Ugo Foscolo: vita ed opere

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Categoria:Italiano

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Testo

UGO FOSCOLO
VITA:
In realtà si chiamava Niccolò, ma non gli piaceva il suo nome e si faceva chiamare Ugo.
Nasce nel 1778 a Zacinto, nelle isole Ionie, vicino a Itaca, dominio veneziano. Il padre Andrea, italiano, era un medico. La madre era una locale greca. Ha due fratelli, Giulio e Dionigi, e una sorella, Rubina. Foscolo vive in un mondo bilingue: italiano e greco (la madre parlava il dimotikì). Viene mandato a studiare in seminario in Dalmazia, dove impara perfettamente il latino e l’italiano, pur con qualche incertezza. Quando ha 10 anni, il padre muore e sua madre decide di trasferirsi a Venezia dove si trovavano i parenti del marito, che l’avrebbero mantenuta. A 14 anni, Foscolo raggiunge la madre e i 3 fratelli a Venezia, è un po’ aggressivo, incattivito. A 16 anni ha già le idee chiare su quello che vuole fare, inizia a frequentare l’università di Padova, dove conosce un gruppo di bresciani dai quali apprende la cultura giacobina (dalla Francia alla Lombardia e poi a Venezia). A 17 anni Foscolo diventa giacobino e lo rimarrà per tutta la vita, nonostante molte delusioni; sarà sempre sostenitore della fratellanza, della libertà e dell’uguaglianza.
Per i suoi scritti, tuttavia, Foscolo scelse l’italiano, nonostante parlasse meglio il greco, scelta che lo accomuna ad Alfieri, che pur provenendo dal Piemonte aveva scelto anche lui l’italiano per i sui scritti. Inizialmente Foscolo copia, copia dai grandi poeti che lo precedettero.
Foscolo, per farsi conoscere, sfruttò i salotti, che nel tardo 1700 venivano appunto utilizzati per assicurarsi un successo. Solitamente il salotto era un luogo senza regole dove ci si riuniva attorno ad una bella donna. La prima amante di Foscolo fu Isabella Teotochi Albrizzi, la “proprietaria” del salotto dove venne ammesso Foscolo. Egli era brutto, sembrava una scimmia, ma possedeva un forte carisma ed era seducente e accattivante; lei era una bellissima donna, di 40 anni, mentre lui era solo un sedicenne. Grazie ad Isabella, Foscolo poté conoscere numerosi letterati, tra i quali anche Ippolito Pindemonte, al quale dedicherà il carme Dei sepolcri e anche Melchiorre Cesarotti. Isabella non fu solo un’amante per Foscolo, ella gli fu amica per sempre. Con l’ascesa di Napoleone in Italia, Foscolo si arruolò nell’esercito, nella cavalleria (fa parte di quei poeti che combatterono, come San Francesco, Dante e D’Annunzio). Durante l’attività militare si diede al giornalismo e scrisse numerose lettere a Napoleone, ricordandogli che quest’ultimo aveva promesso la pace. Foscolo divenne la voce del popolo, la voce della coscienza politica.
A Milano consce Monti, con il quale è in buoni rapporti inizialmente, fino al 1810 quando, non si sa esattamente per quale motivo, Foscolo litiga con Monti.
A Milano diventa l’amante di Antonietta Fagnani Arese, anche lei sposata e molto colta, raffinata e intelligente, alla quale Foscolo dedica anche una delle sue odi.
Nel 1804 viene mandato nella Francia del nord per la spedizione contro l’Inghilterra, dove conobbe una donna, Lady Hamilton, dalla quale ebbe una figlia che ritrovò successivamente dopo l’esilio del 1815. Sulla Manica Foscolo impara l’inglese e traduce il “Viaggio sentimentale” di Sterne.
Successivamente, nel 1806, torna in Italia dalla madre e da Rubina e Giulio, mentre il fratello Dionigi (Giovanni) si era suicidato. Nel 1808 ottiene la cattedra di lettere all’università di Pavia, ma gli viene revocata con la scusa di finanziamenti mancanti, mentre il governo francese era stato informato che Foscolo era una “testa calda”.
Rimane poi a Milano fino al 1811, quando l’Aiace, la sua tragedia, fu censurata poiché si pensava che la figura di Agamennone rappresentasse Napoleone.
