Se questo è un uomo - Primo Levi

Materie:Scheda libro
Categoria:Italiano
Download:272
Data:31.08.2006
Numero di pagine:7
Formato di file:.doc (Microsoft Word)
Download   Anteprima
se-questo-e-uomo-primo-levi_20.zip (Dimensione: 8.11 Kb)
readme.txt     59 Bytes
trucheck.it_se-questo-+     32.5 Kb



Testo

Se questo è un uomo – Primo Levi

I tedeschi sapevano? Gli alleati sapevano? Rispondendo a queste domande, introduci lo sfondo in cui si svolge la vicenda.

Mentre ai giorni d’oggi la propaganda e la trasmissione di notizie sono inarrestabili e chiunque può venire a conoscenza dei fatti accaduti in tutto il mondo, nel passato e per di più in uno stato autoritario non era così. Veniva espressa “dall’alto”, da coloro che detengono il potere, una sola verità, una sola opinione che risuonava dappertutto affinché ogni persona fosse convinta di ciò e la ripetesse. Qualunque materiale, dai libri ai giornali alle trasmittenti radio d’altri paesi erano proibiti perché rei di proclamare il falso. Tuttavia, nascondere al popolo tedesco e agli alleati l’esistenza di numerosissimi campi di concentramento non era possibile; però quelle voci che giravano servirono a creare nel paese (la Germania) un’atmosfera di terrore poiché era bene che il popolo sapesse cosa rischiava andando ad opporsi a Hitler. Nonostante ciò, la gran parte dei tedeschi ignorò quello che stava succedendo nei Lager. In più, per mantenere il segreto si operarono varie precauzioni come l’uso di cauti eufemismi nel linguaggio ufficiale: molti termini come “stermino”, “deportazione” e “uccisioni col gas” venivano prontamente sostituiti con “soluzione definitiva”, “trasferimento” e “trattamento speciale”. Ma la verità è che i Tedeschi non sapevano perché non volevano sapere; infatti, nella Germania di Hitler era diffuso una regola particolare: chi sapeva non parlava, chi non sapeva non faceva domande, e a chi faceva domande non si rispondeva. Per quanto riguarda la conoscenza dei campi di concentramento da parte degli alleati, nonostante Hitler fece di tutto perché le notizie non fossero divulgate, le comunicazioni arrivarono e furono anche usate come argomento propagandistico; ma per le loro descrizioni brutali ed atroci dei Lager e di coloro che ne sono prigionieri, non furono creduti. Infatti, questi luoghi erano davvero delle terribili prigioni in cui i reclusi vivevano in condizioni pietose ed erano obbligati a sottostare a rigide regole e sopportare duri lavori manuali. Dalle descrizioni pervenute dal libro, capiamo come il campo di concentramento nazista fosse une tremenda “macchina per fabbricare cadaveri”, una zona dove i militari tedeschi si divertivano a torturare gli ebrei e tutti gli altri carcerati. Il protagonista si trovava in un campo a forma quadrata di circa seicento metri per lato, circondato da filo spinato, percorso da corrente ad alta tensione, costituito da sessanta baracche di legno, dette Blocks, più la cucina in muratura, le docce, le latrine. Inoltre vi erano Blocks adibiti a scopi particolari, ad esempio l’infermeria, e i comuni Blocks divisi in “Tagesraum”, l’abitazione del capo baracca, e dormitorio, con centoquarantotto cuccette strette in cui i detenuti dovevano dormire in due per ognuna di esse. Poi vi era la Piazza dell’Appello, dove venivano radunati al mattino e alla sera, prima e dopo i lavori alla fabbrica, per l’appello, appunto. L’autore descrive dettagliatamente tutte le varie baracche e tra quelle anche il Ka-be, in altre parole l’ospedale dove ha vissuto in prima persona alcuni giorni della sua prigionia, la Buna, cioè la fabbrica a cui lavoravano i prigionieri e infine il laboratorio di chimica, meravigliosamente simile ad un normale laboratorio, che lo ha riportato, anche solo con la mente, alla sua vita passata, agli studi universitari a Torino.

“…Non c’è ove specchiarsi, ma il nostro aspetto … Eccoci trasformati nei fantasmi intravisti ieri…”. Commenta queste parole dell’autore.

