Svevo: vita, pensiero, opere

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Testo

Italo Svevo
Italo Svevo è lo pseudonimo per Ettore Schmitz. La sua famiglia era di origine renana, di religione ebraica. Nacque a Trieste nel 1861, la sua famiglia apparteneva alla buona borghesia, suo padre era un commerciante e voleva che i figli intraprendessero la sua stessa carriera, per cui li mandò a studiare in Germania vicino a Wϋrzburg, affinché imparassero il tedesco e apprendessero i fondamenti teorici dell’attività commerciale. Nel 1878 Svevo tornò a Trieste e si iscrisse all’istituto commerciale Revoltella. Intanto gli affari andavano male, tanto che Svevo dovette interrompere gli studi e nel 1880 si impiegò in una filiale di una banca viennese, la Union. Vi rimase per diciannove anni, fino al 1899. Nel 1880 il padre fallì e nello stesso anno morì suo fratello Elio. Svevo aveva iniziato una collaborazione con un giornale irredentista triestino, non firmava con il suo nome gli articoli che scriveva, ma con lo pseudonimo Ettore Samigli. Nel 1894 sposò una cugina, Livia Veneziani, di ascendenza ebraica ma convertita al cattolicesimo, ed era devotissima, per cui Svevo si convertì anche lui perchè impostogli. Il matrimonio fu felice, nacque una figlia Letizia. Nel 1892 Svevo pubblicò il suo primo romanzo Una vita e nel 1898 pubblicò Senilità. Questi romanzi non ebbero grande successo, tanto che Svevo si lasciò convincere dalla moglie a licenziarsi dalla banca e ad entrare nella ditta del suocero, una fabbrica di vernici che possedeva la formula di una vernice antiruggine, molto ricercata. Contro le aspettative di tutti, Svevo mostrò una tale abilità negli affari tanto che il suocero gli affidò la fondazione e la direzione di una succursale in Inghilterra dove Svevo risedette fra il 1901 e il 1912. Egli riuscì a vendere la vernice alla marina inglese. Svevo ironizza su se stesso ripensando a quegli anni, quando si trovava calato in una realtà che non aveva mai immaginato. Nel 1915 tutta la famiglia Veneziani dovette allontanarsi da Trieste perchè cittadini italiani e non austriaci. Svevo però rimase perchè aveva la cittadinanza austriaca. Gli Austriaci volevano la formula della vernice, ma Svevo non la rivelò mai a nessuno e la fabbrica fu chiusa. Appena finita la guerra nel 1918 scrisse la Coscienza di Zeno, pubblicata nel 1923, e il suo genio di scrittore venne finalmente riconosciuto. Svevo ideò la scrittura di un quarto romanzo, Il vecchione, ma la sua salute vacillava e alla fine dell’estate del 1928 fu vittima di un incidente automobilistico dove si ruppe il femore. Accorsero subito la figlia e il genero e Svevo si rese subito conto della gravità della situazione. Morì due giorni dopo quando ormai la sua fama era diffusa.
PENSIERO: Svevo fa parte della letteratura italiana solamente perché scrive in italiano, ma per quanto riguarda i temi egli si distingue nettamente dai suoi contemporanei. Svevo fa parte della cultura del Mittleuropa, cioè dell’Europa di mezzo, e la difficoltà che la critica italiana incontrò nell’interpretare le sue opere fu nella differenza di impostazione. Quando nel 1892 pubblicò Una vita ottenne qualche recensione, ma i giudizi furono negativi; quando pubblicò Senilità la critica non espresse nessun giudizio e Svevo quasi si scoraggiò, scriveva alcune cose, dei drammi, ma lo faceva quasi di nascosto perché la letteratura non poteva essere una cosa seria per i suoi famigliari. Quando nel 1923 Svevo pubblicò La coscienza di Zeno e la critica rimase in silenzio, egli era consapevole del suo valore, per questa ragione si appellò a Joyce che aveva conosciuto a Parigi nel 1906. In quel periodo Joyce si trovava a Trieste e, riconosciuta l’intelligenza di Svevo, gli fece leggere le sue opere e Svevo gli consegnò i primi due romanzi. Joyce manifestò rabbia nei confronti della critica italiana che non aveva riconosciuto il genio di Svevo. Per cui nel 1923 quando Joyce era già famoso, Svevo si rivolse a lui affinché facesse conoscere la sua opera agli specialisti francesi di letteratura italiana, gli italianisonts. Il Crèmieur e il Larboud furono i primi due estimatori di Svevo, tanto che nel 1926 gli dedicarono un intero numero della rivista francese “La nave d’argento”. Furono preceduti però da Eugenio Montale che aveva ricevuto da un amico le opere di Svevo e ne pubblicò una scelta nel 1925 sulla rivista “l’Esame”. Montale pubblicò più passi da Senilità che dalla Coscienza di Zeno perché quest’ ultimo aveva una struttura troppo innovativa. Da quel momento Svevo fu riconosciuto e apprezzato, tanto che nel 1928, quando morì, moltissimi furono gli elogi dello scrittore.
