Temi e miti della letteratura decadente

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Testo

Il Decadentismo

L’origine del termine decadentismo
Nel 1883 Verlaine pubblicò un sonetto dal titolo “Langueur”, in cui si descriveva uno stato d’animo diffuso nella cultura del tempo simile a quello dell’Impero romano della decadenza, ossia il senso di disfacimento e di fine di una civiltà, e si esaltava la raffinatezza e l’eleganza di tali momenti in cui una civiltà allo stremo può esprimersi in forme quintessenziate. Queste erano le idee dei circoli d’avanguardia che si contrapponevano alla mentalità borghese e esibivano atteggiamenti da bohémien e idee provocatorie, ispirandosi al modello maledetto di Baudelaire. La critica designò tali atteggiamenti col termine di decadentismo, ma quei gruppi ne rovesciarono il senso in modo da indicare un privilegio spirituale. Il movimento trovò il suo portavoce nel 1886 in un periodico, “Le Décadent”, diretto da Anatole Baju. Il romanzo di Joris Karl Huysman “A rebours” (1884) può essere considerato come un manifesto. A esso si ispirarono D’Annunzio con “Il Piacere” e Wilde con “Il ritratto di Dorian Gray”. Il termine Decadentismo designa una corrente culturale europea degli ultimi due decenni dell’800 e del primo 900.

La visione del mondo decadente
La base della visione del mondo decadente è un irrazionalismo misticheggiante, che esaspera posizioni già presenti nel romanticismo. Viene rifiutata la visione positivistica della borghesia, ossia la convinzione che la realtà sia un complesso di fenomeni materiali regolati da leggi ferree e che la scienza possa garantire una conoscenza oggettiva e totale della realtà e il dominio dell’uomo sul mondo. Per i decadenti la ragione e la scienza non possono dare la vera conoscenza del reale, perché la sua essenza è al di là delle cose. Quindi l’anima decadente è sempre protesa verso il mistero che è dietro la realtà visibile, verso l’ignoto. Mentre nella visione comune le cose hanno una loro individualità e sono isolate le une dalle altre, per la visione mistica decadente tutti gli aspetti dell’essere sono legati tra loro da corrispondenze che sfuggono alla ragione. Ogni forma visibile è un simbolo di qualcosa di più profondo che sta al di là di essa e si collega con infinite altre realtà . Questa visione era già stata formulata da Baudelaire nel sonetto “Corrispondenze”. Per i decadenti vi è un identità tra io e mondo, tra soggetto e oggetto, che si confondono in un arcana unità. L’unione avviene nell’inconscio, nella zona oscura in cui l’individualità scompare e si fonde con un tutto inconsapevole. La scoperta dell’inconscio è il dato fondamentale della cultura decadente. Esso era stato già intravisto dai romantici, ma sono i decadenti ad avventurarsi in quella zona tenebrosa. I decadenti si lasciano inghiottire dal vortice tenebroso dell’inconscio, distruggendo ogni legame razionale, convinti che solo in questo modo possano scoprire una realtà più vera. Poiché l’essenza della realtà non può essere colta attraverso la ragione e la scienza, i decadenti cercano di raggiungerla con altri mezzi. Sono strumenti privilegiati del conoscere tutti gli stati irrazionali dell’esistere: la malattia, la follia, il delirio, l’allucinazione, il sogno e l’incubo. Questi stati di alterazione si sottraggono al controllo della ragione e permettono di vedere il mistero che è al di là delle cose. Gli stati di alterazione possono anche essere provocati artificialmente, con l’uso dell’alcool, dell’assenzio o delle droghe, l’hashish, l’oppio, la morfina. La cultura della droga ha origini nel periodo romantico-decadente, poiché si ritiene che l’uso di queste sostanze potenzi all’infinito le facoltà umane, sottraendole ai vincoli della ragione, spalanchi orizzonti ignoti, permetta di entrare in contatto con l’assoluto. Vi sono anche altre forme di estasi che consentono questa esperienza dell’ignoto e dell’assoluto. Se in realtà io e mondo non sono distinti, l’io individuale può annullarsi nella vita del gran Tutto e potenziare all’infinito la propria vita, renderla come divina. Questo atteggiamento è stato definito panismo e ricorrerà soprattutto in D’Annunzio. Un altro stato di grazia è costituito dalle epifanie: un particolare della realtà appare insignificante alla visione comune, si carica all’improvviso di una misteriosa intensità di significato, che affascina come un messaggio proveniente da un'altra dimensione, come rivelazione momentanea di un assoluto.
