il profilo filosofico, letterario e artistico.
Dopo una prima definizione di bello, tratterò i filosofi tedeschi Immanuel Kant, che afferma come l’uomo giunga al bello attraverso un “giudizio”, e Arthur Schopenhauer, il quale intende come bello ciò che è slegato dalla volontà.
Successivamente passerò in rassegna l’estetismo, per quanto riguarda l’ambito letterario, attraverso la poesia Bellezza di Charles Baudelaire, il romanzo Il ritratto di Dorian Gray di Oscar Wilde, per giungere poi in Italia attraverso i primi due libri del romanzo Il Piacere di Gabriele D’Annunzio.
Infine, nell’ambito artistico, porrò l’attenzione sull’arte italiana del tardo Rinascimento, sul manierismo e sul barocco.

UNA DEFINIZIONE DI BELLO
Fin dal principio, bisogna eliminare l’idea di un’unica definizione di bello, che invece dipende principalmente da tre fattori:
1. la diversità delle civiltà;
2. ognuna di queste ha il suo pensiero su ciò che è bello;
3. il bello nasce collegando fra loro le varie risposte che ogni civiltà dà su di esso, formando così una sorta di grappolo concettuale.
Innanzi tutto bello è unito a buono. Infatti “bello” deriva dal latino bellus che è un diminutivo della radice duenulus bonulus, cioè “buono in piccolo”, “mediamente piccolo”. In greco invece il termine per dire “bello” è καλός, ma spesso in endiadi con “buono” infatti nel greco moderno vuol dire buono. In ogni cultura, insomma si dà un valore al bello.
Partendo dalle origini, la scuola Pitagorica della Grecia del VI – IV sec a.C., il concetto di bello è in relazione col concetto di vero e buono: formò una trinità che può essere misurata. La religione di questo tempo è governata da Zeus: in greco il genitivo è Διός, cioè “Dio della luce diurna”( espresso in latino con dies). Egli è quindi garante dell’ordine e secondo la storia sottomise il padre e le altre potenze arcaiche, respinte all’Inferno, stabilendo così il dominio della bellezza. Ogni aspetto della vita greca ha come idea quello di misura. In particolare, sappiamo che l’unica arte che è misura di tutte le arti è la musica: ogni arte manteneva insieme l’esattezza, la giusta misura, e il πάθος, quindi la verità e la bellezza.
Si fa più fatica a definire il buono. Come la persona coraggiosa è quella che non si umilia per mancanza di forza in viltà né si esalta per troppa forza nell’audacia, così chi è buono non vive un eccesso di virtù e nemmeno si abbassa alle passioni.
Se riuscissimo a ricostruire il vecchio rapporto tra vero, bello e buono, superiamo la banalità del bello e saremmo costretti a guardarlo in maniera nuova.
La disciplina che si occupa del bello è l’estetica: l’etimologia greca è α̉ίσθησις, che vuol dire “sensazione”. Ogni opera d’arte è fatta di qualcosa di sensibile che viene considerata dall’antichità come un detonatore di cariche emotive più alte, che conduce dalla bellezza sensibile, cioè dalla sensazione estetica, alla bellezza intellegibile.
Platone affermava che quello che vale è ciò che è ̉αχροια, cioè “non ha colore”. Ed è qui che bello e vero coincidono: il bello è stato tolto della sua essenza e diventa una forma sensibile delle idee. Dal settecento però, l’estetica s’impadronisce dei sensi: essi non riguardano l’intelligibile, ma rimandano a dei significati all’interno del sensibile. Ed essendo questo individualizzabile, l’opera d’arte non è più un’idea infinita, bensì è considerabile a sé stante. Non è più la molla che ci spinge in un altro mondo nuovo, che partecipa del divino: esso ci tiene legati a questo mondo reale, ci fa scoprire i fenomeni che si susseguono.
Ci chiediamo però cos’è il “canone estetico” del bello intellegibile, cioè il riconoscere la bellezza sotto dei canoni misurabili. Ci si accorgerà, che questa bellezza non coincide con l’ordine: c’è qualcosa in più, un “non so che”, nescio quid. Questo quid che ci dice “cos’è il bello” è trovabile in quello che l’artista ha aggiunto, che è il piacere che gli deriva dall’opera realizzata: il “senso del gusto”. Tale senso di gusto è anche in noi, che contempliamo l’opera d’arte, la quale si proietta verso chi la giudica in maniera diversa, poiché nel gusto c’è soggettività. Questo comporta che la bellezza è individuale, mentre il gusto è educabile: l’arte e l’estetica hanno entrambi questi compiti.