Trieste era l’unico porto importante dell’impero asburgico; la città era un incrocio di civiltà e di popoli, un “crogiolo di razze e di culture”. In realtà le varie etnie rimanevano ben distinte e la classe dirigente era quella italiana, come la lingua. La città era florida, ma non floridissima come un tempo, c’era un certo attrito tra le classi sociali e quest’inquietudine avrà una ricaduta sulla visione del mondo di Svevo.
A differenza di tutti gli autori italiani, Svevo non considerava la letteratura come una priorità rispetto agli altri campi culturali, al contrario egli ritiene che prioritarie siano la ricerca scientifica e la filosofia. Per questo motivo manifestò grande interesse per il De Sanctis, il quale scrivendo un saggio su Zolà, mise in evidenza il collegamento tra scienza e letteratura. Svevo riconosceva però alla letteratura una sua autonomia e importanza: in uno scritto, Soggiorno londinese, afferma che lo scrittore si occupa con passione di filosofia e fraintende i suoi filosofi, cioè studia l’opera dei filosofi, ma non ne riproduce il pensiero, bensì lo rielabora con originalità e autonomia. I suoi maestri sono Schopenauer in primo luogo(Livia testimonia che Svevo possedeva la sua opera omnia in casa). Egli lo interpreta in modo totalmente diverso dall’interpretazione tradizionale, non è il filosofo della conoscenza pura, non della contemplazione e dell’ascesi, bensì è il negatore del libero arbitrio: l’uomo non è libero di esplicare la sua volontà e sottolineò “il carattere effimero e illusorio della nostra volontà e dei nostri desideri”. Svevo condivide con Schopenauer la considerazione delle nevrosi come fenomeni di compensazione, strumenti di auto inganno. Altro filosofo da lui ammirato fu Darwin, del quale fu un lettore entusiasta. Da lui Svevo derivò la convinzione del carattere violento della selezione naturale, che trasferì dall’ambito naturale all’ambito sociale. È questo il fraintendimento, ne consegue il “forzato adattamento dell’individuo all’ambiente e ai suoi bisogni”. Svevo concilia due filosofi diversissimi, il dato comune è la negazione del libero arbitrio. Anche Marx influenzò Svevo in minor parte. L’incontro tra i due si trova in un apologo, pubblicato nel 1897 su una rivista, Critica sociale, la tribù, dove la tribù è l’umanità. L’apologo si configura come un dialogo tra un demagogo, Achmed, e il vecchio patriarca Hussein. Achmed delinea la futura storia del mondo: con il progressivo svilupparsi dell’industria, andrà ad accentuarsi la distanza tra la classe patronale e la classe operaia che si abbrutirà sempre di più in un lavoro poco remunerato. I lavoratori non conosceranno riposo ne conosceranno la lettura, finché non si ribelleranno, prenderanno il potere e instaureranno un’era di giustizia. Hussein, però, rivendica i diritti all’utopia, purché non cominciare dalla fine, cioè purché non imporre subito la giustizia? Perchè aspettare l’abbrutimento per ribellarsi? La ribellione in realtà è impossibile; l’umanità è a tal punto malata che non può liberarsi dalla malattia. Sarebbe necessaria forse un’esplosione cosmica da cui forse potrà nascere un’umanità diversa, priva di parassiti e di malattie. Altro influsso fu quello di Freud. A partire dal 1908 Svevo cominciò a leggere le opere dello psicanalista, fra il 1910 e il 1912 lo incontrò varie volte perché nel 1910 accompagnò a Vienna il cognato Bruno Veneziani ad una visita. Dopo due anni di terapia Freud dichiarò Bruno inguaribile. Svevo si era sempre occupato di psicologia, anche prima di conoscere Freud, dal quale riprendeva la convinzione che la coscienza non si identifica con la psiche, è una caratteristica dello psichico, costituito in gran parte dall’inconscio. Inoltre riprese la convinzione riguardo il carattere compensativo delle nevrosi e, in particolare, degli autoinganni, ma, mentre Freud ritiene la psicanalisi uno strumento terapeutici, Svevo la ritiene uno straordinario strumento conoscitivo, non terapeutico, il malato deve tenersi stretto la sua malattia perché è segno della sua coscienza, solo i malati riconoscono se stessi e i sani.
UNA VITA: Svevo disse che nella penna di un poeta c’è un solo romanzo, e per lui il suo romanzo è Una vita. Questo romanzo fu completato entro il 1889 e pubblicato nel 1892 a spese dell’autore presso l’editore Vram.
