"Arcadia" di Metastasio

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Categoria:Letteratura Italiana

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Testo

I caratteri del periodo
Il periodo ha inizio alla fine del XVII secolo e si prolunga per tutta la prima metà del XVIII secolo. In questo periodo si ha una ripresa economica e demografica dopo la grande crisi del Seicento. Da un lato vi era la fine sia della supremazia culturale e organizzativa della chiesa sia del gusto e delle poetiche del Barocco; dall’altra vi è l’anticipazione degli aspetti economici e culturali che diverranno dominanti nella seconda metà del Settecento, caratterizzata dallo sviluppo industriale e dall’Illuminismo, dalle riforme politiche e dalle grandi rivoluzioni (quella americana e quella francese). Inizia a propagarsi nel mondo intellettuale europeo un moto di ribellione contro l’oscurantismo della Chiesa e l’assolutismo degli Stati (spesso alleati tra loro); già circola la parola “illuminazione” da contrapporre agli atteggiamenti irrazionali del tempo. Questi atteggiamenti rinviano ad un razionalismo critico e ad un razionalismo rivolto, invece, a restaurare un gusto idillico, il senso d’armonia e di comfort nobiliare.
Tutto questo si nota nel movimento letterario qui dà vita l’accademia dell’Arcadia in Italia nel 1690. essa nacque in funzione antibarocca e antimarinista per restaurare il buon gusto e per proporre una riforma della poesia ispirata a criteri di semplicità e di chiarezza. Si risolse di fatto un classicismo minore e ornamentale e in un’arte d’intrattenimento e di evasione, in cui la finzione bucolica autorizzata un atteggiamento di separatezza dei letterati e la loro estraneità ai problemi reali. Nondimeno essa assolse ad un compito storico di unificazione dei letterati italiani in nome dei comuni valori letterari nazionali.
All’interno dell’Arcadia ci furono due figure contrapposte: quella di Gravina, razionalista critico, seguace di Cartesio e di Gassendi, e quella di Crescimbeni, che invece rappresenta la politica culturale della curia pontificia, volta a indirizzare gli atteggiamenti antibarocchi in senso moderato o conservatore.
Gli intellettuali, i giornali e le accademie
In Italia, l’accademia dell’Arcadia riuniva quasi tutti i letterati italiani, la maggior parte nobili ed ecclesiastici. Quanto ai borghesi, essi appaiono ancora legati alla nobiltà e dipendenti da questa.
Fra gli eccelsiastici nasce una figura nuova, quella dell’abate, con funzione intellettuale. Sono persone di ordini minori, che vestono l’abito ecclesiatico, e godono di un piccolo beneficio eccelsiastico senza avere cura di anime.
In questo periodo appare la figura dell’erudito. Egli è spesso direttore di una biblioteca; è studioso di storia, appassionato filologo; ricercatore di documenti e autore di biografie; catalogatore di dati raccolti con scrupolo scientifico. Furono grandi eruditi Magliabechi, Muratori, Maffei, Tiraboschi. Essi dettero vita al fenomeno del giornalismo eudito: si tratta di riviste che si rivolgono ad un publico ancora ristretto di intellettuali per informarli sulle pubblicazioni italiane e straniere, su documenti ritrovati, su ricerche in corso ecc. nel Settecento si diffuse ,in ogni città, la gazzetta.
Pur con limiti, le riviste italiane ebbero un ruolo notevole nell’aggiornamento dei nostri letterati che potevano confrontarsi in tal modo anche con notizie e libri provenienti da tutta Europa e così entrare nel circuito della cultura europea.
Mentre in Italia prevalgono ancora le università e le accademie, in Inghilterra e in Francia acquistano maggire importanza, come luoghi d’incontro e di discussione, i salotti e i caffè. Si diffonde inoltre una società segreta con finalità culturali che riunisce intellettuali razionalisti: la massoneria.
