svevo e pirandello

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Testo

SVEVO
La cultura e la poetica
E' possibile ricostruire la cultura di Svevo attraverso l'epistolario, il Profilo autobiografico, scritto negli ultimi anni di vita, e articoli e saggi composti in tre periodi: il primo, fino al 1899, coincide con la collaborazione all' "Indipendente" e a altre riviste; il secondo è il periodo del silenzio letterario, fra il 1899 e il 1918, nel quale Svevo di dedicò alla stesura, incompleta, di alcuni saggi; e infine l'ultimo, fase della collaborazione con la Nazione, e dei saggi scritti negli ultimi dieci anni di vita.
Attraverso le sue opere, e in particolare attraverso l'apologo politico La tribù, o i saggi L'uomo e la teoria darwiniana e La corruzione dell'anima, la cultura di Svevo rivela un apparente aspetto contraddittorio: infatti egli da un lato fu studioso del positivismo, di Darwin e del marxismo; dall'altro di Schopenhauer e di Nietzsche. Subì inoltre, soprattutto negli ultimi anni, l'influenza di Freud, il quale era portatore sia di elementi positivisti, quale la necessità di ricondurre lo studio a chiarezza scientifica, che antipositivisti, come l'evidenziamento dei limiti della ragione rispetto al potere dell'inconscio.
In realtà lo scrittore assunse gli elementi critici e gli strumenti di diversi pensatori, e non il loro pensiero complessivo.
Infatti Svevo condivise con Darwin, con il positivismo in genere e con Freud, la propensione all'utilizzo di metodi scientifici di conoscenza e il rifiuto di una visione metafisica, spiritualistica, senza però accettare la fiducia darwiniana nel progresso e la presunzione del positivismo di fare della scienza una base oggettiva e indiscutibile del sapere.
Nel racconto La tribù, uscito nel 1897 sulla rivista teorica del socialismo italiano "Critica sociale", in cui viene rifiutato il percorso graduale attraverso cui l'umanità potrà giungere al socialismo, e viene proposto di cominciare dalla fine, saltando le tappe intermedie, lo scrittore palesa di non aver accettato il marxismo come soluzione sociale, ma solo come strumento e come prospettiva critica di giudizio sulla civiltà europea e sui suoi meccanismi economici e sociali. Stessa selezione aveva compiuto anche nei confronti del pensiero di Schopenhauer, dal quale imparò a osservare i caratteri della volontà umana, a verificare come ideali e programmi siano determinati non da motivazioni razionali, ma da diversi orientamenti della volontà, i quali spingono poi gli uomini fino a ingannare se stessi e a rimanere prigionieri delle proprie illusioni: se nei suoi romanzi Svevo mira sempre a smascherare gli autoinganni dei suoi personaggi e a smontare gli alibi psicologici che essi si costruiscono, dipende certo dalla forte influenza del filosofo.
Problematico fu il rapporto con la psicoanalisi, che pure ebbe un ruolo così importante nella sua riflessione e nella sua scrittura letteraria: verso Freud lo spingeva l'interesse per le tortuosità e le ambivalenze della psiche profonda, che già aveva esplorato prima della nascita delle teorie psicoanalitiche in Una vita e in Senilità.
Ma Svevo non apprezzò la psicoanalisi come terapia, che pretendeva di portare alla salute il malato di nevrosi, bensì come puro strumento conoscitivo, capace di indagare più a fondo la realtà psichica, e, di conseguenza come strumento narrativo. L'autore riconosce infatti nell'ammalato pulsioni vitali che verrebbero spente dalla terapia.
Nella lettera a Valerio Jahvier, letterato italiano che risiedeva a Parigi, con il quale aveva intrapreso una corrispondenza epistolare, Svevo discute di psicoanalisi e esprime i suo pareri:
Anche sul piano del gusto letterario e delle scelte di poetica Svevo muove da maestri diversi: da un lato i realisti e i naturalisti ( Balzac, Flaubert e Zola); dall'altro invece Bourget, creatore del romanzo psicologico e Dostoevskij, che aveva scandagliato le piaghe più riposte della psiche umana.