LA BELLEZZA FILOSOFICA – LETTERARIA
1.NELLA FILOSOFIA
Abbiamo detto che la bellezza viene catalogata. Il primo a far questo è Immanuel Kant nato a Königsberg nel 1724.
L’opera a cui facciamo riferimento è la Critica del Giudizio composta nel 1790. E’ inoltre da sottolineare che nel 1770 compone l’opera denominata come la “grande luce”, la Dissertazione: essa si presenta come conoscenza dei principi dell’ intelletto puro. Kant stabilisce la differenza tra:
1. “conoscenza sensibile”: il soggetto subisce qualcosa dall’oggetto. La conoscenza sensibile rappresenta le cose come appaiono al soggetto e non come sono “in sé” ; rappresenta dei fenomeni, le cose come si manifestano o appaiono. Questa conoscenza sensibile inoltre è intuizione, cioè conoscenza immediata che avviene attraverso le forme della sensibilità, che sono lo spazio ed il tempo: essi sono i modi con cui il soggetto coglie sensibilmente le cose, l’oggetto si adegua al soggetto;
2. “conoscenza intellettiva”: è la facoltà di rappresentare le cose non coglibili dai sensi secondo quelle forme unificatrici che Kant chiama “categorie”.
Ma torniamo all’opera Critica del Giudizio. Per Kant, “giudizio” è la facoltà di pensare il “particolare” nell’universale. Ci sono due forme di giudizio:
A. giudizio determinante: costituisce l’oggetto, lo determina teoreticamente, sono dati sia il “particolare” che “l’universale”;
B. giudizio riflettente: viene dato solo il “particolare” e “l’universale” è da ricercare, appunto tramite questo “Giudizio riflettente”, poichè l’universale da trovare non è una legge a priori dell’intelletto. Questo riflette sugli oggetti, determinati dal “Giudizio determinante”, al fine di trovare l’accordo con il soggetto. Ma per risalire all’ ”universale da ricercare” si ha bisogno di un “a priori”, che Kant identifica con la Natura. Da ciò scopriamo che la “finalità” della natura si può trovare attraverso il giudizio estetico.

Per Kant il bello non è una proprietà oggettiva delle cose, ma è la proprietà che nasce dal rapporto soggetto e oggetto, dagli oggetti adeguati al nostro sentimento di piacere.
Il bello, in quanto piace secondo il giudizio del gusto, implica quattro caratteri.
Infatti bello è:
A. “ciò che piace senza interesse”: non legato ai sensi, né all’utile economico, né al bene morale;
B. “ciò che piace universalmente, soggettivamente, senza concetto”: vale per tutti gli uomini, ma non ha carattere concettuale e conoscitivo;
C. “la forma della finalità” di un oggetto: è percepito senza rappresentare uno scopo, è l’idea stessa della finalità nel pieno aspetto formale e soggettivo;
D. “ciò che viene riconosciuto senza concetto, come oggetto di piacere necessario”: è soggettivo, si impone a tutti gli uomini.
Ma allora, qual è il fondamento del giudizio estetico? E’ il “libero gioco e l’armonia delle nostre facoltà spirituali” che l’oggetto produce nel soggetto: e questo è il giudizio di gusto, cioè il bello.