Ma la forma organizzativa tipica degli intellettuali continua a essere l’accademia. Essa tende però a trasformasi da luogo del civile conversare, fondato sul libero dialogo e sul disinteressato confronto delle posizioni, in istituzione civile, strettamente legata alle competenze e alle professionalità dei membri e ai bisogni pratici dello stato. Si assiste a un irrigidimento della struttura organizzativa in senso istituzionale e statale, e alla diffusione di accademie scientifiche che pongono in primo piano il contenuto specifico delle discipline studiate.
L’accademia dell’Arcadia, l’immaginario e l’ideologia degli arcadi
L’accademia dell’Arcadia fu fondata a Roma nel 1690 da quattordici letterati, fra i quali Crescimbeni, Gravina, Zappi. Il nome Arcadia veniva da una regione antica della Grecia, resa famosa da un romanzo pastorale del Cinquecento di Sannazaro. Al presidente dell’accademia spettava il titolo di Custode generale, mentre ogni membro assumeva un nome pastorale greco. Il travestimento era d’obbligo.
Un complesso rituale presiedeva le riunioni e regolava il funzionamento dell’organizzazione. All’Arcadia aderirono anche i letterati di ogni provincia d’Italia, costituendo colonie anche nelle città più lontane dai centri di Roma, Toscana e Napoli. Essa contribuì in modo potente a unificare i letterati italiani, e a dar loro una comune conoscenza di ceto.
L’organizzazione era notevolmente centralizzata. Dopo che Crescimbeni prevalse su Gravina, essa si strutturò secondo lo schema autoritario e gerarchico che imitava quello della curia pontificia.
Nasce la figura moderna dell’intellettuale con varie tendenze: uno era l’uso del latino e la conoscenza della cultura classica.
Con il conflitto fra le due posizioni di Gravina e Muratori e di Crescimbeni, grazie al sostegno avuto dal papa Clemente XI, prevale Crescimbeni che, nel 1711, arriva alla rottura aperta con Gravina. Costretto alla scissione, Gravina fonda l’accademia dei Quiriti, qui aderiscono poeti famosi come Metastasio e Rolli ma che ebbe breve vita.
Crisi della coscienza e formazione dell’immaginario
Da un lato si affermano su larga scala il gusto dell’osservazione, le tendenze sperimentali, l’empirismo e il sensismo, mentre vengono respinte le concezioni aristoteliche e tolemaiche; dall’altro si diffondono uno spirito di inquietudine, di dubbio, di incertezza, ma anche di apertura e di ricerca, come conseguenza non solo delle scoperte della nuova scienza e della teologia, ma della internazionalizzazione della vita e del processo di mondializzazione dell’esperienza.
Ci sono tre cambiamenti che influenzano la mentalità dell’uomo.
La nuova centralità assunta dalla fisica. Le leggi della fisica permettono di descrivere scientificamente il movimento che regola l’universo. Ne derivano grandi cambiamenti non solo nel campo della gnoseologia e della metafisica, ma anche nel modo di concepire il mondo da parte degli uomini di media cultura. La magia perde quasi tutta la sia importanza.
L’importanza dell’esperienza e del viaggio. Poiché la fisica ricava le leggi naturali dall’esperienza concreta e dall’osservazione diretta, nel settore educativo e pedagogico comincia a farsi strada il concetto di esperienza. Il viaggio diventa centrale nell’immaginario dell’uomo moderno. Il viaggio d’istruzione e di piacere si diffonde enormemente nel Settecento, tanto da diventare una moda. Il viaggio non per ragioni mercantili o d’affari, ma per studio era apparso già nel periodo umanistico-rinascimentale.
La storia come realizzazione del progresso. L’umanizzazione diffonde un’idea della storia come progresso. Il dibattito sulla superiorità degli antichi o dei moderni è ormai superato perché la prevalenza della seconda ipotesi appare ormai scontata. La funzione dell’intellettuale consiste nella lotta per il progresso, contro le tenebre dell’irrazionalismo e della superstizione. Si sostituisce il giovane al vecchio nella gerarchia dei valori.
