vita opere e pensiero di Leopardi

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Testo

Letteratura italiana
V anno
GIACOMO LEOPARDI
Leopardi è una figura di eccezionale singolarità. Egli passò gli anni della prima formazione intellettuale in un ambiente provinciale, ai margini della cultura italiana. Questa formazione provinciale lo aiutò a conservare verso la cultura dominante una posizione autonoma ed a sviluppare in forma originale gli elementi della sua formazione intellettuale fino ad assumere uno spirito critico verso le mode culturali e le ideologie spirituali e politiche del suo tempo: ovvero il Romanticismo e il Risorgimento.
La sua formazione intellettuale si basava su il pensiero illuministico e sulla grande tradizione letteraria classica. Ma la degenerazione e poi il fallimento della rivoluzione francese assunsero per lui il definitivo significato di prova definitiva della piccolezza dell’uomo e dell’impossibilità di agire nella storia per modificarne il destino: Leopardi non crede all’evoluzione dell’umanità attraverso il divenire storico. Ciò spiega il suo isolamento e la sostanziale incomprensione che ebbero per lui i contemporanei: egli, in realtà, fu l’unico del suo tempo che espresse la consapevolezza di una situazione di crisi esistenziale e di disagio storico.
LA VITA
Nacque a Recanati nel 1798, di nobile casato. Il padre, conte Monaldo, era un letterato di gusto classicista e reazionario in politica; la madre Adelaide Antici, si dedicò più a riassestare il patrimonio familiare che alle cure della famiglia: e di questa carenza di affetti risentì nella fanciullezza il poeta. Molto legati a Giacomo furono i fratelli Carlo e Paolina. L’ambiente piuttosto rigido e austero della famiglia e quello nel complesso rozzo e arretrato nel paese natale soffocarono in lui la giovanile e naturale tendenza alla vita serena. Precocissimo per interessi e capacità intellettuali, divorò le opere contenute nella biblioteca paterna – antiquata rispetto al coevo romanticismo – e divenne giovanissimo un grande erudito, conoscitore della lingua e della letteratura greca e latina.
Intanto, con “sette anni di studio matto e disperatissimo”(1809-1816), si rovinò per sempre la salute, restando per tutta la vita deforme.
Intorno ai 17 anni, Leopardi cominciò ad appassionarsi alla letteratura, allontanandosi propriamente dagli interessi propriamente eruditi e filologici.
Nel 1817 capitò in casa Leopardi un letterato allora famoso, Pietro Giordani, che colpito dall’ingegno del giovane, lo esortò a dedicarsi totalmente alla letteratura. L’incontro con il Giordani u importante perché aiutò il poeta a prendere coscienza della sua vocazione, mentre il chiuso ambiente e familiare e recanatese facevano crollare le illusioni giovanili, e lo allontanavano dalla fede religiosa. Dopo un fallito tentativo di fuga dalla casa paterna nel 1819, ottenne di lasciare il paese natale e di trasferirsi a Roma nell’inverno del 1822-’23, ma ne rimase fortemente deluso:l’ambiente culturale romano, dominato da un classicismo di tipo archeologico ormai superato, fece svanire in lui l’illusione che fuori Recanati fosse possibile realizzare i suoi sogni di felicità, e lo confermò nell’opinione di un’irrimediabile mediocrità dell’esistenza. Tali delusioni inaridirono per qualche tempo la sua vena poetica, per cui si volse alla prosa, componendo le Operette morali. Ritornato a Recanati dal ’23 al ’25, passò poi a Milano (a lavorare dell’editore Stella) e successivamente a Bologna, Firenze e Pisa. A Firenze strinse amichevoli rapporti con gli scrittori che si raccoglievano attorno alla rivista l’Antologia e che lo ebbero in gran stima, malgrado la antitetica posizione filosofica: rispetto a loro spiritualisti; leopardi seguiva una forma di pessimismo ateo negatore d’ogni progresso. A Pisa, ritrovò nel ’28 l’ispirazione poetica, ma le difficoltà economiche lo fecero tornare a Recanati, dove trascorse due anni di delusioni, amarezze: e tuttavia, furono gli anni delle sue migliori poesie. Nel 1830 lasciò definitivamente il paese natale, trasferendosi a Firenze, dove riuscì a vivere grazie al sostegno mensile del padre e agli aiuti economici degli amici dell’Antologia. A Firenze subì un’amarissima esperienza: si innamorò di una nobildonna, Fanny Targioni Tozzetti, che lo respinse. Lo consolò l’amicizia di un giovane letterato napoletano, Antonio Ranieri, che nel 1834 lo convinse a trasferirsi con lui a Napoli, dove Leopardi si spense nel 1837.
