Vocazione storica e riflessione religiosa in Manzoni

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Testo

Vocazione storica e riflessione religiosa sono alla base della poetica di Manzoni. Analizzate come questi due aspetti convivono nella sua produzione, con particolare attenzione al romanzo.
Alessandro Manzoni, una delle figure più significative della letteratura del nostro paese, è il precursore del Romanzo Storico in Italia, “nuovo” genere letterario tanto apprezzato nell’Europa dell’800 quanto osservato con diffidenza e scetticismo in un’Italia immersa ancora nell’ottusità delle sue radici, definita da Dumas, qui interprete del pensiero europeo, “…un paese di rovine bellissime, di carnevali e di briganti”. L’Italia risorgimentale, infatti, non ha ancora sufficiente coscienza di se stessa per accettare un tale allontanamento dal mondo e dalla letteratura classicisti, ricordi di gloria ai quali rimane disperatamente legata, incapace com’è di creare una propria identità nel presente dell’Europa romantica. Manzoni, simpatizzante rivoluzionario, per quanto non direttamente attivo, non accetta la figura impotente di quest’Italia rinchiusa in un passato tanto grandioso quanto incapace di sopperire alle necessità di un presente in evoluzione, e lancia un messaggio potenzialmente rivolto a tutta la popolazione nel suo “Fermo e Lucia”.
Le conoscenze parigine lo indirizzano verso le idee liberali dei seguaci dell’illuminismo, mentre la conversione seguente aggiunge a queste la cultura cattolica facendo sì che la vocazione storica e la riflessione religiosa diventino le basi inalienabili della sua poetica e rivelando in Manzoni un maestro nell’elaborazione di un’osmosi impensabile nel secolo precedente. Dal 1810, egli riesce così a miscelare la sua visione essenzialmente tragica della storia, dove la testimonianza più lampante si ha nelle sue tragedie, con la fiducia decisamente ottimistica nella Provvidenza cristiana, come dimostrano alcuni dei suoi saggi.
Il connubio di queste due visioni, storica e religiosa, è in molte sue opere celato se non addirittura inesistente; ma la maturazione letteraria gli permetterà di giungere ad una concezione che troverà la sua più completa armonia nel suo Romanzo. Nell’analizzare tale processo di osmosi bisogna procedere quindi per gradi.
Grazie alle sue conoscenze illuministiche, indispensabile tappa per giungere ad una produzione letteraria è sempre lo studio filologico del momento da rappresentare. Il “Discorso sopra alcuni punti della storia longobardica in Italia” è, infatti, una reinterpretazione di un momento storico che, secondo molti studiosi, vedeva i pontefici responsabili della prima invasione straniera in Italia, anziché difensori delle popolazioni italiche. Stessa funzione di indagine storica ha il testo della “Storia della Colonna Infame”, che fa da sfondo storico alle vicende del suo romanzo e dove si trova una figura del Cardinal Borromeo decisamente meno filantropica di quella descritta nel romanzo. Dallo studio condotto nel primo saggio, nasce forse la più riuscita delle tragedie dell’autore milanese, dove il suo pessimismo storico trova terreno fertile in un’ambientazione medievale in cui parole dal sapore apocalittico come quelle di un Adelchi morente (a questo mondo “non resta che far torto o patirlo”) sembrano in armonia perfetta con l’opera. Qui la storia è descritta come un mistero “in cui l’ingegno si perde, se non lo si considera come uno stato di prova e di preparazione rispetto ad altra esperienza”. Spesso il messaggio del Vangelo è stato male interpretato e per questo bisogna porsi nei confronti di esso con un’umiltà totale che verrà poi ricompensata dalla Provvidenza secondo il disegno divino, come l’autore afferma nelle “Osservazioni sulla morale cattolica”, documento centrale del suo pensiero religioso.