Il protagonista Alfonso Nitti, la cui vita viene raccontata nel romanzo, intitolato precedentemente Un inetto, è un giovane di origini modeste ma di buona cultura. Si trasferì in città e si impiegò nella banca del signor Maller. Egli ha acquistato una stanza nella casa della famiglia Lanucci che era in continua lite per via delle difficoltà economiche che dovevano fronteggiare. Alfonso è a disagio di fronte a questa situazione, ma anche per il modesto impiego che ha nella banca; egli sa che la sua cultura dovrebbe porlo ad un livello superiore. Non nutre alcuna simpatia per gli altri impiagati impegnati nella “lotta per la vita”. Il signor Maller ha l’abitudine, dopo qualche tempo, di invitare una volta i propri impiegati a casa sua, affinché essi tocchino con mano il suo potere e la sua ricchezza. Alfonso si reca timoroso a casa del signor Maller e in un primo tempo viene accolto dalla giovane Annetta, figlia del signor Maller, con un certo distacco, ma poi ella si rende conto che Alfonso è diverso dagli altri impiegati. Gli mostra simpatia anche Macario, cugino di Annetta, totalmente diverso da Alfonso. I due invitano il giovane a frequentare regolarmente casa Maller. Annetta da tempo vorrebbe scrivere un romanzo, ma non ha la cultura necessaria per scrivere ciò che ha ideato, per cui propone ad Alfonso di lavorare insieme. Il giovane esercita un tale fascino sulla ragazza tanto che finisce per sedurla. Egli non l’avrebbe mai immaginato e tutto sembra avviato al matrimonio. Alfonso, però, prendendo come pretesto la cattiva salute della madre, dice di dover tornare prima in paese. Invano la governante di casa Maller, Francesca, segreta amante del padrone di casa, gli consiglia di non allontanarsi perché così avrebbe perso la ragazza. Se Annetta sposasse Alfonso, il signor Maller non avrebbe più alcuna scusa per non sposare Francesca. Alfonso decide di partire comunque e trova sua madre veramente malata, quindi rimane per alcuni mesi in paese, finché la madre non muore. Quando torna a Trieste trova mutata la situazione, Annetta si è fidanzata con Macario. Alfonso viene riassunto in banca, in un primo momento prova soddisfazione per aver abbandonato una vita non sua, per cui si propone di vivere in un angolo e coltivare i suoi sogni, ma non può sopportare di essere retrocesso in banca, è un’offesa per lui, per cui scrive una lettera ad Annetta invitandola ad un incontro “opportuno per il bene di entrambi”. All’appuntamento si presenta il fratello di Annetta, Federico che dice ad Alfonso che si deve adattare alla nuova situazione o allontanarsi dalla banca. Pensando che il signor Maller voglia ucciderlo, Alfonso torna a casa e si suicida. Il romanzo si conclude con una dichiarazione della banca dove si dice che si ignorano i motivi del suicidio.
Appena pubblicato il romanzo fu considerato come un romanzo naturalista e espressione di una provincia asburgica. Elementi naturalistici sono alcune pagine dedicate alla famiglia Lanucci e alla descrizione degli impiegati della banca, ma considerando Alfonso siamo in un ambito lontanissimo da quello naturalista. Con questo personaggio Svevo si serve della tecnica delle restrizioni di campo: l’ambiente non è descritto oggettivamente, bensì attraverso il punto di vista del personaggio. La situazione viene interiorizzata e interpretata attraverso un filtro di un personaggio particolare, frequente è quindi il monologo interiore. Il narratore però non si identifica con il personaggio, si possono riscontrare due voci concorrenti, quella del personaggio che si esprime attraverso il monologo interiore, e quella del narratore che segue passo passo il personaggio e ne svela i pensieri, le azioni, come un giudice istruttore che si compiace di mettere in evidenza i suoi aspetti più irrazionali. Se consideriamo solamente le tecniche narrative, vediamo quanto Svevo è lontano dal naturalismo. Il titolo del romanzo sembrerebbe alludere alla vita di un uomo, apparentemente si tratta di un Bìldungsromàn, un romanzo-maturazione, che descrive cioè la progressiva maturazione del protagonista. Leggendo Una vita si vede che Alfonso non presenta alcuna maturazione, in lui non c’è nessuna evoluzione. Secondo Schopenauer il carattere di un uomo è innato e immodificabile e la differenza dei caratteri è irriducibile. Il carattere dunque per Svevo non si forma per effetto di influenze esterne, egli crede che il carattere sia un dato di partenza e che le azioni di un individuo siano la manifestazione del carattere, negando così il libero arbitrio (operari seguitur esse→l’operare segue l’essere). L’individuo non sa niente di se stesso all’inizio, ma attraverso le azioni che compie si conosce, le azioni compiute non sono scelte dall’uomo, bensì imposte dal carattere. Quindi attraverso le situazioni Alfonso vive, e le reazioni che ha gli fanno prendere coscienza di sé, solo per questo si può dire che Una vita è un romanzo di formazione. L’uomo di sé sente solo una volontà di affermazione, un impulso egoistico, si tratta del Wille di Schopenauer che Svevo interpreta anche in riferimento al pensiero darwiniano perché identifica il Wille di Schopenauer con l’impulso cieco che presiede la selezione naturale di cui parla Darwin. Nell’operazione di “fraintendimento” il poeta accosta due pensatori apparentemente inconciliabili.
