Promessi Sposi: capitolo 7

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Testo

CAP. VII°
A) La struttura narrativa
Il settimo capitolo è stato visto da molti critici come un capitolo di trapasso, come la premessa necessaria per la grande sinfonia della notte degli imbrogli, che ci sarà raccontata nel capitolo seguente. Questa affermazione è in parte giustificata se si guarda alla materia narrativa presente nel capitolo: tutti i personaggi che avevamo trovato separatamente nei precedenti, qui confluiscono insieme; e si potrebbe dire che formano due partiti, quello dei "buoni", favorevoli al matrimonio (Agnese, fra Cristoforo, Menico, Tonio Gervaso, e i promessi, ovviamente), e quello dei "cattivi", che cercano di ostacolarlo (don Rodrigo, il Griso, don Abbondio e i conniventi indiretti). Ma, detto questo, non bisogna considerare il settimo un capitolo dove l'impegno narrativo del M. sia fiacco: anzi, egli qui tenta per la prima volta la carta di una tensione di tipo tragico, come la citazione shakespeariana, attraverso il giudizio di Voltaire, lascia bene intravvedere. La suspence nasce dal fatto che ognuno dei due partiti fa i suoi preparativi segreti all'insaputa dell'altro, e i bravi travestiti, mandati in giro a sondare il terreno da don Rodrigo, con la loro visita travestiti in casa di Lucia, contribuiscono in misura abbastanza efficace a quest'atmosfera di mistero. Anche lo scoppio d'ira furibondo di Renzo, che con esso ottiene finalmente il consenso di Lucia alle nozze, è da leggere in questa direzione; e il senso dell'azione tragica è poi molto forte nella sequenza in cui ormai tutti devono assumersi la responsabilità dell'impresa concertata, con i rischi e l'incerto che essa comporta. Dunque la tesi critica da esprimere al proposito di questo capitolo è che l'impegno del Manzoni non è rallentato, solo perchè il capitolo è composto con l'intento di snodare le fila del racconto: lo provano ancora, oltre alla tensione tragica già detta, anche le meditazioni sull'animo umano che il M. intreccia nelle pagine stesse: valga come esempio la riflessione a proposito dell'ira di Renzo.
Dal canto suo, anche la psicologia e l'animo di don Rodrigo sono approfonditi: egli esce perdente anche dal confronto con il suo servo, il bravo Griso, da lui chiamato per dargli l'ordine del ratto di Lucia. Il tirannello è in realtà rimasto intimamente scosso dalla predizione del padre Cristoforo. Ci vogliono i ritratti degli antenati che potevano, loro sì, incutere terrore, ci vogliono i saluti ossequiosi dei sudditi durante la passaggiata per ridargli fiducia: ma non è una fiducia che si trovi dentro se stesso. Così, in virtù di questo "ritrovar se stesso", egli si affida al Griso, che, pur essendo un servo, ha molta meno paura di lui, e pensa all'impresa in termini di strategia. L'annichilamento della personalità di don Rodrigo giunge così al culmine.
B) Il primo oste del romanzo
Incontriamo qui il primo degli osti manzoniani. Val subito la pena di sottolineare come il M. si serva sempre di questa figura per mettere in evidenza le caratteristiche di un personaggio a cui manchi il senso della vita interiore e dell'etica. Non tutti i critici sarebbero d'accordo con questa lettura, ma a noi pare molto pregnante. Il M. non sopporta la morale dell'oste, di questo, come di quello dell'osteria della Luna Piena a Milano. Il nocciolo del giudizio manzoniano è qui nella constatazione che per questo tipo di figura l'utile sta al posto della morale. Non occorre segnalare che esistono molte attenuanti per gli osti, come ad esempio il loro lavoro stesso, che non prevede, anzi ripudia gli eroismi o gli irrigidimenti su questioni di principio, che richiede la capacità di avere a che fare con tutti, eccetera. Tutte cose vere, ma il narratore è sempre implacabile con il ragionamento che fa l'oste: se qualcuno