L’IDEOLOGIA LETTERARIA E FILOSOFICA
Leopardi partecipò alle polemiche letterarie del suo tempo in modo oltremodo originale.
Egli intervenne nella polemica tra classici e romantici già nel 1816, con una lettera alla Biblioteca italiana in risposta all’articolo di Madame de Stael – mai pubblicata – in cui ingenuamente sosteneva le ragioni del classicismo. Di maggiore rilievo fu il Discorso di un italiano sopra la poesia romantica, in cui è affermata quella concezione di poesia, a cui egli rimase sempre fedele. Per Leopardi, non è possibile per l’uomo moderno una poesia d’immaginazione quale quella degli antichi: l’unica forma di poetare consentita all’uomo moderno è la poesia del sentimento, quella cioè in cui l’uomo indaga il suo cuore.
Così intesa, la poesia è dunque espressione di stati d’animo indeterminati e linguaggio dell’arcano, si rivolge a particolari contenuti quali il senso dell’infinito e la dolcezza del rimembrare, e si serve di una particolare espressione che ha nella vaghezza musicale la sua caratteristica principale: è per questo che Leopardi dà il titolo Canti alle sue liriche.
La poesia diventa allora voce personale ed autobiografica; Leopardi tenderà sempre più ad analizzare ed esprimere i suoi sentimenti e le sue esperienze come simbolo e voce dell’universale condizione umana. Dei romantici, invece, egli rifiuta i contenuti storici, le esigenze di popolarità, l’intenzione di propaganda patriottica, a fede in una missione morale ed educatrice dell’arte. Per questo egli fu poco conosciuto al suo tempo.
Accanto all’ideologia letteraria, anche l’atteggiamento filosofico contribuì ad isolare Leopardi all’interno del suo tempo. Egli infatti strutturò il suo pensiero sui testi dei pensatori illuministi, contenuti nella biblioteca paterna: aderì così alla concezione sensistica della realtà e la venne svolgendo con un’interpretazione che via via accentuò la coscienza della piccolezza e della fragilità della condizione umana nell’eterno svolgersi delle leggi meccaniche della vita della materia universale.
Se questo è l’atteggiamento fondamentale, intorno agli anni venti, iniziò a risentire dell’influenza del pensiero del Vico e di Rosseau: nasce da qui quello che è noto come pessimismo storico leopardiano, fondato sul contrasto tra natura e ragione. Secondo tale concezione, l’uomo fu felice finché visse secondo natura, fonte prima delle dilettose illusioni, creandosi una bella immagine della vita. Ma accanto all’immaginazione, l’uomo venne sviluppando la sua razionalità, che lo portò a scoprire quale fosse la sua condizione e quella del mondo in cui viveva, fino ad acquistare una vana coscienza della vanità delle illusione di felicità in un mondo dominato da leggi meccaniche immutabili. L’umanità antica fu felice perché visse secondo le illusioni, l’umanità moderna è infelice perché vive secondo ragione e ha coscienza della propria infelicità. Questo percorso dell’umanità si riflette nella vita di ciascun individuo: l’adolescenza è l’età delle felici immaginazioni, la maturità rappresenta la scoperta dell’arido vero e dell’infelicità.
