riassunto ''Ti con zero'' di Italo Calvino

Materie:Riassunto
Categoria:Italiano

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Data:07.04.2006
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Testo

TI CON ZERO
(Italo Calvino)
Ti con zero, pubblicato per la prima volta nel 1967 da Einaudi, è essenzialmente la seconda parte della serie delle “Cosmicomiche”. Il libro, suddiviso in tre parti, tocca vari argomenti.
Se la prima parte, sembra solo un altro pezzo delle cosmicomiche, nel senso, che la situazione è identica: Qfwfq è il protagonista, e racconta le sue avventura in tempi e spazi inimmaginabili, le altre due, invece, differiscono, dal libro precedente in maniera progressiva, ossia, vanno via via trattando argomenti sempre più diversi, utilizzando metodi di narrazione disparati, se prima era Qfwfq che raccontava tutte le storie, quando lui incontra la morte (ne: “Il sangue, il mare”, l’ultimo racconto della prima parte), rimane solo un discorrere in prima persona, di un essere indefinito.
La seconda parte, riguarda soprattutto, le varie fasi della vita, la riproduzione asessuata, la meiosi, ed infine la morte, come elemento indispensabile per la vita.
La terza ed ultima parte, invece, consiste, in quattro storie, dove i personaggi vengono definiti di volta in volta, quindi Qfwfq, scompare definitivamente, in questa parte, poi si ha un decisivo cambiamento stilistico.
PARTE PRIMA
(Altri Qfwfq)
La molle luna:
Nel primo racconto di questa parte di libro, il protagonista, Qfwfq narra la sua esperienza riguardo alla formazione dei continenti, a causa dello “scambio” di materiale fra i due pianeti interessati dal racconto: Terra e Luna. Egli parla di come abbia discusso riguardo l’avvicinamento dell’inferiore pianeta Luna, che avrebbe dovuto avvicinarsi alla Terra, attratto dalla sua forza gravitazionale, e stabilizzandosi poi nella sua orbita, diventandone un satellite.
Qfwfq, racconta, infatti, la discussione avuta con una certa Sibyl. Ella sosteneva che il pianeta Luna non meritasse altro che diventare un satellite del, sicuramente superiore, pianeta Terra, allora completamente ricoperta da puro materiale plastico, di cui gli abitanti andavano molto fieri.
Nonostante Sibyl avesse considerato la possibilità di qualche scambio di materiale planetario fra i due corpi celesti, non immaginava sicuramente, così fa intendere Calvino, che la caduta del materiale lunare sarebbe stata abbastanza consistente da eliminare la faccia della terra così come la conoscevano loro. Infine spiega il tentativo attuale di riottenere la terra com’era una volta: ricoperta da plastiche, lamiere e cemento, ma che ci si trova ancora ben lontani da risultati rilevanti.
L’origine degli uccelli:
In questa storia, sempre raccontata da Qfwfq in prima persona, è rappresentata la comparsa degli uccelli nel mondo. Gli abitanti del mondo, dice il protagonista, erano ciò che era sopravvissuto, ciò che avrebbe poi dato vita a tutte le future forme di vita. Ogni stranezza era già emersa dal mondo dei rettili, e di solito era subito scomparsa, per inadeguatezza al mondo. In questa situazione, tutti avevano tratto la conclusione che, in mezzo a tutte quelle forme di vita così diverse, i mostri erano quelli che avrebbero potuto esserci e invece non c’erano.
Un giorno però, Qfwfq, e gli altri, vennero svegliati da quello che ora si definirebbe un canto d’uccello e che allora era ancora indefinibile. Appollaiato ad un ramo videro un uccello, dai colori sgargianti e dal verso piacevole all’ascolto. Quest’apparizione, sconvolse l’intero modo di pensare delle specie presenti, che avevano definito i volatili un capitolo ormai chiuso.
Di qui il protagonista prende a raccontare la sua avventura, cercando spesso di farla immaginare al lettore come un fumetto, descrivendo ogni singola vignetta e baloon (nuvolette con le quali si parla nei fumetti) dei personaggi. Spiega così il suo viaggio all’inseguimento dello strano animale, dopo il rifiuto degli altri, aizzati contro il volatile da un certo U, il più “saggio”. Dopo una serie di “vignette”, Qfwfq si ritrova alla fine della terra, con solo il vuoto dopo di lui, finché, seguendo con lo sguardo l’uccello, non lo vede volteggiare su di un continente che si avvicina sempre di più, fino allo scontro nel quale il protagonista finisce sulla terra sconosciuta, che scopre poi essere, non solo la terra degli uccelli, ma quella in generale delle creature che avrebbero potuto esserci e non c’erano. Spinto da stormi d’uccelli d’ogni forma e colore, si ritrova davanti ad una sorta d’uovo enorme, dal quale, apertosi come una conchiglia, esce una forma di vita estranea a tutte le altre, di una bellezza inimmaginabile della quale, subito, Qfwfq s’innamora, e decide di portarla in salvo nel suo mondo.
Sempre con l’espediente dei fumetti spiega la sua fuga, prima di corsa e poi, al termine del continente, in volo sul dorso di quell’essere meraviglioso di nome Or. Quando sono ormai sulla terra conosciuta dal protagonista però gli altri uccelli li raggiungono e mentre Qfwfq cade riportano Or sul loro continente.
A casa sua, però il protagonista non riconosce più nessuno, non perché siano effettivamente cambiati, ma poiché dopo l’avvento dell’uccello, tutte le loro certezze si erano frantumate, cambiando radicalmente il loro modo di pensare, se prima qualcuno con qualche particolarità imprevista la teneva nascosta, ora la metteva in mostra, tutti vivevano inoltre aspettando che accadesse qualcosa di imprevisto, non più il solito succedersi di causa-effetto.
Qfwfq, stregato dalla bellezza del mondo degli uccelli e della sua indescrivibile abitante, scruta sempre il cielo, in compagnia anche del vecchio U che ora dal volo degli uccelli legge il futuro.
Successivamente, con un altro espediente da fumetto, riesce a tornare sulla terra degli uccelli, dove viene preso prigioniero e gli viene spiegato che verrà giudicato dalla regina degli uccelli. Quando però viene messo al cospetto di questa, lui la riconosce: colei che lui credeva prigioniera e aveva cercato di salvare era in realtà la regina di quel luogo, che gli dice che l’unico modo per salvarsi è quello di sposarla, e gli promette che tutto ciò che sta accadendo gli sarà chiaro, quando avrà dimenticato tutto ciò che sapeva prima. La sera però, nell’istante che precede la perdita di ciò che sapeva e l’acquisizione di ciò che avrebbe saputo dopo, coglie la verità: i due mondi, il suo e quello degli uccelli, erano sempre esistiti insieme, a questo punto Or gli dice di averla persa e compaiono uccelli da tutte le parti che cercano di dividere i due mondi, riuniti dalla scoperta di Qfwfq, sempre col metodo dei fumetti, spiega che gli uccelli se ne andavano con brandelli del loro mondo per non tornare più.
Quello che resta, è il mondo di Qfwfq, con degli uccelli in volo a cui però nessuno fa caso, uccelli che probabilmente non sono i veri uccelli.