Nell'ambito della letteratura italiana l'opera di Svevo segna proprio il trapasso dal verismo a una nuova visione e descrizione del reale, più analitica e introversa, svincolata da certe cristallizzazioni tradizionalmente presenti nella narrativa, quali il personaggio, le ordinate categorie temporali, l'univocità degli eventi: si tratta naturalmente di un'acquisizione progressiva, poco visibile nel suo primo libro, nettissima nella Coscienza di Zeno.
I dati realistici - la raffigurazione dei vari ceti (borghesi o popolari che siano), la rappresentazione dell'ambiente, le descrizioni degli accadimenti - vanno incontro, nelle pagine di Svevo, a una crescente interiorizzazione, vengono cioè usati sempre più come specchi per chiarire i complessi e contraddittori moti della coscienza. Al centro delle storie l'autore pone sempre un solo personaggio, al quale gli altri fan da coro, per lo più antagonista: un individuo abulico e infelice, incapace di affrontare la realtà e che a essa costantemente soccombe, ma che nello stesso tempo tenta di nascondere a se stesso la propria inettitudine, sognando evasioni, cercando diversivi, giustificazioni e compromessi.
Nell'analizzare questi processi, l'inconscio, le sue canalizzazioni e le sue mascherature, Svevo smonta l'io del protagonista, rivelando ironicamente, e talora comicamente, le non semplici stratificazioni della psiche, tutta la sua instabilità, in cui passato e presente, ricordi e desideri si intrecciano reciprocamente. Ma questa indagine è anche carica di un affetto dolente, quasi che l'autore volesse salvare dall'estrema umiliazione della condanna il suo eroe negativo, che è in fondo il risvolto irredimibile di noi stessi, e la cui malattia è da assimilare alla crisi di un'intera società.
Portatore di innovazioni straordinarie, Svevo non ottenne grande successo, se non alla fine degli anni Sessanta, quando entrò a far parte dei classici della letteratura italiana: causa di questo tardivo successo fu certamente la cultura mitteleuropea, più viennese che italiana, che fece sì che egli non avesse mai alcun rapporto con la cultura letteraria fiorentina, allora egemone a livello nazionale. Inoltre in Italia la psicoanalisi penetrò solo negli anni Sessanta; e la mancata conoscenza del pensiero di Freud era certamente un ostacolo alla comprensione della grandiosità della Coscienza di Zeno.
In secondo luogo, Svevo è totalmente estraneo all'idea di arte propria dei letterati e critici italiani: la sua visione di scrittura come igiene appariva incomprensibile ai suoi contemporanei. Inoltre, anche la sintassi semplice e talora vicino al parlato, non coincideva con i canoni armoniosi e lirici del tempo.
Riportiamo un passo da un articolo del 1926, scritto da Eugenio Montale, grande sostenitore del poeta: Presentazione di Italo Svevo
La coscienza di Zeno
Il terzo romanzo di Svevo appare ben venticinque anni dopo Senilità, nel 1923, e per questo motivo differisce molto dai due romanzi precedenti: quelli furono anni cruciali non solo per lo scrittore, ma anche per la società europea, si pensi solo al fatto che si era verificato il cataclisma della guerra mondiale, che aveva realmente chiuso un'epoca, e, sul piano culturale, si era assistito all'imporsi di correnti filosofiche che superavano definitivamente il positivismo e all'affacciarsi della teoria della relatività.
Svevo abbandona il modulo ottocentesco del romanzo narrato da una voce anonima ed esterna alla vicenda: La coscienza di Zeno è strutturato in sette capitoli, e tutti, eccetto la Prefazione, sono scritti in prima persona dal protagonista Zeno Cosini.
Il romanzo viene presentato nella Prefazione dal "dottor S.", analista di Zeno Cosini, come un originale, quanto non ortodosso, metodo di analisi rivelatosi fallimentare, soprattutto dopo l'abbandono del trattamento operato da Zeno.
A parte questo capitolo iniziale tutto il resto della narrazione è compiuta da Zeno, il quale è quindi protagonista-narratore: tutto il racconto passa attraverso il suo sguardo, che però non è uno sguardo qualunque, egli infatti è in cura dallo psicanalista perché è un nevrotico. La nevrosi è una malattia che porta a operare una forte rimozione, cioè a eliminare dalla coscienza gli eventi più traumatizzanti: egli per questo non potrà mai essere un testimone attendibile degli avvenimenti legati alla sua malattia.
