Actio I in Verrem

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Testo

Actio I in Verrem – 11,12,13
Presentazione dell’orazione:
Nel 70 a.C. i provinciali siciliani1 proposero a Cicerone, dopo che aveva svolto la funzione di questore dal 76 al 71 a.C. con scrupolo e onestà e mentre dopo aver ottenuto in seguito l'aedilitas, una magistratura minore più amministrativa che politica, di sostenere la causa contro il propretore Verre , accusato di concussione2 (crimen pecuniarum repetundarum) cioè di aver dissanguato l'isola nel triennio 73-71 a.C.3 e aver sfruttato la provincia, pensando solo ai propri interessi.
Cicerone accettò, correndo il rischio di separarsi dai suoi protettori. 4
Ortensio Ortalo, più anziano di Cicerone e oratore rinomato per il suo talento, assunse il compito della difesa. Verre e il suo difensore Ortensio tentarono di negare il diritto di accusa a Cicerone e di darlo ad un accusatore addomesticato, Cecilio.
Allora però Cicerone scrisse la prima Divinatio In Cecilium in cui chiedeva al tribunale di scegliere lui come accusatore e di non scegliere Cecilio che avrebbe favorito Verre e riuscì a convincere il tribunale e la manovra di Ortensio per avere un accusatore di paglia fallì.
Cicerone si fece portare i libri dei conti di Verre e di suo padre ed esaminò la contabilità delle società di pubblicani, esattori delle tasse di Roma. Ebbe la sorpresa di scoprire che le registrazioni contabili relative a Verre erano scomparse. Tuttavia riuscì a recuperarne alcune che erano rimaste in archivi privati dei publicani. Pose sotto sequestro scritture e beni di Verre.
Alla metà di febbraio Cicerone partì per la Sicilia, Lucio Cecilio Metello, il nuovo governatore, si dimostrò ostile, quindi dovette fare le indagini praticamente da solo.
Cicerone raccolse con zelo le prove della colpevolezza, ma anche con rapidità, il che permise di anticipare i tempi del processo, così da cogliere alla sprovvista la controparte, che puntava a far addormentare il processo per i lunghi tempi richiesti.
La selezione dei giudici aveva portato alla formazione di una corte onesta, da cui ci si poteva aspettare un giudizio equo. Tuttavia uno dei due consoli designati per l'anno successivo era proprio Ortensio Ortalo, il difensore di Verre, e l'altro, Lucio Cecilio Metello, era amicissimo di Ortensio; inoltre due fratelli di Lucio Cecilio Metello erano stati eletti pretori contemporaneamente all'elezione al consolato di Cecilio. Uno di essi era stato assegnato per sorteggio alla provincia di Sicilia, mentre il secondo era stato sorteggiato presidente del tribunale de repetundis. Bastava quindi tirare per le lunghe l'actio prima fino a quando nn fossero entrati in carica i pretori e i consoli favorevoli a Verre.
Il 5 agosto del 70 a.C. ebbe inizio il processo a Verre. Cicerone spiazzò completamente la difesa perché anziché esporre l'accusa chiamò immediatamente a deporre i testimoni, così guadagnò molto tempo e impedì alla difesa di chiedere una proroga per l'approfondimento delle indagini preliminari.
Per 8 giorni i testimoni si avvicendarono davanti al tribunale e le testimonianze risultarono schiaccianti. Verre addirittura si diede ammalato e rinunciò ad assistere alle sedute. A metà agosto l'actio prima era giunta al termine e il processo venne rinviato al 20 settembre per l'actio secunda.
Di fronte a prove così schiaccianti, alla metà di settembre, prima della ripresa del processo, per non essere pubblicamente svergognato, Verre scelse l'esilio volontario e si imbarco per Marsiglia, dove rimarrà a Marsiglia per 26 anni tra le sue statue e i suoi gioielli, trafugati prima della condanna.
Alla ripresa del processo non ci fu bisogno di procedere con l'actio secunda, la fuga di Verre era una esplicita ammissione di colpevolezza. Ortensio riuscì a contenere il risarcimento in tre milioni di sesterzi, una cifra modesta rispetto a quanto era stato estorto da Verre.
Le cinque orazioni (Actio II- praetura urbana, de praetura Siciliensi, de frumento, de signis, de supliciis) preparate per le successive fasi del processo furono pubblicate più tardi in forma di arringa accusatoria e costituiscono una importante prova del malgoverno che l'oligarchia senatoria esercitava a seguito delle riforme di Silla.
