Tema svolto su Giovanni Verga

Materie:Tema
Categoria:Italiano
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Testo

Giovanni Verga nacque a Catania nel 1840, da una famiglia di proprietari terrieri di agiate condizioni economiche. Verga non fece studi regolari, ebbe un’educazione di impronta liberale, e lesse per lo + letterature tardo-romantiche e del realismo francese, fin da giovanissimo venne fuori la sua vocazione per la letteratura, infatti a 16 anni scrisse il suo primo romanzo che per l’appunto era di ispirazione patriottica-romantica. Si iscrisse anche all’università alla facoltà di giurisprudenza ma non terminò gli studi, per colpa dell’amore per la letteratura e anche perché si interesso alla seconda guerra d’indipendenza infatti si arruolò come guarda nazionale durante la spedizione dei mille.
Tra il 1865 e il 1872 decide di trasferirsi a Firenze e a Milano, dove in quel periodo c’erano i “bohemien”, Verga frequenta questi scapigliati e influenzato scrive dei romanzi che trattavano proprio l’argomento “persona contro la società”, mentre a Firenze frequentò assiduamente i salotti borghesi intellettuali e in questi salotti conobbe e divenne amico di Luigi Capuana che si può ritenere il + importante teorico verista, infatti Capuana scrisse molte opere non interessanti, ma fu importantissimo per i suoi contributi teorici su come elaborare un’opera verista.
Capuana fece conoscere a Verga il movimento filosofico-culturale che in quegli anni prendeva forma in francia cioè il naturalismo francese. Verga influenzato da Capuana prova a comporre una piccola opera intitola “Nedda”, questa fu la sua prima opera verista, che parla di una ragazza povera ed orfana, dunque nei suoi romanzi inizia a proiettare la vita reale, la vita contadina della Sicilia del fine ‘800 e non più la vita dei borghesi, usa una tecnica descrittiva oggettiva infatti invece di parlare delle emozioni dei personaggi Verga descrive solo i fatti in modo che sia il lettore a ricavare le emozioni che i personaggi hanno.
Verga vuole provare a comporre il “romanzo-laboratorio” ma non è convinto dei risultati perché non riesce ad attenersi al metodo così strettamente scientifico che usavano i naturalisti francesi , scrive delle novelle, finchè non si sente pronto per scrivere dei romanzi realisti.
Il verismo è una corrente letteraria che si afferma in italia all’inizio del ‘900 e che nasce parallelamente al naturalismo francese, infatti in francia c’era questo “ritorno alla natura” cioè il ritorno alla realtà, non si parlava e non si credeva + nei sentimenti come succedeva nell’età romantica, infatti nel naturalismo come succederà nel verismo l’autore coglie i momenti + umili della realtà. I naturalisti francesi nei loro romanzi parlavano del popolo parigino, del proletariato urbanoe proprio con questi romanzi lo scrittore cercava di evidenziare le condizione di disagio, gli aspetti negativi di questa società in modo che il lettore fosse incoraggiato a cambiarla, ma anche avesse il desiderio di cambiare classe sociale, di attuare un’evoluzione, i naturalisti infatti vedono il progresso come una cosa positiva. Mentre in italia, prima Capuana poi Verga diventano i promotori di questa corrente filosofica – letteraria però con alcune varianti, infatti Verga come i francesi parlava della povertà, ma non del proletariato bensì della Sicilia contadina, inoltre Verga nelle sue opere usa una vera e propria tecnica, detta “tecnica della regressione” cioè secondo Verga l’autore non deve comparire nell’opera, questo vuol dire che il lettore non è condizionato dal pensiero dello scrittore, perché lo scrittore racconta solo i fatti, in questo modo lo scrittore scompare, l’opera ci sembra che si sia creata da sola, in quanto corrisponde talmente tanto alla realtà e i suoi personaggi sono così spontanei che addirittura il lettore mentre legge non si sentirà + lettore bensì si sentirà parte integrante della storia, leggendo entrerà a far parte della comunità di acitrezza nei “malavoglia”, facendo ciò il lettore giudica ogni personaggio con i valori che esso ha, e non è condizionato dall’opinione dell’autore (come invece succedeva con Manzoni che fu contemporaneo di Verga, ma che era uno scrittore che attraverso l’opera voleva trasmettere dei valori, il messaggio cristiano), e dato che l’autore non giudica sarà piano piano il lettore che, attraverso il racconto della storia, scoprirà i personaggi e si creerà la sua opinione; cmq in queste opere troviamo anche un Verga che a volte commenta i fatti, ma non troviamo di certo un parere di un borghese intellettuale, bensì quando Verga deve commentare un fatto lo commenta usando le espressioni del luogo, e soprattutto ragionando come i personaggi del suo romanzo, cioè in modo rozzo e primitivo infatti Verga, avendo una visione pessimistica della vita, ha questa visione dei poveri; ecco perché Verga scrive con un linguaggio spoglio, con un “accento” dialettico, ovviamente Verga non scrive in dialetto siciliano “stretto” perché se no i suoi romanzi non verrebbero letti se non da una piccola cerchia di persone, però al lettore sembra di entrare nel piccolo paesino della Sicilia, infatti troviamo anche qualche imprecazione locale abilmente nascosta da Verga con le parole Santo e Santissimo, troviamo moltissimi proverbi soprattuto nei Malavoglia, paragoni.