Nell’umanità comune abbiamo il Wille, che è un impulso che l’uomo percepisce a priori, e il Carattere che evidenzia delle attitudini in vari campi, cioè le abilità di un uomo. Il signor Maller ha spiccate attitudini nel mondo della finanza, non solo perché conosce bene la tecnica economica, ma perché conosce anche la tecnica per avvantaggiarsi del suo potere; Annetta è una ragazza normale che può esercitare un certo fascino, ed è anche una ragazza pratica perché sa bene valutare la sua situazione quando Alfonso si allontana; persona normale è anche Francesca che però ha un suo piano in testa. Nell’umanità comune l’uomo convoglia la spinta del Wille nell’ambito particolare, cioè quello delle attitudini evidenziate dal carattere, realizzando così un equilibrio perché riesce a trovare un appagamento in un ambito particolare, quindi realizzati sono il signor Maller e Annetta. Una persona senza alcuna attitudine o interesse è Alfonso, che non è incapace, ma non ha alcun interesse per il mondo che lo circonda, frequenta la famiglia Maller non per amore, ma per impulso del Wille. Egli seduce Annetta perché ciò costituisce un grande successo per lui, ma non si tratta di una grande soddisfazione perché il suo carattere non ha interesse per il mondo, egli non può trovare un suo posto nella società, perciò fugge da Trieste. In realtà non può fuggire da se stesso e il suo carattere di inetto gli impone di sottrarsi a quella che gli sembra una trappola. L’inetto è uno sdoppiato perché se il Wille lo spinge all’affermazione di sé, il carattere impedisce questa affermazione. Questa sua condizione si manifesta in nevrosi: siccome Alfonso non può raggiungere un suo equilibrio, allora elabora degli autoinganni che tentano di rimuovere la convinzione di essere un inetto. Le manifestazioni esterne di tali nevrosi sono i sogni di megalomane che fa, come quello di salvare la banca da una catastrofe. Quando Alfonso torna a Trieste e vede Annetta fidanzata con Macario pensa di potersi ritirare ad una vita tutta sua, trascorsa in un cantuccio appartato con l’unica compagnia dei suoi sogni, si tratta del tipo del contemplatore di Schopenauer che corrisponde allo stadio della Noluntas. A questo punto Svevo si distacca da Schopenauer che affermava che l’uomo con la pratica ascetica potrà trasformare la volontà di vivere in non-volontà di vivere. Svevo ritiene che il Wille sia inestinguibile, tant’è vero che Alfonso quando viene emarginato si sente offeso e reagisce: puramente velleitario era il tentativo di ritirarsi
in un cantuccio, il Wille si può sconfiggere solo con la morte, perciò Alfonso si suicida. Dal punto di vista strettamente logico, il personaggio non ha altra scelta. Al tempo di Una vita l’inettitudine era considerata da Svevo come una condizione di inferiorità, ma si intravedono già altre aperture. Svevo, con molti altri scrittori, può essere inquadrato nel “pensiero negativo”, cioè nel superamento dell’ottimismo classicista del Goethe maturo e dell’idealismo. Il pensiero negativo consiste in Schopenauer e in Kierkegaard in filosofia, in Musil, in Kafka e in altri in letteratura. L’attenzione si sposta dalla società all’individuo che non si realizza nell’ambito sociale, ma da esso è corrotto. In esso si incontra anche con l’influsso dello stoicismo ebraico che considerava come “vero e giusto” soltanto quello che è legato all’autocoscienza e alla riflessione personale. Nel Diario di una fidanzata Svevo dice che non ha alcun interesse per la società e che nessuno potrà farlo nascere in lui, afferma poi che se prendesse qualche interesse per la realtà sarebbe stupido. Egli si considera un inetto, ma l’inettitudine comincia a raffigurarsi come una condizione privilegiata perché l’inetto è dotato di autocoscienza. Le persone sane non sono invidiabili, se si guarda bene, si vedrà che il signor Maller non è un uomo realizzato, egli è meschino, un uomo non può identificare il proprio progetto nella ricchezza e nel potere. Gli uomini sani hanno sviluppato degli organi predatori in campi determinati: tutte le potenzialità d’intelligenza del signor Maller sono concentrate nella sfera economica, ma tutte le sue altre potenzialità sono come atrofizzate. L’inetto, per Svevo, è immune da questo pericolo in quanto non possiede attitudini per la società in cui vive. Nel saggio incompiuto L’uomo e la teoria darwiniana Svevo contesta in modo vibrato l’interpretazione data in Italia, tra gli altri ricordiamo D’Annunzio, della filosofia di Nietzsche, che rende ridicolo il suo super uomo, un superman dominato dall’istinto e dalla violenza. Svevo sa che l’Ubermensch niciano non è da tradurre come “super uomo”, bensì come “oltre uomo”, colui, cioè, che va al di là dell’animale uomo. Il sano si trova di fronte alla società dove raggiunge un suo posto e si atrofizza in un ambito particolare, ma non ha coscienza di sé, si sente realizzato quando è una specie di fantoccio. L’inetto non può trovare un suo posto nella società, ma non per questo egli non ha alcuna attitudine, le sue attitudini però non sono adatte alla società in cui vive, tuttavia l’inetto mantiene intatte tutte le sue potenzialità, si mantiene disponibile ad un'eventuale società futura; l’inetto è “l’abbozzo dell’uomo del futuro”, un futuro dove l’individuo non sia soffocato, ma abbia la possibilità di realizzarsi compiutamente.
