versioni di latino per il biennio

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Testo

Medea, Giasone e le figlie di Pelia

Giasone dopo aver affrontato tanti pericoli per ordine dello zio Pelia, incominciò a pensare come ucciderlo senza (far nascere ) il sospetto. Medea promette di fare ciò. E così, mentre erano già lontani dalla Colchide (lett.: dai Colchi), ordinò di collocare la nave in un luogo nascosto ed ella stessa si recò dalle figlie di Pelia, sotto le spoglie di sacerdotessa di Diana; promette loro di rendere giovane, da vecchio (che era), il loro padre Pelia e la figlia Alcesti disse che ciò non poteva accadere. Medea, per ridurla più facilmente al suo volere, le avvolse in una nebbia e con i sortilegi compì molte azioni miracolose che sembravano essere simili al vero, e gettò un montone piuttosto vecchio in una caldaia e parve che ne (lett.: da dove parve che) fosse balzato fuori un agnello bellissimo. E allo stesso modo le figlie di Pelia, per istigazione di Medea, fecero cuocere il loro padre in una caldaia. Vedendo che erano state ingannate, fuggirono dalla patria. Ma Giasono, ricevuto il segnale da Medea, si impadronì della reggia e affidò ad Acasto, figlio di Pelia, fratello delle Peliadi, il regno paterno, perché era andato con lui in Colchide; egli stesso partì per Corinto insieme a Medea.
Lotte tra patrizi e plebei

I patrizi possedevano grandi ricchezze e governavano la città con arroganza. I plebei invece sopportavano pesanti fatiche, pagavano gravosi tributi e dunque erano poveri: così la vita dei plebei era dura e difficile. Perciò decisero di lasciare la città e si ritirarono sul monte Sacro e qui allestirono un piccolo accampamento, così pensando: “Non semineremo i campi dei ricchi, i campi non produrranno messi, i patrizi non avranno pane e saranno in una misera condizione. Noi invece qui semineremo il grano e avremo il pane. Così i patrizi ascolteranno le preghiere della plebe”. Allora i patrizi mandarono ambasciatori alla plebe. Gli ambasciatori, parlando con voce supplichevole, annunciarono ai plebei le parole dei senatori: “Ritornate in città! I patrizi saranno giusti, condoneranno i vostri debiti, divideranno i guadagni in parti uguali”. Allora i plebei depongono il (loro) audace piano, ritornando a Roma. I patrizi mantengono le promesse e i cittadini romani riacquistano la concordia.
Il padre, il figlio e l'asino

Un vecchio faceva il cammino con il figlio giovinetto. Il padre e il figlio avevano un unico piccolo asinello: a turno venivano portati dall'asino ed alleviavano la fatica del percorso. Mentre il padre veniva portato e il figlio procedeva con i suoi piedi, i passanti (li) schernivano: "Ecco, - dicevano - un vecchietto moribondo e inutile, mentre risparmia la sua salute, fa ammalare un bel giovinetto". Il vecchio saltò giù e fece salire al suo posto il figlio suo malgrado. La folla dei viandanti borbottò: "Ecco, un giovinetto pigro e sanissimo, mentre indulge alla sua pigrizia, ammazza il padre decrepito". Egli, vinto dalla vergogna, costringe il padre a salire (sull'asino). Così sono portati entrambi (lett.: insieme) dall'unico quadrupede: il borbottìo dei passanti e l'indignazione si accresce, perché un unico piccolo animale era montato da due animali. Allora parimenti padre e figlio scendono e procedono a piedi (lett.: con i loro piedi) con l'asinello libero (lett.: mentre l'asinello era libero). Allora sì che si sente lo scherno e il riso di tutti: "Due asini, mentre risparmiano uno, non risparmiano se stessi" Allora il padre disse: "Vedi figlio: nulla è approvato da tutti; ora ritorneremo al nostro vecchio modo di comportarci".
L'agricoltore, l'asino e il cagnolino

Un agricoltore che aveva già comprato un asino diligente, si procurò anche un cagnolino grazioso. Il cagnolino era caro al padrone e passava la vita nell’ozio; l’asino, al contrario, trasportava carichi pesanti, tirava l’aratro nei campi insieme al cavallo, girava la macina in un mulino, sopportava una vita infelice e dura e non riceveva la gratitudine del padrone. Infatti il padrone offriva offa tutti i giorni al cagnolino, all’asino (invece) paglia e cibo scarso. Il povero asino confrontò la sua vita con quella (lett.: la vita) del cagnolino e così pensò: “Anch’io sarò gradito al padrone, se mi comporterò (lett.: sarò comportato) come il cagnolino e riceverò la sua benevolenza con i (miei) servigi e con le (mie) moine”. Perciò quando si avvicinò il padrone, agitò festosamente la coda, saltò con garbo, pose gli zoccoli sulle spalle del padrone. Ma il padrone ebbe timore e chiamò in aiuto i servi. I servi accorsero, tirarono via l’asino e (lo) picchiarono con duri bastoni.
L'uccisione di Cesare