Se diamo ascolto a ciò che Cicerone dice nella Actio I in Verrem, la differenza era enorme5: secondo lui, i tribunali gestiti dai cavalieri avevano dato prova di incorrutibilità, mentre i tribunali gestiti dalla nobilitas senatoria avevano distrutto la fiducia nella giustizia; si sottolinea così la bassezza morale di una classe dirigente che ha perso totalmente il senso delle proprie responsabilità e con esso il senso del pudore. Attaccando Verre, Cicerone attaccò la prepotenza della nobiltà corrotta ma non il ceto senatorio, anzi puntando alla dignità di tale ordine chiese di cacciare i membri indegni. Alla forza del denaro Cicerone contrappone sia i valori civili della respublica, primo fra tutti la giustizia, personificata nelle istituzioni (iudicia), sia i valori quali gratia, auctoritas, potentia, propri di una società in cui il senso di appartenenza di ogni cittadino allo Stato è forte.
In tal modo, non solo cerca di isolare Verre e i suoi amici come la parte malata di una società sana, ma elogia l'organizzazione tradizionale della società, le cui leggi sono giuste.
Le orazioni - come detto, mai effettivamente pronunciate - si rivelano, infine, come un documento storico di grande importanza per conoscere i metodi di cui si serviva l'amministrazione romana nelle province.
[11] Nunc ego, iudices, iam vos consulo, quid mihi faciendum putetis. Id enim consili mihi profecto taciti dabitis, quod egomet mihi necessario capiendum intellego. Si utar ad dicendum meo legitimo tempore, mei laboris industriae, diligentiaeque capiam fructum; et [ex accusatione] perficiam ut nemo umquam post hominum memoriam paratior, vigilantior, compositior ad iudicium venisse videatur. Sed, in hac laude industriae meae, reus ne elabatur summum periculum est. Quid est igitur quod fieri possit? Non obscurum, opinor, neque absconditum. Fructum istum laudis, qui ex perpetua oratione percipi potuit, in alia tempora reservemus: nunc hominem tabulis, testibus, privatis publicisque litteris auctoritatibusque accusemus. Res omnis mihi tecum erit, Hortensi. Dicam aperte: si te mecum dicendo ac diluendis criminibus in hac causa contendere putarem, ego quoque in accusando atque in explicandis criminibus operam consumerem; nunc, quoniam pugnare contra me instituisti, non tam ex tua natura quam ex istius tempore et causa [malitiose], necesse est istius modi rationi aliquo consilio obsistere. Tua ratio est, ut secundum binos ludos mihi respondere incipias; mea, ut ante primos ludos comperendinem. Ita fit ut tua ista ratio existimetur astuta, meum hoc consilium necessarium.
Nunc ego, iudices, iam vos consulo, princ.
quid putetis interr.indir.
mihi faciendum. infinitiva con perifrastica passiva (sottointeso esse)
Id enim consili mihi profecto dabitis princ.
taciti, part.cong.
quod egomet mihi intellego relativa
necessario capiendum. infinitiva con perifrastica passiva (sottointeso esse)
Si utar tempore ipotetica
ad dicendum meo legitimo, gerundio
mei laboris industriae, diligentiaeque capiam fructum; reggente della sub. ipotetica
et [ex accusatione] perficiam coordinata a princ
ut nemo umquam post hominum memoriam paratior, vigilantior, compositior ad iudicium venisse videatur. consecutiva
Sed, in hac laude industriae meae, summum periculum est princ.
reus ne elabatur. dichiarativa
Quid est igitur interrogativa diretta
quod fieri possit? relativa
Non obscurum, opinor, neque absconditum. principale
Fructum istum laudis,
qui ex perpetua oratione percipi potuit, relativa
in alia tempora reservemus: principale
nunc hominem tabulis, … auctoritatibusque accusemus. coord. a principale
Res omnis mihi tecum erit, Hortensi. principale(sum pro habeo)
Dicam aperte: principale
si putarem ipotetica
te mecum in hac causa contendere infinitiva
dicendo ac diluendis criminibus, gerundio e gerundivo
ego quoque operam consumerem reggente della sub. ipotetica
in accusando atque in explicandis criminibus; gerundio e gerundivo
nunc necesse est istius modi rationi aliquo consilio obsistere principale
quoniam pugnare contra me instituisti, non tam ex tua natura quam ex istius tempore et causa [malitiose]. causale
Tua ratio est, principale
ut secundum binos ludos mihi respondere incipias; dichiarativa
mea,
ut ante primos ludos comperendinem. dichiarativa
Ita fit principale
ut tua ista ratio existimetur astuta, dichiarativa
meum hoc consilium necessarium. dichiarativa
Trascrizione: Ora, giudici, io allora consulto voi su cosa pensate che io dovrò fare. E certamente, taciti, darete a me la decisione che io stesso capisco che necessariamente deve essere presa. Se impiego il tempo detto mio legittimo, coglierò il frutto della mia fatica, del mio lavoro e della mia diligenza; e dall’accusa farò che nessuno mai a memoria d’uomo sembri venuto a un processo più preparato, vigile e ordinato. Ma in questa lode per la mia attività il pericolo massimo è che il colpevole sfugga.