Foscolo allora scappò a Firenze, dove passo due anni, forse gli unici veri anni felici della sua vita. In questi anni stende anche il poema “Le Grazie”, che però rimarrà incompiuto.
Dopo la sconfitta di Napoleone a Lipsia, Foscolo torna a Milano, speranzoso che l’Italia finalmente conquisti la sua libertà da tempo cercata. Ma gli austriaci sono ormai penetrati nel regno d’Italia e una volta chiesta fedeltà a Foscolo, egli rifiuta e viene così mandato in esilio, prima in Svizzera e successivamente in Inghilterra. Quando arriva in Inghilterra, Foscolo scopre che il poeta lì è un uomo assolutamente inserito nella società, non è al servizio di nessuno, ma è portavoce dei lettori e dell’opinione pubblica. Il poeta in Inghilterra era una vera e propria professione riconosciuta, dal momento che scriveva per tutti. Foscolo pubblica diversi articoli sulla letteratura italiana.
Incontra anche Floriana, la figlia avuta da Lady Hamilton, sullo stretto della Manica. Lei era molto ricca ed orfana e Foscolo, nel giro di pochi mesi, fece fuori il suo patrimonio intero e si riempì di debiti, tanto che finì anche in prigione. Morì nel 1827, in povertà e abbandonato da tutti. Il suo sogno, fino alla morte, era quello di tornare nella sua terra, la Grecia, a Zante. Foscolo rimase un greco per tutta la vita. Venne seppellito nel 71, e chiese la restituzione delle ossa dall’Inghilterra all’Italia. La sua tomba si trova a Santa Croce, a Firenze.
ATTEGGIAMENTI:
Egoista ed egocentrico. Tutto passa attraverso il filtro della sua personalità. Non rinnegherà mai le sue vie: libertà, uguaglianza e fraternità, pur rimanendo deluso mille volte dalle cose in cui credeva. Rimarrà sempre coerente con le sue scelte fino alla morte. Foscolo viene educato alla fede cattolica, ma a 18 anni diventerà ateo; è un materialista, è il materialismo di Lucrezio, di Epicureo. La sua visione della realtà è di tipo meccanicistico, nel mondo ci sono solo atomi e vuoto e l’universo non è finalizzato a niente: c’è e basta.
Per Foscolo né la vita né l’esistenza hanno senso. L’unica salvezza per l’uomo è l’illusione, l’uomo deve assolutamente darsi delle illusioni, deve dare dei valori alle cose per cui noi viviamo. Foscolo parla di due illusioni:
1. la bellezza: va coltivata, la si trova sia in natura che negli esseri umani, la bellezza può essere quella di una donna, come quella dell’arte. L’artista, infatti, diffonde bellezza. Credere nella bellezza, per Foscolo, significa dare un senso alla propria vita.
2. la patria, la fede ci dice che esiste, l’amore per la patria è un assordo, ma a volte significa affrontare la morte senza temerla.
LA SOCIETA’:
ha una visione machiavelliana e hobbesiana della società, è una visione negativa. Per Foscolo la società è fatta di tiranni, di ambiziosi (i potenziali tiranni), di sudditi e schiavi. Non esistono alternative tranne forse quella del “cane randagio”, ossia il poeta, che può solo sperare di trovare cibo e di evitare le bastonate.
Foscolo sostanzialmente voleva solo la libertà. Non pensa che la condizione dell’Italia sia irreversibile, ma quando diventa giacobino spera proprio che possa cambiare, grazie all’avvento di Napoleone, grazie alla rivoluzione francese, che egli ritiene una forza talmente potente da cambiare la realtà. Certo che Napoleone, sia con Campoformio (cede Venezia all’Austria) che con i comizi di Lione (Napoleone ha già pronta una costituzione che non prevede la libertà dell’Italia), in qualche modo “scade” a Foscolo, che rimarrà sempre fedele ai suoi ideali, pur scontento dei risultati.
Anche nel 1814, quando torna a Milano dopo Lipsia, crede ancora, spera ancora di poter cambiare le cose. Ma dopo la vittoria degli Austriaci, si rompe ogni illusione. La libertà degli italiani sarebbe rimasta solo un bel sogno.