I congiurati che avevano stabilito di uccidere Cesare, lo aspettarono nel senato davanti alla statua di Pompeo. Essendo egli entrato in senato, avanzarono contro di lui Tillio Cimbro e Casca, che lo colpì alla gola (lett.: che colpì la sua gola) con il pugnale. Allora i congiurati accorsero con spade e pugnali. Avendo visto fra loro anche Bruto, che amava come un figlio, Cesare gemette: "Anche tu, Bruto, figlio mio!" e si coprì il capo (lett.: coprì il suo capo) con la toga nè oppose resistenza ai colpi. Giacque morto presso la statua di Pompeo finchè (non) giunse Antonio con soldati armati. Antonio trasportò il corpo di Cesare su una lettiga poi tenne una violentissima orazione davanti al popolo e lesse a gran voce il suo testamento nel quale donava i suoi beni al popolo romano, I Romani in seguito posero Cesare nel numero degli dei e lo venerarono.

Attilio Regolo

E’ ingiusto non fare menzione dell’animo fiero di A. Regolo che fu mandato a Roma dai Cartaginesi per convincere i suoi concittadini a restituire i prigionieri. Non avendo voluto convincere i concittadini, avrebbe potuto rimanere in patria, ma preferì ritornare a Cartagine, sia che volesse mantenere la parola data, sia che sperasse che i Cartaginesi fossero meno disumani. O se non fosse mai ritornato! Infatti i Cartaginesi lo presero e lo buttarono giù dalla sommità di un monte, dopo averlo chiuso in una botte che avevano rivestito di chiodi molto appuntiti. Egli non sarebbe dovuto tornare, direbbe qualcuno; avrebbe dovuto fare ciò che gli avevano ordinato i Cartaginesi. Perché dovremmo giudicare male un uomo che tutti gli storici lodano per la sua onestà?
La fine di Cartagine

La terza guerra contro Cartagine venne (lett.: viene) intrapresa nel seicentoduesimo anno dopo che Roma era stata fondata, nel cinquantunesimo anno dopo che era stata terminata la seconda guerra punica. I consoli Manlio Censorino e Marco Manilio, essendo stati inviati in Africa, assediarono Cartagine. Contro di loro combattevano Asdrubale con la fanteria (lett.: i fanti) e Framea, comandante della cavalleria (lett.: dei cavalieri). Scipione, nipote di Scipione l'Africano, militava allora, come tribuno, nell'esercito romano. Tutti i popoli avevano (lett.: presso tutti i popoli c'erano) grande timore e rispetto di lui. Infatti era ritenuto espertissimo di arte militare e fortissimo. Pertanto per mezzo suo furono mirabilmente compiute dai consoli molte imprese e da Asdrubale o da Framea veniva soprattutto evitato il combattimento contro quella parte romana che era guidata da Scipione. Essendo pertanto il nome di Scipione diventato grande presso tutti, ancora giovane fu fatto console e fu mandato contro Cartagine. Da lui la città fu presa e rasa al suolo. Così Cartagine settecento anni (lett.: nel settecentesimo anno) dopo che era stata fondata fu distrutta e Scipione fu chiamato l'Africano Minore.
Un sogno profetico

Faraone, re degli Egiziani, ebbe un sogno: stava vicino al fiume Nilo ed ecco che dal fiume salivano sette vacche grasse, poi sette altre vacche macilente e divorarono le precedenti. Pur stupito, tuttavia Faraone si addormentò di nuovo ed ebbe un altro sogno. Su un solo stelo stavano sette spighe piene e altre sette spighe esili crescevano di sotto e fecero perire le spighe piene.
Appena fece giorno, Faraone, turbato, convocò tutti i sapienti dell’Egitto. Ma spiegò il sogno un giovinetto ebreo, Giuseppe: “Il doppio sogno significa una sola cosa, disse; le sette vacche grasse e le sette spighe piene, significano (lett.: sono) sette anni di abbondanza che presto verrà, mentre le sette vacche magre e le sette spighe esili sono altrettanti anni di fame che seguirà”. Così Faraone lodò il saggio giovinetto, ripose nei pubblici granai una parte delle messi e la conservò in aiuto della fame che sarebbe seguita. Il cavallo di Troia


