Cesare: traduzioni

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Testo

Cesare: traduzioni
De bello gallico I, 1
Gallia est omnis divisa in partes tres, quarum unam incolunt Belgae, aliam Aquitani, tertiam qui ipsorum lingua Celtae, nostra Galli appellantur. Hi omnes lingua, institutis, legibus inter se differunt. Gallos ab Aquitanis Garumna flumen, a Belgis Matrona et Sequana dividit. Horum omnium fortissimi sunt Belgae, propterea quod a cultu atque humanitate provinciae longissime absunt, minimeque ad eos mercatores saepe commeant atque ea quae ad effeminandos animos pertinent important, proximique sunt Germanis, qui trans Rhenum incolunt, quibuscum continenter bellum gerunt. Qua de causa Helvetii quoque reliquos Gallos virtute praecedunt, quod fere cotidianis proeliis cum Germanis contendunt, cum aut suis finibus eos prohibent aut ipsi in eorum finibus bellum gerunt. Eorum una, pars, quam Gallos obtinere dictum est, initium capit a flumine Rhodano, continetur Garumna flumine, Oceano, finibus Belgarum, attingit etiam ab Sequanis et Helvetiis flumen Rhenum, vergit ad septentriones. Belgae ab extremis Galliae finibus oriuntur, pertinent ad inferiorem partem fluminis Rheni, spectant in septentrionem et orientem solem. Aquitania a Garumna flumine ad Pyrenaeos montes et eam partem Oceani quae est ad Hispaniam pertinet; spectat inter occasum solis et septentriones.
La Gallia è divisa in tre parti, delle quali l'una è abitata dai Belgi, l'altra dagli Aquitani la terza da coloro che nella loro stessa lingua sono chiamati Celti, nella nostra Galli. Tutti costoro si differenziano per la lingua, le istituzioni, le leggi.Il fiume Garonna separa i Galli dagli Aquitani, la Marna e la Sequana (li separano) dai Belgi.I più forti di tutti costoro sono i Belgi per il fatto che sono molto lontani dalla civiltà progredita della provincia e poiché molto raramente i mercanti si recano da loro e importano quelle merci che tendono a infiacchire gli animi e sono molto simili ai Germani che abitano al di là del Reno contro i quali combattono continuamente.Per questo motivo gli Elvezi superano in valore anche gli altri galli, perché si scontrano con i Germani con battaglie quasi quotidiane, quando o li tengono lontani dal loro territorio o essi stessi portano la guerra nei loro paesi.Una parte di quei territori che è stato detto che occupano i Galli inizia dal fiume Rodano, è limitato dal fiume Garonna, dall'oceano, dai territori dei Belgi, tocca anche il fiume Reno dalla parte dei Sequani e degli Elvezi, è rivolta a settentrione.I Belgi hanno origine dagli estremi confini della Gallia, si estendono verso la parte inferiore del Reno, guardando verso settentrione e oriente. L'Aquitania si estende dal fiume Garonna ai Pirenei e a quella parte dell'oceano che è vicina alla Spagna, e guarda tra ovest e nord.
De bello gallico I, 2
Apud Helvetios longe nobilissimus fuit et ditissimus Orgetorix. Is M. Messala, [et P.] M. Pisone consulibus regni cupiditate inductus coniurationem nobilitatis fecit et civitati persuasit ut de finibus suis cum omnibus copiis exirent: perfacile esse, cum virtute omnibus praestarent, totius Galliae imperio potiri. Id hoc facilius iis persuasit, quod undique loci natura Helvetii continentur: una ex parte flumine Rheno latissimo atque altissimo, qui agrum Helvetium a Germanis dividit; altera ex parte monte Iura altissimo, qui est inter Sequanos et Helvetios; tertia lacu Lemanno et flumine Rhodano, qui provinciam nostram ab Helvetiis dividit. His rebus fiebat ut et minus late vagarentur et minus facile finitimis bellum inferre possent; qua ex parte homines bellandi cupidi magno dolore adficiebantur. Pro multitudine autem hominum et pro gloria belli atque fortitudinis angustos se fines habere arbitrabantur, qui in longitudinem milia passuum CCXL, in latitudinem CLXXX patebant.
Orgetorige tra gli Elvezi era di gran lunga il più nobile e il più ricco. Egli sotto il consolato di M. Messala e M. Pisone, indotto dal desiderio di potere, fece un accordo segreto con i nobili e persuase i connazionali ad uscire dai loro territori con tutte le truppe; sarebbe stato molto facile ad essi che superavano in valore tutti ( gli altri ) dominare tutta la Gallia. Persuase essi a questo tanto più facilmente in quanto gli Elvezi sono chiusi da ogni parte dalla natura del luogo: da una parte dal fiume Reno, molto largo e molto profondo, che divide il territorio degli Elvezi dai Germani; dall’ altra parte dal monte Iura , molto alto, che é tra i Sequani e gli Elvezi, dalla terza dal lago Lemanno e dal fiume Rodano, che divide la nostra provincia dagli Elvezi. Per queste cose accadeva che potessero sia far scorrerie meno largamente sia portar guerra meno facilmente ai vicini; per questa ragione gli uomini desiderosi di combattere erano afflitti con grande dolore. In rapporto alla moltitudine degli uomini , alla gloria in guerra, e al coraggio individuale,credevano di avere dei confini piccoli, che si estendevano per 240 miglia in lunghezza , per 180 miglia in larghezza.
De bello gallico I, 3
His rebus adducti et auctoritate Orgetorigis permoti constituerunt ea quae ad proficiscendum pertinerent comparare, iumentorum et carrorum quam maximum numerum coemere, sementes quam maximas facere, ut in itinere copia frumenti suppeteret, cum proximis civitatibus pacem et amicitiam confirmare. Ad eas res conficiendas biennium sibi satis esse duxerunt; in tertium annum profectionem lege confirmant. Ad eas res conficiendas Orgetorix deligitur. Is sibi legationem ad civitates suscipit. In eo itinere persuadet Castico, Catamantaloedis filio, Sequano, cuius pater regnum in Sequanis multos annos obtinuerat et a senatu populi Romani amicus appellatus erat, ut regnum in civitate sua occuparet, quod pater ante habuerit; itemque Dumnorigi Haeduo, fratri Diviciaci, qui eo tempore principatum in civitate obtinebat ac maxime plebi acceptus erat, ut idem conaretur persuadet eique filiam suam in matrimonium dat. Perfacile factu esse illis probat conata perficere, propterea quod ipse suae civitatis imperium obtenturus esset: non esse dubium quin totius Galliae plurimum Helvetii possent; se suis copiis suoque exercitu illis regna conciliaturum confirmat. Hac oratione adducti inter se fidem et ius iurandum dant et regno occupato per tres potentissimos ac firmissimos populos totius Galliae sese potiri posse sperant.
Spinti da questi motivi e scossi dall'autorità di Orgetorige, stabilirono di predisporre l'occorrente alla partenza : adunare il maggior numero di bestie da soma e di carriaggi che si potesse acquistare, eseguire il massimo delle semine per non mancare di grano durante il viaggio, stabilire una pace amichevole con le nazioni limitrofe. Per compiere questi preparativi iudicarono sufficiente un biennio, e al terzo anno fissano per legge la partenza. A realizzarli viene scelto Orgetorige. Questi nel corso delle ambascerie che compì presso varie nazioni convince Castico figlio di Catamantalede - un sequano il cui padre aveva dominato per molti anni sul suo popolo ed era stato proclamato dal Senato amico del popolo romano - a prendere il potere fra i suoi connazionali come suo padre prima di lui; altrettanto fa con l’ eduo Dumnorige, fratello di Diviciaco allora principe della sua nazione, e molto popolare, inducendolo a compiere un tentativo analogo e concedendogli in moglie la propria figlia. Dimostra a entrambi l'estrema facilità dell'impresa, poiché anch'egli avrebbe ottenuto il dominio della propria nazione: ed essendo fuor di dubbio che gli Elvezi fossero il popolo più potente dell'intera Gallia, garantisce che con le sue risorse e il suo esercito egli avrebbe procurato loro il trono. Questo discorso li induce a giurare lealtà reciproca, e confidano che una volta raggiunto il potere, con quei tre popoli così forti e saldi potranno divenire padroni della Gallia intera.
De bello gallico I, 4
Ea res est Helvetiis per indicium enuntiata. Moribus suis Orgetoricem ex vinculis causam dicere coegerunt; damnatum poenam sequi oportebat, ut igni cremaretur. Die constituta causae dictionis Orgetorix ad iudicium omnem suam familiam, ad hominum milia decem, undique coegit, et omnes clientes obaeratosque suos, quorum magnum numerum habebat, eodem conduxit; per eos ne causam diceret se eripuit. Cum civitas ob eam rem incitata armis ius suum exequi conaretur multitudinemque hominum ex agris magistratus cogerent, Orgetorix mortuus est; neque abest suspicio, ut Helvetii arbitrantur, quin ipse sibi mortem consciverit.