Bisogna tuttavia anche stare attenti al ruolo dello psicanalista che lo ha in cura: nella Prefazione egli dimostra di non essere un dottore serio ammettendo di aver deciso di pubblicare il diario per vendetta verso il paziente, che aveva interrotto la cura, per guadagno e per ricattare Zeno, promettendogli di dividere i guadagni della pubblicazione solo quando avesse deciso di riprendere l'analisi.
L'ironica figura dello psicanalista non è certo casuale: Svevo conosceva bene la psicoanalisi e Freud, del quale aveva anche tradotto un saggio sul sogno, e non condivideva il suo utilizzo come terapia. L'autore infatti vedeva nella nevrosi un segno positivo di non rassegnazione e di non adattamento ai meccanismi alienanti della civiltà che impone un regime di vita, sacrificando la ricerca del piacere.
La struttura del romanzo non corrisponde quindi a quella di un diario, che ripercorre in ordine cronologico le più importanti fasi della vita, ma è la storia della malattia del protagonista: tutti i temi raccontati da Zeno sono le tappe della sua nevrosi.
Il tempo della narrazione è soggettivo, mescola piani e distanze, in cui il passato riaffiora continuamente e si intreccia con infiniti fili del presente, in un movimento incessante. Eventi contemporanei possono così essere distribuiti in più capitoli successivi, poiché si riferiscono a nuclei tematici diversi e, inversamente, singoli capitoli, dedicati ad un particolare tema, possono abbracciare ampi segmenti della vita di Zeno.
Tutto il discorso di Zeno si sviluppa in una continua oscillazione tra malattia e salute, tra coscienza e inganno, tra narrazione e riflessione, tra bisogno degli altri e difficoltà ad instaurare con loro un rapporto, tra desiderio e aridità sentimentale. Zeno è alla ricerca di un equilibrio che gli sfugge continuamente e che è consapevole di non poter raggiungere.
All'inizio del 1914 Zeno Cosini si fa visitare dallo psicanalista "dottor S.", il quale, prima di intraprendere la cura , invita il paziente a raccontare la sua vita a partire dalla nascita fino a quell'anno. Pertanto fra il gennaio e l'aprile del 1914 Zeno scrive le sue "confessioni", nelle quali hanno particolare risalto alcuni periodi compresi fra il 1890, anno della morte del padre, e l'estate del 1897, anno in cui egli si reca in una clinica per smettere di fumare, e consegna il manoscritto ( cioè i capitoli 2-7) al dottore. Nel novembre dello stesso anno Zeno incomincia la cura che si protrae, senza alcun risultato, fino all'aprile del 1915. Nel maggio Zeno decide di interrompere la terapia, scegliendo di farsi curare dal dottor Paoli, e descrive in forma di diario la sua vita fino al marzo 1916. In seguito fa avere anche questo secondo manoscritto al "dottor S." il quale, come già spiegato, lo pubblica per vendetta.

Il fumo è il primo tema trattato dal protagonista, e la scelta è indotta dal dottore che lo invita "a iniziare il suo lavoro con un'analisi storica della sua propensione al fumo": scopriamo così che Zeno è un accanito fumatore fin dalla adolescenza, e che ha iniziato a fumare con un sigaro lasciato in giro per casa dal padre. Ma l'aspetto che subito viene evidenziato da egli stesso è che appena creatosi il vizio, Zeno tenta, invano, di liberarsene: ogni occasione, come una bella giornata, la fine dell'anno, il piacevole accostamento delle cifre di una data, coincide con la scritta U.S.-ultima sigaretta.
Zeno si rivolge a facoltosi medici, riempie libri e addirittura pareti con la sigla U.S., ma non riesce a smettere: il tentativo dura moltissimi anni, e non si realizza mai, neanche dopo essersi recato in una clinica specialistica, pur di scappare dalla quale corrompe l'infermiera.
Il continuo rimandare un evento è tipico del nevrotico, che così, in questo caso, può gustare sempre di più l'ultima sigaretta.