Non avendo potuto gli Achei in dieci anni espugnare Troia, Epeo, per avvertimento di Minerva e su consiglio di Ulisse, costruì (= fece) un cavallo di straordinaria grandezza e lì dentro furono riuniti Menelao, Ulisse, Diomede, Neottolemo e molti altri forti uomini greci. Sul cavallo gli Achei scrissero: “I Danai (lo) danno in dono a Minerva” e trasportarono l’accampamento nell’isola di Tenedo. I Troiani vedendo ciò pensarono (che fosse) un segno della partenza dei nemici. Allora Priamo, re dei Troiani, ordinò che il cavallo venisse condotto sulla rocca di Minerva e proclamò che i cittadini celebrassero un giorno di festa. Dopo che i Troiani ebbero collocato il cavallo sulla rocca e stanchi per il divertimento e per il vino di notte si furono addormentati, gli Achei uscirono dal cavallo aperto da Sinone, uccisero i custodi delle porte e fecero entrare nella città i compagni. Così occuparono Troia e la misero a ferro e fuoco (= la devastarono col ferro e col fuoco).
Disavventure di Ulisse

Il loto provocava grande dolcezza e oblio del ritorno in patria. Perciò Ulisse ricondusse alle navi, legati, i compagni che avevano mangiato il fiore. Quindi giunse all’isola dei Ciclopi. I Ciclopi erano un genere (di uomini) feroce e agreste: nell’antichità erano vissuti in spelonche vicino al mare sulla costa orientale della Sicilia. Forniti di enorme forza fisica (lett.: del corpo) avevano un solo occhio in mezzo alla fronte e conducevano la vita salubre dei pastori tra le pecore. Placavano la fame con i pesci o con la carne delle pecore o col formaggio, la sete con il latte. Con pochi compagni Ulisse era entrato nella grotta di Polifemo, ma il Ciclope, immemore dell’ospitalità, aveva chiuso i poveri uomini nell’antro e (ne) uccise e (ne) mangiò anche alcuni, perché i Ciclopi disprezzavano tutti i diritti degli dèi e degli uomini. L’astuto Ulisse tuttavia, ingannò Polifemo con un singolare stratagemma: il Ciclope bevve molto vino che l’uomo greco gli aveva offerto. Poi nel sonno (Ulisse) privò l’orribile mostro dell’occhio e in tal modo uscì infine incolume dalla tetra spelonca.

Gli antichi Ateniesi

Gli Ateniesi per primi insegnarono l'utilità della lavorazione della lana, dell'olio e del vino. Mostrarono agli uomini che vivevano di ghiande, anche ad arare e a seminare il frumento. Tramandano che il loro primo re fu Cecrope che istituì i matrimoni. A costui succedette Cranao, la cui figlia Attica diede il nome alla regione. Dopo costui regnò Anfizione che per primo consacrò la città a Minerva e diede alla città il nome di Atene. Ai tempi di costui un diluvio (lett.: un'inondazione di acque) fece morire la maggior parte dei popoli della Grecia: gli Ateniesi, temendo il diluvio, non sapendo come strappare se stessi a morte certa e dove scappare, si rifugiarono parte sui monti, parte in Tessaglia dal re Deucalione , dal quale dicono che sia stato salvato il genere umano (lett.: la stirpe degli uomini). Per ordine di successione poi il regno passò ad Eretteo. Anche Egeo, padre di Teseo, tenne il regno ad Atene. Dopo Egeo possedette(ro) il regno Teseo e poi il figlio di Teseo Demofonte, che offrì aiuto ai Greci contro i Troiani.

Anfione e Zeto, figli di Giove e di Antiope (figlia) di Nitteo, per ordine di Apollo cinsero Tebe di un muro e mandarono in esilio Laio, figlio del re Labdaco; essi stessi imcominciarono a tenere il regno lì. Anfione sposò Niobe, figlia di Tantalo e di Dione e da lei generò sette figli ed altrettante figlie; Niobe antepose questa figliolanza a quella di Latona e parlò troppo superbamente contro Apollo e Diana poiché quella aveva abbigliamento maschile e Apollo aveva veste e capelli lunghi (lett.: quella era vestita con abito di uomo e Apollo aveva veste in giù ed era chiomato) e (dicendo) che era superiore a Latona per il numero dei figli. Perciò Apollo uccise con le frecce i suoi figli che cacciavano in un bosco sul monte Sibilo e Diana uccise con le frecce le figlie eccetto Cloride. Ma si dice che la madre, piangendo, priva dei figli, fu trasformata in pietra sul monte Sibilo e si dice che (ancora) oggi le sue lacrime sgorgano. Anione, poi, volendo espugnare il tempio di Apollo, fu ucciso con le frecce da Apollo.
Tappe salienti della vita di Cesare