ULTIME LETTERE DI JACOPO ORTIS:
È un romanzo epistolare, la cui composizione impegnò a lungo Foscolo, tanto che per ottenere un’edizione definitiva ci vollero ben 20 anni. La prima traccia del progetto si trova in un lavoro iniziato da Foscolo giovanissimo e intitolato Laura, lettere. Due anni dopo nasce la stesura più antica dell’Ortis. L’impegno militare contro gli austro-russi costrinse però Foscolo a interrompere la stesura dell’Ortis, completata a sua insaputa da un certo Angelo Sassoli, che ottenne un discreto successo. Foscolo sconobbe l’apocrifo e fece, nel 1801 e nel 1802, due nuove edizioni dell’Ortis.
La struttura del romanzo consiste in una raccolta ordinata di lettere indirizzate da Jacopo all’amico Lorenzo Alderani e alcune lettere indirizzate all’amata Teresa e ad altri. Lorenzo fa da narratore per ciò che Jacopo non poté narrare, ovvero il suicidio. La vicenda ha inizio col trattato di Campoformio e la cessione di Venezia all’Austria da parte di Napoleone. Jacopo Ortis, deluso da Napoleone e alimentato da forti ideali patriottici, si rifugia sui Colli Euganei, dove si innamora di Teresa ed è ricambiato. Il padre di lei, però, vuole darla in sposa al ricco Odoardo per sanare le difficili condizioni economiche della famiglia e Teresa obbedisce al volere paterno. Jacopo allora decide di viaggiare per l’Italia per allontanarsi da Teresa, le sue soste più importanti sono quella di Milano, dove incontra Parini e quella a Ventimiglia, dove svolge una meditazione pessimistica sulla storia e sulla società. Dopo aver appreso del matrimonio di Teresa, tornato sui Colli Euganei, incontra la sua amata per l’ultima volta, strappandole un bacio, quindi si toglie la vita pugnalandosi al cuore.
La struttura del romanzo ricorda molto quella dei grandi romanzi epistolari, come ad esempio Goethe nel “Giovane Werther”. Tuttavia Foscolo proiettò il proprio carattere impetuoso e passionale nel personaggio di Jacopo, quindi è come se fosse un’autobiografia. Jacopo Ortis è sicuramente un personaggio romantico, dominato dalle passioni, come lo era stato Foscolo per gran parte della sua vita. Il tema del sacrificio può rimandare al campo religioso, anche se il suicidio di Jacopo in realtà non serve a niente, dal momento che è venuta mento la possibilità stessa di un riscatto.
Nel romanzo sono presenti due illusioni:
1. l’amore per Teresa, donna angelica, ripresa dallo stilnovismo. Pur amando Jacopo, ella è costretta a sposare Odoardo.
2. la poesia dovrebbe in qualche modo unificare i contrasti interiori di Jacopo, dovrebbe riuscire a purificarne le passioni, anche se non ci riesce.
La figura di Lorenzo Alderani è particolare, può essere considerata come l’alter ego del poeta.
Il suicidio di Jacopo è come un cambiamento di pelle per Foscolo, non va inteso come la morte di un personaggio, come la sua scomparsa, ma come la rinascita in un nuovo personaggio, in una nuova maschera di Foscolo, ossia Didimo Chierico.
DEI SEPOLCRI:
Nelle lettere Foscolo lo chiamava anche epistola. Potrebbe considerarsi anche un poemetto didascalico. Sono 295 versi in endecasillabi sciolti. Viene scritto nel 1806 abbastanza rapidamente, cosa alquanto particolare per Foscolo, che, una volta terminato, non lo riprenderà più. Viene poi pubblicato nel 1807 presso la stessa casa editrice per cui pubblica anche l’Iliade. Il carme è dedicato all’amico Ippolito Pindemonte.
Nel 1804 la legislazione francese approva l’editto di Saint-Cloud, esteso poi anche in Italia nel 1806, che prevedeva che i cimiteri fossero tutti trasferiti fuori dalle mura cittadine per ragioni igieniche e le tombe dovevano essere tutte uguali con una lastra mortuaria identica (chiaramente un editto di stampo giacobino), dal momento che dopo la morte siamo tutti identici. Foscolo discusse dell’editto con Isabella Teotochi Albrizzi e Ippolito Pindemonte e assunse una posizione di indifferenza, mentre i suoi due amici erano assolutamente contro il nuovo editto francese ed erano convinti che il rapporto coi propri morti è importante e il loro allontanamento è una colpa grave. Foscolo, d’altra parte, da fedele materialista, inizialmente assunse una posizione di favorevole alla legge, scandalizzando i suoi due amici.
