Tra futurismo e crepuscolarismo

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Testo

Tra crepuscolarismo e futurismo
A proposito del passaggio da una fase crepuscolare a una futurista, cui si accennava nella premessa, e dell'atipicità del suo futurismo si consideri la seguente osservazione di Sergio Antonielli: «Oggi sappiamo che il crepuscolarismo fu a doppia faccia: nostalgia, elegia per un verso e corrosione ironica, demistificazione per un altro. Palazzeschi fu crepuscolare più nel secondo verso che nel primo. Dopodiché fu futurista. Ma poté compiere una sua feconda sintesi di crepuscolarismo e futurismo proprio perché la sua vena di ribelle, di "anarchico borghese" in contraddizione col proprio ambiente sociale e, in parte, con se medesimo, era già viva durante la fase crepuscolare. Futurismo, per lui, significò proseguimento di una giovanile lotta contro le convenzioni. Quanto ai corollari politici dei "teoremi" marinettiani: nazionalismo e interventismo, non li fece mai propri».
Altri, e per primo Edoardo Sanguineti, hanno proposto una diversa classificazione e denominazione di questa prima fase della lirica italiana novecentesca (che comprende fra gli altri Govoni e Palazzeschi), introducendo la categoria di "liberty".

Il dinamismo e il mito della modernità. Il Futurismo.
Siamo all’inizio del ‘900. L’occidente è pervaso dalla frenesia dello sviluppo tecnologico che conosce i successi dell’industria assieme alla proposizione incessante delle novità tecniche, cui fa da sostegno teorico il consolidarsi del pensiero positivista. Si comincia a credere che la scienza contenga in sé ogni soluzione ai bisogni degli uomini e ci si incammina verso una fatale inevitabilità della presenza tecnologica nella vita umana. È la stagione che vede il trionfo definitivo della borghesia, cui si accompagnano i problemi e le questioni politiche e sociali di una moderna società industriale. Ogni aspetto della vita risulta inedito: dalle problematiche sociali di nuove forme nei rapporti di lavoro, ai fenomeni dell’inurbamento selvaggio; dalla “fame” industriale di materie prime che inaugura la stagione colonialista, agli aspetti anche più privati delle forme dell’esistenza: basti pensare alla presenza di automobili, aerei, ferrovie, che accelerano i ritmi quotidiani di tutti. Persino la cultura legata alle immagini sembra partecipare alla frenesia del tempo attraverso l’invenzione del cinematografo e con gli studi “cronofotografici” sugli effetti del movimento di uomini e oggetti.
È in questo contesto che sorge in Italia il movimento futurista, che si erge a cantore del progresso ed insieme a radicale contestatore delle forme consolidate del comune sentire. La società borghese con i suoi gusti perbenisti e prestabiliti appariva ai futuristi stantia e oppressiva, tanto da propugnarne la distruzione per mezzo della «guerra, sola igiene del mondo». Nella poetica futurista questa inidoneità delle convenzioni sociali assumerà l’aspetto radicale della contestazione che se assumerà l’aspetto spettacolare e provocatorio delle “serate futuriste”, giungerà anche ad affermazioni estreme che conterranno il rifiuto drastico di ogni assunto estetico fino ad allora consolidato: «...un automobile ruggente, che sembra correre sulla mitraglia, è più bella della Vittoria di Samotracia».
Ma questa radicalità di posizioni, che vede l’adesione assoluta alle irruenti novità della trasformazione tecnologica del vivere d’ogni giorno, non impedisce a Boccioni, il massimo esponente dell’espressione pittorica del movimento futurista, di percorrere quella malinconica introspezione dell’animo umano. Il viaggio nella profondità del proprio sentire (vedi la serie degli Stati d’animo) assumerà gli stilemi formali che ubbidiscono alle vorticose ragioni estetiche futuriste, con tutti gli stravolgimenti e le compenetrazioni di piani e colori della poetica pittorica futurista, ma rivela anche quella sapiente maniera che “sente” la forza seduttiva del colore e della forma in maniera da rendere comunque immancabile lo splendore dell’opera. Seppure rappresentate con il tipico vorticismo attorcigliato e con le intersecanti linee dei piani che caratterizzano la pittura futurista, nell’opera di Boccioni di ogni cosa o persona ce ne viene restituito anche in quel modo l’incanto.
Dopo gli esordi divisionisti che si evolveranno nella forma “stirata” derivante dalla maniera di Previati, Boccioni si incammina convinto lungo quel tragitto pittorico che lo porterà ad essere l’esponente di maggior spicco del movimento. Assieme a Filippo Tommaso Marinetti, il propugnatore del manifesto del futurismo e in compagnia dei pittori Balla, Severini, Russolo e Carrà, svilupperà l’ultima stagione di un grande movimento che avrà l’Italia come sua terra d’origine, interrompendo quel lungo periodo che, dopo i trionfi dei Tiepolo nel XVIII secolo, aveva visto il nostro paese in secondo piano rispetto al tumultuoso susseguirsi delle innovative proposte artistiche europee.
Sarà un movimento di non lunghissima durata, e che conoscerà sviluppi soprattutto nell’est europeo, con i movimenti costruttivisti russi fino agli estremi della poetica suprematista di Malevič.
La breve vita di Boccioni (morì nella prima guerra mondiale per le conseguenze di una caduta da cavallo) non ci ha permesso di assistere all’evoluzione della sua poetica, che segnala con il ritratto del musicista Busoni, un sintomo di recupero di una poetica maggiormente figurativa. Non possiamo affermare che si trattasse di una svolta poetica, essendoci rimasto quell’unico splendido episodio. Va comunque osservata la qualità che ha contraddistinto Boccioni lungo tutta l’evoluzione della sua opera, dalle sensibilissime cromie dei dipinti quasi divisionisti (La signora Massimino, La madre), per proseguire con la potenza introspettiva de Gli stati d’animo, quindi attraverso l’imponenza intricata di Materia, fino alle opere più “spinte” del formalismo futurista (Dinamismo di un foot-baller e Dinamismo di un copro umano), in tutto questo tragitto, dicevamo, mai è dismessa quella potenza seduttiva che l’acceso cromatismo pittorico conferisce all’intera opera di Boccioni.
È questa la conferma che sulla scena dell’arte, qualunque sia il registro che prevale, la soggettività apparentemente formalistica o la fedeltà del modello naturale, sempre avviene uno svelamento dei sensi più profondi dell’esistente, mostrandoci di volta in volta una o più delle mille storie che ogni cosa custodisce e che l’artista ci offrirà con la seduzione della propria opera rivelatrice, svegliandoci dalla comune sensibilità e sollecitandoci alla riflessione inusuale attraverso lo strumento principe di cui dispone: l’incanto della bellezza dell’opera pittorica.

