Quando è la scuola a insegnare l'arroganza

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Testo

Marta Bresciani 4Bi

Commento all’articolo “ Quando è la scuola ad insegnare l’arroganza” di F. Alberoni

L’illustre sociologo Alberoni prende spunto da un fatto di cronaca per evidenziare le carenze della scuola italiana in alcuni ambiti fondamentali che dovrebbero riguardarla, come la formazione del carattere di un futuro cittadino.
Alberoni sottolinea come comportamenti sgradevoli e inopportuni di alcuni adolescenti, notati in questo caso in una scuola di città, vengano addirittura premiati da genitori e docenti come dimostrazione del successo dell’abolizione del proibizionismo.
Il fulcro della sua riflessione, però, verte sull’appartenenza sociale di questi ragazzi; l’editorialista afferma che i nuovi “teppisti” sono tali perché sono sempre stati accontentati in ogni cosa dai genitori, non devono preoccuparsi di soldi o di futuro e nemmeno delle banalità quotidiane, come riordinare la propria stanza.
Il problema sarebbe situato proprio qui: vacanze tutto l’anno, mancanza di orari e di regole, maggiore libertà sessuale, non hanno fatto altro che peggiorare la gioventù italiana, e la scuola quale organo formativo, secondo Alberoni, ha il dovere di fornire un’educazione e un esempio qualora la famiglia non si dimostri in grado di farlo.
Io credo che questo sia vero in quanto il fine ultimo della scuola è il raggiungimento della cultura, ed essa non si limita solamente allo studio delle seppur importanti materie scolastiche, ma anzi questo deve essere complemento di un più ampio progetto, cioè la formazione di un cittadino completo, raggiungibile anche attraverso l’insegnamento di regole e norme di comportamento che ne formino il carattere.
La scuola, quindi, indipendentemente dall’azione della famiglia, sin dalla più tenera età, deve soprattutto educare al vivere civile; ovviamente laddove un ragazzo a casa viene seguito dai genitori ed educato, la scuola avrà meno lavoro da fare, ma gli insegnanti devono essere preparati alla formazione del carattere personale.
Ciò che non condivido è l’equazione formulata dal professor Alberoni: gli episodi pseudo-vandalici delle scuole sarebbero il risultato del permissivismo di una classe sociale medio-alta a cui va aggiunto lo scarso rigore della scuola italiana.
La riflessione si dimostra un po’ “antiquata” oltre che qualunquista.
Essa circoscrive il problema ad una sola classe sociale, quando invece nei licei italiani ne sono rappresentate molte di più, ma soprattutto qualunquista verso agli adolescenti.
Il professor Alberoni forse non ha figli, o non li segue come invece esorta a fare gli altri genitori: credo non si possa affermare, alla luce della realtà in cui viviamo, che tutti i ragazzi siano accontentati in ogni capriccio, tornino a casa alle sette del mattino dalla discoteca e si ribellino all’autorità scolastica.
Il periodo dell’adolescenza è difficile, ma non credo che la ribellione verso la scuola, che a detta di Alberoni è la “costrizione” che ci impedisce di vivere come ipotetici genitori ci permettono di fare, sia espressione di un’insofferenza verso l’ambiente scolastico.
Il carattere di un’adolescente tipo può manifestarsi scontroso verso l’autorità, scuola o genitori che sia, ma appunto per questo motivo deve trovare nella scuola non la forza che piega, ma un luogo culturalmente vivace e dinamico dove è libero di esprimere le proprie capacità e la propria creatività, certamente sorvegliato da persone mature che lo indirizzano verso la vita reale e il comportamento da adottare, senza le “costrizioni” di cui parla Alberoni, che se esistono, non fanno altro che peggiorare il carattere e la scontrosità che si cercava di appianare.
I vari “scarabocchi con cui gli studenti imbrattano i muri” sono la dimostrazione dell’impossibilità di esprimersi che porta i ragazzi a rovinare le proprietà altrui, cosa deplorevole, che non ci sarebbe se, per esempio, ci fossero spazi appositi dove poter disegnare.
Non sono certo i genitori benestanti (Seychelles, filippina) che portano i figli ad odiare la scuola e l’istruzione, al contrario sono le persone che tentano di reprimere la personalità dei ragazzi, genitori o insegnanti, che cercano magari di avvicinarli tutti per mentalità, e laddove non ci riescono, parlano di “maleducazione” e “scarabocchi”.
Don Milani all’apertura della sua scuola disse: “L’obbedienza non è una virtù”, parole molto vere nei nostri anni, a cui mi sento di proseguire dicendo che non solo essa non è una virtù, ma anzi è da guardare con sospetto in un diciottenne che soprattutto in questi anni deve formare la propria coscienza critica verso tutto ciò che lo circonda, e proprio nella scuola deve trovare persone e luoghi adatti in cui confrontarsi.
Nell’articolo si elencano permissioni concesse dai genitori, che certamente esistono, non lo si può negare, ma non appartengono tutti, e soprattutto vengono descritte da Alberoni come novità eclatanti che destano scalpore, quando invece sono comuni realtà che si possono osservare nel Duemila se si è minimamente attenti all’evoluzione della società.
Mi ha fatto riflettere soprattutto il soffermarsi dell’articolo su alcuni punti che, forse ingenuamente, ritenevo ormai indiscutibili: uno fra tutti il fatto che risulti strano che un ragazzo abbia la propria stanza in cui è libero di ricevere il proprio fidanzato/a.
Pensavo che ad Alberoni, attento osservatore della società, a cui riserva spesso pesanti critiche, fosse chiaro che non viviamo nel Medioevo, non esistono più le camerate o i matrimoni combinati: e questo è solo un esempio.
Se, infatti, egli si sente in dovere di indicare questa situazione come un permissivismo dei genitori alto-borghesi, questo articolo è la dimostrazione della regressione culturale che stiamo attraversando, dove vengono negate anche le più semplici libertà sessuali in favore delle quali si è lottato nel famoso ’68, anno che mai come oggi si percepisce lontano.
Il titolo dell’articolo è, secondo me, erroneo, perché io vedo nel metodo educativo rigorista che Alberoni vuole propinare, l’unico vero motivo per cui un ragazzo può diventare arrogante.
La scuola, come organo formativo, non deve quindi trascurare la personalità dell’individuo, né essendo troppo permissiva né imponendo rigidi schemi, ma deve permettere lo sviluppo in molteplici forme di un carattere che da solo, si indirizzerà verso quella migliore.

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