I cristalli:
In quest’aneddoto, Qfwfq, racconta la storia della solidificazione della crosta terrestre, di come, se fosse avvenuta in più tempo, i materiali che compongono il nostro pianeta, si sarebbero aggregati in un unico grande cristallo, ma soprattutto, narra della solidificazione effettivamente avvenuta e della sua storia con una certa Vug. Qfwfq dice, infatti, di come loro due, sotto forma di esseri pluricellulari ancora indefiniti, vagando per la terra vedono i cristalli dei diversi elementi che si formano dal materiale magmatico. Soprattutto, il protagonista, spiega la sua speranza che la terra si solidificasse in un unico e regolare cristallo gigante, che deriva, dice lui, dal suo amore per l’ordine, ma spiega anche di come invece vede formarsi centinaia di cristalli diversi, qua e la con l’intrusione di atomi estranei rispetto alla composizione del solido, che lo fanno brillare in maniera particolare rispetto agli altri, di come, al contrario di lui, la sua compagna, preferisca questa forma di aggregazione, con miriadi di cristalli, rispetto ad un unico “cristallo-mondo”. Infine, mentre spiega pure il finto ordine nel quale vive al giorno d’oggi, spiega anche la sua ultima speranza: ovvero che tutti i cristalli che vede spuntare disordinatamente, facciano parte di un ordine molto più grande, immaginando quante facce possa avere un cristallo con tutte quelle false irregolarità.
Per concludere, racconta di come rincontra Vug, davanti ad una gioielleria, di come passano una giornata insieme e continuano a litigare sulla loro vecchia questione: i diamanti.
Il sangue, il mare:
In quest’episodio, che è l’ultimo della prima parte, Qfwfq, mentre è in macchina con altre tre persone: il dottor Cècere, Jenny Fumagalli e Zylphia, spiega la sua situazione, insieme con quella dei suoi attuali compagni d’automobile, nel mare primordiale, nella loro condizione di semplici esseri pluricellulari, di come il mare di allora non sia tanto diverso dal sangue di adesso, riguardo alla composizione chimica, e di come, quindi, per le cellule interne al corpo nulla sia cambiato rispetto a quei tempi. Descrive inoltre, di come il dentro e il fuori di allora, si siano, adesso, invertiti, infatti mentre il dentro di allora non era in contatto con quel mare primordiale, e rimaneva di conseguenza inerte e senza importanza, mentre il fuori riceveva, sempre grazie al mare primordiale gli influssi delle altre presenze, piacevoli, come quelli di Zylphia, o decisamente sgradevoli, come quelli del dott. Cècere e della Jenny Fumagalli, di come così si possa sentire la presenza degli altri anche dal dentro di adesso. Tutto questo mentre sì da il cambio alla guida col dott. Cècere e si siede dietro insieme Zylphia, poi quando si sfiorano racconta come le sensazioni che gli provengono dal fisico, cioè dal fuori di adesso, siano ben scarse rispetto quelle che provava dal fuori di allora, cioè dal dentro di adesso, quando nuotavano insieme nel torrido mare primordiale. Spiega la sua felicità di allora, mentre cercava di espandersi sempre più per entrare in contatto con più liquido, illustra anche, l’unico punto oscuro in quella lontana felicità, ovvero il fatto che più si distendeva per estendere le zone intrise di soluzione marina, più aumentava il suo volume e, di conseguenza, la sua parte interna a cui rimaneva precluso il passaggio di tale liquido. Descrive anche, di come in teoria, sotto questo punto di vista, ora potrebbe sentirsi meglio rispetto allora, ora che il dentro inerte è stato rovesciato come un guanto, se non fosse che essendo quel dentro ora proiettato verso il fuori, si è esteso fino a comprendere tutto ciò che gli sta intorno, compresi il dott. Cècere e la Jenny Fumagalli, con tutto il loro spessore inerte che prima avrebbero dentro, nel loro stupido modo di crescere a palla .Viene descritto il movimento del mare di allora, come unico vero movimento, mentre tutti si fluttuavano attorno, bastava che il mare accelerasse il ritmo di qualcuno, che Qfwfq sentiva la presenza, coinvolgente o repulsiva, a seconda di chi era in funzione, degli altri. Durante il suo viaggio nella bassa Lodigiana, racconta degli inutili sorpassi pericolosi del dott. Cècere, che cerca di ottenere chissà cosa facendo il bullo, e dell’altrettanto inutile esultanza della Jenny Fumagalli che crede che tutto ciò sia fatto per lei, e non per Zylphia, a cui però di queste stolte manovre gliene importa poco. Dice poi, prima che lo sconsiderato conducente tenti di superare un camion, di come fosse bello avere in comune l’elemento vitale, perché questo colmava la distanza fra lui e Zylphia, ma aveva pure i lati negativi, come il fatto che quel liquido comune fosse appunto comune e contenesse pure presenze insipide o addirittura insopportabili come la Jenny Fumagalli o il dott. Cècere. Da qui nasceva, infatti, il loro istinto di riproduzione, cioè nel continuo espandersi del suo essere insieme a quello di Zylphia, aumentando la loro presenza nel mare-sangue a tal punto da rendere, rispetto alla loro progenie, una piccolissima parte le presenze non gradite, quasi ad assorbirle nel loro inerte dentro. Mentre ora questo impulso si è solo adeguato alla situazione, ovvero all’attuale stimolo di privarli del sangue con qualcosa simile ad una raffica di proiettili. Questo perché, spiega, l’unica cosa importante era il sangue come proprio, tutto il resto, gli altri compresi contavano poco, da questo impulso nasceva anche il desiderio di divorare Zylphia, oltre quello di avere un’immensa loro progenie e lei lo stesso, infatti, dopo una brusca curva con la macchina, i due finiscono l’uno contro l’altra e, mentre lui la morde fra il collo e la spalla, lei gli conficca le unghie nella carne. Lo stesso impulso sanguinario, li accanisce, in senso amoroso, fra loro, mentre in senso ostile verso il dott. Cècere e la Jenny Fumagalli. Finché sorpassando in curva un camion, non finiscono tutti spiaccicati per terra, mentre il loro sangue, entra a far parte dell’insulso fuori di adesso, poiché non può più tornare a essere il fuori di allora.

PARTE SECONDA
(Priscilla)

Mitosi:
In questo primo racconto della seconda parte del libro, Qfwfq racconta la riproduzione asessuata da parte sua, di come sia la conseguenza di uno stato di “innamoramento da morire”. Per prima cosa spiega lo stato d’innamoramento, non come relazione di se verso qualcun altro o verso qualcos’altro, ma non prendendo nemmeno in considerazione il fatto che “fuori” ci possa essere o meno qualche altra cosa. Il suo stato d’innamoramento, infatti, deriva direttamente e semplicemente dalla consapevolezza del fatto che lui è lì, ed è quella cellula, solo questo basta a dargli una sensazione di pienezza “spirituale”, che lui interpreta col suo amore. Precisa che per capire il suo stato d’innamoramento da essere unicellulare, bisogna dimenticare il modo in cui ci s’innamora adesso, il modo in cui anche lui s’innamora adesso. Spiega anche che la storia che si prepara a raccontare, è impressa nella sua memoria solo per quanto concerne la prima parte, andando poi sfumando nella sua mente, evidenzia che mentre normalmente una storia consiste nel ricordo che si ha di essa, in questo caso, è proprio il fatto di non ricordarne la fine a permettere alla storia di essere possibile, lui parla di una storia che poi va a ripetersi infinite volte, ma si riferisce alla prima di queste fasi di storie, non perché sia la prima in assoluto, ma perché è la prima che si ricorda e in ogni caso ogni fase iniziale di ogni storia potrebbe considerarsi la prima.
Inizia la storia illustrando la sua situazione: c’era una cellula, e quella cellula era lui, e di questo era felice, del fatto di esserci e anche del fatto che c’era il tempo, ossia era felice perché lui essendoci scandiva il passare del tempo. Già solo questa situazione lo riempiva di felicità, ma anche d’angoscia, d’angoscia per un’attesa per non si sa cosa, ma un’attesa che non lo faceva stare più nella pelle. In seguito prende a parlare del fuori, del fatto che lui era contento che ci fosse questo fuori, quest’infinito insieme di posti e momenti in qui lui avrebbe potuto essere in un futuro, un vuoto che avrebbe potuto essere lui, perché era l’unica cosa che conosceva: se stesso, ma che, almeno al momento non era lui, era altro, ed era questa scoperta a riempirlo di un entusiasmo straziante, era infatti per questo altrove che sprigionava tutto il suo amore.