Un esempio di tutto ciò lo troviamo all’inizio di Rosso Malpelo, che è la prima novella verista pubblicata dal Verga: “Malpelo si chiamava così perché aveva i capelli rossi; ed aveva i capelli rossi perché era un ragazzo malizioso e cattivo”. La logica, che sta dietro a questa affermazione non è ovviamente quella di un intellettuale borghese, dunque non poteva essere un giudizio personale del Verga bensì era il giudizio della società in cui vive Rosso Malpelo, un giudizio essenzialmente morale con una visione davvero primitiva, dato che da un dato fisico presumevano il comportamento cattivo del ragazzo, ma anche se lo scrittore capisce che questo giudizio è sbagliato la vicenda è narrata da questo punto di vista perché non è Verga che parla bensì l’autore potrebbe corrispondere a un minatore che lavorava con Rosso Malpelo.
Verga dopo aver scritto alcune opere di mediocre successo si sente pronto per scrivere un romanzo verista, ma in Verga nasce un progetto: una raccolta di 5 romanzi intitolata “I Vinti”, I Malavoglia; Mastro-don Gesualdo; La Duchessa delle Leyra; L’onorevole Scipioni; L’uomo di lusso. Ognuno dei quali sarà strutturato in maniera diversa l’uno dall’altro. L’opera però rimarrà incompleta incompiuta dato che gli ultimi due romanzi non saranno mai scritti e del terzo verrà pubblicato solo un capitolo.
Nel primo romanzo “I Malavoglia” Verga ha voluto lanciare un messaggio ben preciso cioè che le regole della vita non si
possono cambiare, questo messaggio nasce da un un’idea di questo scrittore, che viene chiamata e sintetizzata nell’Ideale dell’ostrica: visione verghiana della vita e della società (progresso), riferito alle classi non capitaliste di cui lui ci narra, secondo Verga come l’ostrica staccata dallo scoglio, così chi cerca di cambiare la propria situazione sociale allontanandosi dal proprio mondo, è destinato a soccombere, perché non si può sfidare il destino in quanto è un limite invalicabile, bisogna rassegnarsi. C’è infatti una differenza tra i personaggi del Manzoni e del Verga, la differenza principale è proprio la rassegnazione dei personaggi verghiani e dell’assenza di fede. Gli umili manzoniani hanno la fede nella Provvidenza che comunque è una consolazione alle loro sventure e gli da la convinzione che verranno ripagati nella vita ultraterrena, mentre i vinti del Verga sono rassegnati e non trovano conforto nella religione, infatti si nota come nei romanzi del Verga c’è l’assenza di Dio e il nome Provvidenza dato alla barca di Bastianazzo, sembra una beffa per quello che succede poi alla famiglia Malavoglia, e alcune volte Dio viene anche invocato ma i personaggi vedono Dio come un “essere” lontano dai loro problemi.