SENILITA’: fu iniziato nel 1892 e pubblicato nel 1898 sempre a spese dell’autore presso l’editore Vram. È Svevo stesso che nel Profilo autobiografico, del periodo londinese, traccia la trama del romanzo. Protagonista è Emilio Brentani, un giovane colto, che ha acquistato negli ambienti letterari di Trieste una certa fama perché aveva pubblicato il suo primo romanzo. Egli vive appartato con la sorella Amalia, anch’essa lontana dalla vita. Per intervento dell’amico Stefano Balli, scultore che compensa il suo insuccesso artistico con il successo con le donne, Emilio conosce Angiolina della quale si innamora perdutamente. Stefano gli dice che è una donna poco seria, ma Emilio la idealizza e ne fa quasi un angelo. Angiolina lo sottopone ad ogni sorta d'umiliazione, addirittura Emilio una volta la vede in compagnia di un ombrellaio, e si propone di allontanarsi da lei, ma ogni volta che la vede, il giovane, riprende il suo processo d'idealizzazione. Per questo motivo Emilio invoca l’aiuto di Stefano, ma sia Angiolina che Amalia si innamorano di lui. Amalia dice al fratello che l’amore è un diritto di tutti e inizia a nutrire un profondo sentimento per Stefano, un sentimento non ricambiato, per cui la ragazza cade in depressione e si dà all’etere profumato, indebolendosi sempre di più e finisce per ammalarsi di broncopolmonite. Emilio nell’assisterla viene aiutato da Stefano e da una vicina e nel delirio Amalia svela a Stefano di amarlo. Quando è ormai morente Emilio, venuto a sapere di un nuovo tradimento di Angiolina, abbandona il capezzale della sorella. Tornato a casa fa appena in tempo ad assistere alla morte della sorella. Angiolina è partita con un amante, Emilio, che ha cambiato casa, si reca dalla vicina per ringraziarla per aver accudito Amalia.
Nel profilo autobiografico Svevo afferma che in Senilità non si proponeva di rappresentare i fatti oggettivi di un’esistenza, riteneva che potesse essere interpretato come un romanzo naturalista, un romanzo di una provincia asburgica. Il romanzo presenta una struttura che può ricordare un romanzo naturalista. Si può dire che sia rappresentato sul modello del “tranche-de-vie”, una fetta di vita. La narrazione considera il personaggio in un punto qualsiasi della sua esistenza per finire in un punto qualsiasi. In realtà Senilità costituisce un passo più importante di Una vita, la narrazione è concentrata, non c’è niente che potrebbe essere scorciato, tutto è essenziale e consequenziale. Tutta la narrazione è filtrata dalla coscienza di Emilio e vi è l’atteggiamento di un giudice istruttore più severo di quello di Una vita, il quanto si mettono in evidenza l’assurdità delle azioni del protagonista. Emilio nella sua relazione con Angiolina è indotto dal carattere ad idealizzarla, e nulla può distoglierlo dalla sua idea. Dopo ogni nuova esperienza, il personaggio è in grado di vedere obiettivamente la realtà, è dotato di una sorta di chiaroveggenza che però ha solamente dopo il fatto compiuto. Angiolina ha convinto assurdamente Emilio di concedersi a lui solo dopo che si sarà concessa al fidanzato. Stefano dice ad Emilio che aveva visto la donna con un altro uomo e Emilio prende coscienza della realtà, Angiolina non può negare di avere degli amanti, quindi prenderà anche Emilio come suo amante. Il protagonista prende una stanza in un albergo e, accorgendosi che Angiolina già conosceva il posto, l’incontro si fa degradante. Ma tutto ciò egli lo comprende dopo che è avvenuto. La chiaroveggenza a cosa serve dopo? E cosa spinge Emilio verso Angiolina? E perché, si chiede Emilio ad alcuni riesce tutto, mentre altri sono impediti in tutto ciò che fanno? Perché Emilio e Amalia conoscono solo sconfitte mentre Stefano ed Angiolina riescono in tutto? Parlando con la vicina, Emilio afferma che il male non viene fatto, avviene. La responsabilità di tale sofferenza non è attribuibile a nessuno perché Angiolina e Stefano non scelgono, seguono il loro carattere. Inoltre Emilio afferma che “metà dell’uomo è nata per vivere, l’altra per essere vissuta dagli altri”. Si tratta di una frase ambigua: i due che vivono sono Stefano e Angiolina, i vissuti sono Emilio e Amalia perché trascinati dalle azioni degli altri. C’è però un’altra interpretazione: è vero che Stefano e Angiolina determinano con le loro azioni il destino degli altri, ma non hanno alcuna consapevolezza della loro apparente superiorità, non sanno analizzare se stessi, né gli altri; sono due personaggi di successo, vissuto da loro, però, al prezzo dell’incapacità della loro autocoscienza. Emilio ed Amalia sono consapevoli della loro condizione, conoscono a fondo le persone con le quali vengono a contatto. Quindi se la vita è consapevolezza e coscienza, i personaggi che vivono sono Emilio ed Amalia, mentre sono da loro vissuti Angiolina e Stefano. Sono gli inetti che hanno coscienza di sé e la loro chiaroveggenza è il loro privilegio, ma anche la loro condanna. Il narratore esprime giudizi severi su Emilio, ma, in realtà, non giudica negativamente il personaggio, la sua è una tecnica per evidenziare l’irriducibilità dei caratteri: la morte di Amalia sembra aver guarito Emilio, ma non si può guarire dal proprio carattere, quindi Emilio continua a vagheggiare l’Angiolina di un tempo, la sua donna angelo. Il suicidio viene escluso dalla storia perché l’inettitudine non è considerata da Svevo una condizione d'inferiorità, bensì è una condizione di privilegio perché l’inetto è dotato di autocoscienza.
