Una storia semplice - L. Sciascia

Materie:Tema
Categoria:Italiano
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Data:20.03.2007
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Testo

RELAZIONE “UNA STORIA SEMPLICE”
Ancora prima di iniziare la lettura del racconto, la frase di Durrenmatt (“Ancora una volta voglio scandagliare scrupolosamente le possibilità che forse ancora restano alla giustizia”), lascia intuire al lettore che la storia proposta, lungi dall’essere semplice nonostante la brevità del libro, implica così tante vie d’uscita che le possibilità rimaste alla giustizia sono talmente poche da dover essere addirittura “scandagliate”. Quell’ “ancora una volta”, per altro, rimanda ad una condizione in cui questa storia, come tante altre apparentemente semplici, sono spesso accomunate dall’“ingiustizia di una giustizia” che non è all’altezza del suo compito.
A ribadire questa inferiorità istituzionale, Sciascia nel corso del libro descrive il commissariato di polizia come un ufficio illuminato la sera solo per dare l’impressione ai cittadini di vigilare sul paese, i funzionari troppo presi da distrazioni private dovute non soltanto alla festa del paese, i poliziotti come ex contadini ignoranti casualmente prestati alle istituzioni.
Il racconto è centrato sull’omicidio dell’ex diplomatico Giorgio Roccella tornato improvvisamente in Sicilia dopo tanti anni, il quale, poco prima di essere assassinato, telefona in commissariato e con aria di mistero comunica di avere trovato una “cosa”. La telefonata viene presa sottogamba, quasi come uno scherzo, ma, in seguito, sarà utile a fornire indizi illuminanti sul caso. Il brigadiere comunque, incuriosito dalla telefonata e sollecitato ma non troppo dal commissario, alla fine si reca presso il luogo indicato e, dal sopralluogo, intuisce immediatamente come il caso sia pieno di punti oscuri. Ma il questore, sopraggiunto in seguito, rifiuta meccanicamente tutte le supposizioni che non rinviino ad un più semplice e sbrigativo caso di suicidio. La storia, apparentemente semplice, si complica. Anzi, forse è al contrario: la complessità delle indagini viene ridotta al ragionamento semplice del suicidio. Pertanto vengono istintivamente rifiutati tutti quegli indizi che dovrebbero ricondurre all’assassino.
Solamente il brigadiere, con l’aiuto di un anziano e saggio professore di Lettere, nel quale lo stesso Sciascia si identifica, continua un ragionamento “aritmetico” e lineare, che lo porta, alla fine, a convincersi della colpevolezza del proprio commissario e del fatto che quest’ultimo lo voglia assassinare. In effetti, poi, lo stesso brigadiere sarà costretto ad uccidere il proprio superiore per legittima difesa. E qui le istituzioni fanno quadrato: certi che la notizia di un commissario di Polizia coinvolto in un losco traffico di droga e dipinti, che lo porterà persino ad uccidere, non avrebbe certamente lasciato indifferente l’opinione pubblica, il magistrato ed il questore, simboli di una giustizia che non funziona, lasciano cadere la faccenda, archiviando, così, l’omicidio del Roccella come un suicidio e la morte del commissario come un semplice incidente dovuto alla pulizia di una pistola da parte di un brigadiere un po’ troppo sbadato. Per il commissario vengono organizzati funerali tanto solenni e fastosi quanto ingiusti.
Come se non bastasse, il testimone di un secondo omicidio, nel libro chiamato “l’uomo della Volvo”, per caso riconosce un complice del commissario in un prete fino a quel momento coinvolto marginalmente nella storia, anche se in precedenza si era già intuita una certa complicità tra lui ed il defunto poliziotto. Tuttavia l’ecclesiastico non verrà mai accusato. Il testimone, infatti, solo per un attimo pensa di tornare a riferire i suoi sospetti in quella questura dove durante le indagini era stato detenuto irragionevolmente. La diffidenza verso l’istituzione prevale: è meglio essere omertosi piuttosto che ritrovarsi ancora nei guai, questa volta persino più grossi.
La storia semplice finisce così, lasciando il lettore amareggiato rispetto ad istituzioni poco rassicuranti, a funzionari corrotti e a meccanismi istituzionali che pur di salvaguardare se stessi sono disposti a sacrificare chiunque, anche l’onesto cittadino ignaro. Ma soprattutto, davanti a questa realtà poco incoraggiante, sorge l’atroce dubbio che l’uomo della Volvo possa avere ragione quando decide di non ritornare in questura a denunziare il complice del commissario.
Sciascia, infatti, costringe ad un braccio di ferro tra un omertà dovuta a gravi carenze istituzionali e quel senso civico che dovrebbe contraddistinguere ogni cittadino, pur astenendosi dal dare una risposta. Sembra, di fatto, condannare tutti e salvare solo la cultura: personificata in quel professore che sa, intuisce e si astiene dal dare giudizi.

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