Ma la riflessione leopardiana andò sempre più approfondendo l’analisi della condizione dell’uomo e già in molte Operette morali (basti pensare al Dialogo della natura e di un islandese) e in molti passi dello Zibaldone emergono nuovi atteggiamenti, collegati a quello che si suole definire pessimismo cosmico del Leopardi. Esso si affermerà sempre più nella fase conclusiva del suo pensiero. Secondo tale concezione, la vita della Natura si attua secondo leggi eterne ed immutabili che non tengono conto della realtà dei singoli esseri: il ciclo di perenne trasformazione della materia travolge l’uomo come ogni altro essere in un destino di sofferenza e di morte cui nulla può opporsi, e che condanna al dolore ogni forma di vita, non solo l’uomo; il dolore è dunque l’unica realtà per tutti gli esseri (dolore cosmico).
Nell’uomo, che ha la consapevolezza razionale di questa condizione, il senso della propria incapacità a capire e a spiegare l’esistenza genera il tedio, come coscienza frustrante della propria vanità ma anche come segno della propria nobiltà spirituale. E infatti Leopardi viene svolgendo una polemica aspramente ironica contro gli aspetti più ottimistica della cultura spiritualistica del suo tempo, che tendeva a celebrare la possibilità dell’uomo di realizzare la propria felicità attraverso l’esaltazione dei valori dello spirito e della sua capacità di realizzarli positivamente nella storia. Per Leopardi l’unica dignità dell’uomo sta nella capacità di leggere fino in fondo nella vanità del proprio destino, rifuggendo da ogni illusione consolatoria, quali possono essere l’idea della libertà, della patria o del premio ultraterreno: solo quando tutti come lui avranno preso coscienza della propria condizione, l’umanità, liberata dalle illusioni mistificatrici, saprà trovare la forza di superare ogni discordia per stingersi in un’unione fraterna contro la malignità della Natura. Questo convincimento, espresso ne La Ginestra riscatta la ragione, in quanto liberatrice dell’uomo dai falsi miti.
L’apprendistato e le prime prove poetiche di Leopardi: canzoni civili e filosofiche, primi idilli
Il primo periodo leopardiano è caratterizzato da attività ed interessi filologici ed eruditi, e riflette gli studi che il giovane Giacomo effettuò dai tredici ai diciotto anni nella biblioteca paterna, facendosi più apprezzare da una cerchia sempre più larga di estimatori. Si tratta di commenti, osservazioni di critica del testo, traduzioni, condotti con una serietà ed una preparazione scientifica, che ancor oggi stupiscono in un autodidatta, per di più un giovinetto.
I lavori filologici ed eruditi costituiscono l’indispensabile premessa al futuro lavoro del poeta, ne sono la remota preparazione culturale: dal contatto con i problemi della filologia, legati ad opere della classicità, Leopardi pervenne alla scoperta del proprio mondo interiore e della più genuina vocazione dello spirito.
Il mondo dell’antichità trapassa da interesse di carattere culturale a occasione di ispirazione e di poesia. Ad esempio, Giacomo rivive il dramma della poetessa Saffo, orrida di aspetto ma di grande sensibilità, vi si riconosce e vi proietta la propria tragedia, esprimendola per bocca della protagonista nell’Ultimo canto di Saffo.
Altrettanto significativa sotto questo aspetto è l’attività di Leopardi traduttore. Tra tutti gli autori della classicità Leopardi predilesse quelli che sentiva più affini per situazione e per sentimenti. Ma soprattutto il lavoro di traduzione concentrò l’attenzione dello scrittore sul fatto linguistico, sulla profondità dell’espressione poetica. Questo lungo esercizio sugli autori antichi lasciò infine a Leopardi un gusto classicheggiante, che si riscontra nella lingua di tutta la sua produzione.