La prima più chiara fusione tra storia e religione si trova nel “5 maggio”, ode dedicata alla morte di Napoleone, tesa alla meditazione sull’azione dei grandi uomini. La vita del generale più famoso di tutti i secoli è piena di svolgimenti sicuramente importanti ma, forse, non positivi. L’azione degli eroi nella storia è svalutata nella prospettiva dell’eterno se questi non hanno posto le loro virtù in servizio dei più deboli. Qui interviene la riflessione religiosa, infatti l’autore immagina che, forse, davanti al contrasto straziante tra il passato tumultuoso e il presente così inerte, quell’animo affannato fu preso dalla disperazione. Nell’ultima parte dell’ode entra, infatti, il tema della fiducia in Dio, unica ancora di salvezza per chi soffre e che dona un’ulteriore vittoria alla Fede cristiana.
L’opera, però, dove vocazione storica e riflessione religiosa trovano maggior spazio fino a giungere alla loro più riuscita fusione è senza dubbio i “Promessi Sposi”. Esso è il romanzo dei rapporti di forza (Calvino), del male e della sofferenza collettiva e individuale nella storia, ma è anche il romanzo del riscatto dell'individuo, il cui emblema è ravvisabile nella conversione dell’Innominato, e della natura decaduta che si salva, come salva risulterà la vigna di Renzo al suo ritorno sul lago di Como. Un grande esempio, materializzato di storia, perché storici sono i grandi personaggi dello sfondo, di come Dio agisce e conferisce senso al dolore, che spesso non costituisce una punizione, ma una “prova” che arricchisce la persona e che contribuisce ad una sua maturazione concepita in chiave religiosa.
Gli umili come Renzo e Lucia non hanno i mezzi per incidere sul corso della storia, ne sono soltanto vittime; ma nonostante questo Manzoni, come già aveva fatto nel primo coro dell’Adelchi, ritiene doveroso incentrare la narrazione proprio su queste masse ignorate dalla storia ufficiale rivelando in questa scelta, la sua fede cristiana. I due paesani protagonisti detengono, poi, una funzione unificatrice in questa miscela di elementi: Renzo funge da tramite tra le parti storiche, infatti le sue due venute a Milano coincidono rispettivamente con i tumulti di San Martino e della peste; Lucia, invece, è il collegamento tra i personaggi storici quali la Monaca di Monza, l’Innominato ed il Cardinal Federigo Borromeo. Allo stesso tempo, sono proprio i due protagonisti ad elaborare la maturazione interiore più significativa ed a prendere coscienza del disegno cristiano, seppur esprimendolo con i limiti logici e linguistici della loro umile condizione sociale: Renzo rinunciando a quegli atti di violenza che, per quanto motivati, potrebbero alienargli la benevolenza divina; Lucia liberandosi da quell’ingenua visione idillica della vita che la vedeva convinta che un’esistenza “innocente” e “senza colpa” bastasse ad evitare le sofferenze. Sorge così, verso la fine del romanzo, il concetto tanto caro al Manzoni della “Provvida Sventura”, che dona importanza anche al ruolo delle grandi calamità, ora nemiche, ora giustiziere, e che insegna a finalizzar la vita non allo star bene, ma al far bene, avendo una posizione attiva verso il male.
L’autore assegna sì agli umili (Renzo e Lucia, fra Cristoforo) il ruolo di eroi positivi, mentre sostanzialmente negativo è il giudizio dello scrittore sui potenti (da don Rodrigo al governatore spagnolo di Milano); tuttavia gli uomini, buoni o cattivi che siano, sembrano non avere alcun potere di modificare autonomamente il proprio destino, perché l’unico motore della storia è Dio che interviene nelle vicende umane attraverso la sua imperscrutabile provvidenza, secondo tempi e modi incomprensibili alla ragione umana.
Dopo i giudizi alterni dei contemporanei, fu Francesco De Sanctis il primo a comprendere in una visione unitaria e coerente l’importanza del romanzo, il realismo e la concezione morale della storia che vi sono espressi. Questa stessa interpretazione “laica” del capolavoro manzoniano emerse negli apprezzamenti degli scapigliati lombardi, mentre Carducci ne criticò il conformismo religioso e morale. Nel dopoguerra il Romanzo consacrò la sua fortuna ed ora è considerato come l’apice di una maturazione interiore tra concezione storica e cristiana che l’autore ha iniziato nei suoi primi scritti e che qui ha miscelato con perfetta armonia.

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