Rosso Malpelo

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Testo


Rosso Malpelo
1. Analizza le caratteristiche della voce narrante: quali espressioni della voce narrante rimandano a modi di dire e a immagini popolari? In quali punti il narratore rivela di pensare e giudicare come gli operai della cava? In quali punti le affermazioni della voce narrante riguardo a Malpelo risultano deformanti e inattendibili?
Fin dall’inizio la voce narrante si avvale di un’immagine popolare, quando spiega che il soprannome “Malpelo” stato attribuito al ragazzo a motivo del suo brutto carattere, che, secondo la tradizione popolare, era dovuto al colore dei suoi capelli rossi (ll.1-2): con quest’affermazione dimostra già di condividere il giudizio estremamente negativo che gli operai della cava hanno si Rosso Malpelo.
In seguito, quando descrive l’episodio che ha portato alla morte il padre di Rosso, la voce narrante spiega che gli operai lo chiamavano “mastro Misciu Bestia” (ll.29-30), dove “bestia” fa capire che l’uomo era l’asino da carico di tutti, a motivo del suo zelo nel lavoro, mentre “mastro” è un titolo gergale e “Misciu” è il diminutivo di Domenico. Anche quando si riferisce a Mommu lo sciancato la voce narrante usa l’appellativo “zio” (l.36), tipico del linguaggio popolare per riferirsi alle persone anziane.
Inoltre spiega che, vedendo l’imprudenza del padre di Rosso e la sua ostinazione nel voler concludere a tutti i costi un lavoro pericoloso, gli operai gli raccomandarono di stare attento a non fare “la morte del sorcio” (modo di dire, l.42) tra le gallerie della cava, cosa che poi invece fa, sepolto dalla rena. DI fronte al fatto che Rosso si salva, gli operai dicono che ciò è dovuto al suo animo cattivo e che Rosso ha “il cuoio duro a mo’ dei gatti” (modo di dire=”è immortale”, l.76).
In seguito, criticando l’atteggiamento ribelle di Rosso, profondamente segnato dalla morte del padre, la voce narrante dice che non mangiava il pane e che lo gettava al cane, come se “non fosse grazia di Dio” (l.91), secondo un’immagine tradizionale che vede il pane come un dono divino.
Dopo il ritrovamento del corpo disperso del padre di Rosso, il cadavere viene rimosso proprio come si faceva con le carcasse degli asini, con la differenza che questa volta il corpo era “di carne battezzata” (modo di dire=”di un uomo”, l.230).
Quando il nuovo operaio Ranocchio, di costituzione fragile, si ammala gravemente, un altro dice che il ragazzo “non ne avrebbe fatto osso duro” (modo di dire=”non si sarebbe abituato”, l.311) al lavoro in miniera.
Infine, quando la voce narrante dice che i lavori più pericolosi venivano sempre assegnati a Malpelo, spiega che infatti nessun padre di famiglia avrebbe permesso “che ci si arrischiasse il sangue suo” (modo di dire=”che ci rischiassero la vita i suoi figli”, l.378).
Spesso il narratore descrive Rosso con immagini negative o esprime giudizi altrettanto negativi, anche esagerati, in accordo con la visione degli operai. Per esempio, lo definisce “un ragazzo malizioso e cattivo, che prometteva di riescire un fior di birbone” (l.2), “un brutto ceffo, torvo, ringhioso e selvatico” (l.13); dice che è una bestia, “sempre cencioso e lordo di rena rossa” (l.19).
Quando il padre muore, Rosso va in preda ad una crisi isterica, tant’è che il narratore dice esageratamente che la sua voce “non aveva più nulla di umano” (ll.72-73), che il suo viso era stravolto e gli occhiacci (accezione dispregiativa) vitrei, che aveva una terribile schiuma alla bocca, le unghie strappate e le mani in sangue per aver scavato alla ricerca del padre, che mordeva come un cane rabbioso (esagerazione) e che dovettero tirarlo via per i capelli (ll.77-82). Il narratore non riconosce che questa reazione tragica è data dall’affetto che legava Rosso al padre. Inoltre, il narratore afferma esageratamente che spesso il suo diavolo gli sussurrava negli orecchi (l.89) e che addirittura gli era entrato in corpo in seguito alla morte del padre (l.96).