Cosa è dunque che io possa fare? Credo (non sia) né oscuro né segreto. Codesto frutto della lode, che può essere ottenuto da un’orazione continua, riserviamolo a altri tempi: ora accusiamo l’uomo con tavole, testimoni, documenti pubblici e privati e con autorevolezza. Avrò (spartirò, combatterò) con te tutta la faccenda, Ortensio. Dirò apertamente: se pensassi che ti confronteresti con me in questo processo nel sostenere e nell’indebolire le accuse, anch’io impiegherei cura nell’accusare e nell’esporre le imputazioni. Ora, poiché tu hai intrapreso a batterti contro di me non tanto secondo la tua posizione (di difensore), ma quanto, slealmente, secondo la circostanza e la posizione di questo, è necessario opporsi a un ragionamento di questo genere con qualche piano. Il tuo proposito è che tu inizi a rispondere a me dopo i 2 ludi, il mio è di rinviare (le parti per la sentenza) prima dei primi ludi. Così risulterà che codesto tuo progetto sia giudicato astuto, questo mio piano necessario.
Traduzione: Ora, giudici, allora vi domando cosa credete che io debba fare. Sicuramente, senza discutere troppo, giungerete alla stessa decisione che per me è evidente che debba essere presa. Impiegando il mio tempo legittimo, otterrò i risultati della mia fatica, del mio lavoro e della mia diligenza; e farò un lavoro tanto curato che nessuno si ricordi di un avvocato più preparato, attento e perfetto. Ma tutta questa lode può distrarmi e portare al rilascio del colpevole. Cosa posso dunque fare? La risposta non è un segreto. Rimandiamo la lunga e completa orazione, frutto della lode, a altri tempi: ora accusiamo l’imputato studiando le tavole delle leggi precedenti, interrogando i testimoni, esaminando i documenti pubblici e privati, e tenendo conto della fama. Questo processo, Ortensio, è tra me e te. Dirò chiaramente: non penso che tu ti confronterai con me cercando di indebolire le mie accuse, quindi io non impiegherò molta cura nell’approfondire e nell’esporre le imputazioni. Invece, siccome hai iniziato a difendere in modo sleale puntando sulla posizione di potere del colpevole, io devo porre un piano per contrastare il tuo proposito. Tu hai intenzione di esporre l’orazione per la difesa dopo i 2 ludi, in modo da prolungare il processo, io invece voglio ottenere il rinvio delle parti per la sentenza prima dei primi ludi. In questo modo il tuo progetto sarà considerato una furbizia, il mio una necessità.

[12] Verum illud quod institueram dicere, mihi rem tecum esse, huius modi est. Ego cum hanc causam Siculorum rogatu recepissem, idque mihi amplum et praeclarum existimassem, eos velle meae fidei diligentiaeque periculum facere, qui innocentiae abstinentiaeque fecissent, tum suscepto negotio, maius quiddam mihi proposui, in quo meam in rem publicam voluntatem populus Romanus perspicere posset. Nam illud mihi nequaquam dignum industria conatuque meo videbatur, istum a me in iudicium, iam omnium iudicio condemnatum, vocari, nisi ista tua intolerabilis potentia, et ea cupiditas qua per hosce annos in quibusdam iudiciis usus es, etiam in istius hominis desperati causa interponeretur. Nunc vero, quoniam haec te omnis dominatio regnumque iudiciorum tanto opere delectat, et sunt homines quos libidinis infamiaeque suae neque pudeat neque taedeat, — qui, quasi de industria, in odium offensionemque populi Romani inruere videantur, — hoc me profiteor suscepisse, magnum fortasse onus et mihi periculosissimum, verum tamen dignum in quo omnis nervos aetatis industriaeque meae contenderem.

Quoniam totus ordo paucorum improbitate et audacia premitur et urgetur infamia iudiciorum, profiteor huic generi hominum me inimicum accusatorem, odiosum, adsiduum, acerbum adversarium. Hoc mihi sumo, hoc mihi deposco, quod agam in magistratu, quod agam ex eo loco ex quo me populus Romanus ex Kal. ianuariis secum agere de re publica ac de hominibus improbis voluit: hoc munus aedilitatis meae populo Romano amplissimum pulcherimumque polliceor. Moneo, praedico, ante denuntio; qui aut deponere, aut accipere, aut recipere, aut polliceri, aut sequestres aut interpretes corrumpendi iudici solent esse, quique ad hanc rem aut potentiam aut impudentiam suam professi sunt, abstineant in hoc iudicio manus animosque ab hoc scelere nefario.