Il buon gusto e il riconoscimento della fantasia e della passione
All’inizio del Settecento penetrano due nuovi concetti: il “buon gusto” e l’”immaginazione” o “fantasia” o “passione”.
Il primo implica la capacità di discernere (distinguere) attraverso la luce della ragione e induce a un atteggiamento razionalistico che si rifà ai classici senza però farsi troppo coinvolgere dal precettismo aristotelico. Il buon gusto viene contrapposto al “cattivo gusto” del Barocco, identificato con l’irrazionalismo e con la bizzarria.
La fantasia è la capacità fantastica infatti a produrre belle favole. Per Gravina, fantasia, immaginazione sono altrettanti modi per definire la poesia. La poesia porta la stessa sapienza dei filosofi, ma penetra più facilmente e influenza maggiormente. La poesia ha, per Gravina, una spiccata capacità civile e educativa.
I generi letterari e il pubblico
In Italia lo spostamento dalla nobiltà alla borghesia è lento e graduale. La poesia lirica, promossa dagli arcadi, continua a costituire il genere privilegiato dai letterati. Nel nostro paese si afferma uno sperimentalismo letterario che porta a mescolare generi diversi (la poesia con la satira) e a ampliare l’uso di generi in prosa precedentemente meno praticati, come il racconto autobiografico, di viaggio, la narrazione epistolare.
Le maggiori novità riguardano il saggio, il romanzo, l’autobiografia e, nel teatro, il melodramma.
Il trattato abbandona la dimensione classica e diventa esposizione di una tesi personale. Viene respinto lo stile difficile, ma si scelgono la chiarezza espositiva.
Il romanzo si afferma all’inizio del Settecento. Maggiormente diffusi sono il romanzo epistolare, di viaggio, sentimentale, filosofico, umoristico, psicologico.
Nella vita modana il teatro mantiene la centralità che aveva nel Seicento, ma diventa sempre più interclassicista. La suddivisione fra platea, palchi e gallerie fornisce l’idea del carattere interclassicista del pubblico. Esso è sempre meno teatro di corte e sempre più teatro cittadino, a pagamento.
Si afferma il melodramma, dove predomina la musica e la scenografia. Ben presto l’aspetto eroico perderà l’importanza e prevarrà l’aspetto sentimentale e comico.
Dal trattato al saggio
Nel corso del Settecento il trattato cessa di essere un’opera retorica e letteraria e tende a diventare un’esposizione di argomenti personali che tuttavia vengono espresse in forme quasi scientifiche. A contare è solo il metodo razionale dell’esposizione.
Subisce profonde variazioni la storiografia. Essa diventa scientifica, documenta le fonti, cerca conferme o smentite nei documenti rintracciati negli archivi.
Con Gravina, una tendenza alla storiografia letteraria comincia a manifestarsi con insistenza nella prima metà del Settecento. Ma bisognerà attendere la seconda metà del secolo, con Tiraboschi, per avere una prima, vera e propria Storia della letteratura italiana.
La lirica
La lirica, come genere, perde importanza a favore del romanzo, del saggio, del teatro. Esso è lo strumento privilegiato dell’accademia dell’Arcadia. La poesia tende ad acquistare un aspetto ornamentale.
Nella poesia arcadica confluiscono vari filoni poetici classicistici. Il classicismo petrarchista, per esempio, viene sì recuperato, ma anche ingentilito, aggraziato, reso garbato e persino lezioso. Siamo dinanzi ad un classicismo “minore”, che tende alla leggiadria. Questa leggerezza si coglie soprattutto sul piano metrico, con il recupero dei versi brevi, più lievi e cantabili.
L’accademia presenta due generazioni di arcadi. La prima generazione è rappresentata soprattutto dall’emiliano Zappi, uno dei fondatori dell’accademia dell’Arcadia, e dallo scienziato bolognese Manfredi, che è il più fedele al modello petrarchesco. La seconda generazione, quella di Frugoni e del romano Rolli, presenta caratteri di più spiccata socialità aristocratica.