Dopo aver pubblicato Senilità, Svevo sembrò abbandonare la letteratura, entra infatti nella banca del suocero. Stette per lunghi periodi in Inghilterra, viaggiò continuamente, dovette adattarsi a frequentare un ambiente che non era il suo, egli si vergogna quasi dell’interesse che aveva avuto per la letteratura, perché il nuovo ambiente non accettava questo interesse. Svevo continua però a scrivere alcune opere teatrali, Un marito e L’avventura di Maria, e alcune novelle ambientate in fabbrica. Nel 1906 conobbe Joyce che gli fece conoscere le sue opere. Da lui derivò anche la conoscenza di alcuni autori inglesi quali Dickens e Conrad. In questo lungo intervallo di tempo in cui non pubblicò nulla, conobbe anche l’opera di Freud. Nel 1915, in collaborazione con la nipote della moglie, tradusse un’opera di Freud che è una specie di sintesi dell’INTERPRETAZIONE DEI SOGNI, IL SOGNO. Quando Svevo rimase da solo con la moglie a Trieste, la fabbrica lavorava a rilento.
LA COSCIENZA DI ZENO: Svevo cominciò a scrivere La coscienza di Zeno dopo la guerra che pubblicò nel 1923. Si tratta della storia di un ricco commerciante triestino, Zeno Cosini, il quale racconta la sua vicenda in modo particolare. C’è una premessa al romanzo che non è scritta da Zeno, ma da un certo dottor S., probabilmente la S. sta per Sigmund, cioè per Freud, perché il dottor S. è uno psichiatra cui Zeno si è rivolto per guarire da una nevrosi. Zeno afferma che dopo tanti anni gli produce ancora dolore la morte del cognato Guido Speier. Ad un certo punto però Zeno si è ritirato dalla cura del dottor S. per togliergli, dice, la soddisfazione di vederlo guarire. Il dottor S. consiglia a Zeno di scrivere dei pensieri i quali sono rimasti in mano al dottore che, per vendicarsi, li pubblica. Svevo fa intendere che Zeno scrive per un altro e che la scrittura ha finalità di chiarificazione. Gli anni sono quelli tra il 1890-1896, quando Zeno aveva trent’anni. La cura si svolge tra il 1911 e il 1915, venne interrotta a causa della guerra. Zeno poi recupera gli scritti e aggiunge pagine risalenti al 1916. Vi sono nell’opera due distinti piani temporali, tanto che si è parlato di “tempo misto”. Zeno scrive su sollecitazione del dottore, si tratta di una “storia di una vita”, però il romanzo non è da definire tanto una storia di una vita, bensì una “storia di una malattia”, è Zeno stesso che lo dichiara quando afferma che si era rivolto al dottore perché a distanza di molti anni la morte del cognato gli procurava ancora dolore. Bisogna quindi leggere tra le righe, bisogna scoprire in cosa consiste la malattia di Zeno, deve essere una lettura critica e solo così si potrà dimostrare che in realtà il romanzo è la “storia della difesa della malattia”. Un romanzo del genere presenta strutture non tradizionali che furono la causa prima dell’insuccesso iniziale. Montale, a proposito di quest’opera, affermava che si trattava di arte totalist. Alcuni critici, a partire dagli anni ’20, collocano il romanzo sveviano al genere narrativo dello “ Stream of consciusness”, cioè flusso coscienziale, una tecnica utilizzata da Joyce in alcune sue opere tra le quali L’ULISSE. Si tratta di una forma particolare di monologo interiore, è un “discorso senza uditori che si immagina registrato senza essere scritto”, è la trascrizione dei pensieri così come affiorano nella mente. Un aspetto sono le “libere associazioni”, cioè i pensieri affiorano liberamente nella mente del personaggio che si trova in posizione passiva e le immagini, le passioni vengono associate liberamente senza logica. Tutto ciò non è però ravvisabile nell’opera di Svevo; tutta la Coscienza di Zeno è lo sforzo di far affiorare, a livello coscienziale, più ampie zone di inconscio, quindi il personaggio non ha un ruolo passivo. Dopo un primo preambolo dove Zeno cerca di recuperare alla memoria la sua infanzia, senza tuttavia riuscirci, segue un capitolo sul fumo molto divertente: Zeno è afflitto dal tabagismo. Constatando come gli era impossibile rinunciare alla sigaretta si fa ricoverare in una clinica, ma sospettando che il medico si sia innamorato della moglie Augusta, non resistendo senza fumare, riesce a scappare giustificando la sua fuga con la gelosia. Nei capitoli successivi Zeno parla delle tappe fondamentali della sua vita. Il IV capitolo è intitolato “la morte del padre”. Il padre di Zeno era un ricco commerciante triestino, tra i due c’è un profondissimo affetto, anche se il padre era convinto dell’inettitudine del figlio. Il padre si ammala gravemente, e, non avendo alcuna fiducia nell’oculatezza di Zeno, lo condanna all’irresponsabilità a vita in quanto sarà l’Olivi ad amministrare il patrimonio di famiglia dando a Zeno una