Trasferitosi poi a Milano, iniziò a riflettere su questa legge e sui suoi effetti e si accorse che la sua posizione era sbagliata. Perciò, preso da un grande estro creativo, iniziò a scrivere questo carme all’interno del quale spiegherà i motivi per cui le tombe devono avere legami con i vivi e devono portare i messaggi dei morti: il carme è una vera e propria celebrazione delle tombe. Le fonti di Foscolo sono naturalmente infinite, in particolare sono sottolineate molto quelle classiche, ma c’è anche un po’ di Dante, di Parini e di Petrarca. Nonostante ciò, l’opera è di una straordinaria originalità. Foscolo sostiene che le tombe non servono certo ai morti, ma ai vivi, che si recheranno sulle tombe dei loro cari per continuare i dialoghi con le persone ormai scomparse. Questa è l’illusione che gli uomini hanno prima di morire, ossia quella di essere ricordati una volta scomparsi.
Foscolo compie una specie di excursus storico sulle tombe, da quelle dell’antica Roma, a quelle medievali e a quelle dell’Inghilterra.
La visione di Foscolo è estremamente vichiana: l’uomo inizia ad essere un vero uomo civile quando possiede il culto dei morti.
Quando il sepolto è un grande personaggio della storia, la sua tomba ci ispirerà a compiere azioni tanto grandi quanto sono state le sue in vita. Ma le tombe sono destinate a distruggersi, e l’unica cosa che non ci farà mai dimenticare gli eroi sarà la poesia.
Il carme è quadripartito:
1. inizia con due domande retoriche, nel quale il poeta si chiede che consolazione possa dargli una bella tomba quando ormai sarà morto. La risposta è implicita ed è nessuna, perché il morto non avverte più nulla. Per Foscolo la tomba serve soltanto ai vivi che possono così andare a trovare i loro cari defunti e continuare a parlare con loro e a mantenere vivo il ricordo. chi muore amato riceve dalla sepoltura un onore che illusoriamente ne prolunga la vita; chi, invece, in vita è stato privo di sentimenti, abbandona sulla terra i propri resti al nulla, non ci sarà nessuno che verrà a piangere sulla sua tomba. C’è un richiamo al classicismo, con Talìa, musa della poesia comica e della commedia, alla quale Parini si era consacrato. Foscolo descrive una possibile scena con Parini seduto sotto un tiglio, dove lui avrebbe voluto essere sepolto, ma che invece Foscolo dice che sia stato gettato in una fossa comune probabilmente con corpi di assassini. Foscolo si scaglia contro Milano, che secondo lui pensava solo ai soldi e contro la moda dei cantanti castrati, contro la quale si era scagliata anche Parini nella Musica.
2. ripensa alla storia delle tombe dal mondo primitivo all’età contemporanea, con un’idea assolutamente vichiana della realtà: la nascita del culto dei morti trasforma il bestione in uomo. Foscolo condanna la chiesa cattolica, che poneva le tombe come pavimenti nelle chiese e che dipingeva la morte con mostri e la rendeva una cosa terribile e paurosa, quasi puzzolente di incenso e di morte, una situazione assolutamente sgradevole. Poi c’è un cambio di spazio e di tempo e si parla delle madri nel medioevo che pensavano che i loro bambini fossero tormentati dagli spiriti dei morti. Poi passa a raccontare dei cimiteri pre cristiani, in particolare di quelli a Roma, dei grandi prati fioriti bellissimi dove le persone portavano come offerta per i morti delle urne contenenti lacrime e facevano bruciare delle sostanze al sole, versavano latte, parlavano con i defunti. Anche i cimiteri inglesi sono tenuti come dei giardini in cui le persone possono passeggiare, si parla poi del generale Nelson, morto in Egitto nella battaglia di Abukir, che aveva fatto costruire la tomba coll’albero maestro della sua nave. In Italia, invece, il lusso delle tombe serve solo a ricordare la morte angosciosa mentre i ricchi e i nobili sono già sepolti dentro il loro opportunismo e dentro la loro viltà nei confronti del potere mentre sono ancora in vita.