Altro pensatore in linea con Kant è Arthur Schopenhauer. Nato a Danzica il 22 febbraio 1788, studiò Kant, rifiutando Fichte e soprattutto Hegel. L’opera più importante è Il mondo come volontà e rappresentazione pubblicata nel 1819: dice “il mondo è una mia rappresentazione: […] cioè sempre in contatto con un altro essere, con lui medesimo1”; tutto si trova dentro di noi, soggetto e oggetto insieme ed esistenti l’uno per l’altro.
Prendiamo in esame il primo capitolo dell’ opera, che riguarda più da vicino l’estetica.
Due sono gli elementi essenziali della conoscenza estetica: la “conoscenza dell’oggetto”; cioè come “forma permanente di tutte le cose” e la “coscienza che colui che conosce ha di sé”, cioè del “soggetto della conoscenza privo di volontà”, perchè la volontà non ci dà la “felicità durevole né pace2”: e si sa che senza pace il vero benessere non sarà possibile.
Il contemplare estetico non osserva gli oggetti, poiché fa presente all’uomo lo stato d’animo calmo, tranquillo e privo di volontà dell’artista. Ma il quadro invita ancora l’uomo a partecipare a questo stato: quindi la commozione dell’artista è imperturbata dal volere.
Quando poi ci gettiamo interamente nella natura, noi non siamo più l’individuo, che viene così dimenticato, ma siamo solo puro soggetto di conoscenza. Occorre però un’attenzione: qualora si ripresentino oggetti intuiti con la volontà, ciò con noi stessi, tutto ha fine, e la nostra conoscenza è ragione; non conosciamo più l’idea bensì la cosa particolare.
E sono molti gli uomini che fanno così! Non amano star soli con la natura: cercano negli oggetti il rapporto con la volontà. Arrivano a rispondersi “non mi serve a nulla”: così anche il più suggestivo luogo acquista per loro un aspetto desolato, tenebroso, estraneo, ostile. C’è un altro punto: la contemplazione oggettiva agisce sul ricordo come agirebbe anche sul presente. Da ciò si deduce che quando qualche affanno ci angoscia, il ricordare scene passate ci mostra agli occhi un paradiso perduto. Infatti la fantasia ci dà solo la parte oggettiva, chiudendo quella individuale-soggettiva. Così, sbarazzati del nostro misero “io”, diveniamo come puri soggetti del conoscere, un’unica cosa con gli oggetti, sopravvive solo il mondo come rappresentazione.
Il piacere estetico nella condizione soggettiva, è quindi liberazione del conoscere dalla volontà e l’elevazione della coscienza a soggetto del puro conoscere.
Occorre però chiarire alcune cose. La luce è la cosa più allietante! Essa è il simbolo di ogni cosa buona e salutare: in ambito religioso significa la salute eterna e le tenebre la dominazione. La luce ci rende felici e la sua mancanza tristi! Essa è la gioia per la possibilità oggettiva della più pura conoscenza intuitiva. Il puro conoscere, libero dal volere, è allietante gioia per la luce, e possiede, quindi, di suo il piacere estetico.
Si può concludere affermando che ogni considerazione fatta mette in risalto la parte soggettiva della bellezza estetica; bellezza che è gioia per il puro conoscere intuitivo, contrapposto alla volontà. Il bello, allora, è il puro conoscere che sovrasta tutto, in quanto la bellezza dell’oggetto, cioè la conformazione che facilita la conoscenza della sua idea, ha allontanato la volontà. Con ciò, ha lasciato la coscienza come puro soggetto del conoscere, eliminando definitivamente il ricordo della volontà.

2.NELLA LETTERATURA
Soffermiamoci ora a considerare il bello attraverso gli scritti di poeti e letterati.
L’estetismo non è solo un movimento letterario e artistico, ma un atteggiamento che caratterizza molta parte della letteratura europea della seconda metà dell’Ottocento. Rifiutando l’impegno morale e sociale, che era legato a un dialogo poeta-società, si fa strada ora una visione estetica della vita che concepisce l’arte e la bellezza come valori sommi, superiori a tutti i valori contrapposti ad essi.
Charles Baudelaire propone un’affascinante ed inquietante idea sulla bellezza come divinità lontana, al-di-là del bene e del male.
Nella poesia, Bellezza, composta circa tra il 1843 e 1847 e pubblicata in rivista nel 1857, presenta la bellezza come una dea e la descrive come inaccessibile e perfetta armonia di linee e forme, simile a una scultura greca. Però, analogamente ai classicisti, non fa combaciare la ricerca della bellezza con la morale, la serenità, l’equilibrio spirituale e psicologico. Questa dea è inquietante, gelida e inafferrabile figura, che crea un fascino rovinoso su chi l’osserva, al quale non ci si può discostare. Il culto della bellezza si può interpretare come un’aspirazione visionaria ad un “altrove” irraggiungibile, che offre un’alternativa alla vita quotidiana, dominata dal grigiore.
“ Sono bella, o mortali! come un sogno di pietra,
e il mio seno ove ognuno è tramortito a suo tempo
è fatto per suscitare nel poeta un amore
eterno e muto come la materia.
5 Troneggio nell’azzurro come sfinge incompresa;
unisco un cuore di neve al biancore dei cigni;
odio il movimento che sconvolge le linee,
e non piango mai e non rido mai.
I poeti, di fronte alle mie grandi pose,
10 che ho l’aria di mutare dai più fieri monumenti,
consumeranno i giorni in austeri studi;
perché ho, per stregare quei docili amanti,
specchi puri che fanno ogni cosa più bella:
i miei occhi, larghi occhi dalle chiarità eterne!”.
Con intonazione più leggera e paradossale, Oscar Wilde rivendica l’autonomia dell’arte dai legami con i problemi e i fatti sociali, e proclama che il suo scopo più nobile è “narrare le cose più belle3”.
Nel saggio La decadenza della menzogna, composto tra il 1889 e il 1891, Wilde immagina due ragazzi che discutono sulla natura dell’arte. Qui troviamo, con vivaci intonazioni polemiche, le idee cardine dell’estetismo: l’arte è autosufficiente; non deve rispecchiare i problemi e i conflitti del mondo reale ma ”narrare cose belle non vere4”; ogni tentativo di fare il contrario è sbagliato e fallimentare.
Ma è nell’opera Il ritratto di Dorian Gray il luogo in cui troviamo un motivo di fondo di Wilde: la concezione della bellezza come unico valore da perseguire, qualsiasi sia la considerazione morale e sociale. Nell’introduzione Wilde scriveva: “ non esistono libri morali o immorali. I libri sono scritti bene o male5”.
Successivamente ribadiva in modo più provocatorio che “quando scrivo una commedia o un libro, mi occupo solo di letteratura, ossia di arte. Non mi propongo di fare del bene o del male, ma di cercare di creare una cosa che possegga un certo grado di bellezza6”.