Per rendere meglio comprensibile il resto della storia, prende a spiegare come fosse fatto fisicamente: di come la maggior parte della sua vita si svolgeva nel suo nucleo, rinchiuso da una membrana e protetto dal citoplasma. Di come, mentre lui era beato e tranquillo, il suo nucleo partecipava alla sua beatitudine, accelerando in maniera frenetica le sue reazioni, continuando a registrare al suo interno, nel complesso insieme di spirali, di cromosomi che non erano altro che tutta la sua conoscenza, o meglio è lui, cioè è lui tradotto in filamenti, che potrebbero essere ritradotti in lui, ma la sensazione verso l’altrove, quella non poteva essere registrata dai cromosomi che potevano solo avvertire il vuoto come tale, ovvero non erano in grado di riprodurre quello stato di tensione verso il fuori, che poi è lo stato di desiderio. Precisando però il fatto che l’oggetto desiderato esiste solo dopo che il desiderante ha cominciato a desiderare, per il semplice fatto che prima non si era a conoscenza della sua esistenza. Insomma, questa sensazione di desiderio, lo spingeva a fare qualcosa, ma siccome senza un mondo esterno, non che non esistesse, ma semplicemente lui non sapeva che esisteva, e con pochissimi mezzi, l’unica cosa che si può fare è esprimersi: dire, siccome l’unica cosa che sapeva era se stesso, cominciò a raccontarsi, usando come linguaggio i suoi cromosomi, ossia prese a ripeterli. A questo punto, lo stato di tensione che prima era localizzato solo al nucleo, si estese al citoplasma e lui sentì che cominciava a sentire il bisogno di stirarsi per tutta la sua lunghezza, ritrovandosi affusolato, come se le due estremità volessero separarsi, nucleo compreso, anche se in quel momento non era più facile parlare di nucleo e citoplasma in maniera separata, in quanto la membrana che li separava era via via scomparsa. In quel momento si sentiva più che mai se stesso, in una totalità che non aveva mai provato, ora però la sensazione di se stesso non gli proveniva più dal nucleo, anzi, ormai dai nuclei, visto che erano diventati due, essendosi le coppie di cromosomi che il suo desiderio gli aveva fatto creare, disposte sui lati opposti del suo essere, ma dal filamento di citoplasma che ancora univa le sue due parti e che andava via via assottigliandosi, fino a spezzarsi e a dividere definitivamente le due cellule, ora ben distinte, ma nel momento subito precedente al definitivo distacco delle sue due propaggini, per la prima volta ha provato la sensazione di pluralità, e ha capito il destino che lo attendeva, che attendeva lui e tutte le cellule che sarebbero derivate da lui e anche tutte quelle da qui era derivato lui, ossia quello di vivere un infinito insieme di innamoramenti mortali, vivendo completamente soli, ma vivendo anche tutti insieme una pluralità di cui le singole cellule non sono a conoscenza.
Meiosi:
In questo episodio, al contrario di quello precedente, come suggerisce anche il nome, si fa riferimento alla riproduzione sessuata. Per cominciare Qfwfq presenta la storia che andrà poi a raccontare: quella sua e di Priscilla, che descrive come due esseri pluricellulari della stessa specie, ma di sesso opposto, precisando però cosa si intenda con Priscilla e con se stesso: un insieme di cellule diverse fra loro, ma unite e comandate da catene di acidi posti in ordine all’interno di ogni nucleo di ogni cellula, ossia la particolare configurazione che le loro cellule prendono per il rapporto fra l’ambiente e il personale patrimonio genetico. Chiedendosi anche se il rapporto fra lui e Priscilla sia il rapporto fra gli elementi che distinguono ogni individuo, da quelli comuni alla specie oppure quelli comuni solo fra di loro, che li distinguono da tutti gli altri. Conclude che all’interno di ogni cellula, nel patrimonio genetico, sono già scritti tutti i possibili rapporti che quell’individuo potrà mai avere, ovvero si nasce con un numero di possibilità finite e già decise dai propri geni, ottenuti dai genitori, che quindi ci si porta dentro per sempre, in un’interminabile catena di generazioni. Ciò significa che la storia che Qfwfq vorrebbe raccontare, è non solo impossibile da raccontare, ma anche da vivere, poiché è una storia contenuta in un passato che non si può spiegare, perché contenuto nel proprio stesso passato. Ciò significa che ogni persona è ed ha, non è altro che l’insieme delle possibilità non fallite contenute nei suoi geni, non esiste futuro, ma solo un passato che termina, che si compie nella storia di Qfwfq e di Priscilla, la loro impossibilità di incontrarsi, definitivamente, è già in loro dal principio. Poi descrive l’accoppiamento del seme con l’ovulo, chiarendo che in tale atto non avviene nessuna fusione, ma solo una giustapposizione delle informazioni ricevute dai genitori. Sono quindi loro, i genitori, a decidere come sarà la creatura in sviluppo, ma potendo il corpo ricevere e ascoltare solo una delle informazioni trasmesse da entrambi i genitori, ecco che questi si trovano in una disputa senza fine, dove il peso di aver ceduto all’altro è più forte della felicità di chi invece è risultato dominante. In poche parole, ognuno non è nient’altro che vuoto e attesa, attesa dell’informazione di uno, piuttosto che dell’altro genitore.
È così che si vive quindi, condizionati dal passato, non si è nient’altro che luoghi d’incontro dei messaggi del passato che si fondono ai futuri, di messaggi insieme alle rispettive risposte, ma siccome le risposte di cellula in cellula, questi messaggi cambiano a seconda dell’ambiente che li accoglie. Si può dire, affermando ciò, che effettivamente non esistono messaggi, perché non esistono passati da trasmettere, ma solo futuri che modificano i passati. Detto ciò si conclude che la storia che Qfwfq voleva raccontare, non esiste, in quanto non ne esistono i personaggi, se non in funzione di un passato o di un futuro che mettono reciprocamente in dubbio l’esistenza dell’altro. In compenso, negli intervalli vuoti che contengono le esistenze dei due protagonisti basta a dare la certezza che qualcuno è: Priscilla e qualcuno è: Qfwfq, che qualcosa fra di loro è avvenuto, o avverrà, coinvolgendoli, questo basta a Qfwfq, mentre ripensa ai momenti felici passati con Priscilla, quando corrono, loro cammelli, liberi e stanchi nelle oasi, dopo che gli viene tolto il carico dal basto.
La morte:
In questo racconto, che è l’ultimo della seconda parte del libro, si narra l’origine della vita e della morte, come suggerisce il titolo, ovvero della nascita della vita e della mortalità degli esseri.