I Futuristi si collocarono agli antipodi dei crepuscolari. Anch’essi rifiutarono la tradizione ed il conformismo borghese, ma in nome di un dinamismo vitale che doveva rispecchiare la nascente civiltà tecnologica e industriale. Affascinati soprattutto dalla velocità imposta dalle macchine al ritmo della vita, essi esaltarono il rischio, l'avventura, il vigore, il fascino dell'ignoto da scoprire, ed affermarono che sulla Terra non poteva esserci posto per i deboli e per gli inetti: ecco perché definirono la guerra la “sola igiene del mondo”, perché essa spazza via le scorie dell’umanità e seleziona i forti da destinare ad una vita sempre più fiera e veloce.
A differenza dei crepuscolari che vissero appartati e quasi incogniti a se stessi, i Futuristi si raccolsero in una vera e propria “scuola”, stilarono un ben preciso programma, organizzarono una ben nutrita pubblicità intorno alle loro idee, servendosi di riviste (“Lacerba”), ma soprattutto di incontri-dibattiti che effettuavano periodicamente nei teatri con tono volutamente provocatorio nei confronti del pubblico.
Fondatore e caposcuola del Futurismo fu Filippo Tommaso Marinetti.
Nato ad Alessandria d’Egitto nel 1876, studiò a Parigi e lì iniziò l’attività letteraria componendo poesie in lingua francese. Nel 1909 pubblicò su “Le Figaro” il “Manifesto del Futurismo”. Trasferitosi definitivamente in Italia, pubblicò il “Manifesto tecnico della letteratura futurista” (1912), cui fece seguire altri manifesti aggiuntivi. Acceso sostenitore della guerra, fece parte degli interventisti all’epoca della prima guerra mondiale e poi seguì ciecamente il Mussolini, che lo nominò Accademico d’Italia. Restò fedele al Duce anche dopo la sua caduta, seguendolo nella Repubblica di Salò. Morì nel 1944. Fra le sue numerose opere ricordiamo: “Mafarka il futurista” (romanzo, 1910), “Zang Tumb Tumb” (parole in libertà, 1914), “Spagna veloce e toro futurista” (1931), “La grande Milano tradizionale e futurista” (postumo) e “Una sensibilità italiana nata in Egitto” (postumo).
Ed ora presentiamo alcune proposizioni tratte dal “Manifesto del Futurismo” e dal “Manifesto tecnico” da cui emergono con chiarezza lo spirito e la tecnica espressiva dei futuristi:
1 Noi vogliamo cantare l’amor del pericolo, l’abitudine all'energia e alla temerità.
2 l coraggio, l’audacia, la ribellione, saranno elementi essenziali della nostra poesia.
3 La letteratura esaltò, fino ad oggi, l’immobilità pensosa, l’estasi ed il sonno. Noi vogliamo esaltare il movimento aggressivo, l’insonnia febbrile, il passo di corsa, il salto mortale, lo schiaffo e il pugno.
4 Noi affermiamo che la magnificenza del mondo si è arricchita di una bellezza nuova: la bellezza della velocità...
5 Non v’è più bellezza se non nella lotta. Nessuna opera che non abbia un carattere aggressivo può essere un capolavoro. La poesia deve essere concepita come un violento assalto contro le forze ignote, per ridurle a prostrarsi davanti all’uomo.
6 Noi siamo sul promontorio estremo dei secoli!... Perché dovremmo guardarci alle spalle, se vogliamo sfondare le misteriose porte dell’impossibile? Il Tempo e lo Spazio morirono ieri. Noi viviamo già nell’assoluto, poiché abbiamo già creata l’eterna velocità onnipresente.
7 Noi vogliamo glorificare la guerra - sola igiene del mondo -, il militarismo, il patriottismo, il gesto distruttore dei liberatori, le belle idee per cui si muore e il disprezzo della donna.
8 Noi vogliamo distruggere i musei, le biblioteche, le accademie d’ogni specie, e combattere contro il moralismo, il femminismo e contro ogni viltà opportunistica e utilitaria.
11 Noi canteremo le grandi folle agitate dal lavoro... il vibrante fervore degli arsenali e dei cantieri... i ponti simili a ginnasti giganti che scavalcono i fiumi... i piroscafi avventurosi che fiutano l'orizzonte, le locomotive dall'ampio petto, che scalpitano sulle rotaie, come enormi cavalli d’acciaio imbrigliati di tubi, e il volo scivolante degli aeroplani, la cui elica garrisce al vento come una bandiera e sembra applaudire come una folla entusiasta.
E' dall’Italia che noi lanciamo pel mondo questo nostro manifesto di violenza travolgente, col quale fondiamo oggi il Futurismo, perché vogliamo liberare questo paese dalla sua fetida cancrena di professori, d'archeologi, di ciceroni e d'antiquari.