3. si elogiano le tombe degli eroi, in particolare Foscolo cita Machiavelli, Michelangelo e Galileo, di nessuno dei tre però cita il nome, ma li descrive con delle caratteristiche. Punto centrale di questa parte è Firenze e la chiesa di Santa Croce, dove si trovano tutte le tombe dei grandi eroi. Se si va a Santa Croce si possono sentire le voci dei grandi eroi defunti che esortano i vivi a compiere grandi azioni in vita. Foscolo descrive la bellezza della città e dice che per prima ascoltò la lingua di Dante e di Petrarca. Foscolo dice anche che spesso Alfieri si recava a visitare le tombe dei grandi italiani e che adesso anche lui è sepolto lì con loro. Foscolo si ricorda anche degli eroi greci, quelli che combatterono nella battaglia di Maratona e afferma che se ci si reca sulle spiagge dove i soldati hanno combattuto si possono udire ancora le grida di guerra e si può assistere agli scontri e alle battaglie di tutti quegli uomini che sono morti per la loro patria.
4. è introdotta ancora una volta da un esempio classico, il mito di Aiace, al quale Foscolo era molto caro e nel quale si riconosceva. Ulisse aveva sottratto con l’inganno le armi di Achille che di diritto spettavano ad Aiace, che si suicidò. Dopo che Ulisse naufragò, le armi, per volere dei morti che fanno accadere le cose come dovrebbero essere, furono trasportate dal mare proprio sulla tomba di Aiace a Troia. Foscolo si immagina le Muse sedute sulle tombe, a far guardia dei sepolcri. Successivamente Foscolo racconta il mito di Elettra, che chiese a Zeus l’immortalità, ma che lui non poté concederle se non a livello della sua fama. Così tutti i discendenti di Elettra furono seppelliti vicino a lei. La parte finale è narrata da Cassandra, condannata da Apollo ad essere una profetessa mai creduta, che preannuncia ai bambini troiani la loro futura schiavitù da parte dei greci e la distruzione della loro amata città, che non esisterà più. Un giorno giungerà Omero, descritto come un mendicante cieco, che si introdurrà nelle tombe per interrogare i morti e per farsi raccontare le vicende avvenute. Gli ultimi personaggi ricordati sono gli eroi che persero, sapendo che avrebbero perso, ma che combatterono lo stesso per la patria e per l’onore, e chi se non Ettore simboleggia al meglio questa categoria di eroi. Foscolo afferma che le tombe un giorno si distruggeranno e che sarà dunque compito della filosofia di ricordare gli eroi, fino a che esisterà la civiltà, la poesia terrà vivo il ricordo dei defunti.
LE GRAZIE:
Il poema nasce nel biennio che Foscolo trascorre a Firenze, tra il 1812 e il 1813. è da ricordare, però che in questi due anni si era verificata la grande impresa di Russia nella quale partirono 600 mila soldati sotto la guida di Napoleone. Foscolo aveva già in mente di scrivere un poema sulle Grazie molto prima, già nel 1804. nel 1808 mandò una lettera a Monti dicendogli che voleva scrivere un poema sulle Grazie come civilizzatrici, ma aspetto fino al 1812 dal momento che sia Monti che Manzoni stavano scrivendo un poema sulle Muse come civilizzatrici. Una volta a Firenze, si dedica intensamente alla stesura del poema. Scrive e cancella, scrive e cancella, tanto che l’opera rimane incompiuta (Foscolo, una volta tornato a Milano e dopo essere stato mandato in esilio non terminerà più l’opera) e abbiamo circa diecimila versi.
La struttura è tripartita in tre inni dedicati a tre divinità:
1. Venere: mondo primigenio di immagine vichiana, in cui l’uomo è come un orso, è un bestione. Gli dei cercarono di civilizzare gli uomini, ma fallirono, così inviarono sulla terra le tre bellissime Grazie che inizialmente abbagliarono gli uomini con la loro bellezza, ma non riuscirono a civilizzarli poiché la loro violenza innata prevale sulla non violenza, quindi rimangono bestie. Le Grazie, per paura, scappano.