Verum illud
quod institueram dicere, relativa
mihi rem tecum esse, soggettiva
huius modi est. principale
Ego
cum hanc causam Siculorum rogatu recepissem, narrativa valore temp
idque mihi amplum et praeclarum existimassem, coordinata narrativa valore causale
eos velle meae fidei diligentiaeque periculum facere, soggettiva
qui innocentiae abstinentiaeque fecissent, relativa
tum maius quiddam mihi proposui principale
suscepto negotio, abl. assoluto
in quo meam in rem publicam voluntatem populus Romanus perspicere posset. relativa
Nam illud mihi nequaquam dignum industria conatuque meo videbatur, principale
istum a me in iudicium vocari soggettiva
iam omnium iudicio condemnatum, participio congiunto
nisi ista tua intolerabilis potentia, et ea cupiditas
qua per hosce annos in quibusdam iudiciis usus es, etiam in istius hominis desperati causa relativa
interponeretur. ipotetica
Nunc vero,
quoniam haec te omnis dominatio regnumque iudiciorum tanto opere delectat, causale
et sunt homines coordinata causale
quos libidinis infamiaeque suae neque pudeat neque taedeat, relativa
— qui, quasi de industria, in odium offensionemque populi Romani inruere videantur, — relativa
hoc me profiteor principale
suscepisse, magnum fortasse onus et mihi periculosissimum, verum tamen dignum infinit.
in quo omnis nervos aetatis industriaeque meae contenderem. relativa
Quoniam totus ordo paucorum improbitate et audacia premitur causale
et urgetur infamia iudiciorum, coordinata causale
profiteor huic generi hominum me inimicum accusatorem, odiosum, adsiduum, acerbum adversarium. principale
Hoc mihi sumo, principale
hoc mihi deposco, coordinata principale
quod agam in magistratu, relativa
quod agam ex eo loco relativa
ex quo populus Romanus ex Kal. ianuariis voluit relativa
me secum agere de re publica ac de hominibus improbis: infinitiva
hoc munus aedilitatis meae populo Romano amplissimum pulcherimumque polliceor. coord.princ.
Moneo, praedico, ante denuntio; principale
qui aut deponere, aut accipere, aut recipere, aut polliceri, aut sequestres relativa
aut interpretes solent esse corrumpendi iudici, coord.relativa
quique ad hanc rem aut potentiam aut impudentiam suam professi sunt, coord.relativa
abstineant in hoc iudicio manus animosque ab hoc scelere nefario. coordinata principale

Trascrizione: Però ciò che avevo iniziato a dire, che la faccenda è tra me e te, è di questo genere. Quando io accettai questa causa su richiesta dei siciliani e poiché giudicai ciò onorevole e glorioso per me, che volessero mettere alla prova la mia lealtà e scrupolosità coloro che l’avevano fatto con l’onestà e l’integrità, allora, incaricatomi del processo, mi proposi qualcosa di più, nel quale il popolo romano potesse scorgere la mia buona disposizione per la repubblica. Infatti a me non sembrava per niente degno del mio impegno e fatica questo, che codesto, già condannato dall’opinione di tutti, fosse chiamato in giudizio da me, se non si fosse intromessa anche nella causa di codesto uomo disperato codesta tua insopportabile autorità e quella brama che durante questi anni hai usato in certi processi.
Ora invece poiché questo dominio di tutto e il dispotismo nei processi ti compiacciono moltissimo, e ci sono uomini che non si vergognano né provano disgusto della sua dissolutezza e cattiva fama – che sembrano, come di proposito, incorrere nell’odio e nel malcontento del popolo romano – dichiaro di aver preso su di me questo, un peso grande e per me rischiosissimo, però, tuttavia, degno in ciò che richiede tutte le energie della mia età e attività.
Poiché l’intero ordine per la malvagità e l’audacia di pochi è oppressa e tormentata dall’infamia delle azioni giuridiche, mi dichiaro accusatore ostile, odioso, ostinato, duro avversario degli uomini di questo tipo. Mi assumo questo, lo esigo per me, che eserciterò la carica, e che svolgerò da quel posto da cui il popolo romano dalle calende di gennaio ha voluto che io mi occupassi con questo della repubblica e degli uomini disonesti: offro questo servizio glorioso e bellissimo della mia carica di edile. Ammonisco, avverto, preannuncio; coloro che sono soliti o depositare o ricevere (somme di denaro) o permettere o promettere o essere mediatori nel corrompere i giudici e coloro che esercitano la forza e l’assenza di intenzione per questa cosa, trattengano in questo processo la mano e gli animi da questo crimine infame.