1 Bisogna distruggere la sintassi, disponendo i sostantivi a caso come nascono
2 Si deve usare il verbo all’infinito...
3 Si deve abolire l’aggettivo...
4 Si deve abolire l’avverbio...
5 Ogni sostantivo deve avere il suo doppio, cioè il sostantivo deve essere seguito, senza congiunzione, dal sostantivo a cui è legato per analogia. Esempio: uomo-torpediniera, donna-golfo, folla-risacca, piazza-imbuto, porta-rubinetto...
6 Abolire anche la punteggiatura. Essendo soppressi gli aggettivi, gli avverbi e le congiunzioni, la punteggiatura è naturalmente annullata, nella continuità varia di uno stile vivo, che si crea da sé, senza le soste assurde delle virgole e dei punti. Per accentuare certi movimenti e indicare le loro direzioni si impiegheranno i segni della matematica: + - x : =, e i segni musicali
9 Per dare i movimenti successivi di un oggetto bisogna dare la catena delle analogie che esso evoca, ognuna condensata, raccolta in una parola essenziale...
10 Siccome ogni specie di ordine è fatalmente un prodotto dell'intelligenza cauta o guardinga, bisogna orchestrare le immagini disponendole secondo un maximum di disordine.
11 Distruggere nella letteratura l’io, cioè tutta la psicologia. L’uomo completamente avariato dalla biblioteca e dal numero, sottoposto a una logica e ad una saggezza spaventose, non offre assolutamente più interesse alcuno. Dunque, dobbiamo abolirlo nella lette­ratura, e sostituirlo finalmente con la materia, di cui si deve afferrare l’essenza a colpi di intuizione, la qual cosa non potranno mai fare i fisici né i chimici. Sorprendere attraverso gli oggetti in libertà e i motori capricciosi la respirazione, la sensibilità e gli istinti dei metalli, della pietra, del legno, ecc. Sostituire la psicologia dell’uomo, ormai esaurita, con l’ossessione lirica della materia.