Con questa frase l’autore vuole sottolineare il pessimo stato in cui si trova egli stesso e tutti i suoi compagni. Dopo essersi spogliati e prestati alla rasatura non avevano specchi per guardarsi ma il proprio aspetto era davanti ai loro occhi: infatti, in quel momento tutti erano uguali, stessi capelli rasati, stessi vestiti e stesso sguardo impaurito; ciò che cambiava in loro erano i lineamenti. E così s’identificarono con i lavoratori visti la sera prima, denutriti, sporchi, feriti e con la stessa espressione di paura e di miseria scolpita nel volto. L’autore vuole quindi evidenziare a che punto

fossero arrivati i prigionieri, ed egli stesso dice di essere arrivato al fondo, che più in basso di così non potrebbe andare: condizione umana più misera non c’è e non è pensabile.

Su quale legge umana, che riempie di sdegno l’autore, si regge la struttura sociale del campo?

Nel lager, dove l’uomo è costretto ad ingaggiare da solo e senza l’aiuto di nessuno la dura lotta per la vita, era in vigore una legge riconosciuta da tutti i detenuti: “a chi ha, sarà dato; a chi non ha, a quello sarà tolto”. Infatti, con gli individui astuti e forti, i capi stessi mantenevano volentieri contatti nella speranza di trarne vantaggi; con i più deboli e i mussulmani, non valeva nemmeno la pena rivolgere la parola poiché si sarebbero lamentati, avrebbero raccontato di cosa mangiavano a casa e soprattutto perché non avevano conoscenze illustri nel campo che potessero aiutarli. E infine era noto che di loro, dopo poche settimane, non rimaneva altro che un pugno di cenere.

“…le pene e i dolori simultaneamente sofferti non si sommano per intero nella nostra sensibilità, ma si nascondono i minori dietro i maggiori…questo è provvidenziale, e ci permette di vivere in campo…” Commenta queste parole.

Con queste parole l’autore vuole sottolineare come nel lager i detenuti soffrano di numerosi dolori, anche simultanei, ma che essi non vengono patiti nello stesso momento ma scompaiono e ricompaiono appena una sofferenza viene meno. Infatti, la frase citata sopra venne detta un giorno in cui per la prima volta al freddo e alla pioggia si sostituì il sole. Quel giorno, infatti, il sole con il suo calore alzò la bassa temperatura e questo fece rallegrare molti detenuti se non fu che, migliorata la temperatura, la prima preoccupazione diventò la fame. Perciò, non appena il freddo, che per tutto l’inverno era il loro primo nemico, è cessato, si accorsero di aver fame. Tuttavia, questa strana “legge umana”, ha permesso a molti di sopravvivere nei campi di concentramento.

Descrivi i diversi tipi d’uomo incontrati nel campo da P. Levi e cosa rappresentano.

Generalmente l’autore raccogli tutti i personaggi in due categorie: i salvati e i sommersi. I sommersi sono quelli destinati ad essere dall’inizio alla fine oppressi, perché incapaci a reagire in una situazione di completa solitudine. I salvati invece possiedono qualche qualità o un temperamento idoneo a sopravvivere.
I personaggi che vengono descritti sono molti ma sono davvero pochi quelli che seguono le vicende e i rapporti con il protagonista. Uno di questi è Alberto, suo migliore amico. Egli è uno dei personaggi di cui spicca maggiormente l’individualità. Era il migliore amico di Primo in Italia e continua ad esserlo all’interno del lager. Ciò che sorprende di lui è il suo comportamento: non ha perso tempo a compiangersi, e si è subito “ rimboccato le maniche”, preferisce seguire il suo istinto che lo porta verso novità ma anche verso rischi e pericoli; nonostante non conosca il francese, si fa capire a gesti ed appare immediatamente simpatico a tutti; è in amicizia con altri Hftlinge, pur lottando per la sopravvivenza e non essendo indulgente, e possiede una certa notorietà all’interno del suo Block. Con Primo condivide tutto: il cibo, le notti in cuccetta, le merci organizzate… Dimostra più di tutti grandi capacità d’adattamento e di sopravvivenza in Lager grazie al suo istinto e al suo ingegno, nonostante la sua giovane età. Eppure, malgrado ciò, non riuscirà ad uscire sano e salvo dal campo di Auschwitz. Oltre a lui, altri personaggi vivono insieme a Primo le vicende nel lager come Jean, Lorenzo e Charles. Jean è uno studente alsaziano ventiquattrenne che svolge il ruolo di Pikolo, cioè colui che pulisce la baracca, consegna gli attrezzi, lava le gamelle ed esegue la contabilità delle ore nel Komando; egli quindi, sotto un certo aspetto, è privilegiato poiché mantiene contatti con i superiori, non è sottoposto ai durissimi lavori che gli altri detenuti svolgono