Le vittorie di Cesare sono tante e tanto grandi che è difficile enumerarle. Dopo essere stato (= essendo stato) nominato console, prima di tutto combattè contro i Galli e ridusse in potere dei Romani tutta la Gallia, poi trasportò l’esercito con grande difficoltà in Britannia dove si scontrò con i Britanni allora feroci e orribili di aspetto. Essendo divampata la guerra civile a Roma, richiamato dalla Gallia in Italia, Cesare superò con le sue legioni il fiume Rubicone che allora delimitava i confini dell’Italia e si diresse a Roma dove celebrò il trionfo. In seguito con un grande esercito si diresse a Brindisi, poi in Grecia per sconfiggere Pompeo. Avendo Cesare debellato i Pompeiani a Farsalo in un aspro combattimento, Pompeo cercò la salvezza con la fuga e si rifugiò da Tolomeo, re degli Egiziani. Ma Cesare inseguì invano in Egitto il suo avversario, perché Pompeo fu ucciso dal re con un tranello.
Dall’Egitto con incredibile velocità Cesare fece passare l’esercito nel Ponto, dove sconfisse il re Farnace, nemico del popolo romano in così breve tempo che mandò al senato un messaggero della (sua) vittoria con le famose parole: “Venni, vidi, vinsi!” Essendo tornato di nuovo a Roma, arruolò nuove legionie condusse l’esercito in Africa per combattere contro i rimanenti Pompeiani a Tapso. Debellati i Pompeiani, dall’Africa si precipitò in Spagna per sconfiggere i figli di Pompeo. Avendo posto fine alla guerra civile, ritornò a Roma con l’intenzione di istituire il principato, ma visse pochi anni: infatti alle Idi di Marzo del 44 a. C. fu ucciso dai congiurati nella curia di Pompeo.
I sette re di Roma

Romolo, Numa Pompilio, Tullo Ostilio, Anco Marzio, Tarquinio Prisco, Servio Tullio, Tarquinio il Superbo

Romolo
Romolo, dopo aver fondato la città, che dal suo nome chiamò Roma, fece più o meno queste cose. Accolse nella cittadinanza un gran numero di confinanti, scelse cento tra i cittadini più anziani, che chiamò senatori a causa della vecchiaia, per fare tutte le cose con il loro consiglio. In quel tempo, poiché egli stesso e il popolo non avevano mogli, invitò allo spettacolo dei giochi le popolazioni vicine alla città di Roma e fece rapire le loro fanciulle. essendo scoppiate guerre per l'offesa delle rapite, vinse i Ceninesi, gli Antemnati, i Crustumini, i Sabini, i Fidenati, i Veienti. Tutte queste città stanno intorno a Roma. E poiché, essendo scoppiata all'improvviso una tempesta, era sparito (lett.: non era comparso), nel trentasettesimo anno di regno si credette che fosse salito agli dei e fu divinizzato. Poi a Roma ebbero il potere i senatori per cinque giorni ciascuno e, sotto il loro governo trascorse un anno (lett.: governando questi, fu completato un anno).

Numa Pompilio
Poi fu fatto re Numa Pompilio che non combatté nessuna guerra, ma che giovò alla città non meno di Romolo. Infatti fissò leggi e istituzioni per i Romani che per l'abitudine alle guerre erano già considerati predoni e semibarbari e divise in dieci mesi l'anno, prima mescolato senza alcun computo e istituì innumerevoli cerimonie sacre e templi a Roma. Morì di malattia nel quarantatreesimo anno del (suo) regno.

Tullo Ostilio
A costui succedette Tullo Ostilio. Questi riprese le guerre, vinse gli Albani che si trovano a dodici miglia da Roma, superò in guerra i Veienti e i Fidenati che distano dalla città di Roma rispettivamente sei e diciotto miglia (lett.: gli uni dei quali distano... gli altri...), ampliò la città, essendo stato aggiunto il colle Celio. Dopo aver regnato trentadue anni, colpito da un fulmine, arse insieme alla sua casa.

Anco Marzio
Dopo costui prese il potere Anco Marzio, nipote di Numa per parte di figlia. Combatté contro i Latini, aggiunse alla città il colle Aventino e il Gianicolo, fondò presso la foce del Tevere una città sul mare, a sedici miglia dalla città di Roma. Morì di malattia nel ventiquattresimo anno del (suo) regno.

Tarquinio Prisco
Poi ricevette il regno Tarquinio Prisco. Questi raddoppiò il numero dei senatori, fece costruire a Roma il Circo (Massimo), istituì i ludi romani che permangono (ancora) ai nostri tempi. Inoltre (lett.: egli medesimo) vinse anche i Sabini e unì al territorio della città di Roma non poca terra (lett.: non poco di campi) tolta ai medesimi e per primo entrò trionfando in città. Fece costruire le mura e le cloache, incominciò (i lavori del) Campidoglio. nel trentottesimo anno del regno fu ucciso dai figli di Anco, quel re cui egli era succeduto.