Prendendo in esempio i Malavoglia, una famiglia che lotta per sopravvivere, che “fa la fame”; Verga in questo romanzo ci fa capire che una comunità poverissima può sopravvivere solo se la comunità resta unita, solo se rimangono nel loro paese e solo se continuano a fare ciò che facevano prima, continuano le tradizioni di famiglia, infatti ne “I Malavoglia” Verga ci mostra che chi segue l’ideale dell’ostrica, rimarrà povero, invece chi va via dal paese per cercare fortuna, o vuole cambiare vita, soccomberà, andrà a far parte dei vinti. Nei Malavoglia troviamo lo scontro di due concezioni della vita: la concezione di chi, come padron ‘Ntoni, si sente legato alla tradizione e riconosce la saggezza dei valori antichi, come il culto della famiglia, il senso dell’onore, la dedizione al lavoro, la rassegnazione al proprio stato; e la concezione di chi, come il nipote ‘Ntoni, si ribella vuole di +, o la nipote Lia che pensa che andando in una città riuscirà a trovare lavoro, e la sventura dei Malavoglia incomincia proprio quando Bastianazzo, figlio di padron ‘Ntoni decide di non fare +il pescatore, che era l’attività di famiglia, bensì di trasportare lupini. Per questi motivi Verga condanna il progresso; quella mitologia del progresso che era dominante nell’opinione comune della sua epoca, Verga per farci capire la teoria dell’ostrica, insiste sui suoi aspetti negativi: avidità, egoismo, vizi. Assume come oggetto della rappresentazione i “vinti”, quelli che sono schiacciati dalle leggi inesorabili dello sviluppo moderno e impegnati nella lotta per la vita. Il progresso porta alla caduta dei valori, e cmq si pensa che Verga insistette su questa teoria anche per difendere i propri interessi, infatti essendo borghese non gli conveniva nelle sue opere incitare il popolo affinché cambiasse la società, altrimenti lui avrebbe perso i suoi privilegi, però bisogna ammettere che Verga con queste opere fece una grande denuncia sociale. Dopo il romanzo corale dei Malavoglia, corale perché il protagonista di questo romanzo non è la sola famiglia Malavoglia, bensì tutto il paese: Acitrezza, Verga iniziò a scrivere il secondo romanzo Mastro Don Gesualdo, questo romanzo è concentrato per lo + sull’avidità per la ricchezza, e sul cambio di classe sociale.
Per questo romanzo il Verga ha usato una tecnica differente da quella dei malavoglia, infatti non è più un romanzo corale, in Mastro Don Gesualdo, Gesualdo Motta è l’unico protagonista del romanzo, ovviamente anche la lingua usata dal narratore è differente in quanto il romanzo tratta di persone che lavorano, non sono povere, dunque Verga userà un linguaggio + corretto sintatticamente e userà meno proverbi infatti ne troviamo solo due. In questo romanzo viene fuori ancor più di prima (dei malavoglia) il pessimismo di Verga, infatti secondo Verga, l’uomo pensa solo a se stesso e cerca di arrivare primo, infatti in questo romanzo troviamo l’amore il mito per la “roba” cioè le cose, la ricchezza, essere conosciuto, Gesualdo ha anch’esso dei valori come padron ‘Ntoni, l’amore per la famiglia, la dedizione al lavoro ma il suo fine primario in tutta la sua vita è la “roba” e ciò lo rende, privo di veri affetti (infatti si sposa per interesse, e abbandona Diodata), la roba lo rende privo di soddisfazione (nemmeno il riconoscimento delle sue fatiche da parte della figlia). In questo romanzo Verga ci vuole far ragionare soprattutto sul cambio di classe sociale, Verga sostiene che sì si può fare il salto di classe solo se si lavora 24 ore al giorno, e non si può avere il tempo per gli affetti, per la famiglia, per l’amore bisogna sempre pensare al cambio che si vuole attuare e soprattutto non perdere mai di vista la roba, dunque solo se una persona rinuncia a tutto può fare questo cambiamento però Verga ci ricorda che chi attuerà questo cambiamento non godrà di esso, ma godranno solo i figli, in questo romanzo troviamo le fatiche, e la superficialità di Gesualdo, ma vediamo che lui dai borghesi e anche da sua figli,a che diventerà la duchessa di Leyra, lo vedono sempre come un rozzo, una persona sudicia, che non si cura, e dunque non è ritenuto un “Don” , però ciò che farà rabbrividire di più in questo romanzo sono gli ultimi giorni di Gesualdo, dove soffre nel vedere come sua figlia e suo genero sperperano le sue fatiche, nello scoprire che la figlia non aveva un felice matrimonio, e come viene trattato in punto di morte dai servi, perché anche i servi non lo giudicano un “Don” ma solo un poveraccio che ce l’ha fatta, quando sta morendo il servo non andrà ad accudirlo e una volta morte i servi pensano che non sia importante svegliare la duchessa per la morte di un poveraccio.
Verga iniziò a scrivere anche il terzo romanzo ma scrisse solo un capitolo. In questo romanzo probabilmente doveva parlare della vita della figlia e del genero, dei loro modi di fare, e della loro infelicità ma non riuscì a completare l’opera perché avrebbe dovuto iniziare a narrare della superficialità e banalità della vita della sua classe sociale.
Nell’ultimo periodo della sua creatività artistica Verga produsse delle opere teatrali, in genere tratte dalle sue novelle, che costituirono il primo tentativo di teatro verista ed ebbero in quei tempi un grande successo.
Nel 1894 Verga torna in Sicilia, ormai privo di ispirazioni artistiche, per 20 anni si chiuse, mentre i lettori iniziavano a perdere interesse nei suoi romanzi veristi e rimanevano affascinati dai superuomini, dagli eroi dannunziani. Verga morì a Catania nel 1922.

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