Traduzione:Quando ho iniziato a dire che la faccenda è tra me e te intendevo questo. Quando accettai l’incarico dopo la richiesta dei siciliani, che già mi avevano dato l’occasione per dimostrare la mia onesta e integrità, sapevo che poteva portarmi gloria e onore, poiché metteva alla prova la mia lealtà e scrupolosità. Allora, preso ufficialmente la causa, volendo mettere in mostra la mia disponibilità e la mia benevolenza verso la repubblica, mi proposi qualcosa in più. Mi sembrava infatti poco dignitoso per il mio lavoro attaccare un uomo già condannato da tutti, ma a convincermi è stato il desiderio di mettere a tacere la tua insopportabile autorità e brama che hai già usato diverse volte nei processi. Ma ora, poiché ti compiaci molto di questa tua sicurezza e dispotismo e sei appoggiato da uomini che non provano vergogna né disgusto per la dissolutezza del reo e che sembrano suscitare di proposito l’odio e il malcontento del popolo romano, dichiaro solennemente di incaricarmi di questo peso, grande e molto rischioso, ma sempre degno delle energie della mia età e del mio lavoro.
Poiché tutta la società per la malvagità e l’opera di pochi è oppressa e offuscata da azioni giuridiche infami, sarò un accusatore ostile, odioso, ostinato, un instancabile avversario di questi uomini.
Assumo e esigo questo incarico, e quindi accetto la causa, che svolgerò come edile, come ha voluto il popolo di Roma, che mi occupassi dei giochi della città e degli uomini disonesti. Questò sarà il mio servizio da edile, un dono grandioso e illustre. Avverto tutti coloro che hanno qualcosa a che fare con la corruzione dei giudici, anche se solo mediatori o inconsapevoli esercenti, che si trattengano durante questo processo nello svolgere e nel solo progettare questo crimine infame.

[13] Erit tum consul Hortensius cum summo imperio et potestate; ego autem aedilis,hoc est, paulo amplius quam privatus. Tamen huius modi haec res est, quam polliceor me acturum esse, ita populo Romano grata atque iucunda, ut ipse consul in hac causa prae me minus etiam (si fieri possit) quam privatus esse videatur. Omnia non modo commemorabuntur, sed etiam, eitis certis rebus agentur, quae inter decem annos, postea quam iudicia ad senatum translata sunt, in rebus iudicandis nefarie flagitioseque facta sunt. Cognoscet ex me populus Romanus quid sit, quam ob rem, cum equester ordo iudicaret, annos prope quinquaginta continuos, in nullo iudice [equite Romano iudicante] ne tenuissima quidem suspicio acceptae pecuniae ob rem iudicandam constituta sit: quid sit quod, iudiciis ad senatorium ordinem translatis, sublataque populi Romani in unum quemque vestrum potestate, Q. Calidus damnatus dixerit, minoris HS triciens praetorium hominem honeste non posse damnari: quid sit quod, P. Septimio senatore damnato, Q. Hortensio praetore, de pecuniis repetundis lis aestimata sit eo nomine, quod ille ob rem iudicandam pecuniam accepisset; quod in C. Herennio, quod in C. Popilio, senatoribus, qui ambo peculatus damnati sunt; quod in M. Atilio, qui de maiestate damnatus est, hoc planum factum sit, eos pecuniam ob rem iudicandam accepisse; quod inventi sint senatores, qui, C. Verre praetore urbano sortiente, exirent in eum reum, quem incognita causa condemnarent; quod inventus sit senator, qui, cum iudex esset, in eodem iudicio et ab reo pecuniam acciperet quam iudicibus divideret, et ab accusatore, ut reum condemnaret. iam vero quo modo illam labem, ignominiam, calamitatemque totius ordinis conquerar, hoc factum esse in hac civitate, cum senatorius ordo iudicaret, ut discoloribus signis iuratorum hominum sententiae notarentur? Haec omnia me diligenter severeque acturum esse, polliceor.

Erit tum consul Hortensius cum summo imperio et potestate; principale
ego autem aedilis,
hoc est, paulo amplius quam privatus. coord. principale
Tamen huius modi haec res est, principale
quam polliceor relativa
me acturum esse, infinitiva
ita populo Romano grata atque iucunda,
ut ipse consul in hac causa prae me minus etiam consecutiva
(si fieri possit) ipotetica
quam privatus esse videatur. comparativa
Omnia non modo commemorabuntur, principale
sed etiam,
eitis certis rebus agentur, coordinata a principale
quae inter decem annos,
postea quam iudicia ad senatum translata sunt, temporale
in rebus iudicandis gerundivo
nefarie flagitioseque facta sunt. relativa
Cognoscet ex me populus Romanus principale
quid sit, interrogativa indiretta
quam ob rem,
cum equester ordo iudicaret, narrativa temporale
annos prope quinquaginta continuos, in nullo iudice
[equite Romano iudicante] ablativo assoluto
ne tenuissima quidem suspicio acceptae pecuniae constituta sit coord. interr.indir.
ob rem iudicandam: gerundivo
quid sit interr. indir.
quod,
iudiciis ad senatorium ordinem translatis, ablativo assoluto
sublataque populi Romani in unum quemque vestrum potestate, abl. assol.