rendita mensile. In punto di morte accade un fatto strano: il padre si alza dal letto, solleva una mano, cade e nel cadere il suo braccio colpisce il viso di Zeno che non riuscirà mai a capire se questo fu un gesto casuale o meno. Non avendo nulla da fare Zeno decide di trovarsi una moglie. Comincia quindi a frequentare casa Malfenti dove c’erano quattro fanciulle, Augusta, bruttina, Ada, molto bella, Alberta, di quindici anni, e Anna di otto anni. Zeno si innamora di Ada che però è innamorata di Guido Speier, l’opposto di Zeno, disinvolto, brillante e ottimo suonatore di violino. La signora Malfenti ha notato che Augusta prova un interesse per il protagonista. Un giorno la signora dichiara a Zeno di dovergli parlare e lo prega di non venire più nella loro casa, non perché egli non sia bene accetto, ma perché ha un interesse per Augusta e questo potrebbe risultare sconveniente per la ragazza. Zeno non sapendo cosa rispondere dichiara il suo amore a Ada, la quale dichiara il suo amore per Guido. Zeno si dichiara quindi ad Alberta che crede che egli scherzi, il protagonista incontra poi Augusta e le dichiara che non la ama, ma l’apprezza moltissimo e le propone di sposarlo. Augusta, innamoratissima, accetta. Qualche tempo dopo il matrimonio un amico di Zeno gli presenta una ragazza, Carla, che studia canto, ma non possiede i mezzi per studiare. I due iniziano a frequentarsi e Zeno è tormentato dal rimorso non di tradire Augusta, bensì di non risarcirla con sufficienti rimorsi. Dopo il matrimonio Zeno si è veramente innamorato di Augusta, la quale non ci crede. La storia con Carla finisce perché la ragazza fugge a Vienna con il maestro di canto e Zeno non si arrabbia. Guido intanto decide di aprire un’agenzia commerciale e propone a Zeno di entrare in società con lui. Zeno chiede il permesso all’Olivi, il quale, convinto dell’incapacità del protagonista, glielo nega, per cui Zeno va a lavorare all’agenzia come dipendente. Egli si accorge presto che Guido non ha alcuna capacità negli affari e tenta di aggiustare i danni ma Guido, che ha una relazione con la segretaria Cecilia, non lo ascolta. Guido poi, sull’orlo del fallimento, chiede a Zeno un prestito che accetta, ma l’Olivi impone che Ada si impegni al 50%. Guido per convincere la moglie mette in scena un suicidio. Ada, sconvolta, cede e gli da i soldi. Tuttavia Guido in poco tempo si ritrova nella situazione di partenza. Zeno lo avverte e Guido non trova di meglio che ricorrere ad un nuovo finto suicidio e l’unico ad esserne a conoscenza è lo stesso Zeno. Guido prende un veleno, ma quella sera si scatena un forte temporale, per cui Guido non facendo in tempo ad arrivare all’ospedale, muore. Zeno non può dire a nessuno che quello di Guido era un finto suicidio, perché sminuirebbe la figura di Guido. Per salvare il patrimonio Zeno inverte le azioni di Guido in modo tale da recuperare in due giorni tutto il patrimonio. Arriva tardi al funerale, si mette dietro il feretro, e vedendo che il prete era ortodosso, si accorge di aver sbagliato funerale. Ciò provoca la reazione della signora Malfenti. Accompagna poi con Augusta Ada e i figli a casa, ha poi un colloquio con Ada che lo ringrazia e gli dice che il fatto che lui abbia recuperato il patrimonio in soli due giorni, rende la morte di Guido ancora più dolorosa perché egli è morto per una cosa di cui non valeva la pena. Ada parte per l’Argentina e Zeno non ha più possibilità di spiegarsi. Ritenendo assurdo il fatto che dopo venti anni provi ancora dolore per la morte del cognato, Zeno si rivolge ad un medico che gli fa una diagnosi quale Sofocle fece ad Edipo: Zeno avrebbe odiato suo padre e amato molto sua madre. Venuto meno l’oggetto dell’odio, essendo morto il padre, Zeno avrebbe trovato una figura del genere nel signor Malfenti e in Guido. Zeno non accetta una diagnosi buona a tutto e la rifiuta perché egli amò molto sia sua madre sia suo padre, amò il signor Malfenti e non ha mai voluto male a Guido. Zeno a questo punto delinea la sua situazione, spiega perché non vuole rinunciare alla sua malattia, bensì vuole difenderla. Tutti i personaggi del romanzo si dividono in sani e malati. Il prototipo della salute è Augusta. La società borghese rifugge dall’idea della malattia e Zeno non può analizzare la salute della moglie perché altrimenti la trasformerebbe in malattia, per Zeno bisogna guarire dalla salute. In viaggio di nozze Zeno parla alla moglie della sua morte e Augusta pensa che la voglia uccidere. I sani sono apparentemente sani e sono inconsapevoli di se e dei malati, i quali, invece, sono consapevoli della propria malattia e sono in grado di definire l’atroce salute dei sani. Ada ad un certo punto si ammala del morbo