Ed ora un esempio di “parole in libertà” tratto da “ZangTumb Tumb” (Assedio di Adrianopoli) dello stesso Marinetti:
«Ogni 5 secondi cannoni da assedio sventrrrare spazio con un accordo ZZZANG TUMB TUM ammutinamento di cento echi per azzannarlo sminuzzarlo sparpagliarlo all'infiiiiiinito del centro di quel zzzang tumb spiaccicato (ampiezza 50 Kmq.) balzare scoppi tagli pugni batterie tiro rapido Violenza ferocia re-go-la-ri-tà questo basso grave scandere strani folli agitatissimi acuti della battaglia».
Aderirono al Futurismo, sia pure per poco, Giovanni Papini, Ardengo Soffici e Aldo Palazzeschi.

Poetica della dissacrante allegria
Altrove parla invece direttamente il poeta: e allora, come nei due testi proposti, l'opera di dissacrazione è affidata ad altri mezzi. In Lasciatemi divertire, dove pure si ha il collage di voci anonime, è affidata anche al provocatorio non-senso delle frasi pronunciate dal poeta, alle sue affermazioni di concepire la poesia come puro e folle divertimento (anche Palazzeschi rifiuta il modello ancora egemone del poeta-vate, del poeta investito di una funzione pubblica, ma al lamento dei crepuscolari sostituisce ora una dissacrante allegria). Anche il nonsense è parola spersonalizzata, rifiuto degli istituti lirici tradizionali, desemantizzazione di procedimenti normali nella poesia della tradizione, "licenza poetica" elevata all'ennesima potenza. Nell'Incendiario la dissacrazione è affidata all'immagine futurista di colui che dà fuoco alle cose e alle parole del passato, ai simulacri della tradizione (e della realtà dei comuni borghesi, delle istituzioni pubbliche).
Non c'è più in Palazzeschi, come in altri poeti di questi anni, la fiducia nei modi, nelle forme, nei valori della poesia precedente, nei compiti pubblici e privati ad essa affidati. E' una situazione di crisi, che si manifesta però in forme giocose e allegre - di un'allegria sempre dissacrante - talora nella parodia, talora nella deformazione amabilmente grottesca.

Poetica della dissacrante allegria → Palazzeschi
Altrove parla invece direttamente il poeta: e allora, come nei due testi proposti, l'opera di dissacrazione è affidata ad altri mezzi. In Lasciatemi divertire, dove pure si ha il collage di voci anonime, è affidata anche al provocatorio non-senso delle frasi pronunciate dal poeta, alle sue affermazioni di concepire la poesia come puro e folle divertimento (anche Palazzeschi rifiuta il modello ancora egemone del poeta-vate, del poeta investito di una funzione pubblica, ma al lamento dei crepuscolari sostituisce ora una dissacrante allegria). Anche il nonsense è parola spersonalizzata, rifiuto degli istituti lirici tradizionali, desemantizzazione di procedimenti normali nella poesia della tradizione, "licenza poetica" elevata all'ennesima potenza. Nell'Incendiario la dissacrazione è affidata all'immagine futurista di colui che dà fuoco alle cose e alle parole del passato, ai simulacri della tradizione (e della realtà dei comuni borghesi, delle istituzioni pubbliche).
Non c'è più in Palazzeschi, come in altri poeti di questi anni, la fiducia nei modi, nelle forme, nei valori della poesia precedente, nei compiti pubblici e privati ad essa affidati. E' una situazione di crisi, che si manifesta però in forme giocose e allegre - di un'allegria sempre dissacrante - talora nella parodia, talora nella deformazione amabilmente grottesca.

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  1. Sara

    sto cercando gli appunti o la relazione su teme filosofia di Kant


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