Q. Calidus dixerit interr.indiretta
damnatus, participio congiunto
minoris HS triciens praetorium hominem honeste non posse damnari: infinit.
quid sit interr. indiretta
quod,
P. Septimio senatore damnato, abl.assol.
Q. Hortensio praetore, abl.assol.
de pecuniis repetundis lis aestimata sit eo nomine, interr. indiretta
quod ille ob rem iudicandam pecuniam accepisset; relativa
quod in C. Herennio, quod in C. Popilio, senatoribus,
qui ambo peculatus damnati sunt; relativa
quod in M. Atilio,
qui de maiestate damnatus est, relativa
hoc planum factum sit, interr. indiretta
eos pecuniam accepisse soggettiva
ob rem iudicandam; gerundivo
quod inventi sint senatores, interr.indir.
qui,
C. Verre praetore urbano sortiente, abl.assol.
exirent in eum reum, relativa
quem incognita causa condemnarent; relativa
quod inventus sit senator, interr.indiretta
qui,
cum iudex esset, narrativa temporale
in eodem iudicio et ab reo pecuniam acciperet relativa
quam iudicibus divideret, relativa
et ab accusatore,
ut reum condemnaret. finale
Iam vero quo modo illam labem, ignominiam, calamitatemque totius ordinis conquerar, interr. dir.
hoc factum esse in hac civitate, oggettiva
cum senatorius ordo iudicaret, narrativa temporale
ut discoloribus signis iuratorum hominum sententiae notarentur? dichiarativa
Haec omnia me diligenter severeque acturum esse, infinitiva
polliceor. principale
Trascrizione: Sarà allora console Ortensio, con il supremo potere militare e sovranità; io invece edile, questo è, poco più importante di un cittadino. Tuttavia questa cosa, che prometto che svolgerò, è di questo tipo, sarà gradita e gioiosa al popolo tanto che lo stesso console in questo processo, se può succedere, sembrerà in confronto a me minore di un cittadino.
Saranno non solo dichiarate, ma saranno anche trattate con determinati fatti, tutte le cose che in dieci anni, dopo che i processi sono passati al senato, sono state fatte empiamente e turpemente nel dare sentenze nei processi. Il popolo romano conoscerà da me qual è il motivo per cui, mentre giudicava il ceto equestre, per quasi trent’anni continui, in nessun processo [quando giudicava un cavaliere romano] non si sia costituito neanche il più tenue sospetto di accettare soldi per dare sentenze nel processo: (conoscerà quale sia) la ragione per cui, passati i processi all’ordine senatorio, e tolto al popolo romano il potere di ciascun singolo di voi, Q.Calido disse, dopo esser stato condannato, che non potesse essere onestamente condannato un uomo della pretura per meno di 3 milioni di sesterzi: qual è il motivo per cui, condannato il senatore Settimio, sotto il governo di Quinto Ortensio, il processo per richieste di denaro sia stimato col nome che quello avesse accettato denaro per dare una sentenza in un processo; per quale motivo nel processo a C.Herennio, e in quello a C.Pompilio, senatori, che furono entrambi condannati per peculato, e nel processo a Attilio, che fu condannato per lesa maestà, questo fosse fatto chiaramente, che avessero accettato soldi per dare una sentenza al processo; (conoscerà quale sia) la ragione per cui si siano trovati senatori che, mentre Verre come pretore urbano era sorteggiatore, uscissero nella cosa di lui, e che condannassero in un processo non esaminato; per quale motivo si trovò un senatore, che, mentre era giudice, nel medesimo processo accettò sia dall’imputato denaro, che divise tra i giudici, sia dall’accusatore, per condannare l’imputato.
Ma persino in che modo deploro quella infamia, ignomia e rovina di tutte le classi, che è stata fatta in questa città, mentre giudicava il ceto senatorio, che furono contrassegnati con segni di colori diversi le sentenze degli uomini che avevano prestato giuramento?
Prometto che tutto ciò sarà svolto da me diligentemente e severamente.