Dorian Gray è il protagonista: un giovane di rara bellezza, che un amico pittore, innamorato, lo ha rappresentato in un ritratto perfetto. Un comune amico, lord Henry, con la sua parlantina brillante e ingannevole, conquista il posto del pittore nel cuore di Dorian (amori platonici: a quel tempo di più non si poteva). Lord Henry corrompe Dorian, e il giovane di dà alla vita viziosa. Intanto si realizza un suo desiderio: trascorrono gli anni ma la sua bellezza e la sua gioventù rimangono intatte, mentre i segnali del tempo e dei peccati si accumulano sul suo ritratto. Dopo aver spinto molti alla corruzione, alla rovina, al suicidio ed aver compiuto lui stesso un omicidio, Dorian scopre che il ritratto, orribile col passar del tempo, rappresenta la propria coscienza, e si appresta a distruggerlo. Ma quando lo colpisce, è lui che muore, ed il ritratto riprende i lineamenti di un tempo, mentre il suo cadavere è invecchiato e sporcato dai vizi.
Nella scena di seduzione, dove c’è il primo incontro tra Dorian e lord Henry nello studio del pittore, intento a finire il ritratto, le parole lusingatrici dell’uomo più esperto colpiscono Dorian e lo sottomettono. Il discorso di lord Henry è un messaggio estetico: la bellezza è il valore supremo della vita, il godere della gioventù è quasi come un richiamo a un dovere morale:“ la vita ha i suoi capolavori elaborati, come li hanno la poesia, la scultura, la pittura7”; bisogna solo creare nella vita una perfezione artistica, di assoluto valore. Questo è il “nuovo edonismo”, cioè identificare il bene col piacere sensibile, immediato, che produce il culto per la sensazione e la divisione tra uomini “mediocri, volgari” e quelli eletti, con l’idea che a questi ultimi “nulla è vietato8”.
Chi, come Wilde, si accostava sull’estetismo come modello di comportamento eccentrico e aristocratico, in contrapposizione allo standard e alla volgarità della società di massa, è Joris-Karl Huysmans nell’ opera “À rebours” (“Controcorrente”, 1884).

In Italia Ugo Foscolo nel poemetto incompleto Le tre Grazie affronta l’argomento del bello. Un grande esteta è, però, il poeta Gabriele D’Annunzio.
Nasce nel 1863 a Pescara da famiglia benestante: uomo colto, ama la letteratura. Scrittore prolifico e multiforme, nel primo periodo della sua produzione letteraria espone le idee dell’estetismo, mentre poi si farà affascinare dal pensiero del “superuomo”.
La principale opera che mostra l’estetismo dannunziano è il romanzo Il Piacere del 1889. Andrea Sperelli è un giovane aristocratico con educazione raffinata; vive a Roma e frequenta il bel mondo. Egli è contemporaneamente attratto da due nobildonne, diverse da loro: Elena Muti, spregiudicata, sensuale, che lo ha lasciato dopo un’intensa relazione e che, a due anni dalla rottura, lo coinvolge ancora in un ambiguo rapporto; Maria Ferres, onesta, sensibile, che Andrea conosce in un periodo di grave frustrazione spirituale, dopo aver rischiato la morte in duello, e che grazie alle virtù di lei lo aiuta nel suo bisogno di riscatto. Andrea, così, trascina Maria nell’adulterio, ma non riesce a dimenticare Elena; insiste nel ricercarla nella voce e nei gesti di Maria, in un gioco ossessivo e crudele di sdoppiamento. Maria, alla fine, scopre di essere vittima di un perverso “triangolo” e lo lascia. Andrea, rimasto solo, prende atto della sua irrimediabile instabilità emotiva.
È un romanzo dove il poeta rappresenta la crisi di un’esteta ma anche il trattato d’estetismo più eloquente. D’Annunzio dirà che “il verso è tutto9”: arte e bellezza sono la suprema realizzazione di tutta la poesia.
Ciò produce una identificazione tra poesia e vita:“bisogna fare la propria vita come si fa un’opera d’arte. Bisogna che la vita d’un uomo d’intelletto sia opera di lui. La superiorità vera è tutta qui 10”.