Viene spiegato che sulla crosta terrestre prima completamente liquida, si è formata una goccia di materiale mucillagginoso, che cresceva, assorbendo le sostanze intorno a lei, diventa una goccia-isola, che vive, vive solo lei, perché dentro di lei sono contenuti i materiali di tutti, e avrebbe continuato a crescere fino ad inglobare la terra, vivendo in eterno, un’enorme sfera con il nostro pianeta come nocciolo, per fortuna va in pezzi, ogni suo frammento è una catena di molecole ordinate, che con il solo fatto di essere ordinata, ordina anche il materiale che le sta attorno, cioè non è che lo ordina, esegue una copia di se stessa, il mondo viene ricoperto di cristalli viventi, che nascono e muoiono in ogni istante vivendo una vita discontinua. Questo fino a che il materiale per copiarsi non accenna a scarseggiare, quindi ogni molecola, si forma intorno a se delle scorte del materiale che le serve. Le cellule vanno via via ingrandendosi, fino a che si dividono in due, e le nuove cellule ricominciano lo stesso processo, ma anziché fluttuare sparse nel mondo, si organizzano, si uniscono in enormi colonie, formando così delle spugne e dei polipi che vivranno in eterno, avranno il mondo, un numero finito d’esseri vivrà in un mondo senza tempo, in un mondo ciclico, in inverno i tessuti delle spugne si stracciano, ma le cellule più nuove, rimangono li e in primavera ricominciano quel processo di vita senza morte che ha invaso il pianeta. Ormai è cominciata la lotta: quella fra le spugne e polipi eterni e noi, che non ci siamo e vorremmo esserci, quelli che ci sono, per evitare l’affiorare di stranezze, aumentano i controlli della riproduzione, se il meccanismo viene innescato da due messaggi identici, è più difficile che si creino anomalie, così dai polipi ancorati al fondale marino, si staccano delle meduse trasparenti, inizia il periodo degli amori. Il gioco dei messaggi incrociati per la riproduzione ha ormai invaso il mondo, sarà così che noi che non ci siamo ci saremo, il mare è un ribollire d’uova, che le onde fecondano, da ogni uovo nasce un essere, che non è la copia di nessuno delle due forme che lo hanno generato, così lui per la prima volta è nato e i suoi genitori per la prima volta moriranno. Il messaggio originario continua a persistere eterno, in mezzo a tutte le combinazioni che si formano, ma fra una combinazione e l’altra ci sono individui sessuati e mortali. Il pericolo della vita senza la morte è dunque evitato, non perché non possa riformarsi il fango della vita indivisa, ma perché adesso intorno ci siamo noi, soprattutto quelli come noi che sono batteri e lo decomporrebbero all’istante. I virus continuano tuttora a vivere nel loro ripetersi senza nascita o morte, ma possono farlo solo all’interno di noi esseri più complessi, la vita immortale è dunque inglobata in quella di noi perituri, la nostra mortalità è garantita dalla loro vita continua.
Ancora adesso camminiamo nella foresta originaria, o nuotiamo in mezzo agli anemoni, ma il gioco del sesso si è infilato anche nel ciclo delle specie più antiche, nessuno vuole rinunciarci. I vincitori siamo noi, i discontinui, ma il pericolo non è ancora finito, siamo circondati dal linguaggio, da tutto ciò che è linguaggio, dai suoni articolati alle schede perforate, è come una calotta nemica che si sta formando, ricoprendoci, dobbiamo trovare il modo di fermarla, impedendogli la riproduzione eterna di se stessa.
Il soffitto che ci ricopre, dice il narratore, è come la macchina sotto la quale è infilato per riparare un guasto, ma non può più uscire, perché la macchina stessa si sta allargando, vuole coprire tutto il mondo, bisogna trovare il meccanismo per innescare la fase successiva, dice lui, ossia quella dove messaggi maschi e messaggi femmina si riproducono, obbligando nuove macchine a nascere.
Conclude la storia con la speranza che le parole “io” e “Priscilla” che ha scritto, incontrandosi producano altre parole, che facciano partire la reazione, per cui le parole del linguaggio degli uomini e le loro macchine, si scambino messaggi, portando le informazioni originarie, dagli acidi nucleici alle schede magnetiche delle macchine figlie di macchine, che continueranno a vivere e morire, parlando parole che sono state anche nostre. Spera quindi che, tradotte in informazioni elettroniche, in futuro, le parole “io” e “Priscilla” s’incontreranno nuovamente.

PARTE TERZA
(Ti con zero)

Ti con zero:
Questa è la prima storia della terza parte, prende il suo nome dal fatto che tutto il racconto si svolge in un secondo solo, definito quindi T0. In questo secondo T0 il protagonista, un arciere alle prese con un leone, riflette sul fatto che quella situazione sia stata, da lui, in qualche modo già vissuta, non come altra sua esperienza di caccia, ma come uno sdoppiamento sia del leone che della freccia che forse nei secondi seguenti lo trafiggerà uccidendolo. Vede questa scena come un punto dello spazio che è riuscito a riconoscere in mezzo agli altri, ma non riferendosi allo spazio che lo circonda definendolo dalla posizione di un fiume o di una montagna, ma un punto nell’universo in cui la terra, lui, la freccia ed il leone per aria stanno attraversando in quel preciso secondo T0. Con ciò spiega quel senso di sdoppiamento, è come se il tempo stesse marciando su di un percorso obbligato, che si ripete ogni volta uguale, che il logorio delle sue trame lascino trasparire questi leggeri “difetti”, questo prendendo per buone le teorie che definiscono finito il tempo dell’universo, cioè quelle che sostengono che l’universo continua a pulsare tra due momenti estremi: dal big bang, all’istante di massima espansione delle galassie, che poi ricominceranno a tornare sui loro passi, ricongiungendosi. Quindi l’arciere si trova semplicemente in un punto intermedio fra una fase e l’altra, non sapendo nemmeno se ciò che vive, lo vive nel verso giusto o a ritroso, nel senso che nei secondi per lui successivi, la freccia potrebbe avvicinarsi al leone oppure tornare a incoccarsi sull’arco. Per questi motivi, il dubbio che viene in mente al protagonista, è quello se conviene andare avanti con la storia dell’universo, oppure restare lì ad aspettare che il ciclo si ripeta di nuovo per risaltarci dentro, se non addirittura fermarsi lì per sempre, lasciando che l’universo gli si avvicini e poi si riallontani in eterno. Ovviamente però non intende fermarsi da solo, piuttosto sarebbe meglio rimanere con tutto ciò che definisce quel secondo, leone e freccia inclusi. Le possibilità riguardo all’universo sono però due: le linee spaziotemporali dei suoi cicli potrebbero essere tutte coincidenti, oppure coincidere solo in quel punto, andando poi a divergere sempre di più verso il passato e il futuro portando però sempre a quella stessa situazione. Se la situazione fosse davvero questa, il fermarsi in quel secondo, lasciando che l’universo si espanda e contragga senza di lui, sarebbe la cosa più inutile che potrebbe fare, in quanto ogni volta il suo futuro cambierebbe, più volte verrà sbranato dal leone, più possibilità avrà la volta dopo di centrarlo con la sua freccia. Se quindi nell’universo esiste un punto e un momento del tutto inutile è proprio questo, poiché esiste solo in funzione degli infiniti futuri che lo seguono e dagli altrettanto innumerevoli passati che lo precedono. In questo caso però, ogni volta sono arcieri e leoni diversi quelli che si ritrovano in questo incontro di possibili universi, ciò significa che all’arciere poco deve importare se le volte precedenti la freccia ha dilaniato o no il leone. Si può quindi escludere ogni utilità nel fermarsi in T0 per tutto il volgersi dello spazio e del tempo.
Non bisogna però scartare l’altra ipotesi, quella che seguendo la geometria classica dice che se una retta coincide in due punti, coincide pure in tutti gli altri e quindi l’arciere ha un unico passato e una sola possibilità di futuro. Il tempo in quest’ipotesi si può prendere nel suo insieme, come un immenso insieme di presenti che si sovrappongono ordinatamente, senza mai cambiare. Per questo il protagonista può stare tranquillo, senza pensare a ciò che accadrà a lui e a ciò che farà il leone nei successivi T1, T2, Tn perché tanto lui rimane senza problemi in T0 noncurante del suo destino. Essendo ogni secondo chiuso e indifferente agli altri, l’arciere è costretto a restare in eterno in quel secondo, a prescindere dalle sue preferenze, poiché essendo lui Q0, non potrebbe abitarne nessun altro, se non proprio T0, che però non è dato solo da lui, il leone L0 e la freccia F0, ma anche da tutto ciò che li circonda, descrivendo così un universo a se, sempre identico nel tempo. È quindi destinato a vivere in un secondo-eternità, che può quindi studiare e analizzare con tutta calma, il suo è un secondo terribile, dove lui è impietrito dalla paura causatagli dal leone in volo, quello che è da definire è se sì tratta di una terribilità destinata ad aumentare con la sua straziante fine, oppure se è destinata a diminuire, rendendo così T0 secondo di terribilità solo apparente, ma per sapere ciò bisogna guardare T0 da un punto di vista estraneo, perciò Q0 dovrebbe passare per un po’ di tempo in T1 e forse anche in T2 , immedesimandosi con Q1 e Q2 ,la sua paura però, è quella che passato in T1 per giudicare meglio T0 lui trovi così interessante questo secondo non suo da decidere di dedicarsi solo a lui, finendo così anche in T3 e in T4 innescando così un circolo vizioso di cambi di secondo.