La poetica del decadentismo
Tra i momenti privilegiati della conoscenza vi è soprattutto l’arte. Gli artisti sono sacerdoti di un vero e proprio culto, dei veggenti capaci di spingere lo sguardo là dove l’uomo comune non vede nulla, di attingere a dimensioni nuove dell’essere, di rivelare l’assoluto. L’arte non è solo un’operazione che riproduce begli oggetti che provochino sensazioni piacevoli, ma voce del mistero che obbedisce a sollecitazioni profonde, suprema illuminazione. L’arte appare il valore più alto, che va collocato al di sopra di tutti gli altri. Il culto religioso dell’arte ha dato origine al fenomeno dell’estetismo. L’esteta è colui che assume come principio regolatore della sua vita solo il bello e solo in base ad esso agisce e giudica la realtà. Si colloca così al di là della morale comune, in una sfera di eccezionalità rispetto agli uomini mediocri. Per lui arte e vita si confondono, infatti la vita è totalmente assorbita dall’arte. Tutta la realtà è filtrata attraverso l’arte. L’esteta va sempre alla ricerca di sensazioni rare e squisite, si circonda degli oggetti più preziosi, prova orrore per la banalità e la volgarità della gente comune. Il poeta quindi rifiuta di farsi banditore di idealità morali e civili: l’arte si chiude nella celebrazione di se stessa, liberandosi degli intenti pratici e utilitaristici, diviene arte pura. Poiché la poesia è veicolo di una rivelazione del mistero e dell’assoluto, la parola poetica non può essere lo strumento di una comunicazione razionale, ma si propone di agire su una zona più profonda e oscura, assumendo un valore puramente suggestivo. Si ha una vera e propria rivoluzione del linguaggio poetico: il significato della parola è sfumato o scompare del tutto, lasciando solo il suo alone suggestivo. Alle immagini nitide e distinte si sostituisce il vago, che evoca sensi misteriosi. La parola perde la funzione di strumento comunicativo immediato e recupera quella di formula magica capace di rivelare l’ignoto. Diventando pura suggestione irrazionale e rinunciando alla comunicazione di un significato razionale, la poesia diviene oscura, al limite dell’incomprensibilità. Pur volendo comunicare, il poeta lo fa in forme cifrate e allusive, rivolte a pochi iniziati, perché solo essi sono in grado di accedere al mistero e di comprendere il suo linguaggio. Quindi l’arte decadente ha un carattere estremamente aristocratico e si rifiuta di rivolgersi al mediocre pubblico borghese. Ciò è motivato anche dall’imporsi della nascente cultura di massa, che offre al pubblico prodotti fatti in serie. L’artista, sentendo il bisogno di differenziarsi, utilizza un linguaggio cifrato ed ermetico, che permette di salvare la vera arte. Si delinea quindi una frattura radicale tra artista e pubblico, tra intellettuale e società. Ci sono vari mezzi tecnici utilizzati dallo scrittore decadente per ottenere effetti di segreta suggestione. In primo luogo la musicalità, poiché la parola è soprattutto pura fonicità che si carica di valori magicamente evocativi. Per i decadenti la musica è l’arte suprema, proprio perché è la più indefinita, è svincolata da ogni significato logico, è dotata di misteriose facoltà suggestive ed è capace di creare la comunione mistica con l’assoluto. In secondo luogo cadono i nessi sintattici tradizionali: la sintassi diventa vaga e imprecisa, quindi ambigua. In questi nessi anche le parole assumono sfumature e significati diversi da quelli comuni. Lo strumento più usato però è quello metaforico. La metafora del decadentismo non è più intesa come ornamento dell’espressione, né come gioco ingegnoso, ma presuppone una concezione irrazionalistica, è espressione di una visione simbolica del mondo, dove ogni cosa rimanda ad altro; implica la metafisica delle corrispondenze, carica le cose più comuni di sensi allusivi ad un misterioso al di là. Essa non è regolata da un semplice rapporto di somiglianza tra due oggetti, ma istituisce legami impensati tra realtà tra loro remote. Inoltre il secondo termine di paragone resta spesso oscuro e misterioso. Affine alla funzione della metafora è quella della sinestesia. Essa è una fusione di sensazioni, ossia impressioni che colpiscono un senso evocano altre impressioni relative a sensi diversi. Anche la sinestesia, come la metafora, rimanda a una rete simbolica sotterranea al reale e presuppone una segreta unità del tutto. Si tenta anche la fusione dei vari linguaggi artistici, al fine di ottenere con un’arte effetti che sono propri di arti diverse.