Il secondo tema trattato dal protagonista è anch'esso legato al vizio del fumo: infatti Zeno cerca di spegnere l'ultima sigaretta anche il giorno della morte del padre. Il rapporto con il padre è il primo, della una lunga serie, di rapporti ambigui raccontati da Zeno: tra padre e figlio vi è una forte ostilità, Zeno gioca continuamente a provocare il padre, il quale da parte sua non cerca di comprendere il figlio, anzi lo disprezza per il suo carattere troppo ironico. Il protagonista amplifica gli aspetti non apprezzati dal padre al punto dal volerlo convincere di essere pazzo. La situazione ha una svolta solo il giorno in cui il padre, per un edema polmonare, è costretto a letto, e Zeno si dedica a lui giorno e notte: una sera, nel tentativo di impedirgli di alzarsi dal letto, il figlio lo trattiene, ma il padre in un ultimo impeto di forza, rizzatosi nel letto, alza la mano verso Zeno per colpirlo...e muore.
Il protagonista vede nel gesto una punizione, ultima ed eterna, del padre: e questo crea in lui un forte senso di colpa per avere desiderato la morte del padre. Ma soprattutto rivela la probabile origine della sua malattia: aveva amato troppo suo madre e avrebbe voluto uccidere il padre, e l'origine volontaria o meno del gesto del padre non può comunque attenuare il suo senso di colpa.
Il terzo capitolo è La storia del matrimonio, in cui Zeno narra, utilizzando molto la sua ironia, gli avvenimenti precedenti e posteriori al grande evento.
Così come alcune mattine il protagonista racconta di svegliarsi con l'intento di smettere di fumare, una mattina decide di cercar moglie, ma prima ancora di conoscere la futura sposa, egli sceglie il suocero: Giovanni Malfenti, da lui ammirato per l'abilità negli affari, per la forza di carattere, per la grandiosa capacità di attirare l'attenzione. In Malfenti egli vede la mancata figura paterna, e inizia così a frequentare la sua casa: l'uomo è sposato e ha ben quattro figlie.
Zeno appena entra nella casa dell'amico osserva le sue figlie per scegliere l'eletta: tutte e quattro hanno il nome che inizia per A, ma ognuna ha una marcata caratteristica. Ada, la più grande e la più bella, Augusta, la strabica, Alberta, lo spirito libero, che sogna di esser poetessa, e infine la piccola, di soli otto anni, Anna.
La scelta di Zeno cade su Ada, la sorella maggiore. Da quel momento il protagonista inizia a frequentare assiduamente casa Malfenti, facendo ogni cosa per conquistare l'amata. Torna a suonare il violino, racconta aneddoti, leggende e fatti mai avvenuti, cerca dunque di attirare in ogni modo l'attenzione della fanciulla, ma più si prodiga e più lei si allontana, e al contrario si avvicina la strabica Augusta. Costretto anche dall'arrivo di altro un corteggiatore ufficiale, Zeno dichiara il suo amore a Ada: l'evento è raccontato con ironia dal protagonista, che così riesce a ridere di una situazione tragi-comica. Ma Zeno viene rifiutato, ripiega così, preso da un vero e proprio raptus di follia, sulla sorella Alberta, che però vuol rimaner sola per poter divenire scrittrice, e infine, essendo Anna troppo piccola, sulla brutta Augusta.
Augusta si rivela essere la donna perfetta per lui, e Zeno impensabilmente, se ne innamora
Per concludere analizziamo la funzione dei personaggi minori nei confronti del protagonista: viene a mancare, rispetto ai due precedenti romanzi, la figura dell'antagonista. Si potrebbe supporre che all'inizio del romanzo l'antagonista di Zeno fosse, per esempio il galante dottor Muli, libero di abbandonare la clinica a suo piacere e magari di accompagnare a casa e di corteggiare Augusta; o il padre del Cosini, che il figlio ritiene una sorta di rivale o una persona con cui competere; o Giovanni Malfenti, il futuro suocero, al quale l'abulico Zeno cerca di assomigliare e che considera un secondo padre; e, soprattutto, Guido Speier, giovane avvenente, spiritoso, dinamico, allegro, intraprendente e fortunato conquistatore di donne, in primo luogo Ada, amata da Zeno. Ma a poco a poco ci si rende conto che le cose non stanno in questi termini e che, a parte il fatto che il dottor Muli non si interessa ad Augusta e che Malfenti e suo padre muoiono, nel supposto antagonismo tra Guido e Zeno il vero, definitivo vincitore non è il primo, tradito dalla sua superficialità, dal suo egoismo e dall'esagerata stima in se stesso, bensì proprio Zeno, che, con l'aiuto del medesimo destino che aveva decretato la morte del cognato, riesce a sanare in parte i fallimentari bilanci dell'azienda.