Tutto questo significa che, a prescindere dal fatto che un secondo si ripeta ciclicamente, o sia un evento a se, l’abitarlo per la sua durata, corrisponde all’abitarlo per sempre e che esso sia importante solo in funzione dei secondi che lo seguono, in quanto preso singolarmente non è possibile definirlo oggettivamente.
L’inseguimento:
Questa è la storia di un inseguimento, dai personaggi non ben definiti, vengono presentati solo come: un inseguitore e un inseguito, che poi sarebbe il protagonista.
Il tutto, si svolge in coda ad un semaforo, dove l’inseguito, comincia a ragionare sul come poter scappare da colui che lo segue e che cerca di ucciderlo. Riflette sui tempi di transito delle due strade che formano l’incrocio a cui è fermo, con parecchie macchine fra lui e il suo potenziale assassino, facendo il conto dei secondi di durata della luce verde delle due strade, sperando di riuscire a oltrepassare l’incrocio, in un’ondata di macchine, mentre che il suo nemico rimanga fermo, dandogli così il tempo di dileguarsi. In contrapposizione, l’inseguitore, cerca di calcolare i tempi di transito, puntando sulla loro regolarità, per passare l’incrocio insieme al suo bersaglio, seguendolo fino a che le macchine che li separano si siano diradate, per poterlo uccidere.
Il punto comune dei due ragionamenti, è che in tale situazione, la potenza delle due macchine e l’abilità dei rispettivi piloti, sono del tutto ininfluenti, in quanto, è solo il moto generale della colonna che determinerà la sorte dell’inseguito. Essendo intrappolati in questa colonna, che andrà sicuramente diradandosi col passare delle ore, fino ad un punto di minima densità nelle ore notturne, l’unico modo che i due avrebbero per poter ricominciare, uno la fuga e l’altro l’inseguimento, sarebbe quello di uscire dalle auto in cui si trovano, tra l’altro rubate, e proseguire a piedi, per il protagonista, questo però provocherebbe diversi inconvenienti, uno su tutti, il fatto che abbandonando la macchina in mezzo alla strada in cui si trova, attirerebbe immediatamente l’attenzione della polizia, cosa che deve decisamente evitare, per ciò gli converrebbe rimanere in auto anche se il suo inseguitore scendesse e gli venisse in contro a piedi. Infatti, il suo primo timore è stato quello di vedere, dallo specchietto retrovisore, il suo potenziale uccisore, venirgli incontro camminando fra le macchine, timore fondato visto che effettivamente ci ha provato, ma fortunatamente, essendosi creato, davanti a lui, un breve spazio libero, le macchine che gli sono dietro, hanno cominciato a suonare il clacson, costringendolo a tornare in macchina per percorrere quel breve tratto di strada. Quindi l’eventualità che la persona assoldata per uccidere il protagonista, possa raggiungerlo a piedi, poiché sarebbe la colonna stessa di automobili che lo seguono ad impedirglielo.
Altro rischio che il protagonista corre, è quello di essere raggiunto dal suo inseguitore, che avendo cambiato corsia, quella strada ne ha tre, gli si presenti di fianco, potendogli tranquillamente sparare, questo però, andrebbe fatto in un momento particolare, che desse al killer, l’occasione di fuggire via subito dopo aver svuotato il suo caricatore sul suo bersaglio, questa però è un’eventualità da scartare, poiché le diverse file hanno periodi di movimento diversi e aritmici, perciò sarebbe praticamente impossibile che le due macchine si trovassero affiancate in un momento propizio alla successiva fuga. Se l’inseguitore tentasse questa manovra, il rischio più grande che correrebbe, sarebbe quello di procedere con la sua fila, mentre il suo bersaglio è fermo in coda, così l’inseguito cesserebbe di essere tale e per scappare gli basterebbe vedere la direzione presa dal suo antagonista per prenderne un’altra ed essere libero. Ma l’unica vera ragione, per cui ne l’uno, ne l’altro, corrono il rischio di cambiare corsia, è quello per cui, essendo in una delle due file laterali, sarebbero costretti a svoltare da quella parte, a causa del flusso generale delle auto, mentre restando nella corsia di centro riescono a mantenere un minimo di libertà di movimento.
Mentre il protagonista riflette sulla convenienza della fila centrale, arriva alla conclusione che il movimento che lui sta compiendo insieme al suo nemico, in questa situazione, è la stessa che compiono tutte le automobili in fila, ossia la negazione dello spazio, che poi è l’unica cosa che si possa fare con esso: negarlo, quando esso si forma davanti al fuggitivo, lui subito lo elimina, permettendo che si riformi dietro la sua macchina, così fanno e hanno fatto tutte le auto che lo seguono e lo precedono. Insomma questo spazio è invisibile, è solo la misura della distanza, di quella che intercorre fra il protagonista e l’uomo assoldato per ucciderlo, una distanza dettata dal numero di macchine che li dividono, questo numero è però costante, rendendo quindi il loro inseguimento inesistente, poiché le loro posizioni relative non cambiano, ma basterebbe che quel numero diminuisse ed ecco che loro tornerebbero ad inseguirsi, per esempio, a breve distanza dal braccato, c’è una via secondaria, dal quale proviene un flusso continuo di macchine che cercano di immettersi su quella strada, basterebbe che alcune di quelle macchine si infilassero fra le macchine-intervallo che separano il protagonista dal suo killer, e sarebbe come se il primo fosse fuggito, in quanto la loro distanza aumenterebbe esponenzialmente. Ma sempre li vicino c’è anche un parcheggio, se qualche macchina-intervallo decidesse di parcheggiare, sarebbe l’inseguitore ad effettuare una rimonta improvvisa nei confronti del suo bersaglio.
Dato per sicuro che il loro inseguimento, rimane un inseguimento nonostante il moto e lo spazio sia negato ai due e tenendo presente i due sistemi che si possono definire, cioè quella della complessità delle auto e quello che si crea solo tra un inseguitore ed il suo inseguito, che quest’ultimo è contenuto in maniera invisibile nel primo, cioè che da un osservatore esterno sia impossibile riconoscere, in mezzo a quel fiume di automobili, quali siano quelle impegnate in uno scontro mortale. Per questi motivi il protagonista riesce ora ad accettare meglio la lentezza della coda, infatti, ora capisce che ciò che conta non è la distanza in assoluto che lo separa da una pistola con relativo portatore, ma solo quella relativa, quella che si definisce e si trasforma intorno ad ogni macchina della coda, ogni vettura è quindi al centro di una serie di relazioni equivalenti, ovvero interscambiabili. La situazione, impone però dei limiti a questa libertà d’interscambio fra le macchine, per esempio la direzione di marcia e, nel caso dei due impegnati nell’inseguimento, sono negati anche gli scambi fra loro, e tutti quelli che vanno contro il senso stesso del loro inseguimento. Ma se fatte le dovute limitazioni, ogni macchina è interscambiabile con un’altra, ciò significa che queste hanno anche le stesse proprietà, quindi l’ipotesi che in quella coda siano tutte macchine inseguite che scappano dai relativi assassini, è perfettamente plausibile, ma non solo, seguendo lo stesso principio, tutte le macchine potrebbero essere impegnate ad inseguire qualcun altro. Lo svolgersi di questi ragionamenti nella mente del protagonista, fa interpretare ora ogni movimento all’interno della fila come azioni facenti parte di un ipotetico inseguimento, questo porta la situazione sua personale, ad una proiezione di essa nello spazio circostante. Questa ipotesi, però presupporrebbe anche che le proprietà fossero tutte comuni, quindi ognuno, è nello stesso tempo, inseguitore e inseguito.