La trama viene svelata agli Elvezi da una delazione. Secondo la loro usanza, Orgetorige fu costretto a difendersi in catene; in caso di condanna lo aspettava per punizione il rogo. Nel giorno fissato per il dibattimento Orgetorige fece affluire sul posto tutta la sua servitù - circa diecimila uomini - e tutti i suoi dipendenti e debitori, un bel numero di persone; col loro appoggio si sottrasse alla necessità di difendersi. Mentre la gente, irritata, cercava d'imporre il proprio diritto con le armi e i magistrati andavano radunando uomini dalla campagna, Orgetorige morto; e c’ é il sospetto, secondo gli Elvezi, che si sia suicidato.
De bello gallico I, 5
Post eius mortem nihilo minus Helvetii id quod constituerant facere conantur, ut e finibus suis exeant. Ubi iam se ad eam rem paratos esse arbitrati sunt, oppida sua omnia, numero ad duodecim, vicos ad quadringentos, reliqua privata aedificia incendunt; frumentum omne, praeter quod secum portaturi erant, comburunt, ut domum reditionis spe sublata paratiores ad omnia pericula subeunda essent; trium mensum molita cibaria sibi quemque domo efferre iubent. Persuadent Rauracis et Tulingis et Latobrigis finitimis, uti eodem usi consilio oppidis suis vicisque exustis una cum iis proficiscantur, Boiosque, qui trans Rhenum incoluerant et in agrum Noricum transierant Noreiamque oppugnabant, receptos ad se socios sibi adsciscunt.
Dopo e nonostante la sua morte gli Elvezi persistono nella decisione di emigrare. Quando si ritengono pronti all'impresa, appiccano il fuoco a tutte le loro città, ch'erano una dozzina, ai villaggi, una quarantina, e ai casolari isolati; ardono tutto il grano che non avrebbero portato con sé, perché senza più il miraggio di tornare in patria fossero meglio disposti ad affrontare qualsiasi pericolo, e ordinano che ciascuno porti via da casa per sé farina sufficiente a tre mesi. Convincono i loro confinanti Rauraci, Tulingi e Latobrigi a prendere la medesima decisione e a partire con loro dopo aver bruciato città e villaggi; anche i Boi, passati dai propri insediamenti oltre Reno al territorio del Norico e intenti a espugnare Noreia, vengono associati all'impresa.
De bello gallico I, 6
Erant omnino itinera duo, quibus itineribus domo exire possent: unum per Sequanos, angustum et difficile, inter montem Iuram et flumen Rhodanum, vix qua singuli carri ducerentur, mons autem altissimus impendebat, ut facile perpauci prohibere possent; alterum per provinciam nostram, multo facilius atque expeditius, propterea quod inter fines Helvetiorum et Allobrogum, qui nuper pacati erant, Rhodanus fluit isque non nullis locis vado transitur. Extremum oppidum Allobrogum est proximumque Helvetiorum finibus Genava. Ex eo oppido pons ad Helvetios pertinet. Allobrogibus sese vel persuasuros, quod nondum bono animo in populum Romanum viderentur, existimabant vel vi coacturos ut per suos fines eos ire paterentur. Omnibus rebus ad profectionem comparatis diem dicunt, qua die ad ripam Rhodani omnes conveniant. Is dies erat a. d. V. Kal. Apr. L. Pisone, A. Gabinio consulibus.
Solo due erano le strade che gli Elvezi potevano percorrere per uscire di patria: o attraverso i Sequani, strada angusta e difficile fra i monti del Giura e il fiume Rodano, dove i carri potevano a mala pena procedere in fila per uno, e dominata da cime altissime, cosicché bastavano ben pochi uomini a impedire il passaggio; oppure attraverso la nostra provincia, assai più agevole e spiccia perché fra il territorio degli Elvezi e degli Allobrogi, questi ultimi ridotti alla pace da poco, scorre il Rodano, guadabile in più punti. Ultima città degli Allobrogi, e vicinissima agli Elvezi, è Ginevra. Di li un ponte raggiunge gli Elvezi , e questi ritenevano di poter convincere gli Allobrogi, poiché non sembravano ancora così inclini verso i Romani, o di poterli forzare a concedere loro il passaggio per il proprio territorio. Quando tutto è pronto per la partenza, fissano il giorno per l'adunata generale sulle sponde del Rodano. Era il 28 marzo dell'anno del consolato di Lucio Pisone e Aulo Gabinio.
De bello gallico I, 7
Caesari cum id nuntiatum esset, eos per provinciam nostram iter facere conari, maturat ab urbe proficisci et quam maximis potest itineribus in Galliam ulteriorem contendit et ad Genavam pervenit. Provinciae toti quam maximum potest militum numerum imperat (erat omnino in Gallia ulteriore legio una), pontem, qui erat ad Genavam, iubet rescindi. Ubi de eius adventu Helvetii certiores facti sunt, legatos ad eum mittunt nobilissimos civitatis, cuius legationis Nammeius et Verucloetius principem locum obtinebant, qui dicerent sibi esse in animo sine ullo maleficio iter per provinciam facere, propterea quod aliud iter haberent nullum: rogare ut eius voluntate id sibi facere liceat. Caesar, quod memoria tenebat L. Cassium consulem occisum exercitumque eius ab Helvetiis pulsum et sub iugum missum, concedendum non putabat; neque homines inimico animo, data facultate per provinciam itineris faciundi, temperaturos ab iniuria et maleficio existimabat. Tamen, ut spatium intercedere posset dum milites quos imperaverat convenirent, legatis respondit diem se ad deliberandum sumpturum: si quid vellent, ad Id. April. reverterentur.
Cesare, all'annunzio che gli Elvezi tentano di farsi strada attraverso la nostra provincia, affretta la partenza da Roma; a grandi tappe si dirige verso la Gallia Transalpina, e giunge a Ginevra. Ordina a tutta la provincia di fornirgli il maggior numero possibile di soldati - nella Gallia Transalpina si trovava una sola legione - e fa tagliare il ponte di Ginevra. Saputo dal suo arrivo, gli Elvezi mandano in delegazione da lui i cittadini più nobili, con Nammeio e Veruclezio alla testa, per garantirgli il loro proposito di attraversare la provincia senza arrecare danni e non avendo altra strada; lo pregavano di concedere il suo assenso. Cesare, memore dell'uccisione del console Lucio Cassio, della sconfitta e del giogo sotto cui dagli Elvezi era stato fatto passare il suo esercito, riteneva di non dover fare concessioni; e pensava che un popolo di animo ostile, una volta accordata la facoltà di attraversare la provincia, non si sarebbe trattenuto dall'infliggere oltraggi e danni. Nondimeno, perché potesse intercorrere qualche tempo e i soldati da lui richiesti affluissero, rispose alla delegazione che si sarebbe preso qualche giorno per decidere; se volevano qualcosa, tornassero il 13 Aprile.
De bello gallico I, 8
Interea ea legione quam secum habebat militibusque, qui ex provincia convenerant, a lacu Lemanno, qui in flumen Rhodanum influit, ad montem Iuram, qui fines Sequanorum ab Helvetiis dividit, milia passuum XVIIII murum in altitudinem pedum sedecim fossamque perducit. Eo opere perfecto praesidia disponit, castella communit, quo facilius, si se invito transire conentur, prohibere possit. Ubi ea dies quam constituerat cum legatis venit et legati ad eum reverterunt, negat se more et exemplo populi Romani posse iter ulli per provinciam dare et, si vim facere conentur, prohibiturum ostendit. Helvetii ea spe deiecti navibus iunctis ratibusque compluribus factis, alii vadis Rhodani, qua minima altitudo fluminis erat, non numquam interdiu, saepius noctu si perrumpere possent conati, operis munitione et militum concursu et telis repulsi, hoc conatu destiterunt.
Intanto, impiegando la legione che aveva con sé e i soldati affluiti dalla provincia, conduce dal lago Lemanno, che ha uno sbocco nel fiume Rodano, fino al Giura che divide il territorio dei Sequani e degli Elvezi, una massicciata alta sedici piedi e un fossato di diciannove miglia. Compiuta l'opera di , dispone guarnigioni, allestisce fortini per poter opporsi più facilmente se tentavano di forzare il passaggio a suo dispetto. Al sopraggiungere del giorno fissato con gli ambasciatori e al loro ritorno li avverte che la consuetudine e il comportamento del popolo romano gli impedivano di concedere a chicchessia il transito attraverso la provincia, e dichiara che se tentassero di forzarlo si sarebbe opposto. Gli Elvezi, caduta questa speranza, su barche legate insieme e su un buon numero di zattere da loro allestite, oppure guadando il Rodano nei punti meno profondi, talora di giorno, più spesso di notte, tentarono di aprirsi un varco, ma, respinti dalle fortificazioni e dai proiettili dei soldati prontamente accorsi, desistettero dal tentativo.