L’uso della poesia è evidente nel melodramma. In questo genere ci si era allontanato sempre di più dai propositi classicisti per privilegiare il momento spettacolare e musicale, togliendo importanza alla parola e dunque al testo scritto. Ciò induceva a ridurre il melodramma a un susseguirsi di arie, in qui si privilegiava il virtuosismo dei cantanti. I letterati dell’Arcadia presero perciò posizione e si cercò di rivalutare il testo scritto dando alla vicenda maggiore coerenza e verosimiglianza. Zeno cercò di eliminare gli aspetti più spettacolari, di ridare importanza al testo scritto e di indurre temi eroici e moralistici.
La riforma avviata da Zeno fu completata da Metastasio. Questi eliminò dall’opera seria ogni elemento comico, favorendo la contrapposizione fra opera seria e opera buffa. Inoltre costituì uno schema fisso, separando l’azione, affidata ai lunghi recitativi, e il momento lirico, affidato invece alle arie conclusive.
Sul piano tematico, Metastasio preferisce i motivi patetici e sentimentali evitando d’insistere su quelli eroici preferiti da Zeno.
Metastasio: poetica, momenti e temi, linguaggio e stile
Metastasio critica moderatamente le unità aristoteliche, respinge l’idea che la catarsi possa darsi attraverso la rappresentazione delle passioni, del terrore e della compassione e non attraverso la descrizione dei conflitti e dei sentimenti che inducono alla virtù.
Il melodramma di Metastasio resta fedele ai tradizionali tre atti. Sul piano tematico, è fondato sul contrasto fra passioni opposte o fra passione e dovere. I personaggi sono sei: due coppie di amanti, e due figure maschili, una favorevole, l’altra contraria alla coppia principale. Il lieto fine e quasi sempre d’obbligo.
Gli argomenti sono assunti dalla mitologia o dalla storia, con preferenza per vicende poco note. I recitativi sono distinti nettamente dalle arie, per essere gradite in modo autonomo dal contesto del libretto.
Metastasio tende a trasporre la violenza passionale dell’anima in termini di chiarezza e di semplicità arcadiche. Finzione e realtà, illusione e verità si scambiano di continuo le parti. La vita stessa finisce per essere un palcoscenico, in cui artificiale e autentico si identificano.
Nella produzione melodrammatica di Metastasio è possibile distinguere tre fasi.
La prima fase (1724-30), napoletana e romana, è caratterizzata da un forte sperimentalismo, con una tendenza all’eccesso e alla novità. Il capolavoro di questa fase, la Didone abbandonata, presenta per esempio un finale tragico molto raro nella produzione metastasiana.
La seconda fase (1730-40) ne fanno parte due capolavori, l’Olimpiade e il Demofoonte (1733) e il fortunatissimo La clemenza di Tito (1734). Qui Metastasio si abbandona ai temi elegiaci, patetici, sentimentali che predilige, facendoli disperdere da situazioni drammatiche e conflittuali, senza disperdere il senso della misura ed equilibrio compositivo.
La terza fase comincia con l’Attilio Regolo, scritto nel 1740. Metastasio privilegia temi eroici che esaltano esempi di virtù in modo enfatico e retorico.
Metastasio rende popolare e semplice il petrarchismo. Adotta il linguaggio sentimentale elaborato da Tasso rendendolo facilmente comunicativo, immediato, del tutto trasparente. Il linguaggio letterario di Metastasio si può definire medio, dunque né aulico né comune, capace di dare dignità ai sentimenti dei personaggi e del pubblico che vi s’identifica, collocandoli in una sfera un po’ più alta della banalità e della normalità, ma mai troppo elevata.
Il grande successo di Metastasio nelle corti e nei teatri di tutta Europa è dovuta alla sua reale capacità di dare agli spettatori i buoni sentimenti che essi si aspettano, e onesti precetti morali.
Uno dei suoi maggiori risultati artistici è l’Olmpiade.