deve dare una coltellata ad un altro, che lo faccia pure. ma fuori dal suo locale, perché lui non vuole avere noie. Gentiluomo è solo che paga senza tante storie. Inoltre l'oste nega di conoscere gli avventori misteriosi a Renzo, ma a loro dà informazioni su di lui: è anche un doppiogiochista, ma solo, ancora, per interesse. La condanna del M. per questi atteggiamenti è netta: comportandosi in questo modo grettamente egoista, non si può far altro che spianare la via al male, a quelli che il male vogliono farlo. E' lo stesso atteggiamento, potremmo dire, dell'omertà di fronte alla delinquenza organizzata, nel nostro tempo.
C) La visione etica del Manzoni: un riepilogo
E' molto importante, per una lettura veramente partecipata ed utile del romanzo, ritornare periodicamente sulla visione etica della vita che ha il M., cercando di entrare in contatto con essa nel modo più diretto possibile. E' altrettanto importante capire che tale visione etica scaturisce nel M. da un senso fortissimo dell'ideale, nonché da un'innata ineliminabile esigenza interiore, e in questo senso non ha molto a che fare con il suo essere cristiano, anche se, a ben vedere, sia gli ideali, sia le esigenze interiori d'un'anima superiore sono l'essenza del cristianesimo manzoniano. Così sono veramente inspiegabili figure e modi di descriverle nel romanzo, se si prescinde dalle Osservazioni sulla morale cattolica, da noi già citate nell'introduzione alla poetica. Il problema della giustizia altro non è, per la società, ciò che per l'individuo è la tragica e dolorosa scelta fra il bene e il male (dove il bene e il male non siano però prefatti, ed indicati, ma frutto d'un'esigenza interiore); il problema della giustizia in una società è per il M. tutto quanto nel far sì che possa venire ab interiore homine il senso del bene, la coscienza che spinga i singoli ad agire in modo che le istituzioni della società si possano fortificare. Un'utopia, forse, che comunque il M. riconosce come tale, senza tuttavia rinunciare al suo impegno di artista, ben consapevole della spietatezza della storia, e dell'imperscrutabilità del disegno salvifico: e mentre Dante ricorre, nei momenti di maggior sdegno "per il mondo com'è", all'invettiva e al sarcasmo, il Manzoni invece non rinuncia mai al sorriso e all'ironia, che sono la prima spia del suo senso della realtà, e del contrasto sempre terribile fra la giustizia, il bene, e la realtà, ove predomina, spesso, il male.
D) La sera che scende sul villaggio
Piccola sequenza finale, e testimonianza dei momenti di grande arte presenti in questo capitolo troppo sbrigativamente detto "di passaggio", si può dire che la pagina sulla sera che scende sul villaggio abbia nel capitolo una struttura portante. Infatti la quiete della semplice vita del villaggio costituisce un'antitesi voluta, e potentemente evocativa d'una dimensione ultra-umana, all'affannarsi degli uomini, nel raggiungimento dei loro poveri scopi, legittimi od illegittimi che siano. La natura è dolce e misteriosa, e racchiude in sè, sempre, il senso del divino. L'abbandono alla quiete, necessità non già solo fisica, ma ben più pregnante per l'animo, è anche abbandono degli affanni, delle passioni, delle miserie in cui l'uomo è inevitabilmente implicato. Anche Lucia vorrebbe abbandonarsi alla Provvidenza divina, senza dover agire e patire, ma nemmeno ella può sottrarsi alla legge spietata della vita. E non è nemmeno un caso che proprio la notte, data agli uomini per l'abbandono al sonno e alla quiete, per il ritrovamento d'un attimo di perfetto raccoglimento, serva proprio ai malvagi per portare a segno i loro disegni, per uscire alle loro avventure. Ancora una volte il narratore guarda dall'alto la scena del suo mondo, e sa trasmetterci in modo ineffabile la sua sublime superiorità.

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