Analogamente non Ada Malfenti, la cui bellezza è guastata senza rimedio dal morbo di Basedow, e neppure la bella Carla, desiderosa di affermarsi nel canto con l'aiuto non proprio disinteressato di Zeno, né la vistosa e seducente Carmen, amante di Guido, ma la saggia e positiva Augusta è il nuovo tipo di donna proposto - polemicamente e ironicamente - da Svevo. Augusta, ossia la donna comune, così come uomo comune è Zeno: antieroina, come antieroe è lui; e tuttavia modello di saggezza e di sollecitudine nello sbrigare le faccende domestiche e nell'allevare i figli, esempio di assennatezza e di attaccamento alla famiglia, tanto da suscitare, per le sue doti di buona moglie e di madre tenera e affettuosa, la reticente o esplicita ammirazione di Zeno. E poi Augusta "col suo occhio sbilenco e la sua figura da balia" è la "salute personificata", ma è anche portatrice della concezione borghese della vita, che in apparenza Zeno rispetta e persino invidia, ma che non pensa assolutamente di poter condividere e che non fa a meno di incrinare con la sua incessante ironia.
Da un simile punto di vista la condanna della società borghese risulta inequivocabile.
I tragici risvolti della vita della bella Ada e la salute della strabica Augusta, che vive felice nella sua realtà in apparenza serena, documentano l'ironia dell'autore e soprattutto l'ideologia fondamentale del romanzo, che mira a affrontare il grande problema della vita, con riferimento particolare a un ben concreto e definito periodo storico.
Italo Svevo, pseudonimo del triestino Ettore Schmitz, fu autore di alcune raccolte di racconti, in gran parte uscite postume (tra i quali: La novella del Buon Vecchio e della Bella Fanciulla, Vino generoso, Il Vecchione, Una burla riuscita e Corto viaggio sentimentale), di testi teatrali e di tre romanzi "maggiori": Una vita (1892), Senilità (1898), La coscienza di Zeno (1923). Compiuti gli studi in Germania, visse a Trieste — allora appartenente all’Impero Austro-Ungarico — città intrisa di influssi etnici e culturali molto diversi tra loro. Gravi problemi economici e l’insuccesso della sua attività letteraria, lo costrinsero a impiegarsi prima in banca, poi presso un’industria.
Dopo il discreto favore con cui la critica accolse l’uscita di Una vita, seguito dal "vuoto" che accompagnò la pubblicazione di Senilità, Svevo scrive di sé: «Questo romanzo non ottenne una sola parola di lode o di biasimo dalla nostra critica. Forse contribuì al suo insuccesso la veste alquanto dimessa in cui si presentò… Mi rassegnai al giudizio tanto unanime (non esiste un’unanimità più perfetta di quella del silenzio), e per venticinque anni m’astenni dallo scrivere. Se ci fu errore, fu errore mio».
Ma in questi venticinque anni studia, scrive e non riesce a eliminare dalla sua vita «quella ridicola e dannosa cosa che si chiama letteratura». Nel 1903 prese lezioni da James.Joyce, il quale, più avanti contribuirà al successo di Svevo tessendone le lodi. Intanto, anche in Italia, grazie soprattutto a Eugenio Montale, intorno al 1925-'26, lo scrittore viene finalmente "scoperto": si parlò, in seguito, di un vero e proprio «caso Svevo». In Francia il pieno riconoscimento del suo valore letterario, avviene tramite i critici Valéry, Larbaud e Benjamin Crémieux.
