Todo Modo

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Todo Modo

“Todo modo” è un romanzo giallo scritto da Leonardo Sciascia per denunciare ancora una volta la corruzione del potere, lo stretto legame che intercorre tra mafia e politica in Italia e la loro determinante influenza nelle scelte politico-economiche del Paese.
Il romanzo è ambientato nell’eremo di Zafer, un antico eremo divenuto poi albergo, dove il protagonista del romanzo, un famoso pittore, decide incuriosito di fermarsi. Desideroso di conoscere la storia della sua fondazione fa la conoscenza del direttore dell’albergo, Don Gaetano, prete apparentemente molto colto e devoto, che l’informa dell’imminente arrivo d’importanti vescovi, cardinali, industriali e uomini politici per svolgere i loro annuali esercizi spirituali. Il pittore dunque, sia per la curiosità scaturita da quest’insolito evento, sia attratto dall’ambiguità del comportamento del direttore, decide di alloggiarvi per qualche giorno. Invitato il giorno seguente a visitare la cappella dell’albergo, rimane colpito da un suo quadro, che poco dopo scopre essere il quadro che ha dato origine alla legenda dell’eremo. Al suo interno vi è rappresentato un santo con un grosso libro davanti e, alle sue spalle, un diavolo dall’aspetto minaccioso con indosso un paio d’occhiali neri. La legenda vuole che il santo, Zafer per l’appunto, non abbia una buona vista e che il diavolo gli porga le sue lenti dotate di proprietà diaboliche. Se il santo le dovesse accettare, comincerebbe a leggere il Corano invece del Vangelo. Il fatto che Don Gaetano indossi un paio d’occhiali neri identici a quelli del diavolo contribuisce a creare intorno alla sua figura un alone di mistero e d’ambiguità che si protrae per l’intero romanzo.
Soddisfatta dunque la prima curiosità del pittore, all’albergo cominciano ad arrivare nelle loro automobili i grandi uomini di potere, che vengono invitati per l’indomani a partecipare alla prima fase degli esercizi spirituali. Nei giorni che seguono Don Gaetano porta avanti questi riti, che però incuriosiscono sin da subito il pittore riguardo al loro reale scopo. Egli nota infatti, che durante il loro svolgimento, la serietà dei partecipanti è minima, la loro distrazione e i loro dialoghi sottovoce invece continui e costanti. Diventa così presto evidente che gli esercizi spirituali sono solo un pretesto ed un’ottima copertura a traffici e trattative illegali tra i partecipanti, con lo scopo di una più lucrosa spartizione del potere.
Col passare dei giorni si creano infatti alleanze segrete, nuove amicizie, aspri litigi e misteriosi delitti.
Durante una delle numerose recite serali del rosario, cui il pittore ed il cuoco dell’albergo assistono con attenzione, viene assassinato con un colpo di pistola l'onorevole Michelozzi, presidente di un grosso ente di Stato. Nell’incredulità dei presenti viene chiamata la polizia. L'arrivo del commissario e del procuratore Scalambri, vecchio compagno di scuola del pittore, dà avvio a delle difficili indagini, ostacolate oltretutto dalla complice omertà dei presenti. Lo stesso Don Gaetano non si mostra affatto disponibile ad aiutare la polizia e giustifica il proprio silenzio con la missione di sacerdote che ricopre e che, a suo parere, non ha nulla a che vedere con la polizia.
Le indagini proseguono delineando una pista connessa ai fondi segreti distribuiti tra i vari clienti di partito e forse usati per finanziare attività illegali e criminose, senza però riuscire a portare ad un possibile indagato. Pochi giorni dopo ha luogo l’omicidio di un altro ministro, l’avvocato Voltrano, scaraventato fuori dalla finestra della sua stanza all’ottavo piano; la polizia sospetta che il killer sia lo stesso della prima uccisione, sostenendo quindi che il ritrovamento del colpevole del secondo omicidio avrebbe risolto il caso. Anche questa volta le indagini non danno risultati positivi e causano una gran paura ed un’atmosfera d’apprensione e disagio all’interno dell’albergo.