De bello gallico I, 9
Relinquebatur una per Sequanos via, qua Sequanis invitis propter angustias ire non poterant. His cum sua sponte persuadere non possent, legatos ad Dumnorigem Haeduum mittunt, ut eo deprecatore a Sequanis impetrarent. Dumnorix gratia et largitione apud Sequanos plurimum poterat et Helvetiis erat amicus, quod ex ea civitate Orgetorigis filiam in matrimonium duxerat, et cupiditate regni adductus novis rebus studebat et quam plurimas civitates suo beneficio habere obstrictas volebat. Itaque rem suscipit et a Sequanis impetrat ut per fines suos Helvetios ire patiantur, obsidesque uti inter sese dent perficit: Sequani, ne itinere Helvetios prohibeant, Helvetii, ut sine maleficio et iniuria transeant.
Restava un'unica via, quella attraverso i Sequani, impercorribile però senza il loro consenso, tanto era angusta. Incapaci di trarli dalla propria parte da soli, mandano una delegazione a Dumnorige, l'eduo, perché con la sua intercessione ottenga l'assenza dei Sequani. Dumnorige aveva una grande influenza su quest'ultimi per il suo prestigio e le sue largizioni, oltre ad essere amico degli Elvezi per aver sposato una loro connazionale, figli di Orgetorige; la brama di potere lo spingeva poi a cercare un rivolgimento e desiderava di aver legate a sé con favori il maggior numero possibile di nazioni. Perciò accetta l'incombenza e ottiene dai Sequani che lascino passare per il proprio territorio gli Elvezi; perfeziona anche uno scambio di ostaggi fra i due popoli, perché i Sequani non ostacolino la marcia degli Elvezi, e gli Elvezi trascorrano senza recare danno e oltraggi.
De bello gallico I, 10
Caesari renuntiatur Helvetiis esse in animo per agrum Sequanorum et Haeduorum iter in Santonum fines facere, qui non longe a Tolosatium finibus absunt, quae civitas est in provincia. Id si fieret, intellegebat magno cum periculo provinciae futurum ut homines bellicosos, populi Romani inimicos, locis patentibus maximeque frumentariis finitimos haberet. Ob eas causas ei munitioni quam fecerat T. Labienum legatum praeficit; ipse in Italiam magnis itineribus contendit duasque ibi legiones conscribit et tres, quae circum Aquileiam hiemabant, ex hibernis educit et, qua proximum iter in ulteriorem Galliam per Alpes erat, cum his quinque legionibus ire contendit. Ibi Ceutrones et Graioceli et Caturiges locis superioribus occupatis itinere exercitum prohibere conantur. Compluribus his proeliis pulsis ab Ocelo, quod est oppidum citerioris provinciae extremum, in fines Vocontiorum ulterioris provinciae die septimo pervenit; inde in Allobrogum fines, ab Allobrogibus in Segusiavos exercitum ducit. Hi sunt extra provinciam trans Rhodanum primi.
A Cesare viene riferito che gli Elvezi intendevano compiere il viaggio attraverso il territorio dei Sequani e degli Edui in direzione dei Santoni, stanziati non lontano dal territorio dei Tolosani, popolazione appartenente alla nostra provincia. Se ciò si fosse verificato, intendeva bene che avrebbe costituito un grave pericolo per la provincia stessa l'avere come confinante, in pianure ricchissime di grano, una gente bellicosa e ostile al popolo romano. Perciò mette a capo della linea fortificata che aveva costituito il suo luogotenente Tito Labieno, ed egli si reca in Italia a grandi tappe; vi arruola due legioni; tre, che svernavano presso Aquileia, trae dagli accantonamenti; e per il valico alpino più vicino muove con queste cinque legioni verso la Gallia Transalpina. Lì i Ceutroni, i Graioceli e i Caturigi tentano d'impedire la marcia dell'esercito occupando le alture. Ma Cesare li ricaccia nel corso di parecchi combattimenti e da Ocelo, l'ultima roccaforte della provincia cisalpina, giunge in sette giorni nel territorio dei Voconzi, in Gallia Transalpina; di là guida l'esercito fra gli Allobrogi e dagli Allobrogi fra i Segusiavi, il primo popolo esterno alla provincia oltre il Rodano.
De bello gallico I, 11
Helvetii iam per angustias et fines Sequanorum suas copias traduxerant et in Haeduorum fines pervenerant eorumque agros populabantur. Haedui, cum se suaque ab iis defendere non possent, legatos ad Caesarem mittunt rogatum auxilium: ita se omni tempore de populo Romano meritos esse ut paene in conspectu exercitus nostri agri vastari, liberi [eorum] in servitutem abduci, oppida expugnari non debuerint. Eodem tempore quo Haedui Ambarri, necessarii et consanguinei Haeduorum, Caesarem certiorem faciunt sese depopulatis agris non facile ab oppidis vim hostium prohibere. Item Allobroges, qui trans Rhodanum vicos possessionesque habebant, fuga se ad Caesarem recipiunt et demonstrant sibi praeter agri solum nihil esse reliqui. Quibus rebus adductus Caesar non expectandum sibi statuit dum, omnibus, fortunis sociorum consumptis, in Santonos Helvetii pervenirent.
Frattanto gli Elvezi avevano fatto superare alle loro forze le gole e le terre dei Sequani, erano giunti fra gli Edui e ne razziavano le campagne. Gli Edui non erano in grado di difendere se stessi e i propri beni da quella gente; perciò mandano una delegazione a Cesare in cerca di aiuto: in ogni tempo, dicono, si erano meritata la riconoscenza del popolo romano, tanto che non si sarebbe dovuto lasciar devastare quasi sotto gli occhi del nostro esercito le loro campagne, portar via in schiavitù i loro figli, demolire le loro città. Contemporaneamente gli Ambarri, associati e consanguinei degli Edui, avvertono Cesare che, dopo aver avuto razziati i campi, non riuscivano facilmente a respingere dalle città l'irruenza dei nemici. Ugualmente gli Allobrogi che avevano villaggi e possedimenti oltre il Rodano si rifugiano presso Cesare, protestando che nient'altro rimaneva loro oltre la nuda terra. Sotto l'incalzare di questi avvenimenti Cesare decise di non dover aspettare l'annientamento di tutte le risorse degli alleati e l'arrivo degli Elvezi fra i Santoni.
De bello gallico I, 12
Flumen est Arar, quod per fines Haeduorum et Sequanorum in Rhodanum influit, incredibili lenitate, ita ut oculis in utram partem fluat iudicari non possit. Id Helvetii ratibus ac lintribus iunctis transibant. Ubi per exploratores Caesar certior factus est tres iam partes copiarum Helvetios id flumen traduxisse, quartam vero partem citra flumen Ararim reliquam esse, de tertia vigilia cum legionibus tribus e castris profectus ad eam partem pervenit quae nondum flumen transierat. Eos impeditos et inopinantes adgressus magnam partem eorum concidit; reliqui sese fugae mandarunt atque in proximas silvas abdiderunt. Is pagus appellabatur Tigurinus; nam omnis civitas Helvetia in quattuor pagos divisa est. Hic pagus unus, cum domo exisset, patrum nostrorum memoria L. Cassium consulem interfecerat et eius exercitum sub iugum miserat. Ita sive casu sive consilio deorum immortalium quae pars civitatis Helvetiae insignem calamitatem populo Romano intulerat, ea princeps poenam persolvit. Qua in re Caesar non solum publicas, sed etiam privatas iniurias ultus est, quod eius soceri L. Pisonis avum, L. Pisonem legatum, Tigurini eodem proelio quo Cassium interfecerant.
C'è un fiume, l'Arari, che confluisce nel Rodano attraverso i territori degli Edui e dei Sequani con tale incredibile pacatezza che gli occhi non riescono a distinguere in quale direzione si muova. Gli Elvezi lo stavano attraversando a bordo di zattere e piroghe legate insieme. Informato dai ricognitori che già tre quarti delle forze degli Elvezi avevano passato il fiume, mentre un quarto restava ancora al di qua dell'Arari, dopo la mezzanotte Cesare uscì dall'accampamento con tre legioni e piombò su quella parte del nemico che non aveva ancora traghettato.L'assalto inatteso su quegli uomini impacciati dai bagagli ne fece cadere gran parte; i superstiti si affidarono alla fuga, dileguandosi nelle foreste vicine. Era quello il cantone che si chiama Tigurino, essendo tutta la nazione elvetica divisa in quattro dipartimenti o cantoni; ed era quello che da solo con una sortita dalle proprie sedi, come ricordano i nostri padri, aveva abbattuto il console Lucio Cassio e fatto passare il suo esercito sotto il giogo. Così, fosse un caso, o un disegno degli dèi immortali, quella parte: della nazione elvetica che aveva inflitto ai Romani una clamorosa sconfitta, fu la prima a scontarne il castigo. In questa azione Cesare non vendicò soltanto l'oltragyio al suo paese, ma anche alla sua famiglia, poiché il legato Lucio Pisone, caduto per mano dei Tigurini nella stessa battaglia fatale a Cassio, era avo del suo suocero Lucio Pisone.