Servio Tullio
Dopo costui prese il potere Servio Tullio, nato da una donna nobile ma schiava e serva. Anche costui sottomise i Sabini, aggiunse alla città tre colli, il Quirinale, il Viminale, l'Esquilino (e) scavò fossati intorno alle mura. Primo fra tutti fece eseguire il censimento, che era ancora sconosciuto sulla terra. Sotto di lui Roma, dopo che tutti furono censiti (lett.: inseriti tutti nel censimento), ebbe ottantatremila cittadini romani con quelli che stavano nelle campagne. Fu ucciso per il delitto di suo genero Tarquinio il Superbo, figlio di quel re cui egli era succeduto e della figlia, che Tarquinio aveva come moglie.

Tarquinio il Superbo
Lucio Tarquinio il Superbo, settimo ed ultimo dei re, vinse i Volsci, popolazione che, per coloro che si dirigono verso la Campania, non è lontano dalla città (= Roma), sottomise la città di Gabi e Suessa Pomezia, fece la pace con gli Etruschi e fece costruire il tempio (dedicato) a Giove sul Campidoglio. Poi, mentre espugnava Ardea, città situata a diciotto miglia da Roma, perse il potere. Infatti, avendo suo figlio, anch'egli Tarquinio il Giovane, violentato Lucrezia, donna nobilissima e per giunta onestissima, moglie di Collatino, ed essendosi (ella) lamentata di quell'oltraggio col marito, col padre e con gli amici, (questa donna) si uccise davanti a tutti. E per questo motivo Bruto, parente anch'egli di Tarquinio, sollevò il popolo e tolse il potere a Tarquinio. Ben presto lo lasciò anche l'esercito che assediava insieme a lui la città di Ardea; e il re, mentre veniva in città, essendo state chiuse le porte, fu chiuso fuori e fuggì con (sua) moglie e i suoi figli, dopo aver regnato per ventiquattro anni. Così a Roma si regnò duecentoquarantatre anni per mezzo di sette re, possedendo Roma fino a quel tempo, dove (si estendeva) al massimo, a malapena fino al quindicesimo miliario.
Alcibiade ritorna ad Atene

Pur essendo l'intera città scesa al Pireo (per andare) incontro a Trasibulo, Teramene e Alcibiade, l'attesa di vedere Alcibiade era in tutti (lett.: l'attesa di tutti di vedere Alcibiade fu) tanto grande che la folla affluiva verso la sua trireme come se fosse arrivato (lui) solo. Il popolo infatti pensava che le avversità precedenti e le fortune presenti fossero accadute per opera sua. E così gli Ateniesi attribuivano ad una loro colpa sia la perdita della Sicilia sia le vittorie degli Spartani, poiché avevano espulso dalla città un tale uomo. Infatti dopo che (Alcibiade) aveva cominciato a comandare l'esercito, i nemici non avevano potuto resistergli (lett.: essere pari) né per terra né per mare. Appena Alcibiade uscì dalla nave, sebbene Teramene e Trasibulo fossero stati al comando delle medesime azioni e fossero giunti al Pireo insieme (a lui), tuttavia tutti accompagnavano in corteo lui solo, e, cosa che mai prima era stata in uso se non a Olimpia per i vincitori, (gli) donavano corone auree e bronzee. Egli, piangendo, accettava una simile dimostrazione d'affetto dei suoi concittadini, memore della durezza del tempo passato.
Generosità di Attico

Tito Pomponio Attico, abitò alcuni anni ad Atene, per dedicarsi agli studi di letteratura. Visse in questa città in modo tale da essere giustamente carissimo agli Ateniesi. Infatti, oltre alla gentilezza che era grande (in lui) anche quando era adolescente (lett.: nell’adolescente), spesso con i suoi mezzi venne in aiuto alla mancanza di denaro del loro erario (lett.: alleviò la loro pubblica mancanza di mezzi). Attico pertanto si comportava in modo da mostrarsi affabile con i più umile e alla pari con i più importanti. Perciò gli Ateniesi gli riservarono pubblicamente tutti gli onori e desideravano renderlo cittadino; (ma) egli rifiutò questo beneficio, come dicevano alcuni, per non perdere la cittadinanza romana. Finché fu ad Atene, ebbe grande cura del patrimonio familiare e dedicò tutti i momenti liberi (lett.: i momenti rimanenti) o alle lettere o allo Stato degli Ateniesi. Quando poi Attico ritornò a Roma, tutti i cittadini ateniesi (lett.: tutta quanta la città degli Ateniesi) lo accompagnarono, mentre partiva, per mostrargli con le lacrime, quanto avrebbero sentito la (sua) mancanza.
Annibale diventa comandante in capo