Traduzione: Allora sarà ormai console Ortensio, che disporrà di grande potere sulle truppe e sul popolo, invece io, edile, sono poco più importante di un privato cittadino. Tuttavia il modo col quale svolgerò il processo, sarà tanto gradito al popolo che perfino il console sembrerà minore a me, più piccolo di un cittadino.
Dichiarerò e dimostrerò con prove tutte quelle cose che si sono svolte empiamente e turpemente nelle sentenze dei processi tenuti nei dieci anni in cui spettava al senato costituire la giuria.Farò conoscere al popolo romano perché per 30 anni, durante i quali giudicavano i cavalieri, in nessun processo presieduto da un cavaliere non si sia avuto nemmeno un piccolissimo sospetto di corruzione: perché, passato il diritto di giudicare al ceto dei senatori e tolto al popolo romano il potere di ciascun cittadino in senato, Q.Calido affermò dopo essere stato condannato che un pretore dovrebbe pagare come minimo 3 milioni di sesterzi come pena per una condanna; perché nel processo al senatore Settimio, mentre governava Q.Ortensio, il processo per concussione sia stato considerato come un processo per corruzione in tribunale; perché nei processi ai senatori C.Herennio e C.Pompilio, entrambi condannati per peculato, e in quello a Attilio, condannato per lesa maestà, fosse detto chiaramente che essi avevano accettato del denaro per dare la sentenza; perché sia stato possibile trovare, mentre era sorteggiatore, come pretore, Verre, che uscissero dal sorteggio dei senatori che dettero una condanna senza esaminare il processo; perché si trovo un senatore che nello stesso tempo in cui era giudice si fece comprare sia dall’imputato, dividendo la somma con gli altri giudici, sia dall’accusatore, per dire la condanna.
Ma la peggior infamia e rovina di tutte le classi sociali, cosa che deploro moltissimo, non è forse il fatto che furono segnati con diversi colori i voti delle sentenze dei giudici che erano stati comprati? Prometto perciò di svolgere tutte le indagini diligentemente e severamente.

Analisi stilistica
Cicerone utilizza l’ipotassi, una struttura morfosintattica costituita da molte proposizioni subordinate l’una all’altra, ma sono presenti anche dei periodi con alcune coordinate.
Le subordinate piu utilizzate sono quelle relative, sia proprie che improprie (che hanno il verbo al congiuntivo per dare una sfumatura causale, finale, concessive…): “quod egomet intellego”-“qui ex perpetua oratione percepit potuti”-“qui innocentiae abstinentiaeque fecissent”.
Nell’uso di queste interrogative è evidente che lo scopo di Cicerone è quello di movere, ovvero emozionare, in questo caso suscitare sdegno accumulando esempi di processi ingiusti e personaggi corrotti.
Molto presenti sono anche le interrogative indirette (“quid putetis”) - “quid sit quam ob rem…” e poi tutta la serie di quod (addirittura 7) “quod Q. Calidus dixerit” “quod inventi sint senatores”.
Vengono poi utilizzate due interrogative dirette: “Quid est igitur?” ,“quo modo conquerar?”.
Altre costruzioni utilizzate sono:
perifrastica passiva-“mihi faciendum (esse)” “necessario capiendum (esse)”;
ablativi assoluti- (alcuni) “suscepto negotio” “equite romano iudicante” “iudiciis translati” “senatore damnato”;
participi congiunti- “taciti” “iam omnium iudicio condemnatum” “damnatus”;
gerundi e gerundivi- “ad dicendum meo legittimo” “dicendo ac diluendis criminibus” “in accusando atque in explicandis criminibus” “in rebus iudicandis” “ob rem iudicandam”.
In ambito lessicale Cicerone impiega largamente il campo semantico giudiziario (iudices, iudicium venire, tabulis, testibus, privatis pubblicisque litteris, diluendis criminibus, in accusando atque in explicandis criminibus, in iuditium vocari, condemnatum, accusatorem, magistratu,iudicare, peciniis reputandis, peculatus), usando i termini specifici molto efficacemente, ma senza rendere troppo tecnico il testo e quindi di difficile comprensione.
I più tipici procedimenti stilistici di Cicerone si attuano prevalentemente nell’ambito dell’organizzazione del discorso, che oltre a essere articolato in modo complesso, come abbiamo visto, con abbondanza di proposizioni subordinate, è anche costruito su alcune serie di corrispondenze simmetriche. I parallelismi che troviamo in questa parte dell’orazione sono, al termine della prima versione, “tua ratio est, ut….- ea, ut…..” e di nuovo “tua ista ratio…. astuta – meum hoc consilium necessarium”. Qui si noti il contrasto tra gli aggettivi ista e hoc: istius (= codesto) ha un valore negativo che si contrappone a hoc, positivo. Lo stesso avviene nella frase “Nam illud mihi nequaquam dignum industria conatuque meo videbatur, istum a me in iudicium, iam omnium iudicio condemnatum, vocari, nisi ista tua intolerabilis potentia” tra illud e istum/ist.