Il primo capitolo del primo libro mette in evidenza tali pensieri sull’estetismo.
In primo luogo l’esteta ha un gusto raffinato della decorazione, dell’ambiente ben arredato, dell’oggetto squisito: non si saprebbe definire neanche se il protagonista sia Andrea Sperelli o il suo appartamento. È un gusto da intenditore quello che D’Annunzio ci fa vedere.
In secondo luogo, l’estetismo è ricerca della varietà più ampia possibile di esperienze (erotiche soprattutto): lo Sperelli vuole provare le due emozioni dell’amore, essere cioè sia “Don Giovanni” sia “Cherubino”.
In questo capitolo, poi, l’artificio che presiede alla disposizione degli arredi coincide con l’artificio con cui Andrea vive le sue esperienze amorose: finzione e falsità diventano regole di vita. È un uomo che tende all’autocompiacimento (“sapeva[…] trarre dalla sua bellezza il maggior possibile godimento11”), ma questa fissità su se stesso si identifica con la fissazione sugli oggetti, che non sono solo il “teatro” predisposto per le sue seduzioni; ma si inzuppano del suo stesso erotismo.
Questa identificazione nelle cose è presentata come ipersensibilità nervosa, come una debolezza, con qualche accenno di condanna moralistica che in questo capitolo si nota. In ogni caso, Andrea Sperelli resta un personaggio che ha un’esperienza di vita fuori dal comune, gusti esclusivi ed aristocratici: un eroe d’eccezione, atto a sollecitare l’immaginario del pubblico medio-borghese a cui era destinato Il Piacere. Contemporaneamente il protagonista è un sognatore: come molti personaggi dannunziani, unisce qualità sensitive ad un atteggiamento perplesso ed esitante, che lo rende incapace di agire e di scegliere.

Nel secondo capitolo sempre del primo libro, invece, D’Annunzio traccia la formazione di Andrea, che riassume i principi di una visione estetica della vita. Rappresentando la crescita dell’ “ideal tipo del giovane signore12”, il nostro autore ha inteso raffigurare un modello umano da esempio: il perfetto esteta (quale sarà anche lui stesso). I suoi caratteri sono:
- passione per l’arte e la bellezza, erudita e raffinata, perché nutrita di studi e letture;
- estensione del culto della bellezza dell’arte alla vita: attraverso il dominio di sé (“Habere, non haberi13” ), l’esteta “bisogna” che faccia “ la propria vita, come si facesse un’opera d’arte14”, così che l’estetica, quindi, divenga una morale;
- ricerca della sensazione, dell’immaginazione, del piacere, come sperimentazione di nuove esperienze;
- il distacco dalla “massa comune”, che dal “paradossale disprezzo de’ pregiudizi”, giunge all’esaltazione del rifiuto della razionalità, cioè il “sofisma15”.

Infine, nel capitolo primo del secondo libro Andrea Sperelli, ferito in un duello, convalescente, pieno di rimorsi per il passato, trova conforto e slancio vitale nell’arte: “Ecco l’amante fedele, sempre giovane, immortale; ecco la Fonte della gioia pura, vietata alle moltitudini, concessa agli eletti, ecco il prezioso Alimento che fa l’uomo simile a un dio16” . D’Annunzio racchiude nella sua concezione della poesia, un perfetto dominio dell’artefice sulle infinite risorse espressive della parola.

Si potrebbe dire che le cose nascono dalla parola, non viceversa. Ma l’autore vuole andare oltre alla concezione puramente tecnica della poesia, e con la frase “il verso è tutto17”, indica che la poesia è strumento di conoscenza, che sa raggiungere l’Assoluto: qualcosa che ha un’esistenza indipendente ed eterna, che preesiste al poeta come “ preformazione ideale”. Nonostante gli sforzi di idealizzazione, D’Annunzio fa prevalere l’amore per la parola come oggetto di godimento per se: appunto, “l’amor sensuale della parola18”.
Alla fine del brano, poi, l’autore proietta in Sperelli qualcosa che è intrinseco nel suo modo di comporre: il bisogno di uno spunto, di una risonanza colta con un altro poeta. Infatti, molti versi giovanili di D’Annunzio sono “alla maniera di” e anche i romanzi riflettono l’assimilazione di temi e forme della narrativa europea del suo tempo. D’Annunzio fu accusato anche di plagio, però non si tratta nelle sue opere di volgare imitazione o copiatura, ma di letteratura che è ispirata dalla stessa letteratura.

