tsunami e le catastrofi naturali

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Testo

Andrea E. 3’C
Liceo Tecnico
23/12/05
TSUNAMI E ALTRE CATASTROFI NATURALI
Un uso più saggio del territorio può ridurre i danni provocati dalle catastrofi naturali.
Quando si parla di ambiente e di tutela degli equilibri naturali non si fa mai vuota retorica, ma si pone l'attenzione su un problema di estrema importanza; quando si parla dei rischi che possono conseguire a un uso del territorio che non tenga conto dell'impatto ambientale, non si fa dell'inutile allarmismo. E infatti, dopo le catastrofi naturali, ci si chiede sempre: sarebbe stato possibile evitare quello che è successo? Si è colpevoli di vittime e danni? Purtroppo gli interrogativi del dopo servono a ben poco se, passata l'emergenza, si ritorna a devastare il territorio, senza ricavare alcuna lezione dall'esperienza subita.
Bisogna convincersi che le catastrofi naturali, come terremoti, alluvioni, frane, maremoti, onde anomale, se sono inevitabili, tuttavia i loro effetti dannosi possono dall'uomo essere contenuti con una saggia opera di prevenzione e con un uso del territorio razionale e rispettoso degli equilibri ambientali.
Anche gli effetti terribili e devastanti dello tsunami, l'onda anomala che il 26 dicembre del 2004 aggredì le coste di alcuni Paesi rivieraschi dell'Oceano Indiano per decine di migliaia di chilometri, pur nella sua inevitabilità, in quanto conseguenza di un maremoto di straordinaria violenza avrebbe potuto provocare danni di gran lunga inferiori se soltanto gli uomini fossero stati più accorti.
Lo tsunami, parola giapponese che significa "onda del porto", è frequente lungo molte coste dell'Oceano Indiano e dell'Oceano Pacifico e, in misura molto piùcontenuta, anche lungo alcune coste del nostro Mar Mediterraneo. Si tratta di onde anomale che possono spostare masse d'acqua anche notevoli in conseguenza di un' alta marea, di un maremoto e perfino del passaggio al largo di una nave di grandi dimensioni. Quello che il 26 dicembre del 2004 si abbatté lungo gran parte dell'arco costiero dell' Oceano Indiano era uno tsunami alto più di dieci metri, attivato da un violentissimo terremoto, del nono grado della scala Richter, con epicentro nell' oceano, ad alcune centinaia di chilometri allargo dell'isola di Sumatra.
La massa d'acqua che si spostò in conseguenza del sussulto sismico raggiunse le coste di Sumatra dopo circa un'ora e via via, dopo alcune ore; quelle della TIlailandia, della Birmania, dello Sri Lanka e, infine, quelle della Somalia dall' altro Iato dell' oceano, in Africa.
Con i sofisticati sistemi tecnologici di cui disponiamo, di avvistamento e trasmissione dei dati attraverso le reti satellitari, sarebbe stato possibile avvertire per tempo le popolazioni interessate dall' evento catastrofico, in modo da farle allontanare dalle coste, cioè dai luoghi maggiormente a rischio. Invece questo non è stato fatto, per l'assenza di un sistema di protezione civile capace d'intervenire in tempo reale in occasioni del genere e la responsabilità è sia dei governi locali, che non provvedono ad attivare un sistema di protezione civile, sia del mancato coordinamento nello scambio di informazioni a livello internazionale tra i governi di tutto il mondo.
Ma la colpa dell'uomo non si limita all'assenza di una rete protettiva capace di allertare in caso di emergenza le popolazioni: ancora più a monte c'è da constatare come in tanti dei Paesi devastati dallo tsunami sia da anni in atto una 'POlitica di sviluppo dell'industria turistica che non tiene in alcun conto i rischi di impatto ambientale. Infatti si sono costruiti alberghi, residences, resorts e strutture di accoglienza, magari dotate di ogni comfort e tali da attirare l'interesse della facoltosa clientela occidentale, talvolta finanche sul mare. In questo modo sono state distrutte foreste e palmizi che costituivano una naturale barriera lungo le coste.
Basta rifletterci: se la montagna d'acqua che si è abbattuta su tanti villaggi turistici e altri insediàmenti urbani, penetrando frn nelle strade, nelle case, nelle halls degli alberghi, spazzando via uomini e cose, si fosse infranta contro scogli e palmizi, molto probabilmente i danni, in vittime e in cose, sarebbero stati minori.
E invece i mass media hanno portato in ogni angolo del mondo le terribili immagini di devastazione e di morte, con centinaia di migliaia di vittime e interi villaggi, turistici ma anche di pescatori e di povera gente, cancellati dalla furia delle acque.
Non è stato possibile nemmeno redigere un calcolo certo delle persone che hanno perso la vita in quel tragico mattino dello tsunami, ma non si è lontani dal vero se si afferma che le vittime siano state intorno alle trecentomila, di cui oltre la metà nella sola isola di Sumatra, appartenente all'Indonesia.
Alcune migliaia di vittime sono turisti occidentali, anche italiani, che, andati in luoghi che la carta patinata dei depliants turistici descriveva come di sogno, vi hanno invece trovato la morte. Le immagini crudeli di quel tenibile mattino sono ancora davanti ai nostri occhi, pur dopo tanto tempo. E ancora oggi le cronache giornalistiche ci parlano della difficoltà di un ritorno alla vita normale da parte di sopravvissuti che hanno perso tutto in quel tragico mattino: affetti, averi, speranza del futuro. Eppure quelle popolazioni così provate devono ritornare a nutrire speranza nel futuro e ricostruire i loro villaggi e la loro economia, ma puntando ad uno sviluppo, anche nel turismo, che sia compatibile con le caratteristiche del territorio.
Spesso dal male si può sviluppare il bene: dalla tragedia dello tsunami si è originata una gigantesca gara di solidarietà in tutto il mondo che non solo è stata la prova di una generosità diffusa, in tutti i Paesi e in tutte le classesociali, ma che è anche la miglior prova che la speranza di costruire un futuro migliore regge ancora.

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