ed è ben voluto dai capi. Secondo il protagonista, Jean assolve la sua carica straordinariamente: è accorto e confidenziale, e sebbene lotti per la sopravvivenza non disprezza di tenere rapporti anche umani e culturali con i detenuti meno avvantaggiati. Grazie al giovane, Levi vivrà uno dei momenti più belli vissuti nel campo: recitando a Pikolo il “Canto di Ulisse” di Dante affinché realizzasse la sua richiesta d’imparare l’italiano, rifiorisce in lui la verde età e per un momento, anche se solo spiritualmente, torna nella sua patria, dove avrebbe tanto voluto essere.
Lorenzo è un operaio civile italiano che fornisce a Primo, ogni giorno della sua permanenza in lager, un pezzo del suo pane e gli avanzi dei suoi ranci, oltre alla possibilità di scrivere una cartolina in Italia e di ricevere la posta. Egli in cambio non vuole nulla perché è una persona buona, semplice
e generosa. Grazie proprio alla sua semplicità e alla sua profonda umanità ha ricordato al protagonista di essere un uomo.
Infine Charles; un maestro francese di trentadue anni, che ha incontrato Primo per la prima volta nel Ka-be verso la fine del romanzo. Anche con lui Levi tornerà ad essere un uomo, aiutando i più malati nell’infermeria e andando alla ricerca nel campo di oggetti, cibo e qualsiasi altra cosa gli permettesse di sopravvivere. Insieme al protagonista riscopre i valori importanti della vita (solidarietà, amicizia, aiuto reciproco) che l’esperienza nel campo di concentramento aveva nascosto e cancellato.

Qual è l’avvenimento più importante avvenuto nel campo negli ultimi dieci giorni e cosa sta a significare?

Negli ultimi dieci giorni sono accaduti numerosi avvenimenti all’interno e all’esterno del lager.
Quello che però reputo più importante è la divisione del pane trai rimanenti all’interno del gruppo di Levi che sostava nel Ka-be. Infatti, fu avanzata una proposta di offrire ciascuno una fetta del proprio pane ai tre che lavoravano per cercare di sopravvivere. La proposta fu accettata: questo è un fatto insolito in quanto fino a un giorno prima un avvenimento del genere sarebbe stato inammissibile perché la legge del lager diceva “mangia il tuo pane e se puoi anche quello del tuo vicino”. Questo straordinario episodio è il simbolo della morte del lager e quella delle sue leggi. È un passo verso la conquista dell’umanizzazione e verso il ritorno alla vita.

In questo libro non si trovano espressioni di odio nei confronti dei tedeschi, né rancore, né desiderio di vendetta. Li ha forse perdonati?

Il protagonista non ha certo perdonato i tedeschi ma dal libro non perviene alcun segno di rancore o desiderio di vendetta. Questo perché Levi crede nella ragione e nella dialogo come assoluti strumenti di progresso e perciò all’odio e alla vendetta antepone la giustizia. Proprio per questo nello scrivere il libro ha assunto il lessico pacato e sobrio del testimone, dell’osservatore e non quello della vittima compassionevole o del rabbioso vendicatore. Questa scelta rende secondo me più credibile il libro: l’obbiettività dello scrittore sottolinea appunto la veridicità dei fatti con tono freddo e impassibile. Il provare rancore e vendetta inoltre significava odiare un singola persona, un unico individuo: ciò non era possibile poiché non erano noti i nomi dei singoli persecutori, in quanto il sistema nazista faceva in modo che i contatti tra schiavi e oppressori fossero ridotti al minimo. Tuttavia, la scelta di rendere impliciti i suoi sentimenti nei confronti dei tedeschi non deve essere confusa con il perdono dei colpevoli.

Esempio



  



Come usare