Nel frattempo la situazione è variata, l’inseguitore si è spostato sulla fila di destra, avanzando di diverse macchine, anche l’inseguito ha eseguito la stessa manovra, ma perdendo altre macchine di distanza, fino ad avere il suo nemico esattamente dietro di lui, dovrebbe ormai ritenersi sconfitto, a meno che non gli venga qualche illuminazione salvatrice. Seguendo però il filo del discorso, il killer, dovrebbe avere alle sue spalle un altro inseguitore che a sua volta vuole ucciderlo e così via. Se l’inseguitore del protagonista, fosse raggiunto e ucciso, prima di fare fuoco, dal suo inseguitore, il protagonista sarebbe salvo, ma se l’inseguitore dell’inseguitore dell’inseguitore del protagonista uccidesse il suo bersaglio in tempo, l’inseguito verrebbe ucciso senza problemi. Se quindi fosse tutta una catena di inseguimenti, se ognuno avesse l’incarico di inseguire e uccidere un’altra persona per impedire che essa compia un omicidio, tutto dipenderebbe dal momento in cui la catena verrebbe spezzata. Ma ammettendo che esista una catena così formata, dietro il protagonista, questa sicuramente si estenderebbe anche davanti a lui, comprendendolo in essa. L’unico modo di provare se esiste o meno questa relazione fra le auto, è quella di definire se il protagonista è a sua volta un inseguitore, ma esso risulta disarmato, al contrario del suo inseguitore, a meno che, non gli sia stato dato l’ordine di uccidere un uomo e di non usare armi contro nessun altro, in questo caso risulterebbe armato solo verso il suo bersaglio, ma per verificare la veridicità di questa ipotesi, il protagonista deve allungare la mano, se sul porta oggetti si trova una postola, allora anche lui è un inseguitore e visto che non è riuscito a passare il semaforo, nemmeno con questa ondata, poiché la macchina che lo precede è rimasta bloccata dal flusso diagonale di auto, ha il tempo di farlo: ora stringe in mano una pistola col silenziatore. La macchina che precede il protagonista, trovandosi in una brutta posizione si volta per vedere se riesce a tornare indietro, ma quando vede la macchina subito dietro di lui, gli s’imprime sul viso uno sguardo di terrore, il protagonista lo riconosce, è l’uomo a cui sta dando la caccia, il semaforo diventa verde, lui si butta sulla sinistra, abbassa il finestrino e spara, nulla è cambiato, le macchine si muovono con lo stesso movimento discontinuo, ma la catena è spezzata.
Il guidatore notturno:
Calvino, in questa storia, sceglie di non definire i personaggi, nel senso che, per tenere tutta la storia sulla linea teorica, vale a dire senza far riferimento ad alcun fatto reale. Definisce, infatti: la donna del protagonista, viene riconosciuta con “Y”, lei abita a “B”; il rivale in amore del personaggio principale invece si chiama “Z” ed abita ad “A”, il protagonista, invece, non viene neppure definito con una lettera, si sa solo che abita ad “A” anche lui e che ha litigato con Y, il fatto che lui stia con Y, fa pensare però, che esso si possa chiamare “X”, anche se ciò non viene mai detto nel racconto.
Tutto inizia con la presentazione della scena: il protagonista è appena salito in macchina ed entrato in autostrada, per andare a B da Y, poiché hanno litigato e lui vuole appianare la situazione. La discussione è avvenuta per telefono, nella loro telefonata giornaliera, ad un certo punto il protagonista ha esclamato che voleva rompere la loro relazione e Y ha esclamato che non le interessava, che avrebbe chiamato Z, un uomo innamorato di lei da diverso tempo. Per questo il protagonista, è ora in autostrada, sotto la pioggia, notando come il guidare di notte porti come a cambiare modo di vedere, poiché non bisogna più stare attenti ai particolari, eliminati dall’oscurità, ma è come se ci si trovi davanti ad una lavagna nera, bisogna solamente distinguere le ombre, la vista deve essere più attenta, ma è semplificata per la mancanza dei dettagli.
Il pensiero che ossessiona il protagonista è quello se la minaccia di Y di chiamare Z fosse stata reale, o semplicemente detta così, per l’arrabbiatura del momento, e se avesse davvero intenzione di chiamarlo, lo aveva fatto subito o ha voluto pensarci su, certamente se lo aveva chiamato, Z ora era anche lui sulla stessa autostrada, che si precipita verso B, quindi il pensiero del protagonista è quello che ogni macchina che sorpassa o che lo sorpassa, potrebbe essere Z che corre dalla sua Y, quindi prova odio ogni volta che una macchina lo supera, e un senso di benessere ogni volta che è lui che supera un’automobile, sentendo comunque tutti gli altri veicoli come dei nemici da battere.
Gli basterebbe arrivare qualche minuto prima del suo rivale, ed ecco che vedendo con quanta fretta è andato da lei, perdonerebbe il protagonista, Z arrivando, capirebbe di essere stato chiamato solo come strumento di gelosia e se ne andrebbe sentendosi un intruso.
Forse, addirittura, Y, si era pentita di ciò che aveva detto e forse fatto, aveva quindi richiamato il protagonista, oppure aveva pensato anche lei che la cosa migliore era quella di andare da lui, se così fosse stato, ora lei potrebbe essere una qualunque coppia di fari che il protagonista vede dalla parte dell’autostrada, questo pensiero gli ha fatto smettere di guardare le macchine che vanno nella sua stessa direzione, ora infatti si concentra su quelle in direzione di A, cercando di riconoscere in ognuna di esse, la sua innamorata che va da lui.
Il protagonista si è accorto, che ciò che desidera, non è trovare Y al termine della sua corsa, che lo accoglie a braccia aperte, ma è che lei sappia che lui sta correndo da lei, e che lei nello stesso tempo stia correndo da lui. Quindi il pensiero più confortante è anche quello che più lo tormenta: se Y sta correndo verso A, allora anche lei, ogni volta che vede una macchina che va nella direzione opposta, pensa che possa essere lui, senza però esserne mai sicura, ora loro sono solo dei messaggi verso la controparte, che consistono in un cono di luce, ma che significano che l’altro sta correndo verso il partner per fare pace.
Il protagonista si è messo al volante il prima possibile, per arrivare da lei, ma ora si accorge che l’arrivo a B non è il fine del suo viaggio, questo lui lo sta facendo, perché la discussione che procede, fra lui e Y, sarebbe piena di passaggi inutili, di frasi sbagliate o malinterpretate, è per questo che si è messo al volante a percorrere un’autostrada, così ha ridotto tutte le sue frasi e lui stesso in un cono di luce che sfreccia verso B. Lo stesso per Y e Z, quello che il protagonista ama di Y, è solo quel fascio di luce, che è l’indispensabile, tutto il resto è implicito e secondario, quindi trascurabile, anche il suo rapporto di antipatia verso Z è spiegabile solo prendendolo in considerazione come la luce o il lampeggio, nella sua stessa direzione, poiché se si comincia a prenderlo per tutta la sua persona non si finisce più, così è tutto più facile, anche se non può essere sicuro dell’identità delle macchine nel senso opposto o di quelle che vanno nella sua direzione.