L’ARTE RINASCIMENTALE ITALIANA: ESPRESSIONE TOTALE DEL BELLO
All’inizio del ‘500 il nostro Paese è assai ricco ed è all’avanguardia sia nel sapere sia nella vita artistica. L’ambizione artistica, però, dovrà fare i conti, nella seconda metà del secolo, con la debolezza politica e militare. Molte città sono vittime di conquiste, e fra tutte primeggia Roma: ammirata da tutti, centro assoluto della vita artistica, almeno fino al sacco di Roma nel 1527. Importante è anche Firenze, esaltata come città delle origini del rinascimento, grazie agli artisti Leonardo, Michelangelo, Raffaello. Venezia, inoltre, fu in risalto artistico grazie al Giorgione. Le sue opere saranno rivoluzionarie sia sul piano pittorico sia sui significati che esse trasmettono: sacro e profano si sposeranno. Dopo di lui verrà Tiziano.
Questa epoca, verrà definita come “ Rinascimento maturo”, attraverso alcuni parametri fondamentali: la chiarezza, la ricerca “classica” di unità ed essenzialità, il monumentale senso architettonico del “tutto insieme” di pittura e scultura. I tratti caratteristici della nuova arte sono: da un lato, l’esaltazione della grandezza e della dignità umana; dall’altro, il superamento, attraverso nuovi ideali di nobiltà e grazia, delle rigide regole dell’arte classica.
Questa arte, inoltre, giunge al superamento della prospettiva geometrico- matematica nella resa naturalistica ed espressiva delle figure, nell’acquisizione di conoscenze anatomiche, e in un rapporto con la cultura classica più innovativo.
Tre sono i più importanti interpreti: Leonardo, Michelangelo, Raffaello.
Con Raffaello, siamo nel pieno sviluppo di questa corrente artistica e si può osservare nello Sposalizio della Vergine come questo rapporto tra spazio e figura sia reso in maniera stupenda.
[cfr: Appendice, fig.1 pag….]
Il primo piano è dominato dalla triade di figure composta dal sacerdote, da Maria, e da Giuseppe. Il gesto di Maria nel porre la mano per ricevere l’anello nuziale da Giuseppe, rappresenta il centro focale dell’azione. Nella mano sinistra Giuseppe ha una verga miracolosamente fiorita; dietro di lui stanno i pretendenti sconfitti che, delusi, reggono in mano le loro verghe, uno addirittura la spezza.
Questa composizione è da mettere in rapporto con l’opera del maestro Perugino, lo Sposalizio della vergine [cfr: Appendice, fig.2 pag…]: Raffaello, nel riprendere alla lettera alcuni atteggiamenti dei personaggi e in generale lo schema compositivo del dipinto, vi apporta delle modifiche, riguardanti il tempio e l’organizzazione spaziale della scena.
Il tempio di Perugino è un edificio ottagonale che occupa una superficie maggiore ed è molto più vicino al primo piano. Raffaello, invece, concepisce il suo tempio come un organismo armonioso a ritmo circolare, intensificato dall’aumento dei lati e dal portico che circonda il corpo cilindrico centrale. Diverso, inoltre fra i due pittori, è il rapporto tra l’architettura e le figure in primo piano: infatti, il tempio di Raffaello, posto su delle gradinate, si allontana dal pavimento e diviene asse di uno spazio circolare, alle cui leggi si sottomettono le figure secondo un ritmo curvilineo. Le figure delineano due semicerchi, uno rivolto verso il tempio, l’altro verso lo spettatore, in modo da rendere coerenti le due parti del dipinto. Questi elementi di distinzione di Raffaello con il Perugino, contribuiscono a dare alla scena un senso di armonia e di ordine, la cui natura ha un carattere architettonico più che pittorico.
Raffaello appare dunque l’erede della concezione della bellezza come astratto ordine di rappresentazione geometrica, mediante la quale è possibile risvegliare nell’animo del contemplante la struttura armonica dell’universo.