A quest’età che abbiamo detto, partì per la Spagna con il padre, alla cui morte, essendo succeduto Asdrubale come comandante, fu a capo di tutta la cavalleria. Dopo che fu ucciso anche costui, l’esercito gli conferì il comando supremo. Ciò, comunicato a Cartagine, fu ufficialmente confermato (lett.: approvato pubblicamente). Così Annibale, divenuto a meno di venticinque anni comandante, nel triennio successivo sottomise con la guerra tutte le popolazioni della Spagna, espugnò con la forza Sagunto, città alleata (dei Romani), allestì tre grandissimi eserciti. Mandò uno di questi in Africa, lasciò il secondo in Spagna col fratello Asdrubale, condusse il terzo in Italia con sé. Quando attraversò il valico dei Pirenei, dovunque passò (lett.: fece il cammino), combattè con tutti gli abitanti: li vinse tutti (lett.: non lasciò andare nessuno se non vinto). Dopo che arrivò alle Alpi che dividono l’Italia dalla Gallia (e) che nessuno prima di lui, ad eccezione di Ercole Graio, aveva mai attraversato con l’esercito – fatto per cui (lett.: per il qual fatto) quel tratto di montagna è chiamato oggi Alpi Graie (lett.: Graio) – sterminò gli Alpigiani che tentavano di impedirgli il passaggio, rese accessibili i luoghi, tracciò strade, fece sì che un elefante equipaggiato potesse passare là dove (lett.: per di là per dove) prima a stento un solo uomo senz’armi poteva arrampicarsi. Di qua fece passare le truppe e giunse in Italia.
Le fazioni della Gallia

Poiché si è giunti a questo punto, non sembra inopportuno esporre i costumi (lett.: circa i costumi) della Gallia e della Germania e in che cosa si differenzino queste popolazioni tra loro. In Gallia non solo in tutte le città e in tutti i villaggi e in (tutte) le frazioni, ma quasi anche nelle singole case ci sono fazioni e sono capi di quelle fazioni (coloro) che sono considerati avere, a loro giudizio, il massimo prestigio, all’arbitrio e al giudizio dei quali viene rimessa la decisione suprema di tutti gli affari e di tutte le decisioni. E pare che ciò sia stato istituito da tempo antico per questo scopo, perché nessuno della plebe fosse privo di aiuto contro un potente. Infatti nessuno (lett.: ciascuno non) sopporta che i suoi vengano oppressi o tratti in inganno e se facesse altrimenti, non avrebbe alcuna autorità fra i suoi. Questa norma è in generale la stessa di tutta la Gallia, e infatti tutte le città sono divise in due partiti.
Gli abitanti di Sulmona si sottomettono a Cesare

A Cesare viene annunciato che i Sulmonesi desideravano sottometterglisi (lett.: fare quelle cose che voleva), ma che (ne) erano impediti dal senatore Quinto Lucrezio e da Azzio Peligno, che occupavano quella città con un presidio di sette coorti. Manda là Marco Antonio con cinque coorti della tredicesima legione. I Sulmonesi non appena videro le nostre insegne, aprirono le porte e tutti quanti, sia gli abitanti della cittadella sia i soldati, uscirono incontro ad Antonio, congratulandosi. Lucrezio e Azzio saltarono giù dalle mura (lett.: dal muro). Azzio, condotto davanti ad Antonio, chiede di essere mandato da Cesare. Antonio ritorna con le coorti e con Azzio nello stesso giorno in cui era partito. Cesare aggregò quelle coorti al suo esercito e lasciò andare Azzio incolume.
Pompeo, sconfitto, fugge in Egitto e viene ucciso

Mai fino a quel momento le truppe romane si erano radunate in un solo luogo né in numero maggiore, né con comandanti migliori, (in condizioni tali) che avrebbero potuto sottomettere facilmente il mondo intero se fossero state condotte contro i barbari. Si combatté allora con durissima lotta e alla fine Pompeo (fu) vinto e il suo accampamento fu distrutto. Egli stesso, messo in fuga, si diresse ad Alessandria per ricevere aiuti dal re d'Egitto, al quale era stato dato come tutore dal senato a causa della sua giovane età. (Ma) egli, avendo seguito più la fortuna che l'amicizia, uccise Pompeo (e) mandò la sua testa e il (suo) anello a Cesare. Si dice che Cesare, avendolo visto, pianse (lett.: versò lacrime) guardando la testa di un uomo tanto grande e un tempo suo genero.
Il valore del giuramento