Questa diversificazione partecipa all’intento di Cicerone di screditare il proprio avversario Ortensio, facendolo sembrare un avvocato sleale, che protegge chi empiamente è andato contro il bene della repubblica. Lo scrittore invece dissemina,finta modestia, l’orazione di numerose piccole esaltazioni della propria figura e del proprio lavoro: “mei laboris industriae, diligentiaeque capiam fructum”
“nemo … paratior, vigilantior, compositior”,“mihi amplum et praeclarum existimassem, eos velle meae fidei diligentiaeque periculum facere, qui innocentiae abstinentiaeque fecissent”,“me inimicum accusatorem, odiosum, adsiduum, acerbum adversarium.” ,“munus aedilitatis meae populo Romano amplissimum pulcherimumque”… Cicerone si mostra come il difensore della giustizia, venuto a cancellare dalle istituzioni romane la corruzione dei giudici.
In seguito, al termine della seconda versione, troviamo un elenco per accumulazione di verbi (prima “moneo, predico, ante denuntio” e poi “aut deponere aut accipere aut polliceri aut sequetres…”), che si conclude con l’apostrofe “abstineant in hoc iudicio… nefario”.
In questo passo è anche presente una sineddoche: “manus animosque” al posto di una possibile “actiones voluntatesque”.
Poco dopo si nota un confronto: “Sarà allora console Ortensio, con il supremo potere militare e sovranità; io invece edile, questo è, poco più importante di un cittadino. Tuttavia questa cosa, che prometto che svolgerò, è di questo tipo, sarà gradita e gioiosa al popolo tanto che lo stesso console in questo processo, se può succedere, sembrerà in confronto a me minore di un cittadino.”
Cicerone, forse inconsapevolmente, prevede la grande importanza di questo processo per la sua carriera, che, grazie alla vittoria schiacciante, per l’accuratezza dell’orazione, porterà grande popolarità e considerazione.
Nell’ultima versione troviamo l’anafora dei quod, ognuno dei quali con un evidenza che fa clamore porta una prova in più riguardo la corruzione dei senatori-giudici.
1 Il processo venne avviato dalle città siciliane cui Verre aveva imposto tributi eccessivi e non dovuti, ad eccezione di Messina e di Siracusa; il loro obiettivo era la restituzione delle somme illegalmente percepite dal governatore.
2 Verre era imputato de repetundis. Con il termine pecuniae repetundae si intendevano le somme di denaro di cui privati cittadini intendevano ottenere la restituzione da magistrati o giudici che, a Roma o nelle province,le avevano illegalmente estorte o illegalmente accettate nell'esercizio delle loro pubbliche funzioni.
3 Generalmente l’incarico durava un anno, ma il Senato aveva prorogato l'incarico di governatore di Verre sia per il 72 che per il 71, per opporsi a una rivolta schiavile.
4 Il processo non era limitatamente giudiziario, ma aveva implicazioni politiche, dato che con la figura Verre veniva messo in discussione l'intero sistema della res publica; egli si rendeva conto con chiarezza che nel processo a Verre si sarebbe giocato la carriera: se avesse vinto, ne avrebbe ricevuto una spinta formidabile a procedere trionfalmente nel cursus honorum, se avesse perso, rischiava di veder troncate sul nascere tutte le sue ambizioni.
5 Verre era accusato de repetundis, ma al centro della Actio I più che il reato di concussione troviamo la corruzione dei giudici il mal funzionamento della giustizia nei tribunali riorganizzati dalle leggi di Silla. L'orazione ci fornisce informazioni per capire come funzionavano i meccanismi della
corruzione e ne dà una vivace rappresentazione, che a tratti assume la forma di un'amara
realtà. Come è possibile corrumpere iudicium? Ovviamente, comprando i giudici, ma anche intimidendo i testimoni o utilizzando una rete di relazioni e di amicizie fra uomini potenti, disposti a sostenersi reciprocamente nello sforzo poco lodevole di sfuggire alla legge o mettendo in atto strategie d'insabbiamento del processo.
Il fenomeno doveva essere di proporzioni gigantesche e le leggi del tutto impotenti a contenerlo. Furono proposte e poi modificate continuamente alcune leggi e le corrispondenti pene furono inasprite sempre di più: le sanzioni pecuniarie diventarono temibili (il doppio, il quadruplo della somma illecitamente percepita) e ad esse si affiancarono altre pene ancora più minacciose, l'esilio,la radiazione dai ranghi del senato, il marchio di infamia.
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Moreale Lorenzo 10/04/07
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