Tema: Eutanasia: un problema di coscienza

Materie:Tema
Categoria:Italiano

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Data:16.04.2007
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EUTANASIA: UN PROBLEMA DI CO-SCIENZA

Il termine “eutanasia” indica la morte procurata con libero intervento, allo scopo di abbreviare i tormenti dell’agonia o di porre fine a una malattia dolorosa di cui si prevede esito fatale.
Il problema morale dell'eutanasia venne posto per la prima volta nell'età moderna da F. Bacone, il quale sosteneva che «la missione del medico è quella di restituire la salute e di lenire le sofferenze del paziente, non solo in vista della guarigione, ma anche allo scopo di procurare al malato inguaribile una morte tranquilla e serena».
Con questa affermazione Bacone prendeva posizione nei confronti del problema, ai nostri giorni particolarmente sentito, se un uomo abbia il diritto di troncare la vita di un malato; sia pure per un fine buono, e come si debba stabilire la bontà di questo fine. Secondo l'attuale sensibilità morale, fondata sul rispetto della dignità della persona umana, quello di evitare ad un malato o ad un agonizzante sofferenze insopportabili potrebbe in alcuni casi essere giudicato un motivo moralmente valido. Il Cristianesimo, invece, condanna ogni genere di soppressione della vita umana, basandosi sulla convinzione che solo Dio può disporre della vita e della morte. Inoltre, dato che per questa religione il dolore ha il senso di un riscatto spirituale, in cui si sperimenta la presenza del Signore, è proibito alleviare ed abbreviare le sofferenze. Infatti, la causa principale di decisioni di tal genere è la concezione di una vita identificata nel piacere e finalizzata al nostro soddisfacimento, per cui quando ciò viene a mancare, ci si convince che la vita è inutile e quindi deve essere eliminata. Ma la preoccupazione fondamentale del medico non deve essere quella di conservare la vita umana?
In base a questo principio egli non può decidere personalmente come comportarsi, neanche di fronte alle richieste ripetute dei parenti del malato. E se invece la richiesta di porre fine alla propria vita venisse dallo stesso inferno?
Allora la questione diventa molto più complessa; entra in gioco la libertà della persona e il medico, qualora acconsentisse alla volontà del paziente, si sentirebbe in qualche modo giustificato a compiere il suo gesto. In questo caso si può parlare di «suicidio clinicamente assistito», cioè il medico non farebbe altro che offrire lo strumento con cui il malato, impossibilitato a farlo dalla sua condizione di infermità, possa realizzare la sua scelta. Da ciò deriva un altro dilemma: se sia giusto o no perseguire giuridicamente tale atto compiuto dal medico. La legge è chiara a proposito, poiché afferma l'indisponibilità della vita da parte di chiunque, dunque vieta all'uomo il diritto di sopprimere la vita stessa. Partendo da tale affermazione dovrebbero essere previste norme precise sulle pratiche eutanasiche, ma sembra che non sia così, poiché ogni volta che vengono istituiti processi, non si giunge mai a un verdetto esaustivo, pertanto il sistema giuridico è oggetto di critiche e di revisioni in atto. Qualcuno propone la previsione di casi eccezionali in cui il medico possa decidere, con o senza il consenso del malato, quando togliergli la vita. Ma esiste davvero un criterio per stabilire se e quando la vita di una persona diventa inutile? E se anche ci fosse, non si rischierebbe di fornire un alibi per casi di abuso della legge? Meglio punire tale fenomeno piuttosto che legalizzarlo in nome della libertà di coscienza, se è il malato a scegliere personalmente la via della morte o, in nome della compassione, se è un altro a decidere.
Ciò infatti implicherebbe la costruzione di «strumenti di morte» che avvicinerebbero l'atto eutanasico all'omicidio e capovolgerebbero la missione del medico.
Ma in fondo non sarebbe altro che uno dei tanti elementi di quella «cultura della morte» che oggi, sfortunatamente, ha come baluardo la scienza medica promotrice e sostenitrice di una disperata battaglia contro il Dolore.

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