De bello gallico IV, 16
Germanico bello confecto multis de causis Caesar statuit sibi Rhenum esse transeundum; quarum illa fuit iustissima quod, cum videret Germanos tam facile impelli ut in Galliam venirent, suis quoque rebus eos timere voluit, cum intellegerent et posse et audere populi Romani exercitum Rhenum transire. Accessit etiam quod illa pars equitatus Usipetum et Tencterorum, quam supra commemoravi praedandi frumentandi causa Mosam transisse neque proelio interfuisse, post fugam suorum se trans Rhenum in fines Sugambrorum receperat seque cum his coniunxerat. Ad quos cum Caesar nuntios misisset, qui postularent eos qui sibi Galliae bellum intulissent sibi dederent, responderunt: populi Romani imperium Rhenum finire; si se invito Germanos in Galliam transire non aequum existimaret, cur sui quicquam esse imperii aut potestatis trans Rhenum postularet? Ubii autem, qui uni ex Transrhenanis ad Caesarem legatos miserant, amicitiam fecerant, obsides dederant, magnopere orabant ut sibi auxilium ferret, quod graviter ab Suebis premerentur; vel, si id facere occupationibus rei publicae prohiberetur, exercitum modo Rhenum transportaret: id sibi ad auxilium spemque reliqui temporis satis futurum. Tantum esse nomen atque opinionem eius exercitus Ariovisto pulso et hoc novissimo proelio facto etiam ad ultimas Germanorum nationes, uti opinione et amicitia populi Romani tuti esse possint. Navium magnam copiam ad transportandum exercitum pollicebantur.
Portata a termine la guerra con i Germani, Cesare, per molti motivi, decise di dover attraversare il Reno; tra tutte quella fu la più importante, il fatto che, vedendo che i Germani erano tanto facilmente sollecitati a venire in Gallia, volle che quelli temessero anche per i loro beni, capendo che l'esercito del popolo romano sia poteva, sia osava attraversare il Reno. Si aggiunse anche il fatto che quella parte di cavalleria degli Usiperi e dei Tenteri che ho ricordato precedentemente, avevano attraversato la Mosa per fare bottino e fare incetta di cereali e non avevano partecipato alla guerra, dopo la fuga dei loro, si era rifugiata al di là del territorio dei Sigambri e si era alleata ad essi. Avendo Cesare amdato gli ambasciatori a quelli per chiedere che fossero consegnati gli uominiche avevano levato le armi contro di lui e contro la Gallia, risposero che; il comando del popolo romano finiva sul Reno; se non riteneva che fosse giusto che i Germani contro la sua volontà arrivassero in Gallia, perchè pretendeva che ci fosse il suo potere e il suo comando oltre il Reno? Gli Ubii, invece, che avevano mandato gli ambasciatori a Cesare dai Transrenani, avevano fatto alleanza, avevano dato degli ostaggi, pregavano vivamente affinchè gli portasse aiuto, perchè erano gravemente oppressi dagli Svevi; e, se fosse stato ostacolato nel fare questa cosa dagli impegni dello Stato, che trasportasse almento l'esercito al Reno; questo sarebbe stato sufficiente come aiuto per il presente e speranza per l'avvenire. Tanto fu il nome e la fama del suo esercito dopo che Ariovisto era stato sconfitto ed era stato fatto questo ultimo combattimento che anche le popolazioni germaniche, con la fama di amici del popolo romano possono essere sicure. Offirvano una grande flotta di navi per trasportare l'esercito.
De bello gallico IV, 17
Caesar his de causis quas commemoravi Rhenum transire decrevat; sed navibus transire neque satis tutum esse arbitrabatur neque suae neque populi Romani dignitatis esse statuebat. Itaque, etsi summa difficultas faciendi pontis proponebatur propter latitudinem, rapiditatem altitudinemque fluminis, tamen id sibi contendendum aut aliter non traducendum exercitum existimabat. Rationem pontis hanc instituit. Tigna bina sesquipedalia. paulum ab imo praeacuta dimensa ad altitudinem fluminis intervallo pedum duorum inter se iungebat. Haec cum machinationibus immissa in flumen defixerat fistucisque adegerat, non sublicae modo derecte ad perpendiculum, sed prone ac fastigate, ut secundum naturam fluminis procumberent, iis item contraria duo ad eundem modum iuncta intervallo pedum quadragenum ab inferiore parte contra vim atque impetu fluminis conversa statuebat. Haec utraque insuper bipedalibus trabibus immissis, quantum eorum tignorum iunctura distabat, binis utrimque fibulis ab extrema parte distinebantur; quibus disclusis atque in contrariam partem revinctis, tanta erat operis firmitudo atque ea rerum natura ut, quo maior vis aquae se incitavisset, hoc artius inligata tenerentur. Haec derecta materia iniecta contexebantur ac longuriis cratibusque consternebantur; ac nihilo setius sublicae et ad inferiorem partem fluminis oblique agebantur, quae pro ariete subiectae et cum omni opere coniunctae vim fluminis exciperent, et aliae item supra pontem mediocri spatio, ut, si arborum trunci sive naves deiciendi operis causa essent a barbaris missae, his defensoribus earum rerum vis minueretur neu ponti nocerent.
Cesare, a seguito di queste cause che ho ricordato, aveva deciso di passare il Reno ma riteneva che non fosse del tutto sicuro traghettare con navi; e lo riteneva non conveniente nè per la dignità del popolo romano, nè per la sua. Perciò, nonostante si presentasse una grande difficoltà di costruire il ponte a causa della larghezza, della rapidità e dell'altezza del fiume, tuttavia pensava che ciò fosse da fare altrimenti non bisognava trasportare l'esercito. Stabilì questa struttura del ponte; univa a 2 a 2 travi di un piede e mezzo un poco appuntite all'estremità inferiore commisurate alla profondità del fiume alla distanza di 2 piedi. Per mezzo di congegni Cesare li aveva piantati e li spingeva giù con i battipali, messi nel fiume non perpendicolarmente come palafitte ma obliquamente e con una certa inclinazione, affinchè rimanessero piegati secondo la natura del fiume, parimenti piazzava 2 pali contrari a questi uniti allo stesso modo, a una distanza di 40 piedi, inclinati dalla parte inferiore contro la forza e l'impeto del fiume. Entrambi questi, incastrate delle travi di spessore di 2 piedi, erano tenuti separati con 2 cavicchi di legno da entrambe le parti, essendo queste coppie di pali separate e fissate in direzione contraria, tanta era la stabilità dell'opera e la natura degli elementi, che tanto più violenta si fosse mossa la forza dell'acqua, tanto più strettamente questa si sarebbe mantenuta legata. Collegarono queste con travi disposte orizzontalmente e le si coprì con tavole e graticci; e nonostante ciò pali posti di traverso erano impiegati verso la parte inferiore del fiume, affinchè, agendo come arieti e collegati a tutta l'opera, si opponessero alla forza del fiume e altre nello stesso modo a poca distanza sopra il ponte affinchè, se i tronchi degli alberi o le navi fossero stati mandati dagli stranieri con lo scopo di danneggiare il ponte, non avrebbe nociuto al ponte.
De bello gallico IV, 33
Genus hoc est ex essedis pugnae. Primo per omnes partes perequitant et tela coiciunt atque ipso terrore equorum et strepitu rotarum ordines plerumque perturbant, et cum se inter equitum turmas insinuaverunt, ex essedis desiliunt et pedibus proeliantur. Aurigae interim paulatim ex proelio excedunt atque ita currus conlocant ut, si illi a multitudine hostium premantur, expeditum ad quos receptum habeant. Ita mobilitatem equitum, stabilitatem peditum in proeliis praestant, ac tantum usu cotidiano et exercitatione efficiunt uti in declivi ac praecipiti loco incitatos equos sustinere et brevi moderari ac flectere et per temonem percurrere et in iugo insistere et se inde in currus citissime recipere consuerint.