Temi e miti della letteratura decadente
Poiché nel Decadentismo domina uno stato d’animo di stanchezza, derivante dal senso di disfacimento di una civiltà, nella letteratura vi è l’ammirazione per le epoche di decadenza, come la grecità alessandrina, la tarda latinità imperiale, l’età bizantina, in cui l’esaurirsi delle forze si traduce in estrema raffinatezza. Le opere prodotte in queste epoche sono ritenute più affascinanti di quelle dell’età classica. Al culto per la raffinatezza di tali epoche si aggiunge il vagheggiamento del lusso raro e prezioso e della lussuria. L’idoleggiamento delle più sottili perversioni e delle crudeltà percorre le opere dei decadenti. Buona parte della letteratura decadente è segnata dal sadismo e dal masochismo. In queste fantasie perverse di lussuria e crudeltà raffinata si esprime la stanchezza di una fantasia che ricerca il nuovo per trovare stimoli che le impediscano di cadere nell’inerzia e nella noia. La nevrosi segna tutta la letteratura decadente e spesso viene tematizzata in personaggi di romanzi, drammi e poesie; inoltre costituisce una vera e propria atmosfera che avvolge l’intera cultura di questa età. La malattia in genere è un altro gran tema decadente. Da un lato essa è metafora di una condizione storica, di un momento di crisi profonda, di smarrimento delle certezze: la letteratura decadente è malata quasi ad esprimere la malattia corrode la civiltà e sembra spingerla verso una prossima fine. Dall’altro lato la malattia diviene condizione privilegiata, segno di nobiltà e distinzione, appare come uno stato di grazia , come lo strumento conoscitivo per eccellenza. Alla malattia umana si associa la malattia delle cose: il gusto decadente ama tutto ciò che è corrotto e impuro. Perciò Venezia, in cui si associano sfacelo e raffinatezza, è la città decadente per eccellenza, che esercita sugli scrittori un fascino inquietante. La malattia e la corruzione affascinano i decadenti anche perché sono immagini della morte, tema dominante e ossessivo. Se, come dice Freud, ci guidano due istinti, Eros e Thanatos , l’istinto costruttore, di vita, e l’istinto distruttore, di morte, in questa età trionfa il Thanatos. Come si può notare dai titoli di molte opere, sembra che gli scrittori vedano rovesciarsi l’impulso alla vita nel suo contrario e siano attratti dal fascino dell’abisso. Questa malattia però non è del singolo individuo, ma della civiltà. La presenza ossessiva della morte è simbolo di una condizione generale della società europea. Al fascino esercitato dalla malattia, dalla decadenza e dalla morte si contrappone il vitalismo, ossia l’esaltazione della vita senza limiti, che afferma se stessa al di là della morale, la ricerca del godimento dionisiaco, la celebrazione della forza ferina, che impone il suo dominio sui deboli e può rigenerare un mondo esausto. Il vitalismo vede il suo teorico in Nietzsche. I due atteggiamenti dominanti sono in contraddizione solo apparentemente: il culto della forza e della vita è solo un modo per cercare di sconfiggere il senso di stanchezza. Il vitalismo superomistico è la maschera che copre la malattia interiore e gli impulsi autodistruttivi. I due atteggiamenti sono facce della stessa realtà poiché sono entrambi il segno di un rifiuto aristocratico della normalità, di una ricerca esasperata del diverso. L’atteggiamento antiborghese e il conflitto con la società, già propri del romanticismo, si esasperano all’estremo. L’artista decadente si isola dalla realtà contemporanea, orgoglioso della propria diversità, rovesciando in segni di nobiltà anche i propri tratti negativi. Nascono da qui alcune figure ricorrenti nella letteratura decadente. Un primo esempio è l’artista maledetto, che profana le convenzioni della società, che sceglie, come gesto di supremo rifiuto, il male, che si compiace di una vita misera e sregolata, condotta sino al limite dell’autoannientamento attraverso il vizio della carne, dell’alcool e delle droghe. Questi atteggiamenti