Il tribuno della plebe Marco Pomponio citò in giudizio L. Manlio, poiché egli, essendo stato dittatore, si era aggiunto pochi giorni alla sua dittatura (lett.: all’esercitare la dittatura); (lo) accusava anche di aver allontanato dalla vita civile (lett.: dagli uomini) il figlio Tito, che in seguito fu soprannominato Torquato, e di aver(gli) ordinato di vivere in campagna. Questo fatto rincresceva moltissimo a Tito. Si dice che il figlio giovinetto, avendo sentito che si procurava un fastidio al padre, accorse a Roma e con la prima luce (dell’alba) arrivò a casa di Pomponio. Essendo stato annunciato ciò a Pomponio, che pensava che egli, adirato, gli avrebbe portato qualche accusa (lett.: qualcosa) contro il padre, si alzò dal letto e, allontanati i testimoni, invitò il giovinetto a venire da lui. Ma il giovane, come entrò, subito sguainò la spada e giurò che lo avrebbe ucciso immediatamente se non gli avesse giurato (lett.: avesse dato il giuramento) che avrebbe lasciato libero il padre. Pomponio giurò, costretto da questa paura, sebbene gli interessasse moltissimo accusare un sostenitore dei patrizi; riferì la cosa al popolo; spiegò perchè fosse per lui necessario desistere dall’accusa; liberò Manlio. Tanto valeva a quei tempi un giuramento.

Gli uomini grandi sono sempre apprezzati
Gli uomini greci che ho nominato prima, benchè condannati e scacciati ingiustamente dai loro concittadini, tuttavia poiché furono benemeriti delle loro città, godono oggi di (lett.: sono oggi in) tanta gloria non solo in Grecia ma anche presso di noi e in tutte le terre che nessuno nomina coloro dai quali essi furono perseguitati (e) tutti preferiscono la disgrazia di costoro alla dominazione di quelli. Chi tra i Cartaginesi fu superiore ad Annibale in saggezza, valore e gesta, l’unico che combattè per tanti anni contro tanti nostri condottieri per la supremazia e per la gloria. I suoi concittadini scacciarono costui dalla città: noi invece vediamo che, (anche se) nemico, è stato celebrato nella nostra letteratura e nella (nostra) storia. Perciò imitiamo i nostri Bruti, Camilli, Ahala, Decii, Curii, Fabrizi, Massimi, Scipioni, Lentuli, Emilii e innumerevoli altri che hanno consolidato questo (nostro) Stato; io, per me, li pongo nel novero e nell’assemblea degli dei immortali. Amiamo la patria, obbediamo al senato, provvediamo alle persone oneste; trascuriamo i vantaggi immediati, operiamo per la gloria presso i posteri; pensiamo che la cosa migliore sia quella che sarà la più giusta; speriamo (che) ciò che vogliamo (si avveri), ma sopportiamo ciò che accadrà; rendiamoci conto infine che il corpo degli uomini forti e dei grandi uomini è mortale, mentre la vita dell’anima e la gloria della (loro) virtù sono eterne (lett.: è eterna).
L'abilità politica è superiore alla forza militare

Bisogna esercitare il corpo e metterlo in condizioni tali da poter obbedire alla volontà e alla ragione nell’eseguire le opere e nel sopportare la fatica. Ma l’onestà che cerchiamo, è posta tutta nella cura e nel pensiero dello spirito; e in questo caso coloro che, togati, sono a capo dello Stato, arrecano non minore utilità di quelli che fanno la guerra. E così per decisione di quelli spesso o non furono intraprese le guerre o furono condotte a termine, talvolta anche furono dichiarate. Perciò bisogna cercare l’oculatezza del deliberare piuttosto che la prodezza del combattere, ma bisogna che ci guardiamo dal farlo (lett.: bisogna evitare che lo facciamo) più per evitare la guerra che per un criterio di utilità. Ma stare sul campo di battaglia e combattere con il nemico temerariamente è qualcosa di inumano e simile alle bestie; ma quando il momento e la necessità lo richiedono, bisogna combattere e anteporre la morte alla schiavitù e all’infamia.
Cicerone riceve la notizia della morte di un amico

Ero partito quel giorno da Marcello: io andavo in Beozia, quegli stava per navigare verso l’Italia. Il giorno dopo Postumio venne da me e mi annunciò che M. Marcello, mio collega dopo la cena (lett.: il tempo della cena) era stato colpito col pugnale da P. Magio Chilone e aveva ricevuto due ferite, una nel petto, l’altra in testa. Il medico tuttavia sperava che egli sarebbe vissuto. Quando si fece giorno, mi diressi da Marcello. Non lontano dal Pireo mi venne incontro un servo con un biglietto in cui era scritto (= era stato scritto) che poco prima dell’alba Marcello era morto (lett.: si era allontanato dalla vita). Io tuttavia mi diressi alla sua tenda. (Vi) trovai due liberti e pochi servi. Fui costretto a riportarlo in città sulla medesima lettiga in cui io stesso avevo viaggiato (lett.: ero stato trasportato) e lì gli feci fare un funerale solenne (lett.: sufficientemente sontuoso).
L'ordinamento di Licurgo