In Raffaello, si noteranno in seguito i tormenti di un’età di crisi in cui cominciano ad emergere intransigenze morali, erette anch’esse ad arte. Tutto ciò porta alla cosiddetta “crisi manieristica”, nata per la contraddizione fra l’ “aurea” pienezza culturale, con l’idea di assoluta e intangibile bellezza, e l’inquietudine dei tempi, con l’avvento delle guerre di supremazia europea e le lotte religiose.
Nasce quindi il manierismo, e il termine “ maniera”, col Vasari, s’innalza ad un significato di “ bella maniera”, cioè il “ frequente ritrarre le cose più belle19”, alla ricerca di un perfetto equilibrio fra natura, idealità e tradizione classica.
Ciò che accomuna le opere manieriste è:
- un’ossessiva ricercatezza formale;
- una tendenza estrema alla raffinatezza, all’eleganza, al virtuosismo compositivo, all’artificio;
- spesso compaiono più centri d’interesse visivo che spostano l’attenzione dal soggetto principale a soggetti secondari, talvolta oscuri;
- i corpi si animano si allungano, si deformano;
- le architetture presentano elementi strutturali e decorativi che rompono l’equilibrio del Rinascimento; infatti, le regole che governano l’uso tradizionale degli ordino classici vengono ignorate.
Centri del Manierismo sono Firenze, Siena e Roma.
Uno tra i più importanti pittori del manierismo è Parmigianino e significativa è la sua opera Madonna dal collo lungo [cfr: Appendice, fig.3 pag…]. Qui il pittore ha riformulato l’immagine umana secondo canoni di una bellezza tanto artificiale e raffinata da configurare un’iperbole estetica. La similitudine tra il collo della Vergine e la colonna appartiene alla simbologia medievale e ciò spiega l’ipertrofia dell’uno e la presenza dell’altra; ma anche la mano destra ha dita troppo lunghe, e così pure le proporzioni del Bambino. La rappresentazione dello spazio, infine, risulta impossibile da razionalizzare: le proporzioni delle figure collocate in primo piano risultano inconciliabili con quelle dell’uomo con il papiro sullo sfondo.
Con la Controriforma e il Concilio di Trento, tra il 1560 e il 1660 le chiese dovettero modificarsi. Molti artisti si fecero interpreti della nuova concezione del mondo e affrontarono l’arte con una mentalità critico- sperimentale.
Così, si sperimentò una creatività di spirito antidogmatico, di libertà immaginativa e attenzione verso gli aspetti tecnici della visione. Nasce il barocco.
Questa nuova arte è una fusione tra la naturalità, la mancanza di proporzione, il “capriccio” della natura o del pensiero: il barocco crea qualcosa che non esiste, però in senso positivo.
Si apre con la svolta antimanieristica di Caravaggio e Carracci per arrivare fino al 1600 quando raggiunge la pienezza vera e propria con Rubens, Bernini, Borromini, Pietro da Cortona. Centro di questa arte è Roma, ma rapida è la sua diffusione in tutta Europa, fino all’America Latina.
Che cosa fece, dunque, il barocco?
1. Abbandonò l’idea di arte come imitazione del naturale: punta sull’illusione, sulla finzione, sull’artificio. L’illuminismo che gli artisti barocchi creavano, esaltano i valori emotivi e psicologici dell’opera artistica, riempiendo tutti i cinque sensi.
2. L’arte crea il mondo: l’artista non riproduce ciò che la realtà propone.
3. C’è la tendenza alla fusione delle diverse forme artistiche: architettura, pittura e scultura creano uno spettacolo totale, suggestivo e coinvolgente.
4. Per ultimo, l’estetica barocca riesce ad ottenere nello spettatore effetti di commozione, persuasione, meraviglia.
Il più importante pittore di affreschi barocchi è Pietro da Cortona; da ricordare è soprattutto l’opera Trionfo della Divina Provvidenza [cfr: Appendice, fig.4 pag…].
Il soggetto è stato ideato come trionfo del potere spirituale e temporale del papato romano e, al tempo stesso, come glorificazione della famiglia Barberini, il cui emblema, gigantesche api volanti, campeggia al centro della volta. Una moltitudine di elementi naturali, ghirlande, conchiglie, delfini, annulla i limiti dell’inquadratura architettonica. Pietro da Cortona crea uno spazio illusionistico aperto a cui conferisce un’unità atmosferica: infatti, l’affresco è concepito per essere colto nella sua interezza e con uno sguardo da chi lo osserva dal basso. Nell’affresco realtà e fantasia convivono e comunicano una gioia vitale che interpreta la natura non più come una forma rivelata ed eterna del creato, ma come spettacolo in continuo divenire, esaltante l’infinita vastità dell’universo.

CONCLUSIONE
Giunti al termine del percorso, possiamo concludere che il bello ha interrogato ogni generazione, e ogni pensatore, letterato e artista, ha dato una risposta personale. Si possono stabilire dei canoni, senza però dimenticare che ogni bellezza è puro atto soggettivo.
Quindi è importante di fronte ad un’opera d’arte chiederci perché è bella e che cosa ci piace in esse. Solo così saremo capaci di dare una motivazione estetica a ciò che vediamo, riconoscendo nel bello una realtà che va oltre la nostra soggettività.

APPENDICE
Figura 1

Raffaello, Sposalizio della Vergine,1504; olio su tavola, 170x117cm; Milano, Pinacoteca di Brera.
Figura 2

Perugino, Sposalizio della vergine, 1499-1504; olio su tavola, 234x185cm; Caen, Musée des Beaux-Arts.

Figura 3

Parmigianino, Madonna dal collo lungo, 1534-39 (incompiuta); olio su tavola, 214x133cm; Firenze, Uffizi.

Figura 4

Pietro da Cortona, Trionfo della Divina Provvidenza, 1636-39; affresco; Roma, Palazzo Barberini.