Questo e' il tipo di combattimento con i carri. In un primo tempo cavalcano qua e la' in ogni direzione e scagliano i dardi e con lo stesso terrore dei cavalli e il rumore dele ruote per lo piu' mettono in disordine le file del nemico e, quando si sono insinuati tra la confusione dei cavalieri, saltano giu' dagli essedi e combattono a piedi. Frattanto gli aurighi si ritirano poco alla volta dal combattimento e dispongono i carri in modo che, se quelli sono incalzati da una moltitudine di nemici, abbiano una facile ritirata fra i loro compagni. In questo modo danno prova della mobilita' dei cavalieri e della resistenza della fanteria nelle battaglie e ottengono cosi' tanto con l'esercizio quotidiano che sono abituati anche in una discesa precipitosa a frenare i cavalli lanciati al galoppo e a frenarli per poco e a piegarsi e a scorrere lungo il timone e a fermarsi sul giogo e a ritirarsi molto rapidamente da la' sui carri.
De bello gallico V, 12
Britanniae pars interior ab eis incolitur quos natos in insula ipsi memoria proditum dicunt, maritima ab eis, qui praedae ac belli inferendi causa ex Belgio transierunt (qui omnes fere eis nominibus civitatum appellantur, quibus orti ex civitatibus eo pervenerunt) et bello illato ibi permanserunt atque agros colere coeperunt. Hominum est infinita multitudo creberrimaque aedificia fere Gallicis consimilia, pecorum magnus numerus. Vtuntur aut aere aut nummo aureo aut taleis ferreis ad certum pondus examinatis pro nummo. Nascitur ibi plumbum album in mediterraneis regionibus, in maritimis ferrum, sed eius exigua est copia; aere utuntur importato. Materia cuiusque generis ut in Gallia est, praeter fagum atque abietem. Leporem et gallinam et anserem gustare fas non putant; haec tamen alunt animi voluptatisque causa. Loca sunt temperatiora quam in Gallia, remissioribus frigoribus.
La parte piu' interna della Britannia e' abitata da coloro che essi stessi dicono per memoria essere nati nell'isola, la zona costiera invece da popoli che, passarono nell'isola dal Belgio (che quasi tutti si chiamano con i nomi dei popoli dai quali, dopo essere cresciuti, arrivarono da quelle civilta' in questo luogo) a scopo di guerra e di bottino e vi sono rimasti dopo aver vinto e si sono dati alla coltivazione della terra. Grandissimo e' il numero degli uomini, molto fitte le costruzioni simili a quelle dei Galli e grande e' la quantita' del bestiame. Usano bronzo o monete d'oro o in luogo di queste verghe di ferro di un determinato peso. Nelle regioni interne si trova lo stagno, in quelle costiere ferro: si servono di oro importato. Vi e' legname d'ogni specie come in Gallia, tranne il faggio e l'abete.Non stimano cosa lecita mangiare lepri, galline e oche ma le allevano per divertimento. Il clima e' piu' temperato che in Gallia perche' il freddo e' meno inteso.
De bello gallico V, 13
Insula natura triquetra, cuius unum latus est contra Galliam. Huius lateris alter angulus, qui est ad Cantium, quo fere omnes ex Gallia naves appelluntur, ad orientem solem, inferior ad meridiem spectat. Hoc pertinet circiter mila passuum quingenta. Alterum vergit ad Hispaniam atque occidentem solem; qua ex parte est Hibernia, dimidio minor, ut aestimatur, quam Britannia, sed pari spatio transmissus atque ex Gallia est in Britanniam. In hoc medio cursu est insula, quae appellatur Mona: complures praeterea minores subiectae insulae existimantur, de quibus insulis nonnulli scripserunt dies continuos triginta sub bruma esse noctem. Nos nihil de eo percontationibus reperiebamus, nisi certis ex aqua mensuris breviores esse quam in continenti noctes videbamus. Huius est longitudo lateris, ut fert illorum opinio, septingentorum milium. Tertium est contra septentriones; cui parti nulla est obiecta terra, sed eius angulus lateris maxime ad Germaniam spectat. Hoc milia passuum octingenta in longitudinem esse existimatur. Ita omnis insula est in circuitu vicies centum milium passuum.
L'isola e' per natura triangolare, un lato della quale si trova di fronte alla Gallia. Di questo lato uno dei due angoli, che si stende davanti al Kent, dove approdano quasi tutte le navi provenienti dall Gallia, e' rivolto verso est, l'altro piu' basso guarda verso sud. Questo si estende per circa cinquecento miglia. L'altro e' rivolto verso la Spagna e l'ovest; da questa parte e' l'Ibernia, isola che si ritiene sia circa la meta' della Brtannia, ma che e' posta ad una distanza pari a quella che divide la Britannia dalla Gallia. Quasi a meta' di questo percorso vi e' un'isola che e' chiamata Mona; si crede, inoltre, che vi siano molte altre isole vicine piu' piccole; suule quali isole molti hanno scritto che in inverno la notte dura trenta giorni consecutivi. Noi, mediante domande, non potemmo sapere nulla di preciso su questo fenomeno, ma per mezzo di determinate misure di acqua vedemmo che le notti erano piu' brevi che sul continente. La lunghezza di questo lato, secondo ll'opinione degli stessi abitanti, e' di settecento miglia. Il terzo lato e' rivolto a nord e nessuna terra vi e' di fronte, ma la sua estremita' e' rivolta in massima parte verso la Germania. Si ritiene che questo lato sia lungo ottocento miglia. Il perimetro dell'isol e' dunquedi duecento miglia.
De bello gallico V, 14
Ex his omnibus longe sunt humanissimi qui Cantium incolunt, quae regio est maritima omnis, neque multum a Gallica differunt consuetudine. Interiores plerique frumenta non serunt, sed lacte et carne vivunt pellibusque sunt vestiti. Omnes vero se Britanni vitro inficiunt, quod caeruleum efficit colorem, atque hoc horridiores sunt in pugna aspectu; capilloque sunt promisso atque omni parte corporis rasa praeter caput et labrum superius. Vxores habent deni duodenique inter se communes et maxime fratres cum fratribus parentesque cum liberis; sed qui sunt ex his nati, eorum habentur liberi, quo primum virgo quaeque deducta est.
Tra tutti questi i piu' civili sono di gran lunga coloro che abitano il Kent, che e' una regione interamente sul mare, e che non differisce molto dalla consuetudine gallica. La maggior parte degli abitanti che vivono nel'interno non coltivano grano ma vivono di latte e di carne e si vestono di pelli. In verita' si tingono tutti di guado, che rende il colore azzurro, e per questo sono in battaglia piu' spaventosi a vedersi; (i Britanni) hanno i capelli lunghi e si radono in ogni parte del corpo tranne la testa e il labbro superiore. Hanno mogli comuni tra di loro in gruppi di dieci o dodici e soprattutto fratelli con fratelli e genitori con figli; ma, se da essi nascono figli, son considerati figli di coloroche accolsero per primi una ragazza come sposa.
De bello gallico VI, 11
Quoniam ad hunc locum perventum est, non alienum esse videtur de Galliae Germaniaeque moribus et quo differant hae nationes inter sese proponere. In Gallia non solum in omnibus civitatibus atque in omnibus pagis partibusque, sed paene etiam in singulis domibus factiones sunt, earumque factionum principes sunt qui summam auctoritatem eorum iudicio habere existimantur, quorum ad arbitrium iudiciumque summa omnium rerum consiliorumque redeat. Itaque eius rei causa antiquitus institutum videtur, ne quis ex plebe contra potentio rem auxili egeret: suos enim quisque opprimi et circumveniri non patitur, neque, aliter si faciat, ullam inter suos habet auctoritatem. Haec eadem ratio est in summa totius Galliae: namque omnes civitates in partes divisae sunt duas.
Poiché si è arrivati a questo punto,si vede che non è strano trattare dei costumi dei Galli e dei Germani e per cosa differiscono queste popolazioni tra di loro. In Gallia, non solo in tutte le città e in tutti i villaggi e in tutte le comunità, ma quasi anche in ogni famiglia, ci sono fazioni e i capi di quelle fazioni sono coloro che a loro giudizio si ritiene abbiano la più alta autorità, al giudizio insindacabile di costoro spetta la suprema autorità in ogni decisione.Sembra che ciò sia stato stabilito fin dai tempi antichi, per quel motivo, affinché nessuno originario della plebe fosse privo di protezione contro uno più potente.Infatti ciascun capo non permette che i suoi sudditi vengano calpestati e oppressi, ne se agisse diversamente, avrebbe autorità tra i suoi.Questo stesso sistema è presente nell'insieme di tutta la Gallia, infatti tutte le città sono divise in due parti.