Il giorno seguente Don Gaetano, dopo un acceso litigio, propone al pittore di dipingere un Cristo per la cappella dell'eremo. Il pomeriggio in cui questo dipinto viene iniziato, don Gaetano viene trovato morto nel bosco vicino all’albergo, dove anche lui s’era recato poco prima, mentre la polizia interrogava gli ospiti. Il ritrovamento della pistola, che con molta probabilità è quella usata negli altri 2 omicidi, accanto al corpo di Don Gaetano crea ancora più confusione per la risoluzione del caso.
Il procuratore ed il commissario analizzano cosi tutte le possibili soluzioni.
Il loro maggior sospetto ricade proprio su Don Gaetano, ritenendolo l’autore dei precedenti omicidi.
Non avendo però prove a riguardo, la polizia finisce per sospettare dello stesso pittore, che alla richiesta del proprio alibi, risponde con apparente ironia con una piena ammissione di colpa.
Spinta dalla mancata conoscenza del movente degli omicidi e dall’incapacità di formulare una soluzione credibile, la polizia decide di far evacuare l’albergo e d’abbandonare definitivamente il caso.
Il romanzo si chiude quindi nell’ambiguità e nel mistero. La scoperta del colpevole risulta impossibile a causa dell’incapacità investigativa della polizia, ma soprattutto a causa dell’omertà, dell’indifferenza e del disinteresse profuso dagli ospiti dell’eremo ed in particolare da Don Gaetano.
Quest’ultimo, che spesso nel romanzo si imbatte in accese discussioni e aspri litigi col pittore per via del modo di vivere e di manifestare le proprie idee inconciliabile col suo, influisce negativamente nella risoluzione del caso. Mentre infatti il pittore si mostra sin da subito disposto a collaborare con la polizia, aiutandola in molti casi con importanti suggerimenti, il falso prete opta per la via del silenzio non manifestando le proprie conoscenze ed i propri sospetti sugli omicidi.
Don Gaetano è quindi un personaggio estremamente potente ed intelligente, ma allo stesso tempo furbo, corrotto ed imprevedibile, caratteristiche che lo avvicinano molto al diavolo rappresentato nel quadro della cappella. La sua vasta cultura possiede la duplice capacità di avvicinarlo tanto al bene quanto al male, portandolo a disprezzare i vari onorevoli e commendatori che popolano il suo eremo, ma al contempo a non poter fare a meno del loro potere e dei loro peccati. Il ruolo del prete è un ruolo duplicemente negativo. Infatti, come accade anche nel romanzo “Una storia semplice”, i preti e gli uomini di chiesa, che dovrebbero rappresentare la giustizia, la spiritualità e la moralità, sono invece i principali sostenitori della corruzione al potere.
La riunione di ministri, avvocati, uomini d’affari e direttori, per la creazione di un nuovo assetto politico non è altro che il riflesso della difficile realtà italiana degli anni 70 e 80, dominata dallo stretto e complesso legame presente tra mafia e politica e dall’illegalità delle sue azioni.
Anche in questo romanzo è presente l’assassinio politico di coloro che s’oppongono al nuovo assetto o di coloro che sanno troppo e che, per questo, vengono uccisi nel silenzio e nell’ombra, non permettendo agli ordini costituiti di fare il proprio dovere.
Si tratta quindi di un romanzo di denuncia politica dove la scoperta dell’assassino, che appare impossibile, si possa in realtà trovare riscontro nella stessa società e nel pervasivo e complesso clima di corruzione nato nella mescolanza di potere politico, economico e religioso.
Ancora una volta quindi Sciascia utilizza il genere giallo per mettere in evidenza e far conoscere al lettore la corruzione e l’illegalità che regna nell’apparato politico italiano degli anni 70 e l'assenza di un organo di giustizia capace di creare e mantenere uno stato giusto e sano.
Infine, questo romanzo, ci permette di notare come la situazione italiana dei decenni passati non si sia ancora evoluta e non sia ancora cambiata radicalmente, e come quegli aspetti negativi che l’hanno caratterizzata, siano tutt’oggi vivi ed attuali come in passato.

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