Quando sembra aver preso a proteggere Ranocchio, per il narratore non è che “un raffinamento di malignità” (l.111).
Più avanti anche altre espressioni dispregiative dimostrano che il pensiero della voce narrante è in accordo con quello degli operai, per esmpio quando dice che il suo volto era un “visaccio imbrattato di lentiggini e di rena rossa” (ll.164-165) e che se il suo futuro cognato l’avesse conosciuto meglio sarebbe scappato, dato che era un “malarnese” (l.175) che faceva disperare sua madre, “brutto e cencioso e sbracato” (ll.179-180), adatto solo a stare sottoterra. Il narratore lo paragona spesso ad un asino che non vale più che 12 o 113 lire, buono solo ad essere strangolato o a lavorare nella cava (ll.184-187).
Un’espressione molto esplicita dell’opinione del narratore su Rosso si ha quando, ritrovata una scarpa sel padre nella cava, per paura di imbattersi nel cadavere, Rosso non vuole più dare un colpo di zappa in quel punto e il narratore dice: “Gliela dessero a lui sul capo la zappa” (l.129). Inoltre, dice che Rosso ha un “cervellaccio” (l.240), degli “occhiacci” (l.330) e dubita del fatto che la sua pelle valga tutto l’oro del mondo (l.381).
2. Quando comincia a emergere il punto di vista di Malpelo? Attraverso quali strumenti?
Il punto di vista di Rosso comincia a emergere in seguito alla morte del padre, dalla quale Rosso rimane profondamente turbato. È infatti in a partire da questo avvenimento che la voce di Rosso viene percepita direttamente e che il personaggio inizia ad agire attivamente. Il suo punto di vista emerge con il discorso diretto: infatti, dalle frasi incisive di Rosso, spesso violente, si legge tutto il pessimismo che permea la sua filosofia. Il primo intervento inizia alla linea 95.
3. Ricostruire la filosofia di Rosso: è affine o in contrasto con quella dei minatori e del narratore? Quali atti si possono interpretare come applicazione della sua filosofia?
l.95: è meglio morire prima
ll.121-123: il mondo è ostile e le persone sono pronte a colpire i più deboli
l.125: bisogna essere aggrediti per imparare a difendersi
ll.132-133: tutti sono ostili nel mondo e anche chi non può vorrebbe esserlo
ll.139-142: anche gli oggetti inanimati tradiscono e uccidono; il mondo è dominato dalla violenza e vige la legge del più forte
l.160: il più forte domina sul più debole
ll.248-249: bisogna sfruttare al massimo ciò che è utile disinteressandosi del resto
ll.251-252: il mondo riserva brutte situazioni (uno dei pochi esempio di discorso indiretto)
ll.256-267: anche se non si ha più la forza di resistere bisogna soffrire fino alla morte (legge cosmica)
ll.279-280: Malpelo sa di non essere considerato
ll.284-285: per Rosso è meglio vivere al buio perché la luce non rispecchia sua la vita di emarginato
ll.292-295: gli unici amici di Rosso sono i topi e i piastrelli, che sono anche gli amici dei morti
ll.305-307: i buoni muoiono e vengono sopraffatti, quindi bisogna essere violenti
Tutte queste affermazioni rivelano il risentimento di Rosso verso la vita e i suoi sistemi. Di fronte alla morte del padre, uomo onesto e lavoratore, Rosso capisce che la vita è un’unica sofferenza e che comportarsi bene non serve a nulla. Elabora quindi un sistema che si rispecchia nella legge del più forte, che secondo lui regola il mondo: dominare i deboli è per lui l’unico sistema di sopravvivenza. Rosso mette in pratica questa filosofia picchiando il piccolo storpio Ranocchio e maltrattando il suo asino: crede infatti che non vi siano possibilità di cambiamento e che gli uomini debbano sempre essere dominati o da altri uomini o dalla natura. Il narratore e i minatori non capiscono che il povero Rosso è solo un ragazzo che ha bisogno d’affetto e che vede la vita come una miniera buia dove si è solo costretti ad accettare la morte: non colgono la sensibilità ed interpretano ogni suo gesto come una stranezza, senza mai considerare che anche lui forse può fare qualcosa di buono. I minatori pensano solo al loro interesse.

Esempio



  


  1. gloria

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