5 versioni da Fedro

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Testo

IL LUPO E LA GRU
Qui pretium meriti ab improbis desiderat,
bis peccat: primum quoniam indignos adiuvat,
impune abire deinde quia iam non potest.
Os devoratum fauce cum haereret lupi,
magno dolore victus coepit singulos
inlicere pretio ut illud extraherent malum.
Tandem persuasa est iureiurando gruis,
gulae quae credens colli longitudinem
periculosam fecit medicinam lupo.
Pro quo cum pactum flagitaret praemium,
"Ingrata es" inquit "ore quae nostro caput
incolume abstuleris et mercedem postules".
Chi esige dai disonesti il pagamento di un servizio
sbaglia due volte: prima perché aiuta chi non ne è degno,
poi perché non ne può più uscire senza danno.
Un lupo si era conficcato in gola un osso mentre lo inghiottiva;
vinto da un grande dolore, iniziò ad adescare ad uno ad uno, con la speranza
di una ricompensa, gli animali affinché gli estraessero quel male.
Infine una gru, prestando un giuramento, venne convinta e,
affidando alla gola del lupo la lunghezza del suo collo,
gli eseguì la pericolosa operazione.
In cambio di ciò, richiedendo la gru il premio pattuito,
il lupo disse "Sei un'ingrata: hai potuto estrarre incolume
la tua testa dalla mia bocca e chiedi una ricompensa".
IL LUPO E L’AGNELLO
Ad rivum eundem lupus et agnus venerant,
siti compulsi. Superior stabat lupus,
longeque inferior agnus. Tunc fauce improba
latro incitatus iurgii causam intulit;
"Cur" inquit "turbulentam fecisti mihi
aquam bibenti?". Laniger contra timens:
"Qui possum, quaeso, facere quod quereris, lupe?
A te decurrit ad meos haustus liquor".
Repulsus ille veritatis viribus:
"Ante hos sex menses male" ait "dixisti mihi".
Respondit agnus: "Equidem natus non eram".
"Pater hercle tuus" inquit "male dixit mihi".
Atque ita correptum lacerat iniusta nece.
Haec propter illos scripta est homines fabula
qui fictis causis innocentes opprimunt.
Spinti dalla sete, un lupo e un agnello erano giunti
allo stesso ruscello. Più in su si trovava il lupo,
molto più in basso l'agnello. Allora il prepotente, spinto
dalla gola maligna, addusse ad un pretesto per una contesa.
"Perché" disse "mi hai reso torbida l'acqua
mentre bevevo?". L'agnello timoroso in risposta:
"In che modo, di grazia, posso fare ciò di cui ti lamenti, o lupo?
L'acqua scorre da te alla mia bocca".
Quello, respinto dalla forza della verità:
"Sei mesi orsono" disse "parlasti male di me".
Rispose l'agnello: "Ma se non ero nato!".
"Tuo padre, per Ercole," disse "ha parlato male di me".
E così, afferatolo, sbranò l'agnello con un'ingiusta uccisione.
Questa favola è stata scritta per quegli uomini
che con falsi pretesti opprimono gli innocenti.
LE RANE CHIEDONO UN RE
Athenae, cum florerent aequis legibus,
procax libertas civitatem miscuit
frenumque solvit pristinum licentia.
Hic, conspiratis factionum partibus,
arcem tyrannus occupat Pisistratus.
Cum triste servitutem flerent Attici
(non quia crudelis iile, sed quoniam grave
omne insuetis onus) et coepissent queri,
Aesopus talem tum fabellam rettulit.
"Ranae, vagantes liberis paludibus,
clamore magno regem petiere a Iove,
qui dissolutos mores vi compesceret.
Pater deorum risit atque illis dedit
parvum tigillum, missum quod subito vadis
motu sonoque terruit pavidum genus.
Hoc mersum limo cum iaceret diutius,
forte una tacite profert e stagno caput,
et, explorato rege, cunctas evocat.
Illae, timore posito, certatim adnatant,
lignumque supra turba petulans insilit.
Quod cum inquinassent omni contumelia,
alium rogantes regem misere ad Iovem,
inutilis quoniam esset qui fuerat datus.
Tum misit illis hydrum qui dente aspero
corripere coepit singulas. Frustra necem
fugitant inertes, vocem praecludit metus.
Furtim igitur dant Mercurio mandata ad Iovem,
adflictis ut succurrat. Tunc contra deus:
"Quia noluistis vestrum ferre" inquit "bonum,
malum perferte!"
Vos quoque, o cives", ait,
"hoc sustinete, maius ne veniat malum".