I tre romanzi, i quali costituiscono una specie di trilogia che approfondisce una tematica a sfondo autobiografico, sono tesi a cogliere l’analisi spietata dell’inconfessabilità dell’io più profondo. I protagonisti, infatti, in qualche modo si somigliano: in Una vita, il personaggio sveviano è incapace di un’esistenza estroflessa, in Senilità, diviene consapevole dell’impossibilità di incidere significativamente nella vita reale, e nella Coscienza di Zeno — ispirato alla confessione psicoanalitica di Freud — romanzo ormai pienamente maturo, il protagonista finisce per guardarsi vivere, cosciente della propria «malattia» e senza alcuna speranza, o forse volontà, di poterne mai guarire. Partito da moduli veristici e dallo psicologismo francese, ispirandosi a Zola e Goncourt, l’esperienza letteraria di Svevo si conclude infine — ormai più vicina a Proust e Joyce — con la testimonianza della crisi dell’uomo moderno che inevitabilmente deriva dal crollo della concezione classica e cristiana, e dalla coscienza dell’inevitabile fallimento di ogni tentativo di determinare in qualche modo gli eventi che lo coinvolgono
Luigi Pirandello: poesia e narrativa
Pirandello pubblicò a partire dal primo novecento poesie saggi romanzi, novelle che a partire dal 1909 furono pubblicate sul «Corriere della sera». Si affermò però soprattutto come autore drammatico, nel periodo successivo alla prima guerra mondiale. Pirandello esordì con le raccolte liriche Mal giocondo (1889), Pasqua di Gea (1891), Elegie renane (1895), cui seguì una tradu zione delle "Elegie romane" di Goethe (1896). Poco dopo il suo ritorno a Roma, su incoraggiamento di Capuana, si dedicò alla narrativa: passò dal classicismo convenzionale delle raccolte in versi, al naturalismo ( L'esclusa , 1901) con trassegnato da un gusto soggettivistico e derisorio, grottesco ( Il turno , 1895) che cancellano il determinismo e danno risalto all'imprevedibilità dei fatti e del destino, che sarà tema domi nante in Pirandello In queste stesse opere emergono altri motivi che caratterizzano la produzione successiva: l'illusorietà degli ideali, nel quadro dell'involuzione della vita politica italica; la solitudine dell'uomo; l'incoerenza e l'instabilità dei rapporti dei rapporti sociali; gli inganni della coscienza e la necessità di una maschera; la disgregazione del mondo oggettivo; l'ironia lucidissima, spesso alternata a pietà. Nelle opere successive Pirandello approfondisce questi motivi, venendo a un superamento dei confini sociologici del suo mondo. Nel romanzo Il fu Mattia Pascal (1904) è la nascita del "personaggio" pirandelliano sulle ceneri della "persona". Il problema è quello dell'autentica identità esistenziale. Protagonista del romanzo è Mattia Pascal che, allontanatosi dalla famiglia per un litigio, a Montecarlo vince una notevole somma; da una notizia di cronaca apprende che è stato ritrovato il cadavere di uno sconosciuto suicida che è stato scambiato per lui. Ufficialmente dunque Mattia è morto, e ne approfitta per evadere dalla vita sociale. Diventato Adriano Meis, la società inevitabilmente tende la sua rete: Mattia scopre che la vera identità è quella che conferisce lo stato civile, così com'è lui praticamente non esiste, non può fare una denuncia, non può sposarsi. Deluso, simula il suicidio di Adriano Meis. Tornato a casa, scopre che la moglie si è risposata e non può riprenderlo con sé. Gli resta solo il vec chio impiego nella polverosa biblioteca della città, dove rievoca la sua vicenda. I vecchi e i giovani (1913) è amara denuncia delle illusioni risorgimentali e delle speranze tradite dallo stato unitario. Il saggio L'umorismo (1908) enuncia l'avvento di un'arte umo ristica, scomposta, antigerarchica, espressione di una "vita nu da", irriducibile all'ordine e fermentante nel "sentimento": il "sentimento del contrario" proprio dell'umorismo, unica realtà nella caduta delle tradizionali certezze. Il patetico, il comico, il tragico quotidiano sono la materia di questo periodo della produzione novellistica, che verrà orga nicamente raccolta nel 1922 in Novelle per un anno .