Tra le opere erudite bisognerà sottolineare la Storia dell’astronomia (1813) e il Saggio sopra gli errori popolari degli antichi (1815). Queste due opere sono state concepite con lo spirito illuministico di contrapporre alle fantasie e alle immaginazioni – appunto gli errori degli antichi – la verità della ragione e della scienza, ma in effetti si riducono a una rassegna di brani tratti da autori classici.
Verso i diciassette anni ebbe luogo la conversione poetica del Leopardi: egli cioè passò dall’erudizione alla poesia. Questi primi componimenti poetici rivelano una tendenza a risolvere la riflessione sui casi dolorosi della vita in un eccessivo sentimentalismo: rientrano in questa produzione due cantiche, Appressamento alla morte (1816) e Il primo amore (1817).
La vera poesia nasce però qualche anno dopo, quando, soprattutto sotto il peso dei dolori fisici e del pericolo di cecità, Leopardi ripiegò su se stesso e meditò sulla propria infelicità, pervenendo ad una concezione amaramente pessimista. Giacomo risulta continuamente diviso tra il sentimento che anela alla vita e alla felicità e la ragione che ne nega l’esistenza e proclama l’universalità del dolore e della sua inesorabile legge che tutto governa.
La raccolta leopardiana dei Canti si apre nel 1818 con la canzone All’Italia, significativa per la calda passionalità civile che la caratterizza. Leopardi è così uscito dall’isolamento recanatese per partecipare ai sentimenti e alle idee della generazione a lui contemporanee. L’adesione ai miti civili e politici lascia però ben presto il posto ad una forma di poesia più intima e personale, l’idillio, e a canzoni di riflessione filosofica. Canzoni civili, idilli e canzoni filosofiche1, in questa fase che va dal ’18 al ’22, sono caratterizzati da una visione tragica e sconsolata dell’esistenza: le illusioni giovani, che scaldano il cuore, cadono di fronte ad una realtà che tutto travolge nell’indifferenza, nell’ostilità, nel nulla. La vita insomma è infelicità.
Sia che Leopardi parli in prima persona – come negli idilli o nei momenti riflessivi delle canzoni civili – sia che parli per bocca di terze persone – come nelle canzoni filosofiche – emerge la coscienza della propria infelicità, che talora risalta dal confronto con la felicità o almeno con una minore infelicità di altri uomini o di altre epoche; né la possono attenuare o il ricordo di momenti felici irrimediabilmente trascorsi o illusioni subito cadute.
Il linguaggio, specie nelle prime canzoni, appare ancora vincolato nel lessico e nella metrica all’esperienza letteraria tradizionale e alla tradizione petrarchista, mentre alcuni atteggiamenti ricordano Alfieri.
L’esperienza più singolare di questo primo periodo è quella degli idilli, come il poeta stesso definì un gruppo di poesie con un richiamo alla lirica greca e latina ispirata alla semplicità della vita agreste e pastorale; ma l’idillio moderno non può essere un “piccolo quadro campestre”, ma, semmai, si richiama a situazioni dell’anima: la contemplazione di un determinato paesaggio (il colle dell’infinito, la notte lunare, un canto notturno), diviene occasione di ripiegamento interiore, di analisi di stati d’animo e di memorie. Questo primo gruppo di idilli – definiti piccoli idilli, per distinguerli da quelli composti dopo il 1828 – rappresenta un vero “sfogo dell’anima”.
La parentesi riflessiva delle OPERETTE MORALI
Dal 1822 al 1828, la vena poetica del Leopardi sembrò inaridirsi in corrispondenza all’affermazione che in un mondo dominato dalla ragione non v’è posto per l’effusione dei sentimenti: sono gli anni della delusione derivata dal soggiorno romano e del tentativo di raggiungere una propria indipendenza economica.
La sua riflessione lo porta a concludere che non solo la sua vita, ma la vita in sé è infelicità e che quindi il dolore è comune a tutti gli uomini. Questa riflessione è espressa nel passaggio dal linguaggio poetico alla prosa delle Operette morali.