Quando Atene fioriva con leggi di uguaglianza,
la sfrenata libertà sconvolse la città
e il capriccio infranse l'antica moderazione.
A questo punto, cospirati i partiti delle fazioni politiche,
Pisistrato occupa come tiranno l'Acropoli.
Visto che gli Ateniesi piangevano la triste schiavitù
(non perché quello fosse crudele, ma poiché ogni peso
era un fardello per quelli che non erano abituati) e dato che avevano iniziato a lamentarsi,
allora Esopo raccontò la seguente favoletta.
"Le rane, che vagavano libere nelle paludi,
chiesero con grande clamore un re a Giove,
che frenasse con la forza i costumi dissoluti.
Il padre degli dei rise e diede loro
un piccolo bastone, che, lanciato, per l'improvviso
movimento e suono del guado spaventò la pavida specie.
Poiché queste giacevano da tempo immerse nel fango,
casualmente una silenziosamente fa capolino dallo stagno,
e, ispezionato il re, chiama tutte quante.
Quelle, lasciata ogni paura, nuotano a gara verso il re,
e una massa sfacciata salta sopra il bastoncino.
Avendolo disonorato con ogni insulto,
inviarono a Giove delle rane per chiedergli di un altro re,
in quanto quello che era stato dato loro era inutile.
Allora inviò loro un serpente d'acqua che con dente spietato
iniziò ad afferrarle ad una ad una. Incapaci di difendersi, tentano invano di
sfuggire alla morte, la paura toglie la parola.
Allora di nascosto affidano a Mercurio un'ambasceria presso Giove,
perché soccorra le afflitte. Allora il dio in risposta:
"Poiché non avete voluto conservare la vostra fortuna," disse
"sopportate fino alla fine la disgrazia!"
Anche voi, o concittadini", disse,
"sopportate questo male, affinché non giunga una disgrazia maggiore".
LA CORNACCHIA SUPERBA E IL PAVONE
Ne gloriari libeat alienis bonis,
suoque potius habitu vitam degere,
Aesopus nobis hoc exemplum prodidit.
Tumens inani graculus superbia
pinnas, pavoni quae deciderant, sustulit,
seque exornavit. Deinde, contemnens suos,
immiscet se ut pavonum formoso gregi.
Illi impudenti pinnas eripiunt avi,
fugantque rostris. Male mulcatus graculus
redire maerens coepit ad proprium genus,
a quo repulsus tristem sustinuit notam.
Tum quidam ex illis quos prius despexerat
"Contentus nostris si fuisses sedibus
et quod Natura dederat voluisses pati,
nec illam expertus esses contumeliam
nec hanc repulsam tua sentiret calamitas".
Esopo ci ha lasciato questo esempio
affinché a nessuno piaccia vantarsi di beni altrui,
ma piuttosto si accontenti di vivere secondo il proprio stato.
Una cornacchia, gonfia d'inutile superbia,
raccolse le penne che erano cadute a un pavone
e si adornò (con esse). Quindi, disprezzando i suoi simili,
si unì ad una bella schiera di pavoni.
Questi, però, strapparono le penne all'uccello sfrontato,
e lo cacciano a beccate. La cornacchia, ridotta male,
iniziò a tornare lamentandosi tra i propri simili,
dai quali venne però allontanato con grande disprezzo.
Allora uno fra quelli che prima aveva disprezzato disse:
"Se ti fossi accontentato di stare con noi
e avessi sopportato ciò che la Natura ti aveva dato,
né avresti subito questo affronto
né proveresti la disgrazia di questo allontanamento".
IL CANE CHE PORTA LA CARNE ATTRAVERSO IL FIUME
Amittit merito proprium qui alienum adpetit.
Canis per flumen carnem dum ferret natans,
lympharum in speculo vidit simulacrum suum,
aliamque praedam ab altero ferri putans,
eripere voluit. Verum decepta aviditas
et quem tenebat ore dimisit cibum,
nec quem petebat potuit adeo attingere.
Chi desidera i beni altrui giustamente perde ciò che possiede.
Un cane mentre portava della carne attraversando un fiume,
vide nello specchio delle acque la sua immagine,
e credendo che un altra preda fosse alla portata di un altro cane,
gliela volle sottrarre. Ma l'avidità ingannata
lasciò cadere dalla bocca il cibo che teneva
e tanto meno poté raggiungere il cibo che desiderava.

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