2. Vesta: ci si sposta completamente di spazio e di tempo: tre amanti di Foscolo che rappresentano la danza, la musica e la poesia, compiono dei riti, delle liturgie, una alla volta. Il testo è ricco di immagini, riferimenti e similitudini.
3. Pallade: ci riporta al mondo antico, le Grazie si sono rifugiate nell’isola che non c’è, al di là delle colonne d’Ercole, sicure che gli uomini non possano fare loro del male, scendono altre divinità, tutte femminili, e preparano un velo su cui Flora ricama delle scene. Le Grazie si ricoprono del velo che è comunque trasparente e si recano dagli uomini e portano la civiltà. L’arte fa da tramite tra la bellezza assoluta e i grandi valori dell’umanità.
Il velo:
E’ Erato che guida Flora con le sue parole. Sul velo sono dipinti:
• Rosa → Giovinezza, che danza e che presto cambierà nome.
• Bianco → amore coniugale, che deve essere pudico e celato agli altri, Foscolo fa l’esempio di due tortorelle. E di un usignolo che le spia.
• Verde → la misericordia, un guerriero antico che ha sognato i suoi genitori e quando si sveglia vede i suoi prigionieri e piange per loro.
• Oro → è l’amicizia sincera
• Azzurro → l’amore materno, è un po’ incupito, la madre se sente il pianto del bambino, ha paura che sia un presagio di morte, quando invece è un presagio di vita.
DIDIMO CHIERICO:
Foscolo si ispira a un romanzo di Sterne, Viaggio sentimentale di Yorick lungo la Francia e l’Italia (Yorick era il buffone dell’Amleto), che Foscolo aveva tradotto quando si trovava sulla Manica. È la storia di un uomo inglese che viaggia attraverso la Francia (ma non arriverà in Italia) e descrive ciò che vede, le abitudini e i costumi dei francesi, per i quali l’uomo rimane impressionato e sconcertato. Foscolo traducendo il testo per la prima volta, si accorge di non aver tradotto correttamente, dato che Sterne usa numerosi giochi di parole e si diverte a spiazzare il lettore. Tornato a Firenze, Foscolo decide di riprovare a cimentarsi nella traduzione, questa volta modificando il 90% delle battute di Sterne, inventandosi nuovi giochi di parole italiani, ma mantenendo comunque la struttura di Sterne. Foscolo pubblica il libro a nome di Didimo Chierico, il presunto traduttore. Come appendice, Foscolo fornisce un ritratto di Didimo Chierico. È un personaggio totalmente nuovo rispetto ad esempio all’Ortis, è l’anti-Ortis. Didimo è distaccato, più ironico, meno passionale, disincantato, è un intellettuale, ma odia le convenzioni alle quali tutti gli altri intellettuali hanno ceduto, ama i bambini perché sono sinceri, ama le donne perché pudiche, le sue passioni sono vissute come una fiamma lontana, e non come una fiamma ardente nel caso di Jacopo Ortis. Didimo è neoclassicista, Ortis è romantico. Però, in realtà, sono tutti e due Foscolo! Il distacco tra i due è netto, non solo perle caratteristiche che sono una l’antitesi dell’altra, ma anche perché Didimo è narrato in 3° persona mentre l’Ortis in 1°. Il suicidio dell’Ortis è il cambiamento di pelle di Foscolo in Didimo Chierico.
LE ODI:
Sono due: A Luigia Pallavicini caduta da cavallo e All’amica risanata. La prima rimanda al gusto galante del Settecento, dove la destinataria dell’ode viene trasfigurata in un ideale di pura bellezza. Luigia Pallavicini si era sfregiata il viso cadendo da cavallo. La seconda, più matura della prima, è dedicata a una delle sue amanti, Antonietta Fagnani Arese, che durante l’inverno era stata spesso malata. Il testo rimanda particolarmente al modello pariniano, Foscolo descrive la realtà, fatta di vestiti e delle azioni che la sua amata compie, come cantare o ballare, i gesti della donna sono rallentati e le cose sembrano sospese nel nulla. L’ode è ricca di riferimenti classici, sia greci che latini. La bellezza della donna corrisponde alla bellezza della poesia. Le odi ci paiono lontane dal mondo appassionato dell’Ortis.
