Tema Storico Rivoluzione Russa

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Testo

Tema Storico:

“La rivoluzione russa. Inquadrate gli eventi nel contesto in cui si sono svolti”

Svolgimento

La rivoluzione d’ottobre, da un punto di vista liberale, è stata nient’altro che un colpo di Stato imposto con la violenza a una società passiva, il risultato di un’abile congiura ardita da un gruppo di fanatici privi di qualsiasi radicamento reale nel paese. La rivoluzione del 1917, privata così di ogni spessore sociale e storico, viene riletta come un incidente che ha distolto la Russia prerivoluzionaria dal suo cammino naturale, una Russia ricca, laboriosa e ben avviata verso la democrazia.
Se il colpo di Stato del 1917 è stato un incidente e nient’altro, il popolo russo, in fondo, può essere considerato una vittima innocente. Se la grande Rivoluzione socialista d’ottobre è stato il compimento del senso della Storia, evento portatore di un messaggio di emancipazione rivolta al mondo interno, il sistema politico, le istituzioni, lo Stato che ne erano scaturiti rimanevano legittimi nonostante gli errori che in seguito lo Stalinismo avesse potuto commettere.
Il crollo del regime sovietico ha avuto come naturale conseguenza la completa delegittimazione della rivoluzione d’ottobre e la scomparsa della vulgata marxisteggiante, la quale, è stata rigettata “nella pattumiera della storia”.
L’ estate e l’autunno del1917 appaiono così come il concepimento vittorioso di un grande ciclo di sommosse cominciato nel 1902 con un primo momento culminante nel 1905-1907. Il 1917 è la tappa decisiva di una grande rivoluzione agraria, dello scontro fra contadini e latifondisti per l’assegnazione delle terre, l’attuazione tanto attesa della ripartizione nera, cioè della ripartizione in base al numero di bocche da sfamare in ogni famiglia, ma è anche una tappa importante nello scontro fra contadini e Stato, per il rifiuto opposto dalle campagne e ogni forma di tutela imposta dal potere residente nei centri urbani. In questo senso il 1917 non è altro che una fase in un ciclo di scontri destinati a culminare nel 1917-[FB1]1922 e poi ancora nel 1929-[FB2]1933, per concludersi con la totale disfatta del mondo rurale, troncato alle radici della collettivizzazione forzata delle terre.
Nelle campagne i bolscevichi erano conosciti soltanto attraverso i racconti dei disertori che si facevano fautori di un bolscevismo confuso sintetizzato a due parole magiche: pace e terra. Nel 1917 ogni autorità sociale era scomparsa per cedere il posto a una miriade di comitati, soviet e altri gruppi; bastava che un nucleo organizzato e deciso agisse con determinazione per essere subito in grado di esercitare un’autorità sproporzionata rispetto alla sua forza reale. Ed è appunto quello che fece il partito bolscevico.
La prima guerra mondiale accentuò ulteriormente la specificità del bolscevismo Leninista. Lenin, sempre più isolato, respingendo ogni collaborazione con le altre correnti socialdemocratiche espose la giustificazione teorica della sua posizione nel saggio “L’imperialismo, fase suprema del capitalismo” in cui spiegava come la rivoluzione fosse destinata a scoppiare non nel paese dove il capitalismo era più forte, bensì in uno Stato dall’economia poco sviluppata come la Russia, purché in essa il movimento rivoluzionario fosse guidata da un’avanguardia disciplinata, pronta ad andare fino in fondo ossia fino a instaurare la dittatura del proletariato e a trasformare la guerra imperialistica in guerra civile.
In una lettera del 17 ottobre 1914, diretta a un dirigente bolscevico, Aleksandr Šljopikov, Lenin scrisse: “ nell’immediata, il male minore sarebbe la disfatta dello varismo nella guerra . Tutta l’essenza del nostro lavoro è di mirare a trasformare la guerra in guerra civile. Quando ciò si verificherà è un’altra questione, non è chiaro. Noi dobbiamo lasciar maturare il movimento e «costringerlo a maturare » sistematicamente; non possiamo né promettere la guerra civile, né decretarla, ma abbiamo il dovere di operare per il tempo necessario in quella direzione”.
La guerra imperialistica, per il fatto di rivelare la contraddizione fra gli imperialismi, rovesciava i termini del dogma marxista rendendo l’esplosione più probabile in Russia che in qualsiasi altro paese. Per tutta la guerra, Lenin Tornò sul concetto che i bolscevichi dovevano esser pronti a incoraggiare con ogni mezzo lo sviluppo di una guerra civile. La preoccupazione di fondo di Lenin era quella di fare Rivoluzione. Per farlo occorreva rispettare certe leggi naturali ineliminabili. Una di queste leggi diceva che non sono le masse, ma le minoranze a fare la storia. Gli uomini non sono uguali; esiste una gerarchia naturale, sono i pochi a muovere i molti.
Il profeta dell’egualitarismo fa sua questa verità reazionaria, cadendo, secondo alcuni, in un atteggiamento antimarxista, ma è stato proprio questa conoscenza della natura ad assicurare il successo dell’azione rivoluzionaria di Lenin. Egli intuiva che le società si fanno e si distruggono a portare degli uomini: “c’è una massa di individui, ma mancano gli uomini” e gli uomini mancano perché non vi sono dirigenti, non vi sono capi politici, non vi sono intellettuali capaci di organizzare un lavoro vasto e nello stesso tempo coordinata e armonico che permetteva l’utilizzazione di qualunque forza, anche della più insignificante.