Megacle, famoso atleta ateniese, e Licida sono carissimi amici. Megacle è legato molto all’amico, che gli ha salvato la vita. Megacle ama ricambiato Aristea, figlia del re Clistere, che Licida vorrebbe sposare. Quando Licida gli chiede di gareggiare per lui assumendo il suo stesso nome nelle gare olimpiche, Megacle accetta. Il premio della vittoria è rappresentato proprio da Aristea; Megacle vince. A questo punto però deve rinunciare alla donna, che sarà costretta a sposare l’amico. Ciò provoca anche la disperazione di Argene, una pastorella un tempo amata da Licida e ancora innamorata di lui. Megacle, dopo aver dato addio ad Aristea, scompare, deciso ad uccidersi. Quando Licida viene a sapere della scomparsa dell’amico che crede morto, tenta di uccidere il re Clistere. Egli, nel frattempo, informato da Argene sull’inganno con cui Licida ha ottenuto la figlia in matrimonio, ne ha decretato l’esilio. D’improvviso, si scopre che Licida è figlio di Clistere e fratello di Aristea. Sposerà dunque Argene, mentre Megacle, che naturalmente è ancora vivo, avrà Aristea in moglie.
La trama è un groviglio assai complicato di situazioni abbastanza inverosimili.
Olimpiade, atto II, scene 9a e 10a, vv. 244-354
Megacle ha vinto i giochi olimpici. Licida gli ha appena chiesto di rivelare ad Aristea di aver combattuto per lui, e ora segue anche questo compito informando la ragazza ignara ed esortandola a sposare l’amico. Poi parte, lasciando soli Licida e Aristea. A complicare le cose sopraggiunge Argene, che si sente tradita da Licida e pensa, per vendetta, di raccontare al re l’inganno con cui il giovale sta per sposare la figlia (scene 11a e 12a).
Il recitativo è composto di endecasillabi e settenari che si alternano liberamente; nell’arietta i versi sono brevi e rimati.
I periodi sono brevi, raramente superano la misura di due versi. La sintassi è paratattica; il linguaggio è semplice. L’arietta induce una nota lirica media, alla portata di tutti gli spettatori. Nelle scene nona e decima dominano il patetico e l’eroico. Megacle si sacrifica per l‘amico in modo tanto esibito quanto, in realtà, è difficile a credersi. Tuttavia l’eroico si rivela sempre patetico: è quest’ultimo a trionfare. Lo svenimento di Aristea giunge opportuno: Megacle cessa ben presto di esibisce le sue virtù e comincia a mostrare i propri dubbi, si lamenta e si compiange.
Le rime
Metastasio scrisse sonetti, odi, canzonette, nei quali si rivela spesso un autore galante e modano. Il linguaggio poetico e le situazioni sono ricavati da Tasso e Marino. Spiccano in questa produzione trentaquattro cantate, che riprendono dal melodramma l’alternanza fra lo stile del recitativo e quello delle ariette; e diverse canzonette, fra le quali La Libertà (1733), Palinodia (1746) e la Partenza (1746).
La Libertà
Il poeta canta qui la libertà dai vincoli che lo univano a Nice. La libertà del poeta di non vivere più in funzione della donna e dell’amore.
Canzonetta di 13 strofe, costituita da due quartine di settenari.
Abbiamo qui una vicenda narrativa giocata sul rapporto fra i ricordi del passato e la realtà del presente, e sui vani tentativi della donna di ingelosire il poeta e di avvolgerlo ancora nei suoi lacci.
Nalla canzonetta sono presenti i due momenti essenziali della poetica metastasiana: il momento lirico e quello riflessivo, il sentire e il ragionare. Il verbo ragionare implica sia il parlare con altri dei propri sentimenti, sia la riflessione su di essi. La canzonetta esprime un processo di liberazione psicologica.
L’ossessione con cui l’autore dichiara di essere libero e sincero rivelano, in realtà, che il processo di liberazione non è ancora del tutto realizzato.
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