Suo marito (1911) è un romanzo a chiave d'ambientazione letteraria. Si gira (1915, poi rintitolato Quaderni di Serafino Gubbio operatore ) è il diario di un uomo-macchina che si identifica con l'occhio cinematografico. In queste opere si accentua la visione di un mondo dominato da condizioni sociali e psicologiche di inautenticità, dal continuo scambio tra realtà e finzione. E' una visione che si rivela dialetticamente, con logica paradossale e acutamente demistificatoria, soprattutto nelle opere teatrali.
il teatro
Molto fecondo per lui fu il decennio 1910-1920. Esordì con gli atti unici La morsa (prima intitolato "L'epilogo") e Lumìe di Sicilia che Pirandello aveva tratto da sue novelle su richiesta di Nino Martoglio, direttore del Teatro Minimo. Particolarmente fitto il biennio 1916-17 quando apparvero opere in italiano e in siciliano (queste ultime portate al successo da Angelo Musco): Liolà , Pensaci Giacomino , Giara , Il berretto a sonagli , Il giuoco delle parti , Così è (se vi pare) , Il piacere dell'onestà .
Inizia con il 1921, l'anno delle clamorose rappresentazioni de Sei personaggi in cerca d'autore , il progressivo consenso del pubblico mondiale e di gran parte della critica ufficiale. Nel 1925 inaugurò con uno spettacolo di massa, La sagra del Signore della nave il Teatro d'arte di Roma di cui fu direttore e regista. Ebbe fino al 1934 una sua compagnia, nella quale spiccò l'attrice Marta Abba: a lei Pirandello dedicò i drammi Vestire gli ignudi (1923) e L'amica delle mogli (1927).
L'esordio teatrale di Pirandello è nell'ambito del repertorio siciliano: il patetismo di Lumìe di Sicilia , il vitalismo gioioso della Giara e Liolà , la beffa macabra della Patente .
Poi, le opere più mature. Sono grandi "parabole" drammatiche All'uscita e Così è (se vi pare) . "Così è (se vi pare)" (1916) è una commedia in tre atti. Lo strano comportamento del signor Ponza e di sua moglie, che comunica con la madre, la signora Frola, solo per mezzo di biglietti ni calati dalla finestra con un paniere, incuriosisce i vicini. I tre personaggi spiegano, uno alla volta, le proprie verità. La signora Frola sostiene che il genero proibisce alla moglie di comunicare in altro modo con lei. Ponza implora che non le diano ascolto perché la suocera è impazzita dopo la morte della figlia che lui si sforza di farle credere viva. Torna la signora Frola a insistere che il pazzo è lui, che ha mandato la moglie in manicomio con la sua gelosia. Chiude la signora Ponza: lei si presenta con il volto coperto dai veli a spiegare che esistono tutte e due le verità, quella del signor Ponza e quella della signora Frola: lei è "nessuno": "Io sono colei che mi si crede".
Drammi grotteschi e borghesi: Il berretto a sonagli , Il piacere dell'onestà , Il giuoco delle parti , Tutto per bene , Ma non è una cosa seria , La signora Morli, una e due , Come prima meglio di prima . Tragedie delle forme fisse e immutabili: Enrico IV , Vestire gli ignudi , La vita che ti diedi . "Enrico IV" (1922) è una commedia in tre atti. In una lettera del 21 settembre 1921 troviamo l'annuncio della commedia, scritta per l'attore Ruggero Ruggeri. Ecco cosa scrive Pirandello nella lettera a Ruggeri sulla trama: "Antefatto: circa vent'anni addietro, alcuni giovani signori e signore dell'aristocrazia pensarono di fare per loro diletto, in tempo di carnevale, una 'cavalcata in costume' in una villa patrizia: ciascuno di quei signori si era scelto un personaggio storico, re o principe da figurare, con la sua dama accanto, regina o principessa, sul cavallo bardato secondo i costumi dell'epoca. Uno di questi signori s'era scelto il personaggio di Enrico IV; e per rappresentarlo il meglio possibile s'era dato la pena e il tormento d'uno studio intensissimo, minuzioso e preciso, che lo aveva quasi per circa un mese ossessionato. Sciaguratamente il giorno della cavalcata, mentre sfilava con la sua dama accanto nel magnifico corteo, per un improvviso adombramento del cavallo, cadde, batté la testa e quando si riebbe dalla forte commozione cerebrale restò fisso nel personaggio di Enrico IV".