Le Operette morali sono in tutto ventiquattro, per lo più dialoghi immaginati sul modello dei dialoghi greci di Luciano. Vi ritornano tutti i motivi della prima stagione dei Canti, che vengono tuttavia rielaborati, e preannunciano la svolta dei grandi idilli. L’idea di fondo, dietro ogni operetta è: la ragione ha scoperto lo squallido vero, ma l cuore stenta ad accettare una radicale e tragica rinuncia.
Le Operette, quindi, raffrontano uno per uno i temi della vita e dell’infelicità, contemplandoli però a distanza, al di fuori della propria esperienza personale, di modo da permettere una più obiettiva valutazione. In realtà, le Operette hanno come protagonista proprio Leopardi, che si oggettiva e si sdoppia negli interlocutori, alla conquista di una verità, che è sempre la medesima: la verità è l’amarissima negazione di ogni illusione e di ogni speranza. Lo strumento, di cui si serve l’autore nel mettere alla luce tale verità, è l’ironia, un’ironia che irride la debolezza degli uomini, ne vanifica i sogni.
Il libro si apre con La storia del genere umano: Giove aveva dato agli uomini la felicità, ma poiché loro se ne erano stancati, mandò loro mali, bisogni e fantasmi (Giustizia, Virtù, Gloria, Amor patrio, Amore, Sapienza) e, tolti poi questi fantasmi, la Verità; da quando conosce la Verità il genere umano è dunque infelice e solo l’amore consola gli animi più nobili. Il mito della felicità adombra allegoricamente la storia interiore di Leopardi, dal tempo della beata fanciullezza al riconoscimento dell’umano dolore negli anni più maturi.
Alcuni dialoghi si svolgono in uno spazio irreale: ad esempio Ercole e Atlante chiacchierando giocano a palla con il mondo, nel quale non s’ode più alcun fremito di vita (Dialogo d’Ercole e Atlante) ; un folletto e uno gnomo deridono la stolta presunzione della razza umana, ormai estinta, che si credeva al centro del mondo, mentre anche ora nel creato procede tutto come prima (Dialogo di un folletto e di uno gnomo). Leopardi torna insomma su temi a lui cari: la nostra vita non è che silenzio e cade nell’indifferenza dell’universo.
L’indifferenza della Natura per l’uomo è ribadita nel Dialogo della Natura e di un’islandese: la natura non bada agli uomini, alla loro infelicità o alla loro felicità, ma solo alla conservazione del mondo.
Le ultime due operette, scritte nel 1832, Dialogo di un venditore di almanacchi e di un passeggere e il Dialogo di Tristano e di un amico, riflettono il rifiuto di ogni illusione, e, al contempo, la sfida eroica e l’accettazione virile della sorte avversa. Nel primo lo scrittore sorride bonariamente all’opinione dell’uomo comune che ancora si affida ai sogni e alle speranze, mentre nel secondo le affermazioni di Tristano suonano come alta protesta virile dell’umanità offesa ma non piegata.
Le Operette morali sono composte in una prosa altamente letteraria, che si rifà in particolare ai prosatori dl cinquecento e del seicento, distaccandosi volutamente dalle soluzioni che negli stessi anni sperimentava Manzoni.
Il ritorno alla poesia: i Grandi Idilli
Nel 1828, nel momento del fallimento della sua prima esperienza di vita indipendente e di un acuto riaprirsi dei mali fisici, rinasce in Leopardi la passione per la composizione poetica. Egli stesso ne dà l’annuncio alla sorella Paolina in una celebre lettera: “sono tornato a scrivere versi all’antica con quel mio cuore di una volta”.
Una canzonetta del ’27 “Il Risorgimento”ha valore d’introduzione al tema che ricorre in tutti i grandi idilli: il tema della memoria.