(Licurgo) inculcò la parsimonia in tutti, ritenendo che sarebbe stata più facile la fatica del servizio militare con l'abitudine costante della frugalità. Divise l'amministrazione dello Stato per classi sociali: concesse ai re il comando delle guerre, ai magistrati i giudizi e i successori che durano un anno, al senato la custodia delle leggi, al popolo il potere di completare il senato con nuovi membri (= sublegendi) e di eleggere i magistrati che volesse. Divise ugualmente tra tutti i poderi di tutti, perché i patrimoni uguali non rendessero nessuno più potente di un altro. Ordinò che tutti banchettassero pubblicamente, perché le ricchezze o il lusso di qualcuno non fossero nascosti (lett.: non fossero in segreto). Ai giovani non fu concesso di usare più di una veste per tutto l'anno e a nessuno fu permesso di avanzare (in pubblico) con abiti più eleganti (lett.: più elegantemente) di un altro né di banchettare più sontuosamente, perché lo spirito di imitazione non si trasformasse in (amore per) il lusso. Comandò che i giovani fossero condotti non nel foro ma nel campo, affinché trascorressero i primi anni (della loro vita) non nello sfarzo ma nel lavoro e nelle fatiche. Ordinò che le fanciulle si sposassero senza dote, affinché fossero scelte le mogli, non i denari e gli uomini stringessero i loro matrimoni più seriamente non essendo trattenuti da alcun vincolo di dote. Volle che il massimo onore fosse non dei ricchi e dei potenti, ma dei vecchi in funzione del livello di età e proprio in nessuna parte del mondo la vecchiaia ha una terra (in cui è) più onorata.
Ecco a cosa serve un sosia!

Ma il re, poiché aveva concepito un odio implacabile contro Datame, dopo che capì che egli non poteva essere schiacciato in guerra, cercò di farlo uccidere in un agguato: (agguato) che egli riuscì più volte ad evitare. Una volta, essendogli stato riferito che gli tendevano insidie alcuni che erano nel numero dei (suoi) amici – in proposito, poiché glielo avevano riferito dei (suoi) nemici, pensò che non si dovesse né dare credito né lasciar perdere – volle sperimentare se gli fosse stato riferito il vero o il falso. Pertanto intraprese quel viaggio nel quale gli avevano detto che ci sarebbe stato l’agguato. Ma scelse uno di aspetto e di statura molto simile a sé e gli diede il suo vestito e gli ordinò di camminare in quel posto della schiera in cui era solito (stare) lui; egli stesso invece, incominciò a marciare con vestito e distintivi di soldato (lett.: militare) tra le guardie del corpo. Ma gli attentatori, dopo che la schiera giunse in quel luogo, ingannati dal posto di marcia e dall’abbigliamento, fecero impeto contro colui che era stato messo al posto (di Datame). Datame, però aveva precedentemente detto a coloro con i quali faceva il cammino che fossero pronti a fare ciò che avessero visto fare a lui [lett.: che egli stesso (faceva)]. Lo stesso (Datame), come vide gli attentatori accorrere, lanciò dardi contro di loro. Avendo fatto questa medesima cosa tutti quanti, gli attentatori, prima che raggiungessero colui che volevano aggredire, caddero trafitti.
Morte di Cabria

Cabria, poi, morì nella guerra sociale, in tal modo. Gli Ateniesi espugnavano Chio.Su una nave (della flotta) si trovava Cabria come privato cittadino, ma superava in autorevolezza tutti quelli che ricoprivano una carica (lett.: erano in una carica), e i soldati guardavano a lui più che a coloro che erano al comando. E ciò gli affrettò la morte. Infatti mentre cercava di entrare per primo nel porto e ordinava al timoniere di dirigere la nave là, fu la causa della propria rovina (lett.: fu egli stesso di rovina a se stesso). Infatti, dopo essere penetrato là, le altre (navi) non (lo) seguirono. E circondato per questo fatto dai nemici accorsi (lett.: dall'accorrere dei nemici), mentre combatteva con molto vigore, la (sua) nave, colpita da un rostro, incominciò ad affondare. Pur potendo ritirarsi da qui, se (solo) si fosse gettato in mare poiché nelle vicinanze c'era la flotta degli Ateniesi che poteva raccogliere gli uomini in mare (lett.: coloro che nuotavano), preferì morire piuttosto che, gettate le armi, abbandonare la nave sulla quale era stato trasportato. Gli altri non vollero fare ciò; e questi si salvarono a nuoto (lett.: giunsero al sicuro nuotando). Ma egli, ritenendo che una morte onorevole fosse superiore ad una vita senza dignità, combattendo corpo a corpo, fu ucciso dai dardi dei nemici.

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