Certo, se non vedesse nessuna macchina, né in un senso, né nell’altro, sarebbe tutto più facile, vorrebbe dire che Z non sta andando da Y, ma significherebbe anche che Y non si è scomodata per riappacificarsi con lui.
D’altronde, l’unico modo di avere delle certezze in positivo, sarebbe quello che in tutto il mondo, o almeno in quell’emisfero, esistessero solo tre auto: quella del protagonista, quella di Y e quella di Z, vedendo una macchina che va verso B, si avrebbe la certezza che quella è la macchina di Y, invece in questa situazione, al buio e sotto la pioggia, solo un osservatore fermo ed in buona posizione potrebbe distinguere il guidatore delle macchine in transito, questo è il paradosso in cui si trova il protagonista: per ricevere il messaggio di Y, che poi è Y stessa, dovrebbe fermarsi, rinunciando ad essere lui stesso un messaggio, ma il messaggio che vuole ricevere da Y, ha senso solo se anche lui è un messaggio.
Dopo tutte queste ipotesi, se il protagonista trovasse Y, li a B, che rimugina sulla discussione, non proverebbe alcuna soddisfazione, se poi arrivasse anche Z, allora esploderebbe una scena degna di una commedia teatrale, se invece Z non fosse in autostrada per andare a B, poiché Y non ha messo in pratica la minaccia di chiamarlo, allora il protagonista farebbe la figura del credulone, ma se lui e rimasto ad A e fosse stata Y ad andarlo a trovare, lui avrebbe visto della sua innamorata, un lato debole, nel loro rapporto qualcosa sarebbe cambiato.
Perciò il protagonista non riesce ad accettare una situazione diversa da quella in cui ci sono loro che trasmettono dei messaggi in autostrada, dei messaggi che poi sono loro stessi, questo anche Z, poiché se non fosse in autostrada anche lui, il viaggio degli altri due perderebbe di senso.
Il protagonista si ferma in una stazione di servizio a metà strada, chiama a casa di Y: nessuno gli risponde, torna sull’autostrada, ma nel senso opposto, verso A e Y che lo cerca, ora la situazione si è invertita, ogni macchina che sorpassa potrebbe essere Y, mentre ogni macchina che vede nell’altro senso, potrebbe essere Z, l’illuso, oppure Y ha anche lei provato a telefonare e, non trovando nessuno, ha invertito il senso di marcia. La macchina che sorpassa, o che è stata appena sorpassata dal protagonista, potrebbe essere Z, che ha chiamato Y e non avendo risposta sta tornando indietro.
La situazione ora, è ancora più confusa, ma il protagonista ha raggiunto uno stato di tranquillità, poiché, finché ai rispettivi numeri di telefono, non risponderà nessuno, vorrà dire che sono in autostrada, che si rincorrono senza meta, saranno liberati da tutte le incomprensioni dei discorsi, ridotti solo a dei fasci luminosi nella notte, solo l’indispensabile, per comunicare la propria presenza agli altri, che però non sono in grado di distinguere un segnale dall’altro, è il prezzo da pagare per la semplicità a cui sono giunti.
Il conte di Montecristo:
Questa, è l’ultima storia di questo libro, in questo racconto, che si svolge nel periodo della rivoluzione francese, per l’esattezza nel periodo d’esilio di Napoleone sull’isola d’Elba si narra la storia d’Edmond Dantès, un ex marinaio, finito per varie congiure, prigioniero nel castello di’If, in un’isola vicino Marsiglia. La cella in cui si trova, è illuminata solo da una finestrella a tramoggia, che gli consente appena di distinguere le ore del giorno e le diverse stagioni, giungere a quella stretta feritoia, è praticamente impossibile, per la forma ad imbuto che la caratterizza.
Il protagonista, inizia a raccontare i suoi pensieri sulla fortezza in cui si trova, ipotizzandola come un immenso solido, bucato solo al centro, dove, appunto, si troverebbe la cella di Dantès, intorno, poi ci sarebbero come delle crepe, che costituiscono i corridoi e le stanze, percorse dalle guardie, che, due volte al giorno, gli portano il pane e la zuppa. Dai rumori prodotti dai suoi carcerieri, il protagonista, si fa un’idea molto confusa della sua prigione.
Spesso sente il mare, ma gli capita, talvolta, di sentirlo come se battesse sullo stesso muro da cui ascolta con l’orecchio teso, altre volte, invece, gli sembra di sentirlo scavare dalle fondamenta, la notte i rumori si sentono più distinti, ma sono più incerti nel segnare luoghi e distanze, l’unico rumore certo e continuo, è quello prodotto dal badile dell’abate Faria, che continua a scavare cunicoli nella ricerca di una via di fuga. Edmond, spiega le innumerevoli volte che Faria, aveva tentato di trovare una via per fuggire da quella fortezza, ogni volta che l’ultima badilata avrebbe dovuto aprirgli una breccia sulla scogliera, si era ritrovato ancora più in profondità nella prigione, per mesi poi avrebbe rielaborato la traiettoria da seguire, aggiornando la sua cartina, scritta sui muri della sua cella, e poi, immancabilmente avrebbe ritentato, fallendo miseramente.
Sul modo di fuggire, ha pensato spesso anche il protagonista, sulla topografia della struttura, sulla via più breve per raggiungere il mare, arrivando al punto di non essere più in grado di distinguere i dati reali, da quelli creati dalle sue congetture, se si basasse solo su ciò che sente o vede, avrebbe un’immagine lacunosa e contraddittoria del luogo, invece nelle sue ipotesi, riesce a costruire un modello di prigione, talmente minuziosa che riesce a muovercisi tranquillamente.
Prima che i suoi atti di ribellione lo portassero all’isolamento, spiega Dantès, le corvè della sua vita di prigioniero, gli avevano fatto attraversare varie zone della fortezza d’If, tutti dati che ora scompone e ricompone nella sua mente, senza però riuscire a farli combaciare nelle sue congetture. Quando eseguiva questi lavori, aveva ancora in mente il suo passaggio, da onesto marinaio, a prigioniero, perché fosse in grado di ragionare sulla disposizione dei luoghi da lui visitati.
Nonostante gli isolotti del golfo di Marsiglia fossero ben noti al marinaio, sin dalla sua giovinezza, come faceva a quel tempo, ogni navigante, ogni volta che il suo sguardo incontrava la scura rocca d’If, gli occhi si allontanavano di scatto da quel luogo così tetro. Quando fu catturato, e vide, mentre era su una barca, incatenato e circondato di gendarmi, la sua destinazione, chinò il capo, ormai cosciente del suo triste destino.
Ora, che con gli anni ha smesso di tormentarsi sui motivi ingiusti per cui è incappato in questa situazione, accettando semplicemente la sua condizione di prigioniero, ha capito, che l’unico modo di fuggire alla sua situazione, è quella di capire com’è fatta la prigione.
Se non segue le orme di Faria, Spiega, è solo perché, già il semplice fatto che qualcuno stia cercando una via d’uscita, basta a Edmond per convincerlo che questa esista, o almeno ci si possa porre il problema di cercarla. Per questo, L’abate, e il suo scavare nei profondi muri, è entrato a far parte del suo piano per evadere, non perché il marinaio speri di poter usufruire di una via di fuga trovata da Faria, ma perché le informazioni sulla sua posizione derivano direttamente dagli errori dello scavatore. Ogni volta Faria, attraversa la cella di Dantès in una direzione diversa, i suoi percorsi, però si contorcono su se stessi, poiché ormai egli ha perso il senso dell’orientamento, capita che dal soffitto della cella del protagonista, cadano dei calcinacci, si apra una breccia, e da li spunti la figura, rovinata dalla prigionia, del chierico, alle volte, come sparisce da una parte, rispunta dall’altra, oppure lo si vede su una parete, che fa per starnutire, poi il silenzio, per giorni, mesi, anni, quando ormai l’ex marinaio lo crede morto, ecco che invece rispunta, terminando lo starnuto.