di Basedow, un’alterazione della tiroide che provoca un’ansia irrefrenabile, e la sua bellezza scompare. Tutta l’umanità viene descritta come una linea continua, dove da una parte troviamo i basedowiani, che manderebbero il mondo alla rovina, dall’altra gli inetti. In mezzo abbiamo i sani che tendono o da una parte o dall’altra, ma la salute assoluta non esiste. Ad un certo punto Zeno dice che la vita non è né bella né brutta, ma originale, ed è tanto strana che l’uomo si trova in essa quasi per caso; si va oltre oltre il piano organicistico: se l’uomo si trova nel mondo per caso non potrà mai essere integrato nella vita e la malattia è il riflesso della malattia generale dell’universo che si manifesta nella guerra, intesa come scatenamento della violenza e l’universo è avviato verso l’autodistruzione. Ormai l’umanità si è allontanata dalla lotta per la vita, non si serva più delle sue forze e degli organi predatori, bensì si serve di ordigni estranei al suo corpo, cioè le armi. Questa trasformazione è espressione della malattia in cui l’uomo è caduto. Si è alterata in modo irreversibile la selezione naturale che è alla base della vita. Freud presentava la psicanalisi come un itinerario terapeutico, ma per Zeno non si può guarire in un mondo completamente malato, la salute è un illusione e la psicanalisi è un potentissimo strumento di conoscenza. Svevo anticipa così le posizioni dello stesso Freud che dopo un anno dalla morte dello scrittore pubblicò IL DISAGIO DELLA CIVILTA’, appartenente alla fase post-psicanalitica. Freud ravvisava lo scontro fra due eterni nemici, Eros e Morte, e gli sembrava che quest’ultimo stesse per prendere potere, ma alla fine esprime la speranza che Eros possa guarire. Nelle ultime righe della Coscienza di Zeno si dice che il mondo sarà privo di parassiti e di malattie e da questo punto si potrà creare una nuova società, per la quale l’inetto si è mantenuto disponibile in quanto egli è “l’abbozzo dell’uomo del futuro”. Nel 1915 l’Olivi deve allontanarsi da Trieste e Zeno può disporre del suo denaro e prende delle iniziative molto azzeccate, il suo patrimonio è raddoppiato. Egli afferma di essere guarito e interrompe la terapia, ma non è possibile che egli sia guarito perché non si può guarire dalla malattia, inoltre egli sa che la malattia è un privilegio.
OPERE MINORI: Dopo la pubblicazione della Coscienza di Zeno, Svevo continuò a scrivere, ideò la stesura di un quarto romanzo che doveva essere la continuazione della Coscienza di Zeno e alcune opere teatrali e alcune novelle quali Vino generoso e La novella del buon vecchio e della bella fanciulla di ambientazione commerciale, altre in preparazione del romanzo come Il vecchione o Confessione di un vegliardo, dove protagonisti sono Zeno e la moglie Augusta, compaiono anche altri personaggi come Antonia, Alfonso, figli di Zeno, e il nipote Umbertino. Svevo scrisse vari episodi dei quali possediamo diverse redazioni. Subito dopo la guerra Zeno fa delle speculazioni poco accurate, compra un’enorme quantità di sapone, ma quando deve venderlo la penuria di sapone scompare. Consigliandosi con la moglie ritiene che sia il caso di riprendere un amministratore, ma l’Olivi è morto, è rimasto il figlio, abile e onesto, ma alquanto antipatico. Questo gli dice che accetta a patto che Zeno non metta mai bocca negli affari. La figlia Antonia, con un bambino, Umbertino, è rimasta vedova e si trasferisce a casa dei genitori. Zeno riesce a trovare un suo angolino per la meditazione.
Nell’ultima fase della sua attività Svevo si avvicina sempre di più alla filosofia di Schopenauer e ritiene che la parte fondamentale della vita sia la riflessione e che ciò che viene scritto abbia una valenza straordinaria perché conduce all’autocoscienza. Non si è giunti alla guarigione, ma con la vecchiaia la vita si è semplificata, ma la semplificazione porta ad una mancanza di senso, tanto che il tempo che rimane sarebbe da usare per strapparsi i capelli che restano sulla testa deformata. Il pessimismo di Svevo sembra acuirsi. L’autore ravvisò nel quarto romanzo, che non portò a termine, un che di forzato, non ne era soddisfatto perché esprimeva in modo troppo esplicito la tesi.
Altra novella importante è Corto viaggio sentimentale.

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Esempio



  


  1. letizia

    sto cercando appunti su italo svevo sostengo gli esami di maturità

  2. Giuseppe

    Allora voi pazzi? perxhè non mi fate vedè quello che voglio, che vi ho fatto di male?

  3. Giuseppe

    Sto cercando appunti di Svevo perchè non capisco sul mio libro del cavolo,quindi fatemi vedè i chache e non rompete il cavolo


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