inoltre permettono al poeta di trasformarsi in veggente e di spingere lo sguardo nell’assoluto e nel mistero. L’altra figura tipica è quella dell’esteta, l’artista che vuol trasformare la sua vita in un opera d’arte, sostituendo alle leggi morali le leggi del bello e andando alla ricerca di sensazioni raffinate. L’esteta ha orrore della vita comune e della volgarità borghese. Per lui il presente è il trionfo della bruttezza e dello squallore, ciò che è bello può essere collocato solo nel passato. Le due figure hanno in comune il rifiuto della normalità borghese e si possono distinguere solo in astratto, nel concreto i loro tratti si confondono spesso. Una terza figura fondamentale è quella dell’inetto a vivere. L’inetto è escluso dalla vita, che sta intorno a lui e a cui non sa partecipare per mancanza di energie vitali. Può solo rifugiarsi nelle sue fantasie, vagheggiando nei sogni l’azione da cui è escluso. Egli più che vivere si osserva vivere. È proprio il continuo osservarsi e studiarsi a bloccare le sue azioni e a isolarlo dalla vita. Nella letteratura decadente si profila l’immagine di una donna fatale, dominatrice del maschio fragile e sottomesso. Si verifica come un meccanismo di proiezione perché la coscienza in crisi dell’uomo decadente erige di fronte a se la sua parte perduta, la sua forza dominatrice del reale, come una potenza malefica e ostile che lo minaccia. La donna fatale esprime conflitti profondi e appare l’equivalente dei mostri romantici. Una variante dell’inetto a vivere è il fanciullino pascoliano, che rifiuta la condizione adulta e la vita al di fuori del nido familiare, che regredisce a forme di emotività e sensibilità infantili, in antitesi con una visione matura della realtà e tradotte in atteggiamenti di indagine del mistero del mondo. Così la debolezza infantile si rovescia in privilegio conoscitivo: il fanciullino è portatore di una visione fresca e ingenua, che scopre le cose nella loro essenza. Il mito del fanciullino esprime l’esigenza di una regressione a forme di coscienza anteriori alla vita logica, ed è espressione dell’irrazionalismo e del misticismo propri delle concezioni decadenti. Un'altra figura mitica è quella del superuomo dannunziano. Egli vuole essere l’antitesi degli eroi deboli e inetti; è forte e sicuro e si muove verso la sua meta eroica senza essere contaminato da dubbi e debolezze. Anche la malattia, il disfacimento e la morte esaltano la sua forza. Il mito si carica di significati politici: il superuomo deve mirare alla rigenerazione dell’Italia, riportandola alla sua grandezza passata, e quindi deve imporre un saldo dominio all’interno della nazione, instaurando una dittatura di eletti e di forti, che sottomettano il popolo trasformandolo in strumento di conquiste imperiali. Solo così l’Italia potrà lanciarsi verso il dominio del mondo, ridando vita alle glorie di Roma antica. Il mito dannunziano del superuomo si poneva al servizio delle forze più reazionarie presenti in Italia in quel periodo. Il superuomo però è solo una maschera costruita dal D’Annunzio per esorcizzare le forze oscure della disgregazione. Anche questi eroi sono minati da segrete tendenze disgregatrici: la loro forza non si concreta mai veramente in azione. È quindi facile scorgere dietro il superuomo la fisionomia dell’eroe decadente. Caratteristica degli eroi decadenti è una psicologia complicata e tortuosa, dominata da spinte contraddittorie e ambivalenti. Tipici della letteratura decadente sono l’attenzione alle ambiguità della psiche e il proposito di spingere lo sguardo nel profondo, a cogliere gli impulsi più oscuri e inconfessabili. Nasce quindi il romanzo psicologico, in cui la dimensione soggettiva viene in primo piano, oscurando quella sociale, ed è indagata nella sua assoluta autonomia. In Francia il modello di questo nuovo romanzo psicologico è proposto da Paul Bourget. In Italia il promotore del romanzo psicologico è Svevo.

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