Occorrono uomini che consacrino alla rivoluzione non solo le sere libere, ma tutta la loro vita. Tutta la storia del bolscevismo, diceva Lenin, prima e dopo la rivoluzione dell’ottobre 1917 è pieno di casi destreggianti, di accordi e di compromessi con altri partiti, compresi i partititi borghesi. Condurre la guerra per il rovesciamento della borghesia internazionale, guerra cento volte più lunga, difficile e complicata delle guerre abituali fra gli Stati, rinunciare in anticipo a destreggiarsi a sfruttare i contrasti di interessi tra i propri nemici e con eventuali alleati non è cosa infinitamente ridicola?
La strategia di Lenin si dimostrò giusta. Di fronte al fatto compiuto i socialisti moderati, abbandonarono il II congresso; i bolscevichi, rimasi in gran numero accanto ai loro unici alleati, i membri del piccolo gruppo socialista rivoluzionario di sinistra, ottennero che il loro colpo fosse ratificato dai deputati del congresso ancora presenti, i quali votarono un testo formulato da Lenin in cui si attribuiva “potere ai soviet”. Poche ore dopo, prima di sciogliersi, il congresso sancì la creazione del nuovo governo bolscevico: il Consiglio dei commissari del popolo, presidiato da Lenin.
Per Lenin la sua “organizzazione dei rivoluzionari” era formata da uomini la cui professione era l’azione rivoluzionaria che necessariamente non doveva essere molto estesa e doveva essere quanto più clandestino possibile. Come si vede, si tratta di un’organizzazione fondata sui criteri tutt’altro che democratici o ugualitari. Lenin affermava che non è possibile sostituirla con il controllo democratico generale e che i rivoluzionari non hanno tempo di pensare alle forme esteriori della democrazia, ma sentono molto fortemente la propria responsabilità e sanno per esperienza che per sbarazzarsi di un membro indegno un’organizzazione di veri rivoluzionari non arretrerà innanzi a nessun mezzo.
Ai dottrinati di sinistra, ai socialdemocratici, Lenin diceva che per vincere occorre “combinare le forme di lotta legale e illegali, parlamentare ed extraparlamentare. Lenin stesso affermava che i rivoluzionari che non sanno combinare le forme illegali di lotta con tutte le forme legali sono pessimi rivoluzionari. I bolscevichi di sinistra che rifiutarono di partecipare al “parlamento rivoluzionario” hanno preso i principi teorici, ma non la strategia del comunismo”
Con grande rapidità si moltiplicarono i malintesi e poi i conflitti fra il nuovo potere e le forza che con la loro azione erano state in grado di dissolvere il vecchio ordinamento politico, economico e sociale.
Il primo malinteso riguardava la rivoluzione agraria. I bolscevichi che aveva sempre sostenuto che la nazionalizzazione delle terre, trovandosi in un rapporto di forze sfavorevole dovettero recuperare o meglio “rubare” il programma socialista rivoluzionario, approvando la ridistribuzione delle terre ai contadini. La disapprovazione fondamentale del “decreto sulla terra” proclamava: “la proprietà privata delle terre è abolita senza indennità; tutte le terre sono a disposizione dei comitati agrari locali per la ridistribuzione. In realtà si limitava a legittimare gli atti compiuti da numerose comunità di villaggio dopo l’estate del 1917: la brutale espropriazione delle terre appartenenti ai grandi latifondisti e ai kulak. Il malinteso del 1917 si sarebbe tragicamente risolta con la collettivizzazione forzata delle campagne, apogeo dello scontro tra il regime uscito dall’ottobre 1917 e il ceto contadino.
Il secondo malinteso riguardava i rapporti tra il partito bolscevico e tutte le istituzioni che avevano al tempo stesso contribuito a distruggere gli istituti tradizionali e lottato per affermare ed estendere le proprie prerogative. In poche settimane queste istituzioni furono spogliate del loro potere subordinate al patto bolscevico ed eliminate sotto una forma di gioco di prestigio; il potere ai soviet, senza dubbio la parola d’ordine più popolare nella Russia del 1917 si trasformò in potere del partito bolscevico sui soviet. Questo al “controllo operaio” fu per presto scartato a favore del controllo dello Stato, spacciato per operaio. Nasceva la reciproca incomprensione fra il mondo operaio e uno Stato preoccupato dell’efficienza economica. Dopo il dicembre 1917 il nuovo regime dovette affrontare una serie di rivendicazioni operaie e di scioperi. In poche parole i bolscevichi persero una parte essenziale della fiducia di cui avevano goduto per tutto il 1917 fra i lavoratori.
Il terzo malinteso era i rapporti del nuovo potere con le nazionalità dell’ex-impero zarista. Il colpo di Stato bolscevico accelerò tendenze centrifughe che da principio i nuovi dirigenti parvero voler garantire. I Bolscevichi invitarono i popoli ad emanciparsi dalla tutela del potere centrale russo. I bolscevichi però, sopraffatti, subordinarono il diritto dei popoli all’autodeterminazione alla necessità di conservare il grano ucraino e di assicurare agli interessi del nuovo Stato che non tardò ad affermarsi come l’erede dell’ex-impero più che del governo provvisorio.
La somma delle spinte rappresentate dalla rivoluzione e da una pratica politica particolare avrebbe condotto a uno scontro tra il nuovo potere e ampi settori della società che avrebbe prodotto violenza e terrore.

[FB3]
[FB1]Aggiunto dal professore di italiano
[FB2]Aggiunto dal professore di italiano
[FB3]Chi dice ciò? (Scritto dal professore di italiano)

Esempio



  


  1. ivan

    la rivoluzione russa


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