Tsunami

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Testo

Tragedia biblica, catastrofe immane, apocalisse, infarto della Terra: non ci sono più iperboli sufficienti per descrivere quel che è stato causato, da Papua allo Yemen, dal primo poderoso terremoto subacqueo al largo di Sumatra, nono grado della scala Richter, e dal successivo maremoto di onde alte anche 15 metri e con una velocità di spostamento di oltre 800 chilometri l’ora. Anche le cifre sul numero di morti , feriti e senzatetto, continuando ad aumentare di ora in ora, fino a un’ipotesi di 100.000 morti, sembrano fare tragicamente a gara con il vocabolario dei mezzi d’informazione. Lo scenario che le immagini televisive forniscono è in qualche modo apocalittico. Ma, quasi anestetizzati come siamo da immagini tragiche di guerra e di disperazione non è tanto il grande e fuggevole scenario complessivo delle immagini quanto la piccola cronaca fatta con parole semplici che può restituire il senso della tragedia.“Una città fantasma, con tutti gli edifici nel raggio di 300 metri dalla spiaggia distrutti, auto e bus scaraventati nei negozi, barche appoggiate agli alberi e cadaveri, tanti cadaveri in strada. Ed è così che si presenta la piccola città di Galle, nel sud dello Sri Lanka, al team della protezione civile che vi giunse all'alba del giorno dopo, a circa 48 ore dal maremoto. Un sito internet del paese diffonde intanto la notizia che le vittime locali dello “tsunami”, il terra-maremoto che ha seminato tanta distruzione, sono ormai certamente più di 13.000. “Surreale l' atteggiamento della gente: si continua a vivere come se nulla fosse, girando in bicicletta con i bambini tra i cadaveri. Polizia ed esercito presidiano la città di Galle ma non intervengono nei soccorsi e, di fatto, gli unici a tentare di estrarre i corpi dalle macerie sono gli stessi cittadini, senza alcun mezzo tecnico.” Intanto si continuano a contare i morti ma che alla fine siano trentamila o centomila i morti e uno o 10 milioni i senzatetto, e a qualsiasi piccolo o grande paese appartengano, è certo che un’enorme parte del pianeta Terra ha sofferto una lesione di cui porterà a lungo il segno. Il costo della devastazione sarà nell’ordine di miliardi di dollari; insondabili sono comunque i costi di queste povere società e dei pescatori senza nome e dei loro villaggi completamente spazzati via. Centinaia di migliaia di vite sono andate…. Sarà indispensabile un prolungato sforzo planetario di convinta e generosa solidarietà per dare sollievo ai milioni di persone che concludono l’anno in maniera disperata. Sarà necessario che ognuno nel mondo, ma soprattutto coloro che più possono in danaro e in potere, contribuisca a lenire al più presto questa spaventosa lacerazione che il pianeta intero ha subito. Altrimenti questo mostruoso “tsunami”, questa gigantesca onda assassina non si fermerà mai. Né per i tanti paesi colpiti né per il resto del mondo già piagato da guerre evitabili, divisioni inutili e malanni pur curabili con pochi spiccioli. Non sarebbe questo il momento di sospendere , congelare almeno per un po’ qualsiasi conflitto e qualsivoglia commercio di armi per concentrare tutte le risorse in una grande straordinaria opera capace di trasformare almeno per un po’ tutto il mondo in un’unica Società veramente Civile? Mai come in questi momenti il “villaggio” planetario è e deve essere davvero villaggio, nel senso antico e migliore del termine, nel profondo di ogni coscienza. Villaggio sì globale, ma soprattutto globalmente solidale.

Tragedia nuova, storia vecchia: davanti a vicende come questa, non si sa cosa dire. E quando si dice, spesso, si dice male. Così al dispiacere s'aggiunge l'imbarazzo. In quelle ore c'è chi protesta: davanti a un'ecatombe così, decine di migliaia di vittime accertate, un terzo potrebbero essere bambini, è giusto concentrarsi su alcuni connazionali, raccontare dei nostri calciatori in vacanza e dei loro sms spaventati? Non so se è giusto; ma credo sia umano. E’ un modo di circoscrivere l’orrore, e capirlo. Perché la comprensione delle tragedie del mondo è sempre stata inversamente proporzionale alla distanza. Il cinismo dei giornalisti non s’è mai spinto dove immaginano i nostri critici. Ma è vero che, fino a ieri, faceva più notizia un tamponamento sotto casa di un terremoto in Asia. Questa volta, però, è diverso. A cavallo di quel nome insolito, «tsunami»: fino a ieri, roba da stampa giapponese, è arrivato un evento spaventosamente e stranamente familiare. Non perché siamo diventati di colpo attenti ai drammi del mondo; ma perché l’onda anomala s’è rovesciata su di noi carica di suggestioni e citazioni e nomi riconoscibili: non abbiamo potuto ignorarla.

L’Asia del Sud è stata dipinta in questi anni come un paradiso: dolce la gente, incantevole il paesaggio, piacevole il clima, lontano il terrorismo. L'Aqua Park invernale dell’Occidente benestante: lo conosciamo tutti, magari solo per averlo sognato.
Oggi un cumulo di macerie dove ci sono più di trentamila dispersi. Un evento tanto disastroso da poter far associare questo cataclisma, nelle menti di tutti, agli eventi della Bibbia: mari che si aprono e si richiudono. Tra l’altro, questa “ondata” di malessere, arriva in uno dei momenti in cui l’intero mondo, anche se solo per un giorno, mette da parte i propri rancori, il giorno di Natale; sconvolgendo gli animi e rovinando quel unico bel giorno che era rimasto alla nostra gente.
I giornali e la televisione intanto espongono in modo differente, e puntando su differenti problematiche, quelle che secondo loro l’intera umanità deve conoscere ma, le notizie riportate dai cronisti sono così differenti che fanno pensare. Si può comprendere l'apprensione per tante potenziali vittime, ma è possibile che, di fronte alle decine di migliaia di morti tra le popolazioni locali, la preoccupazione dei cronisti sia conoscere il testo dell’sms con cui Paolo Maldini conferma al padre che a lui non è successo niente?!.
Non sarebbe meglio scorgere lo spavento nelle parole e negli occhi del calciatore famoso, quello che in campo sembra onnipotente, e in televisione sorride, un modo per avvicinarsi a quanto è successo? E capire che non è il caso di farsi illusioni. Poteva accadere a molti di noi, spensierati viaggiatori d'Occidente.
Abbiamo voluto avvicinare il mondo, e adesso il mondo non ci molla. Qualche volta non possiamo farci nulla, se non studiare sistemi di allarme preventivo: è il caso di un maremoto come questo, o d'un terremoto. Ma spesso possiamo far molto: e non lo facciamo. Ci sono guerre che tolleriamo, genocidi che ignoriamo, povertà endemiche che sorvoliamo, diseguaglienze sfacciate che accettiamo. Se crediamo che queste cose non abbiano conseguenze, ci sbagliamo di grosso. Producono invece «tsunami» dall'onda lunga. Quando arriveranno, non avremo nessuna giustificazione.

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