De bello gallico VI, 13
In omni Gallia eorum hominum, qui aliquo sunt numero atque honore, genera sunt duo. Nam plebes paene servorum habetur loco, quae nihil audet per se, nullo adhibetur consilio. Plerique, cum aut aere alieno aut magnitudine tributorum aut iniuria potentiorum premuntur, sese in servitutem dicant nobilibus: in hos eadem omnia sunt iura, quae dominis in servos. Sed de his duobus generibus alterum est druidum, alterum equitum. Illi rebus divinis intersunt, sacrificia publica ac privata procurant, religiones interpretantur: ad hos magnus adulescentium numerus disciplinae causa concurrit, magnoque hi sunt apud eos honore. Nam fere de omnibus controversiis publicis privatisque constituunt, et, si quod est admissum facinus, si caedes facta, si de hereditate, de finibus controversia est, idem decernunt, praemia poenasque constituunt; si qui aut privatus aut populus eorum decreto non stetit, sacrificiis interdicunt. Haec poena apud eos est gravissima. Quibus ita est interdictum, hi numero impiorum ac sceleratorum habentur, his omnes decedunt, aditum sermonemque defugiunt, ne quid ex contagione incommodi accipiant, neque his petentibus ius redditur neque honos ullus communicatur. His autem omnibus druidibus praeest unus, qui summam inter eos habet auctoritatem. Hoc mortuo aut si qui ex reliquis excellit dignitate succedit, aut, si sunt plures pares, suffragio druidum, nonnumquam etiam armis de principatu contendunt. Hi certo anni tempore in finibus Carnutum, quae regio totius Galliae media habetur, considunt in loco consecrato. Huc omnes undique, qui controversias habent, conveniunt eorumque decretis iudiciisque parent. Disciplina in Britannia reperta atque inde in Galliam translata esse existimatur, et nunc, qui diligentius eam rem cognoscere volunt, plerumque illo discendi causa proficiscuntur.
In tutta la Gallia due sono le classi di coloro che sono tenuti in qualche conto e onore. Infatti la plebe è considerata quasi schiavitù che non osa prendere nessuna decisione e non è ammessa a nessuna assemblea. La maggior parte quando è oppressa o dai debiti o dalla pesantezza dei tributi o dall'abuso di più potenti, si rende serva: i nobili hanno su di questi gli stessi diritti che hanno i padroni sugli schiavi. Ma di queste due classi una è quella dei Druidi, l'altra dei cavalieri. Quelli si occupano del culto religioso, provvedono a compiere i sacrifici pubblici e privati, interpretano la religione; presso di loro un grande numero di ragazzi accorre per essere istruito e questi hanno grande onore per loro. Infatti decidono per lo più su tutte le discussioni pubbliche e private, e se è stato commesso qualche delitto, se è stata commessa un'uccisione, se c'è controversia sull'eredità e sui confini, sono sempre loro a decidere, decidono i risarcimenti e le ammende. Se qualche privato o pubblico non si attiene al loro giudizio, interdicono i sacrifici. Questa pena presso di loro è gravissima: così coloro che sono stati interdetti sono considerati empi e scellerati, tutti si allontanano da loro, evitano il loro avvicinamento e i discorsi, per non riceverne qualche danno, e non viene resa giustizia a questi qualora lo chiedano e non è condivisa alcuna carica pubblica. Poi uno è a capo di tutti questi Druidi, che fra di loro ha una grande autorità. Dopo la morte di questo o se qualcuno tra i restanti eccelle per dignità gli succede, o, se sono numerosi alla pari, il Druido è delegato alla votazione; talvolta si contendono il principato con le armi. Questi di sicuro ogni anno si riuniscono nel territorio dei Carnuti, la cui regione è considerata al centro di tutta la Gallia, in un luogo consacrato: giungono qua da ogni parte tutti coloro che hanno controversie, e obbediscono ai loro decreti e alle loro decisioni. La scienza druidica si crede sia nata in Britannia e che da lì sia stata portata in Gallia, e ora la maggior parte di quelli che vogliono conoscere quella dottrina più precisamente, partono di là per imparare.
De bello gallico VI, 14
Druides a bello abesse consuerunt neque tributa una cum reliquis pendunt; militiae vacationem omniumque rerum habent immunitatem. Tantis excitati praemiis et sua sponte multi in disciplinam conveniunt et a parentibus propinquisque mittuntur. Magnum ibi numerum versuum ediscere dicuntur. Itaque annos nonnulli vicenos in disciplina permanent. Neque fas esse existimant ea litteris mandare, cum in reliquis fere rebus, publicis privatisque rationibus Graecis litteris utantur. Id mihi duabus de causis instituisse videntur, quod neque in vulgum disciplinam efferri velint neque eos, qui discunt, litteris confisos minus memoriae studere: quod fere plerisque accidit, ut praesidio litterarum diligentiam in perdiscendo ac memoriam remittant. In primis hoc volunt persuadere, non interire animas, sed ab aliis post mortem transire ad alios, atque hoc maxime ad virtutem excitari putant metu mortis neglecto. Multa praeterea de sideribus atque eorum motu, de mundi ac terrarum magnitudine, de rerum natura, de deorum immortalium vi ac potestate disputant et iuventuti tradunt.
I druidi abitualmente sono lontani dalla guerra e non pagano le tasse insieme agli altri. Hanno l'esenzione dal servizio militare e da ogni tipo di obbligo. Incitati dai tanti vantaggi, i più si recano spontaneamente alla loro scuola, o si è spinti dai parenti. Là sono detti a memoria un gran numero di versi. Perciò rimangono a scuola vent'anni ciascuno. Ma non ritengono sia lecito affidare tale dottrina alla scrittura, mentre in quasi tutte le altre faccende pubbliche e private si servono dell'alfabeto greco. Mi sembra che abbiano deciso ciò per due motivi, perché non vogliono che la loro dottrina sia diffusa tra la massa, e perché (non vogliono) che coloro che la imparano, confidando sulla scrittura, esercitino di meno la memoria; poiché accade che la maggior parte rallentino nello studio l'applicazione e la memoria con l'aiuto dei testi scritti. In primo luogo vogliono convincere i discepoli di ciò: che l'anima non muore, ma che dopo la morte passa da un corpo all'altro, e ritengono che da ciò in modo particolare (Galli) siano incitati al valore, poiché è stata messa da parte il timore della morte.Inoltre fanno molte indagini sugli astri e sul loro movimento, sulla grandezza dell'universo e della Terra, sui fenomeni naturali, sulla forza e sulla potenza degli dei immortali e tramandano (il risultato) ai giovani.
De bello gallico VI, 15
Alterum genus est equitum. Hi, cum est usus atque aliquod bellum incidit (quod fere ante Caesaris adventum quotannis accidere solebat, uti aut ipsi iniurias inferrent aut illatas propulsarent), omnes in bello versantur, atque eorum ut quisque est genere copiisque amplissimus, ita plurimos circum se ambactos clientesque habet. Hanc unam gratiam potentiamque noverunt.
L'altra è la classe dei cavalieri. Quando ce n'è bisogno scoppia qualche guerra (prima dell'arrivo di Cesare quasi ogni anno se ne verificavano, sia che fossero i Galli ad attaccare, sia che dovessero difendersi), i cavalieri partecipano al completo alle operazioni militari, e fra questi quanto più uno è influente per nascita e mezzi, tanto più si circonda di servitori e di clienti. Questa è l'unica forma di prestigio e di potere che conoscano.
De bello gallico VI, 16
Natio est omnis Gallorum admodum dedita religionibus, atque ob eam causam, qui sunt adfecti gravioribus morbis quique in proeliis periculisque versantur, aut pro victimis homines immolant aut se immolaturos vovent administrisque ad ea sacrificia druidibus utuntur, quod, pro vita hominis nisi hominis vita reddatur, non posse deorum immortalium numen placari arbitrantur, publiceque eiusdem generis habent instituta sacrificia. Alii immani magnitudine simulacra habent, quorum contexta viminibus membra vivis hominibus complent; quibus succensis circumventi flamma exanimantur homines. Supplicia eorum qui in furto aut in latrocinio aut aliqua noxia sint comprehensi gratiora dis immortalibus esse arbitrantur; sed, cum eius generis copia defecit, etiam ad innocentium supplicia descendunt.
La nazione dei Galli è alquanto dedita alle preghiere, e per questo motivo coloro che sono affetti da malattie piuttosto gravi, si trovano in pericolo e in battaglia o immolano uomini a favore delle vittime o fanno voto di immolare uomini e come ministri per tali sacrifici si servono dei druidi, poiché ritengono che se non viene data una vita umana in cambio di una vita umana, non possano essere placati in altro modo gli dei immortali e hanno istituito sacrifici di tal genere per conto delle comunità. Altri hanno statue di immane grandezza le cui membra fatte di vimini intrecciati riempiono con uomini vivi, con questi incendiati, gli uomini vengono privati della vita circondati dalla fiamma. Il supplizio di coloro che furono colti in furto, in latrocinio o per altro verso colpevoli, dicevano che fosse più gradito agli dei immortali. Ma quando mancava disponibilità di uomini di tal fatta, scendono anche a supplizi di innocenti.
