Riassunto della critica a Svevo

Materie:Riassunto
Categoria:Italiano
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Riassunto della critica sveviana
Nel 1892, anno della sua pubblicazione, il romanzo "Una Vita" fu recensito sul “corriere della sera”; a sua volta di “senilità” nel 1898 si parlò nel “Indipendente”, ma l’opinione che emerse da queste due recensioni fu totalmente negativa. La stessa cosa non avvenne quando nel 1929 sulla rivista francese “Le Navire d’Agent” uscì un intero numero dedicato a Svevo, che diventò immediatamente largamente apprezzato dapprima in Francia poi su scala europea. Viceversa in Italia continuò a lungo a restare in ombra, quasi ignorato dai grandi critici - come Croce, De Robertis, Pancrazi - o fatto oggetto di giudizi limitativi,sicuramente a causa del carattere troppo innovativo delle sue opere per un ambiente arretrato come quello italiano, impregnato d’una concezione ancora classica della letteratura portatrice dei valori dominanti espressi attraverso il decoro della forma. Svevo rifiuta tutto questo, concentrando la sua attenzione nell’esplorazione della dimensione psichica, nella sua totalità e profondità - mettendo così a frutto o addirittura anticipando la scoperta della psicoanalisi - elimina qualsiasi intento morale, sociale, politico della letteratura che diviene elusivamente una pratica privata, uno strumento che permette di scavare nell'“intimo io”. Anche per quanto riguarda l’aspetto prettamente linguistico Svevo, riceve numerose critiche, il suo è definito dai contemporanei un “scriver male”, in realtà è uno stile personalissimo, perfettamente rispondente alla sua materia e alla sua ispirazione che però non rientra nei canoni delle istituzioni letterarie italiane.
In questo panorama spiccano poche eccezioni rappresentate dalle figure d'Eugenio Montale, il primo italiano ad apprezzare Svevo sia dal punto di vista contenutistico che formale; e di Giacomo Benedetti che ravvisa nella figura dell’”Inetto” una figura storica quella dell’ebreo occidentale, tuttavia gli rimprovera di non aver esplicitato tale discorso.
Una riscoperta vera e propria di Svevo si ha a partire dagli anni Sessanta, in cui l’Italia, dopo un periodo di grande sviluppo, subisce un processo d'ammodernamento, raggiungendo, sul piano degli apparati produttivi e delle strutture, i paesi europei più avanzati; parallelamente si sente il bisogno di una nuova letteratura libera dalla classica cultura idealistica, che abbia la capacità di aprirsi a nuovi orizzonti di conoscenza, a nuove esperienze, che utilizzi nuovi strumenti concettuali, di critica e nuove forme espressive. In questo periodo la critica si orienta in un'interpretazione di stampo marxista della poetica sveviana; in particolare Giorgio Luti scorge nella struttura dei romanzi la crisi della società borghese, difatti man mano che l’intellettuale diviene consapevole della perdita del suo ruolo di celebratore dei valori sociali, dirige la sua attenzione nella dimensione dell’inconscio. Un’altra tendenza, che vede il suo massimo esponente in Renato Barilli, si è mossa alla ricerca delle radici culturali del pensiero sveviano, riscontrate nella letteratura europea novecentesca, il cui obbiettivo è produrre un'alternativa “epistemologica”, una nuova visione del mondo; in quest'ottica viene negata l’interpretazione di stampo marxista, poiché il vero obbiettivo di Svevo non è un'indagine critica del negativo ma bensì una positiva di nuove energie, di una nuova realtà più aperta e liberatoria.
Le novità culturali dei romanzi sono analizzati da Marziano Guglielminetti, che mette in luce come il “monologo” dei personaggi sveviani sia in realtà un dialogo “in interiore homine”tra l’attore e l’autore che s'insinua a giudicare. L’intervento dell’autore nei quattro romanzi è sintetizzato da Guido Baldi che nota come in “Una Vita e Senilità” la critica verso l’”inetto” non è altro che un attacco all’immaturità psicologica della piccola borghesia intellettuale; invettiva che invece scompare nella “Coscienza di Zeno” dove il pensiero di Svevo si evolve e il suo atteggiamento diviene aperto, disponibile.
L’aspetto della psicoanalisi è affrontato da Norbert Jonard, che ha in particolare analizza alcuni caratteri dei personaggi sveviani come, ad esempio, in Emilio Brentani, la fissazione ad uno stato infantile e orale dell’eros e l’angelismo; e da Elio Gioanola che riscontra alla base di tutti i romanzi impulsi aggressivi ed ostili verso il padre e la madre ma anche un tentativo di “innocentizzazione” ovvero di mascherare questi impulsi, per cancellare i sensi di colpa e dimostrare la propria “innocenza”.

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