Riaffiorano infatti nel suo cuore le seducenti illusioni del passato, insieme però alla consapevolezza che sogni ed illusioni sono vani e delusioni.
I grandi idilli sono stati composti in uno dei periodi più oscuri e dolorosi di Recanati: il pessimismo è assoluto, ed investe non solo gli uomini ma l’intero cosmo.
Certo si ricollega alla poetica dei piccoli idilli, ma tra questi due momenti di poesia si è frapposta la parentesi delle Operette morali, che fa sentire il suo peso: solo l’atteggiamento razionale l’uomo può assumere di fronte al male di vivere.
I grandi idilli tendono trasformare i motivi della memoria in miti e simboli della condizione dell’uomo in nella realtà universale, configurandosi spesso secondo uno schema strutturale, in cui al momento puramente contemplativo si sovrappone il momento meditativo: non è possibile separare questi due momenti.
In A Silvia, ad esempio, il ricordo della morte prematura della fanciulla diventa simbolo della generale condizione dell’esistenza umana, attraverso la trasposizione dell’immagine di silvia nell’idea della “lacrimata speme”.
Nuova è anche l’espressione, in cui alla musicalità si unisce la chiarezza e la concisione delle immagini, mentre elementi propri della tradizione letteraria sono accostati in maniera originale al linguaggio comune. Infine, agli schemi della metrica tradizionale subentra l’adozione della canzone a struttura libera, nella quale endecasillabi e settenari sono alternati in piena rispondenza ad un ritmo interiore, senza attenersi agli schemi tradizionali.
Il ciclo dei grandi idilli si apre con A Silvia, scritto nei primi mesi del ’28, mentre il poeta è ancora a Pisa, ma l’animo è già rivolto a Recanati; prosegue nel ’29 con Le Ricordanze e probabilmente con Il Passero solitario – su cui tuttavia sono sorti problemi di datazione – : i due canti sono legati dal tema della memoria delle illusioni giovanili, e della coscienza dolorosa del loro svanire.
Del ’29 sono anche due idilli campestri: Il sabato del villaggio e La quiete dopo la tempesta, in cui la memoria visiva di momenti particolari della vita del borgo trapassa in meditazioni sulla vanità e fugacità del piacere.
Infine, è del ’30 Il Canto notturno di un pastore errante dell’Asia, in cui sullo sfondo di una natura astratta e simbolica, la domanda iniziale (a che serve la vita del singolo uomo? A che scopo è volta intorno ad esso la vita immensa dell’universo?) si snoda attraverso una serie di ipotesi, che però non approdano ad alcuna risposta definitiva.
I canti del titanismo e della protesta: il ciclo di Aspasia e la Ginestra
L’ultima produzione lirica leopardiana, risalente al periodo ’32-36, si affida al linguaggio secco della ragione. La vicenda biografica per Fanny Targioni Tozzetti non po’ che essere considerata che un’occasione per una più amara coscienza del tragico destino umano: conosciuta l’assoluta indifferenza della natura nei suoi confronti, l’uomo, maturatosi alle delusioni e alle sofferenze, rifiuta i dilettosi inganni e le care illusioni per concentrarsi in se stesso, nel proprio pensiero che gli dà la forza eroica di protestare senza inchinarsi a compiangere la propria infelicità o a mendicare una illusoria luce di falsa speranza, in attesa ferma e serena della morte, nella virile accettazione della propria drammatica sorte. Questa tensione eroica anima, oltre che le ultime operette morali – quella del ’32- , i canti che costituiscono il cosiddetto ciclo di Aspasia, scritti tra il ’32 e il ’34 a Firenze: Il pensiero dominante, Amor e morte, Consalvo, A se stesso, Aspasia. In genere, vibra in questi canti uno sdegnoso rifiuto di ogni illusione che nasconda agli occhi dell’uomo il reale vuoto dell’esistenza. E’ una dimensione spirituale ben distante dalla vitalità degli idilli, ed anche il linguaggio si può definire antidillico, perché rifiuta l’abbandono musicale per affidarsi a notazioni secche ed antitetiche.