De bello gallico VI, 19
Viri, quantas pecunias ab uxoribus dotis nomine acceperunt, tantas ex suis bonis aestimatione facta cum dotibus communicant. Huius omnis pecuniae coniunctim ratio habetur fructusque servantur: uter eorum vita superarit, ad eum pars utriusque cum fructibus superiorum temporum pervenit. Viri in uxores, sicuti in liberos, vitae necisque habent potestatem; et cum paterfamiliae illustriore loco natus decessit, eius propinqui conveniunt et, de morte si res in suspicionem venit, de uxoribus in servilem modum quaestionem habent et, si compertum est, igni atque omnibus tormentis excruciatas interficiunt. Funera sunt pro cultu Gallorum magnifica et sumptuosa; omniaque quae vivis cordi fuisse arbitrantur in ignem inferunt, etiam animalia, ac paulo supra hanc memoriam servi et clientes, quos ab eis dilectos esse constabat, iustis funeribus confectis una cremabantur.
I mariti, dopo aver fatto una stima, mettono insieme alla dote (della moglie) tanti beni (tratti) dalle loro sostanze quante ne hanno ricevute dalla moglie a titolo di dote. Di tutto questo patrimonio si tiene l'amministrazione in comune e si conservano gli interessi. La parte di entrambi con gli interessi degli anni precedenti, tocca a quello di loro due che è sopravvissuto di più.L'uomo ha potere di vita e di morte su moglie e figli e quando muore un nobile, se sorgono sospetti sulle circostanze della morte, fanno un processo alla moglie e se si è raggiunta la prova della colpevolezza, la uccidono dopo averla torturata col fuoco e con ogni tipo di tormenti.I funerali sono, in relazione al grado di civiltà dei galli, fastosi e sontuosi; ogni cosa che ritengono sia stata cara ai defunti quando erano in vita, viene gettata nel fuoco, anche gli animali, e, poco prima di quest'epoca, i servi, che risultava evidente fossero cari ai defunti, venivano nello stesso tempo cremati.
De bello gallico VI, 22
Agriculturae non student, maiorque pars eorum victus in lacte, caseo, carne consistit. Neque quisquam agri modum certum aut fines habet proprios; sed magistratus ac principes in annos singulos gentibus cognationibusque hominum, qui una coierunt, quantum et quo loco visum est agri attribuunt atque anno post alio transire cogunt. Eius rei multas adferunt causas: ne adsidua consuetudine capti studium belli gerendi agricultura commutent; ne latos fines parare studeant, potentioresque humiliores possessionibus expellant; ne accuratius ad frigora atque aestus vitandos aedificent; ne qua oriatur pecuniae cupiditas, qua ex re factiones dissensionesque nascuntur; ut animi aequitate plebem contineant, cum suas quisque opes cum potentissimis aequari videat.
I Germani non si dedicano all'agricoltura e la maggior parte del loro nutrimento consiste in latte, formaggio, carne. Nessuno ha una estensione determinata di terreno o propri territori, ma i capi e i magistrati di anno in anno assegnano alle famiglie, alle parentele e a quegli uomini che si sono riuniti insieme, quella quantità di terra che, a loro, è sembrato opportuna e nel luogo in cui (è sembrato opportuno) e li costringono l'anno dopo a trasferirsi altrove. Adducono molte ragioni di ciò: perché non cambino la passione del fare la guerra (la passione per i combattimenti) con l';agricoltura, presi dalla abitudine della vita sedentaria; perché non cerchino di procurarsi vasti terreni, perché i più potenti non scaccino dai loro possedimenti i più umili; perché non costruiscano case con troppa cura per evitare il freddo e il caldo; perché non si manifesti una qualche avidità di denaro da cui nascano ribellioni e discordie; per tenere a freno la plebe attraverso la moderazione dal momento che ognuno vede che le sue ricchezze sono uguali a quelle dei più potenti.
De bello gallico VI, 23
Civitatibus maxima laus est quam latissime circum se vastatis finibus solitudines habere. Hoc proprium virtutis existimant, expulsos agris finitimos cedere, neque quemquam prope audere consistere; simul hoc se fore tutiores arbitrantur repentinae incursionis timore sublato. Cum bellum civitas aut illa tum defendit aut infert, magistratus, qui ei bello praesint, ut vitae necisque habeant potestatem, deliguntur. In pace nullus est communis magistratus, sed principes regionum atque pagorum inter suos ius dicunt controversiasque minuunt. Latrocinia nullam habent infamiam, quae extra fines cuiusque civitatis fiunt, atque ea iuventutis exercendae ac desidiae minuendae causa fieri praedicant. Atque ubi quis ex principibus in concilio dixit se ducem fore, qui sequi velint, profiteantur, consurgunt ei qui et causam et hominem probant suumque auxilium pollicentur atque ab multitudine collaudantur: qui ex his secuti non sunt, in desertorum ac proditorum numero ducuntur, omniumque his rerum postea fides derogatur. Hospitem violare fas non putant; qui quacumque de causa ad eos venerunt, ab iniuria prohibent, sanctos habent, hisque omnium domus patent victusque communicatur.
Per le tribù è motivo di grande gloria avere attorno a sé luoghi deserti, per l'estensione più vasta possibile dopo che i territori erano stati devastati ritengono che questa sia la caratteristica (propria) del valore, (cioè) che i confinanti scacciati si ritirino dai loro campi e che nessuno osi fermarsi vicino a loro. Nello stesso tempo ritengono che saranno più sicuri per questo motivo, (cioè) una volta eliminato il timore di un attacco improvviso.Quando una tribù o respinge una guerra che le è stata mossa contro o porta guerra (a sua volta), vengono eletti magistrati per essere a capo di quella guerra (i quali siano a capo di quella guerra) e perché abbiano motivo di vita e di morte.In tempo di pace non c'è nessun pubblico magistrato, ma i capi delle zone e dei villaggi amministrano la giustizia e riducono le controversie tra i loro sudditi.Le rapine non portano ad alcun disonore quando si fanno fuori dai confini di ogni tribù, e affermano che esse vengano fatte per tenere in esercizio la gioventù e per eliminare la pigrizia. Quando qualcuno dei capi annuncia in tribunale che diventerà capo, coloro che vogliono seguirlo lo dichiarano, si alzano coloro che approvano sia la causa sia gli uomini, e offrono il loro aiuto e sono lodati dalla folla; quelli tra loro che non lo seguono vengono contati nel mezzo dei disertori e dei traditori; e a questi in seguito è tolta ogni fiducia.Non credono sia lecito offendere un ospite; difendono dall'offesa e ritengono inviolabili coloro che sono andati da loro per qualsiasi motivo e le cose di tutti sono disponibili per loro e il cibo è messo in comune.
De bello gallico VII, 69
Ipsum erat oppidum Alesia in colle summo admodum edito loco, ut nisi obsidione expugnari non posse videretur; cuius collis radices duo duabus ex partibus flumina subluebant. Ante id oppidum planities circiter milia passuum tria in longitudinem patebat: reliquis ex omnibus partibus colles mediocri interiecto spatio pari altitudinis fastigio oppidum cingebant. Sub muro, quae pars collis ad orientem solem spectabat, hunc omnem locum copiae Gallorum compleverant fossamque et maceriam sex in altitudinem pedum praeduxerant. Eius munitionis quae ab Romanis instituebatur circuitus XI milia passuum tenebat. Castra opportunis locis erant posita ibique castella viginti tria facta, quibus in castellis interdiu stationes ponebantur, ne qua subito eruptio fieret: haec eadem noctu excubitoribus ac firmis praesidiis tenebantur.
Sulla cima del colle c'era la stessa città di Alesia, in un luogo molto elevato tanto che non si può vedere se non espugnata con un assedio, alle basi del qual colle scorrevano 2 fiumi dalle due parti. Sul lato ovest della città si estendeva una pianura di circa 3000 passi in longitudine; da tutte le parti rimanenti i colli di uguale altezza, a breve distanza, cingevano la città. Sul muro la qual parte guarda i colli ad oriente, le truppe dei Galli avevano riempito tutto questo luogo con una fossa e un muro a secco che misuravano sei piedi in altitudine. Della sua opera di fortificazione che dai romani era costruita, la teneva circondata di 10000 passi. Gli accampamenti erano stati posti in luoghi vantaggiosi e nello stesso modo i fortini, 23 fabbricati, nei quali durante il giorno erano posti i picchetti, affinchè non fosse fatto nessun attacco subito; di notte invece queste stesse erano tenute dalle sentinelle e dalle forti guarnigioni.