Nuova violenta e dirompente la poetica e tecnica teatrale di Sei personaggi in cerca d'autore (1921). La commedia non ha divisioni in atti e scene ma due interruzioni apparentemente casuali. Mentre una compagnia drammatica prova "Il giuoco delle parti" di Pirandello, sulla scena appaiono sei personaggi: Padre, Madre, Figliastra, Figlio e due bambini. Essi nascono, spiega il Padre, dalla fantasia di un autore che però non seppe o non volle farli vivere in un'opera d'arte. Ma essi smaniano per esprimere il loro dramma e vogliono che gli attori lo recitino. Il loro dramma è questo: la Madre, dopo aver dato alla luce il Figlio, si è innamorata del segretario del Padre, creatura dimessa e semplice come lei. Il Padre si è fatto da parte; dalla nuova unione nascono tre figli. Dopo molti anni il Padre, inconsapevole, incontra la Fi- gliastra in una casa d'appuntamenti. Il rapporto incestuoso è evitato per il sopravvenire della Madre sconvolta di trovare la figlia in quel luogo e per giunta con il Padre. Il Padre vergognoso accoglie in casa tutta la famiglia, ma si crea una situazione insostenibile: il Figlio si chiude in un mutismo ostile, la bambina cade nella vasca e il ragazzo, che l'ha spiata morire senza intervenire, si uccide con una rivoltellata. Il Capocomico è, suo malgrado, affascinato dalla materia teatrale che gli viene proposta. Ma qui si crea il secondo dramma dei personaggi. Essi non si riconoscono nella recitazione degli attori: solo loro pos sono rappresentare, o meglio vivere, la tragedia che è poi la loro realtà. La commedia fa parte della trilogia del "teatro nel teatro" che apre il corpus delle Maschere nude : Ciascuno a suo modo , Questa sera si recita a soggetto . Ciascuno a suo modo" (1924) è una commedia in tre atti e due intermezzi. In un giornale distribuito agli spettatori si spiega che la commedia si rifà a una vicenda reale, che ha avuto come protagonisti lo scultore La Vela, il barone Nuti e l'attrice Mo reno, che sulla scena si chiameranno Salvi, Rocca e Morello. Nuti e la Moreno assistono allo spettacolo. Quando il sipario si alza Doro Palegari sta difendendo la Morello, che tutti considerano moralmente responsabile del suicidio di Salvi. Di parere diverso è Francesco Savio. Subentrata la riflessione, si ha un mutamento d'opinione in tutti e due. Irritati dal nuovo contrasto, si sfi dano a duello. La Morello e Rocca si incontrano da Savio. Ora si parlano per la prima volta dopo il suicidio, si rendono conto di aver mentito entrambi per amore di Salvi, e si riconciliano. Nuti e la Moreno si precipitano sul palcoscenico a protestare, ma poi riconoscono che la finzione scenica ha scoperto i loro veri sentimenti e, come i personaggi che li rappresentano, si abbracciano
Nella commedia "Questa sera si recita a soggetto" (1930), il regista Hinkfuss propone una rappresentazione "a soggetto", sulla trama di una novella pirandelliana, con divisione in "quadri" an ziché in atti, intervallati da intermezzi recitati. Nico Verri corteggia Mommina, una delle quattro figlie di una signora di provincia troppo propensa a ignorare le convenzioni di paese e a ammettere in casa gli ufficiali del locale presidio militare. Do po averla sposata, Verri è preso da gelosia retrospettiva, riduce la moglie alla larva della spensierata ragazza che è stata un tempo. Un giorno arriva nella cittadina una sorella di Mommina, diventata cantante. Mommina, narrando alle figlie la trama della "Forza del destino" rivive i giorni lieti della giovinezza. Il dolore del contrasto di quei tempi felici con la grigia pena dell'oggi è tanto forte da stroncarla.
In questa fase è anche l'ultimo romanzo di Pirandello, Uno, nessuno, centomila , una specie di "bilancio ideologico" della sua tarda maturità. La drammaturgia di Pirandello approda all'angoscia esistenziale con Trovarsi e Come tu mi vuoi . E nella catarsi nell'immaginario e nel simbolismo del "mito": Lazzaro , La nuova colonia , e l'incompiuto I giganti della montagna .

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