Il prigioniero, cerca di immaginare ogni ipotesi di fuga, con Faria come protagonista, non per identificarsi in lui, ma per poter immaginare l’evasione da un punto di vista oggettivo. Ormai non è più in grado di definire, se il rumore che sente è provocato dal badile dell’abate, oppure da un Faria immaginario, che scava le mura di una rocca ipotetica. In ogni caso se Edmond, riuscirà ad osservare questi episodi, reali o ipotetici che siano, da un punto di vista equidistante, riuscirà a vedere gli errori commessi, e così ad evitarli. Faria, lavora studiando le difficoltà incontrate, ne trova le soluzioni, trova una nuova difficoltà, e così via, secondo lui, in questo modo, prima o poi arriverà ad aver escogitato la fuga perfetta. Il protagonista, invece, parte dal presupposto inverso, cerca di immaginare una fortezza perfetta, dalla quale l’evasione è impossibile, per creare quest’immagine, però ha bisogno che quella vera sia continuamente messa alla prova dall’abate.
La situazione è questa: sembra che ogni cella sia separata dall’esterno solo da un muro, ma Faria ogni volta, ne trova una in mezzo, sembra quasi che la fortezza cresca intorno a loro, più passa il tempo e più si allontanano dall’esterno, l’unico modo sarebbe quello di procedere più velocemente della prigione, oppure fare in modo che il rapporto s’inverta, la rocca così, contraendosi, sparerebbe l’evasore come una palla di cannone, verso l’esterno.
Ma se la fortezza cresce nel tempo, allora per fuggire, ipotizza il protagonista, bisognerebbe risalire il tempo, quindi si ritroverebbe fuori, nel momento in cui ci è entrato.
Ma se, riuscendo a uscire, di trova il passato, allora forse il futuro, sta nelle profondità della prigione. Nei graffiti di Faria, sono due le mappe che si alternano, una è If, l’altra è un’isola dell’arcipelago toscano, dove è nascosto un tesoro: Montecristo. È per questo che l’abate vuole fuggire, ma per trovare quel tesoro, deve tracciare una linea che porti, dall’interno all’esterno dell’isola d’If, nel senso inverso, nell’isola di Montecristo, verso la grotta del tesoro, fra un’isola da cui non si riesce ad uscire, ed una in cui non si riesce ad entrare, deve esserci qualche rapporto, per questo nei disegni, le due mappe si sovrappongono, fino ad identificarsi. Quindi è difficile capire se ora Faria, stia scavando verso l’esterno, fino al mare, oppure verso le profondità della fortezza, verso la grotta, la fuga da If e il tesoro de Montecristo sono due fasi dello stesso processo, forse successive, ma comunque dello stesso processo.
Una volta entrato in possesso del tesoro, il cercatore, intende liberare l’imperatore. Quindi il piano di fuga-ricerca nell’isola di If-Montecristo, non è completa se non vi si aggiunge la ricerca-fuga di Napoleone. Quindi Faria scava, torna ancora nella cella di Dantès, il prigioniero, si volta, è Bonaparte: Faria ed Edmond-Napoleone, scavano una via d’uscita nell’isola d’If-Montecristo-Elba, che se ruotata di un certo numero di gradi, diventa Sant’Elena, la fuga si trasforma in un esilio definitivo. I due Prigionieri d’If avranno quindi, o hanno già avuto, a che vedere con le sorti della causa bonapartista.
Tutte le varie ipotetiche linee, che definiscono i piani d’evasione, si dispongono, come le pagine di un manoscritto. Definito Alexandre Dumas lo scrittore di tale romanzo, dal nome di “Il conte di Montecristo”, suddiviso in dodici tomi, da consegnare al più presto alla casa editrice. Il lavoro procede, con due aiutanti, che scrivono varie alternative, da queste Dumas sceglie come procederà il racconto.
Il modo in cui i protagonisti, tracciano i loro diagrammi sulle pareti della prigione, assomiglia a quello in cui lo scrittore divide i fogli, alcuni possono già andare in stampa, contengono la giovinezza a Marsiglia d’Edmond, altri sono ancora da rivedere, contengono la prigionia ad If, i prigionieri, sono li dentro, in alcune teorie, Dantès fugge, trova il tesoro e si trasforma nel conte di Montecristo. Vicino a questo ce ne sono altri, Faria scava, buca un muro, si ritrova nello studio di Dumas, va alla scrivania, si mette a rovistare fra i fogli. La fortezza d’If-Montecristo-scrivania dello scrittore, comprende tutti; l’abate cerca disperatamente una pagina fra le tante, a Edmond invece interessano quelle scartate, che formano ormai un muro di possibilità di cui non bisogna tener conto. Tra quelle pagine si crea una linea a zig-zag del Montecristo, è una spirale che può girare su se stessa verso l’interno, se si prendono le pagine che contengono circostanze che impediscono alla storia di continuare, cresce verso l’esterno, se si guardano i fogli, che comprendono tutte le possibilità, probabili o meno che siano, per continuare il racconto. La differenza fra i due risultati sta solo nel saper scegliere, per progettare un libro, oppure un’evasione, bisogna, per prima cosa, saper escludere, ed è così che continuano a fare i conti con la fortezza, Faria cercandone i punti deboli, Dantès, invece cercando di creare col pensiero una fortezza perfetta, dalla quale è impossibile fuggire, se If risulterà identica a quella ipotizzata dal carcerato, allora vuol dire che di li non è possibile scappare, ma almeno avranno la certezza che si trovano in quel luogo perché non potrebbero essere in nessun altro posto, se invece risulterà non coincidente con quella creata col pensiero, basterà guardare il punto in cui differiscono, per trovare il modo di scappare.
COMMENTO:
Questo libro, è secondo, me, un’icona, della fantasia, di Calvino, nel senso che in questa raccolta di storie, egli, esprime diversi concetti, soprattutto nelle prime due parti, sotto un certo punto di vista, reali, in maniera mai fatta prima, il suo è un gioco invertito, se prima, attraverso l’utilizzo di un sottolinguaggio, intendeva in un certo senso sminuire i più grandi misteri dell’universo, come la nascita dello stesso e quella della vita, poi, spinto probabilmente da un senso d’insoddisfazione, ha invertito radicalmente direzione, descrivendo, situazioni tipicamente umane, usando un linguaggio astronomico, oppure risolvendo situazioni drammatiche e angosciose con procedimenti d’astrazione, come se si trattasse di problemi matematici.
Proprio per queste sue scelte, la lettura risulta, sì semplice e scorrevole, ma non lo è altrettanto la comprensione di ciò che Calvino intendeva dire con tali frasi, nel senso che, mi è capitato più volte, nel corso della lettura, di continuare a leggere, accorgendomi, solo dopo svariate pagine, di non comprendere il testo, o in ogni modo di non capire ciò che lo scrittore intendeva esprimere. Dato questo problema mi sono convinto che la cosa migliore da fare, era quella, dopo averlo terminato, di rileggere l’intero libro, per coglierne più particolari possibili, quest’azione, al contrario di ciò che temevo, non mi ha reso affatto il libro noioso o scontato, ma mi ha appassionato come la prima volta che l’ho preso in mano.
Per questi motivi, ritengo Ti con Zero, un ottimo libro, che contiene in se, concetti scientifici, ma espressi in modi del tutto rivoluzionari. Mi è piaciuto soprattutto il racconto: L’inseguimento, nonostante mi abbia causato non pochi problemi in fase di scrittura di questo testo, come però gran parte dell’opera, in quanto è composta soprattutto da sottigliezze, che ne rendono complicata la riassunzione.
In conclusione, nonostante la sua complessità di spiegazione, non sono affatto pentito della scelta di questo libro, anzi, potendo lo consiglierei, a tutti coloro che amano il suo genere.
I

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