De bello gallico VII, 70
Opere instituto fit equestre proelium in ea planitie, quam intermissam collibus tria milia passuum in longitudinem patere supra demonstravimus. Summa vi ab utrisque contenditur. Laborantibus nostris Caesar Germanos summittit legionesque pro castris constituit, ne qua subito irruptio ab hostium peditatu fiat. Praesidio legionum addito nostris animus augetur: hostes in fugam coniecti se ipsi multitudine impediunt atque angustioribus portis relictis coacervantur. Germani acrius usque ad munitiones sequuntur. Fit magna caedes: nonnulli relictis equis fossam transire et maceriam transcendere conantur. Paulum legiones Caesar quas pro vallo constituerat promoveri iubet. Non minus qui intra munitiones erant perturbantur Galli: veniri ad se confestim existimantes ad arma conclamant; nonnulli perterriti in oppidum irrumpunt. Vercingetorix iubet portas claudi, ne castra nudentur. Multis interfectis, compluribus equis captis Germani sese recipiunt.
Cominciata l'opera, accade un combattimento a cavallo in quella pianura che abbiamo spiegato che si estende di 3000 passi in longitudine situata fra le colline. Con estrema forza è contesa da entrambi. Cesare manda in aiuto ai nostri in difficoltà i cavalieri germanici e colloca le legioni in difesa degli accampamenti, affinchè non ci fosse subito un assalto dei nemici con la fanteria. L'animo è arricchito con il comando delle legioni dato ai Romani; i nemici, in fuga, si ostacolano da sè per il grande numero, si intralciano e si accalcano alle porte lasciate troppo strette. I Germani, con più ardore di prima, cercano di raggiungere i ripari. Succede una grande strage. Alcuni, abbandonati i cavalli, tentano di attraversare il fosso e di superare il muro a secco. Cesare ordina alle legioni, che aveva disposto a difesa della valle, di avanzare un po'. Non meno erano agitati coloro che erano nelle fortificazioni. I Galli gridano subito alle armi pensando di essere venuti; alcuni spaventati invadono la città. Vercingetorige ordina che siano chiuse le porte, affinchè non vengano saccheggiati gli accampamenti. Poichè molti erano stati massacrati e molti cavalli catturati, i Germani si ritirano.
De bello gallico VII, 76
Huius opera Commi, ut antea demonstravimus, fideli atque utili superioribus annis erat usus in Britannia Caesar; quibus ille pro meritis civitatem eius immunem esse iusserat, iura legesque reddiderat atque ipsi Morinos attribuerat. Tamen tanta universae Galliae consensio fuit libertatis vindicandae et pristinae belli laudis recuperandae, ut neque beneficiis neque amicitiae memoria moverentur, omnesque et animo et opibus in id bellum incumberent. Coactis equitum VIII milibus et peditum circiter CCL haec in Aeduorum finibus recensebantur, numerusque inibatur, praefecti constituebantur. Commio Atrebati, Viridomaro et Eporedorigi Aeduis, Vercassivellauno Arverno, consobrino Vercingetorigis, summa imperi traditur. His delecti ex civitatibus attribuuntur, quorum consilio bellum administraretur. Omnes alacres et fiduciae pleni ad Alesiam proficiscuntur, neque erat omnium quisquam qui aspectum modo tantae multitudinis sustineri posse arbitraretur, praesertim ancipiti proelio, cum ex oppido eruptione pugnaretur, foris tantae copiae equitatus peditatusque cernerentur.
Negli anni precedenti, come prima abbiamo dimostrato, Cesare si era servito delle opere utili e sincere di questo Commio in Britannia; per questi meriti quello aveva ordinato che fosse esente da tributo nella sua città, aveva concesso il diritto di governare secondo le proprie leggi e aveva attribuito a quello il potere sui Morini. Tuttavia tanto grande era l'accordo di tutti i Galli per rivendicare la libertà e recuperare l'elogio della guerra, che nè con i favori, nè con il ricordo dell'amicizia si sarebbero commossi e tutti, rischiando sia la vita, sia quello che possedevano, si apprestariono alla guerra. Radunati 8000 soldati di cavalleria e circa 250000 soldati di fanteria, questi venivano passati in rassegna nei confini degli Edui, ne veniva fatto il conto, venivano definiti i comandanti. Viene affidato il grosso dell'impero di Vercingetorige a Commio per gli Atrebati, a Viridomano ed Eporedorigi per gli Edui e al cugino Vercasivellauno per gli Arverni. A questi venivano affiancati delegati dai cittadini che avrebbero provveduto alla consulta di guerra. Tutti attivi e pieni di fiducia vanno ad Alesia e non c'era nessuno che pensasse di poter essere trattenuto da parte dei Romani alla vista di tanta moltitudine, specialmente nella battaglia su due fronti, fronteggiando una sortita fuori dalla città, ma essendo assediati dall'esterno da tante milizie di fanti e cavalieri.
De bello gallico VII, 78
Sententiis dictis constituunt ut ei qui valetudine aut aetate inutiles sunt bello oppido excedant, atque omnia prius experiantur, quam ad Critognati sententiam descendant: illo tamen potius utendum consilio, si res cogat atque auxilia morentur, quam aut deditionis aut pacis subeundam condicionem. Mandubii, qui eos oppido receperant, cum liberis atque uxoribus exire coguntur. Hi, cum ad munitiones Romanorum accessissent, flentes omnibus precibus orabant, ut se in servitutem receptos cibo iuvarent. At Caesar dispositis in vallo custodibus recipi prohibebat.
Dette le opinioni, stabiliscono che coloro che non sono di nessun aiuto alla guerra per la salute o l'età, abbandonino la città e provino ogni cosa prima di ridursi ad accettare la sentenza di Critognato; tuttavia a quello dice piuttosto di approfittare del consiglio, se la situazione lo richiedesse e gli aiuti si attardassero, piuttosto che di sopportare la condizione di resa o di pace. I Mandubii, che si erano ritirati dalla città, sono obbligati a partire con gli schiavi e le mogli. Questi, arrivati alle costruzioni dei Romani, piangenti, pregavano a tutti i costi affinchè soccorressero con cibo loro presi in servitù. Ma Cesare proibì che fossero accolti, disponendo vigilanti nella valle.
De bello gallico VII, 80
Caesar omni exercitu ad utramque partem munitionum disposito, ut, si usus veniat, suum quisque locum teneat et noverit, equitatum ex castris educi et proelium committi iubet. Erat ex omnibus castris, quae summum undique iugum tenebant, despectus, atque omnes milites intenti pugnae proventum exspectabant. Galli inter equites raros sagittarios expeditosque levis armaturae interiecerant, qui suis cedentibus auxilio succurrerent et nostrorum equitum impetus sustinerent. Ab his complures de improviso vuluerati proelio excedebant. Cum suos pugna superiores esse Galli confiderent et nostros multitudine premi viderent, ex omnibus partibus et ei qui munitionibus continebantur et hi qui ad auxilium convenerant clamore et ululatu suorum animos confirmabant. Quod in conspectu omnium res gerebatur neque recte ac turpiter factum celari poterat, utrosque et laudis cupiditas et timor ignominiae ad virtutem excitabant. Cum a meridie prope ad solis occasum dubia victoria pugnaretur, Germani una in parte confertis turmis in hostes impetum fecerunt eosque propulerunt; quibus in fugam coniectis sagittarii circumventi interfectique sunt. Item ex reliquis partibus nostri cedentes usque ad castra insecuti sui colligendi facultatem non dederunt. At ei qui ab Alesia processerant maesti prope victoria desperata se in oppidum receperunt.
Cesare, schierato tutto l'esercito su entrambe le parti della fortificazione affinchè, se sia necessario, ciascuno tenga il suo posto e lo conosca, ordinò che fosse condotta fuori la cavalleria e di attaccare battaglia. Da tutti gli accampamenti, che tenevano ovunque il dominio supremo, si dominava e tutti i soldati aspettavano con animi tesi l'esito della battaglia. I Galli avevano posto tra i cavalieri straordinari arcieri e fanti con armatura leggera, affinchè aiutassero i loro compagni che cedevano e sostenessero l'avanzata dei nostri cavalieri. Parecchi di questi ultimi, feriti all'improvviso da loro, abbandonarono il combattimento.I Galli, confidando nell'essere superiori nella battaglia e vedendo i nostri, sia quelli che erano racchiusi dalle mura, sia quelli che erano venuti in aiuto, sopraffatti, incitavano da tutte le parti gli animi dei loro compagni con urla e schiamazzi. Poichè era compiuta una cosa al cospetto di tutti e azioni gloriose o vili non potevano essere nascoste, gli uni e gli altri erano stimolati ad affaticarsi, sia dalla brama di gloria, sia dalla paura della vergogna. Si stava combattendo con esito incerto da mezzogiorno fino al tramonto del sole, i Germani concentrarono la forza verso i nemici in una parte in gruppi uniti e li mettono in fuga; rivolti alla fuga questi, gli arcieri assaliti furono uccisi. E così i nostri, attaccando da tutte le parti i nemici che si ritiravano agli accampamenti, non diedero loro la possibilità di riprendersi. E quelli che erano usciti da Alesia, addolorati come se non sperassero più di vincere, si ritirarono in città.

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