BIBLIOGRAFIA
- CASTIGLIONI MARIOTTI, Vocabolario della lingua latina, terza edizione, Loescher, Torino 1996;
- FRANCO MONTANARI, Vocabolario della lingua greca, Loescher, Torino 1995;
- REALE-ANTISERI, Storia della filosofia, vol. III, La scuola, Brescia 1997;
- REALE-ANTISERI, Storia della filosofia, vol. VII, Bompiani, Milano 2008;
- ARMELLINI-COLOMBO, La letteratura italiana, vol. VI, Zanichelli, Bologna 1999;
- BRUNO MONDADORI, Lezioni di Arte, vol. II, Electa- Bruno Mondatori, Milano 1999;
- http://www.wikipedia.it

INDICE

- Introduzione…………………………………………………………………. pag 1
- Definizione del bello:………………………………………………………... pag 2
eliminare l’idea di una unica definizione di bello; spiegazione di bello con etimologia e nozioni storiche.
- Ambito filosofico:
1.Kant: Critica del Giudizio; il bello è: “ciò che piace senza interesse”, “ciò che viene riconosciuto senza concetto, oggetto necessario”, “ciò che piace universalmente, soggettivamente, senza concetto”……………………………………………. pag 4
2. Schopenhauer: Il mondo come volontà e rappresentazione, I cap.; la bellezza è gioia per il puro conoscere intuitivo, contrapposto alla volontà; il puro conoscere sovrasta tutto, in quanto la bellezza dell’oggetto, ha allontanato la volontà e la conoscenza della relazione………………………………………………………………………. pag 6
- Ambito letterario:
Estetismo con Baudelaire (poesia Bellezza); O.Wilde (Il ritratto di Dorian Gray), G. D’Annunzio(“Il Piacere”): bellezza come unico valore da perseguire; “farò della mia vita un’opera d’arte”……………………………………………...………........ pag 8
- Ambito artistico:
Tardo rinascimento: arte come “frequente ritratto di cose più belle”(Vasari); Raffaello……………………………………………………………………….. pag 15
Manierismo e Parmigianino…………………………………………………… pag 17
Barocco e Pietro da Cortona: ricercatezza ossessiva ricercatezza formale; tendenza al raffinato, all’eleganza, all’artificio,alla finzione………………………………. pag 18
- Conclusione……………………………………………………………………. pag 20
- Appendice……………………………………………………………………… pag 21
- Bibliografia…………………………………………………………………….. pag 25
- Indice…………………………………………………………………………… pag 26
1 - REALE-ANTISERI, Storia della filosofia, vol. VII, Bompiani, Milano 2008, p.538
2 - Ibidem
3 - OSCAR WILDE, La decadenza della oratoria, cit. in: ARMELLINI-COLOMBO, La letteratura italiana, vol. VI, Zanichelli, Bologna 1999, pp.66-67
4 - Ibidem
5 - OSCAR WILDE, Il ritratto di Dorian Gray , cit. in: ARMELLINI-COLOMBO, La letteratura italiana, vol. VI, Zanichelli, Bologna 1999, p.68
6 - Ibidem ,p.68
7 - OSCAR WILDE, Il ritratto di Dorian Gray , cit. in: ARMELLINI-COLOMBO, La letteratura italiana, vol. VI, Zanichelli, Bologna 1999, p.141
8 - Ibidem
9- G. D’ANNUNZIO, Il Piacere, cit. in: ARMELLINI-COLOMBO, La letteratura italiana, vol. VI, Zanichelli, Bologna 1999, p.595
10 - Ibidem, p.578
11 - G. D’ANNUNZIO, Il Piacere, cit. in: ARMELLINI-COLOMBO, La letteratura italiana, vol. VI, Zanichelli, Bologna 1999, p.617
12 - G. D’ANNUNZIO, Il Piacere, cit. in: ARMELLINI-COLOMBO, La letteratura italiana, vol. VI, Zanichelli, Bologna 1999, p.577
13 - G. D’ANNUNZIO, Il Piacere, cit. in: ARMELLINI-COLOMBO, La letteratura italiana, vol. VI, Zanichelli, Bologna 1999, p.578
14 - Ibidem
15 - Ibidem
16 - G. D’ANNUNZIO, Il Piacere, cit. in: ARMELLINI-COLOMBO, La letteratura italiana, vol. VI, Zanichelli, Bologna 1999, p.595
17 - G. D’ANNUNZIO, Il Piacere, cit. in: ARMELLINI-COLOMBO, La letteratura italiana, vol. VI, Zanichelli, Bologna 1999, p.595
18 - Ibidem
19 - BRUNO MONDADORI, Lezioni di Arte, vol. II, Electa- Bruno Mondatori, Milano 1999, p.186
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Esempio



  


  1. eleonorag

    fantastico mi è servito molto :D


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