Dopo il ’34, Leopardi, trasferitosi stabilmente a Napoli, accentua la polemica contro lo spiritualismo e la sua fede nell’antropocentrismo e nel progresso. Sceglie come suo metodo espressivo l’ironia nella Palinodia al marchese Gino Capponi, nell’inno I nuovi credenti e nel poemetto satirico Paralipomeni della Batracomiomachia.
Il momento culminante di questa nuova fase della poesia leopardiana si realizza nel ’36 con la composizione del La Ginestra: dalla visione del mare di lava pietrificato che ricopre le falde del Vesuvio, nasce l’inno dell’onnipotenza della natura e la meditazione sulla fragilità della condizione umana, che invano l’uomo moderno cerca di ignorare affidandosi a vane opinioni e speranze di un proprio destino privilegiato rispetto alle altre forme di vita materiale. Il poeta si erge in posizione antagonistica rispetto a queste illusioni , invitando l’umanità ad un’accettazione della realtà: solo così, dalla ritrovata consapevolezza della propria fragilità, l’uomo saprà trovare la forza per superare ogni divisione e motivo di lotta fratricida e per stringere un patto fraterno di generale solidarietà che meglio lo aiuti a sopportare il male di vivere, a resistere all’onnipotenza della natura.
Nel “la ginestra”, si accentuano gli atteggiamenti razionali del poeta, quasi entusiasta per una verità ritrovata nella sua interezza e proclamata senza timore. Dal punto di vista stilistico, si nota la scelta di una struttura del periodo ampia e distesa, e il rifiuto di un ritmo facilmente musicale.
Al 1836 appartiene anche “Il tramonto della luna”, un canto i cui ultimi versi, secondo la tradizione, sarebbero stati scritti poco prima della morte.
LE OPERE MINORI
Tra le opere minori, i Paralipomeni della Batracomiomachia costituiscono un’opera originalissima: si tratta di un poema eroicomico in otto canti, che continua il racconto della guerra dei topi e delle rane della pseudo-omerica Batracomiomachia e satireggia la vita politica italiana dopo la restaurazione al tempo dei moti napoletani del ’20-’21: i granchi rappresentano gli Austriaci, le rane i conservatori clericali, i topi i liberali napoletani. Emerge dall’opera il rifiuto di ogni illusione, comprese quelle della politica.
Lo Zibaldone è una raccolta di note, di appunti, riflessione di ogni genere, composta tra il ’17 e il ’32: le pagine più fitte sono quelle degli anni ’17-’27. La sua lettura è fondamentale per comprendere e ricostruire il sottofondo culturale e la problematica interiore, da cui nascono i canti e le operette morali.
I CXI Pensieri sono una raccolta, rimasta incompiuta, risalente al periodo napoletano. Lo stile è secco, per meglio indicare il rifiuto di ogni illusione e l’adesione all’arido vero.
L’Epistolario ci rivela Leopardi in tutta la sua umanità: ne esce la figura di un uomo maturato anzitempo nel dolore, chiuso nell’ansia dell’amore e di vita, pronto sempre all’entusiasmo e all’affetto, desideroso di elevarsi dai casi personali al significato ultimo dell’esistenza, lucido nella coscienza dell’infelicità e fermo nella difesa della dignità spirituale contro l’avverso destino.

1 CANZONI CIVILI: All’Italia, Sopra il monumento di Dante, Ad Angelo Mai, Nelle nozze della sorella Paolina, A un vincitore nel pallone.
PICCOLI IDILLI: L’infinito, La sera del dì di festa, Alla luna, Il sogno, La vita solitaria.
CANZONI FILOSOFICHE: Bruto minore, Alla primavera, Inno ai patriarchi, Ultimo canto di Saffo.
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