I SONETTI:
Nel 1803 esce l’edizione completa delle Poesie, che comprende, oltre alle due odi, 12 sonetti. I sonetti ci riportano nel vivo mondo sentimentale ed espressivo del romanzo giovanile foscoliano. Modello dei sonetti è Alfieri, benché Foscolo risalga inutilmente al canzoniere di Petrarca. I temi tratti dagli 8 sonetti più antichi sono vari: da quello amoroso, a quello politico-culturale (contro l’abolizione dell’insegnamento del latino), a quello che tende ad un autoritratto. Gli ultimi 4 sonetti sono di argomento molto elevato, sono molto originali e possiedono una maturità espressiva più grande di quella dei primi 8 sonetti. Alla Musa trasforma il tema dell’aspirazione e dell’arte in un intenso dato esistenziale.
Alla sera riporta l’immagine della morte e del nulla con una doppia visuale: la morte è sia temuta ma anche desiderata per placare le tempeste interiori che affliggevano Foscolo in quegli anni. Foscolo si ispira a Lucrezio, a Dante e a Petrarca.
A Zacinto, invece, rievoca il tema dell’esilio, Foscolo desiderò fino alla morte di poter tornare nella sua patria, la Grecia, egli mescola il tema dell’esilio con quello mitico, in particolare parlando del mito di Venere e del viaggio di Ulisse, al quale Foscolo si paragona, anche se Ulisse tornò nella sua patria, mentre Foscolo non tornerà mai.
In morte del fratello Giovanni, infine, è dedicata al fratello Dionigi, detto Giovanni, morto suicida per un debito di gioco. Era un grande soldato e un gran giocatore d’azzardo. Dopo aver perso una partita, contratto un grosso debito, ruba i soldi dall’esercito convinto che nessuno si sarebbe accorto e convinto di poterli restituire entro breve, ma viene scoperto e si uccide. Foscolo utilizza come modello quello del carme 101 di Catullo che anch’egli aveva scritto per il fratello morto prematuramente.
HYPERCALIPSEOS LIBER SINGULARIS:
L’ipercalisse è l’opposto dell’apocalisse, ossia il velamento delle verità ultime. Il poema è in latino, è pubblicato a nome di Didimo Chierico e si tratta di un’opera di violenta satira e misteriosa, col tipico andamento della visione biblica e prende di mira l’Italia intellettuale e politica di quel periodo, in particolare contro i milanesi asserviti al regime napoleonico. Ne vengono stampate 100 copie nel 1816 e fu pubblicato in Svizzera.
LE 5 LEZIONI TENUTE IN UNIVERSITA’:
Nel 1809, dopo la revoca della sua cattedra di lettere nell’università di Pavia, gli consentono di tenere 5 lezioni, nelle quali Foscolo parla dell’importanza della conoscenza della storia, l’arte non è ozio, ma è impegno, bisogna scrivere per rendere il mondo migliore, anche se si possono turbare gli animi degli altri.
AIACE:
Nel 1811 l’Aiace viene censurato. Anche se Foscolo non voleva ammetterlo, lui era Aiace e Napoleone era Agamennone. Nell’Aiace c’è dentro tutta la passione di Foscolo. Per lui fu un brutto colpo la censura.
LETTERE DALL’INGHILTERRA:
Durante l’esilio, Foscolo scrive delle lettere ai suoi amici in Italia nelle quali descrive la vita in Inghilterra e gli usi e i costumi degli inglesi. Egli immagina poi di raccogliere tutte queste lettere e di formare un romanzo epistolare simile a quello di Sterne. L’opera è incompiuta.
L’IO:
Scritto nel 1800 1801, l'Io è un'opera che foscolo abbandona quasi subito, noi conosciamo soltanto alcuni scritti del 6° tomo. Foscolo appare distaccato e ironico, è come se vivesse lontano dalle passioni proprie e altrui, come se non lo tangessero; vediamo un Foscolo più riflessivo, più disincantato, che medita sui colli della Toscana e che sorride alla vita, che ironizza sul proprio male e sulla società del suo tempo (ogni tempo è reo, per chi ci vive) e l'unica consolazione è lo scrivere.

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