Poesia comica nel medioevo

Materie:Appunti
Categoria:Italiano

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Testo

Relazione conclusiva sulla poesia comica nel Medioevo.
Quest’anno nel nostro Liceo si è voluto sperimentare un nuovo metodo di apprendimento: la flessibilità oraria. Lo scopo è quello di affrontare, nelle varie materie, argomenti che non si tratterebbero nel corso dell’anno scolastico.
Questa relazione vuole illustrare l’argomento scelto per l’italiano e affrontato nell’arco di 10 ore circa insieme con la nostra insegnante di lettere, la professoressa Pantuliano.
L’argomento scelto è stato “l’umorismo nel Medioevo”.
Il nostro libro di testo tratta abbastanza dettagliatamente questo argomento, e non c’è stato bisogno di fare ulteriori ricerche in proposito.
Abbiamo iniziato leggendo come le varie culture nel corso del tempo hanno inteso l’umorismo.
Abbiamo letto per primo un estratto de “Il riso, saggio sul significato del comico” del filosofo Henri Louis Bergson. Ecco brevemente riassunto il suo pensiero.
Egli afferma che «il comico non esiste al di fuori di ciò che è propriamente umano». Infatti, nessuno riderebbe mai di un animale o di un oggetto inanimato, a meno che l’uomo non vi veda un’attitudine o un’espressione umana o, nel caso degli oggetti, non sia lui stesso a modificarne lo stato rendendolo così buffo ai nostri occhi.
Sempre secondo Bergson, per ridere bisogna essere insensibili. Nessuno mai riderebbe di una persona cara o che ci ispira pietà, tranne se non si mettono da parte momentaneamente i sentimenti che si provano per quella persona.
Come ultima tesi, Bergson afferma che in tutte le culture il comico assume forme e contestualizzazioni diverse. Partendo da questa affermazione, abbiamo analizzato come è cambiato il comico nelle varie culture, a partire dalla civiltà greca.
In Grecia, come a Roma, la comicità è rappresentata da una variegata tipologia di “furbi” e di “stolti” che pervadono la letteratura di questo periodo dove la figura che solitamente fa ridere è quella del servo ingannatore che, con la sua furbizia, cerca di imbrogliare il suo stolto padrone.
La situazione resta invariata nel corso dei secoli, fino ad arrivare al Medioevo, dove la figura dell’astuto diventa protagonista di molte opere letterarie. Basti pensare al Decameron di Boccaccio dove il “furbo” assume il ruolo di eroe, contrapponendosi allo “sciocco”, visto come modello umano negativo.
Nel Settecento, il tema della beffa gode di particolare fortuna, collegandosi alla figura dell’avventuriero, come dimostrano il teatro di Goldoni e tante figure della letteratura inglese e francese.
Nel Novecento, infine, cambia completamente il modo di concepire l’umorismo. La beffa e la derisione, infatti, perdono spesso il loro carattere giocoso per assumere connotazioni che le avvicinano sorprendentemente al loro opposto. Pirandello, ad esempio, divide la comicità e l’umorismo: la comicità è ciò che fa muovere il riso; l’umorismo, invece, è riflessione sulle intime ragioni che muovono il riso. Ormai i mass media favoriscono oggigiorno molteplici forme di intrattenimento comico, rischiando spesso di impoverirne il significato che aveva una volta.
Per rimanere in tema di umorismo contemporaneo, abbiamo letto “Lu Santu jiullare Francesco” di Dario Fo. Qui Fo cerca di ricostruire, grazie alla biografia francescana di Tommaso da Celano, il discorso che face San Francesco, forse nel 1222, ai bolognesi. Dario Fo, però, non riporta le parole dette da Francesco, ma le rielabora, in modo da rendere scherzoso il discorso del santo.
Egli, mantenendo gli stessi temi del discorso, trasforma il santo in un giullare, facendolo parlare in una lingua che è un misto di tutti i dialetti d’Italia.
Molto probabilmente il discorso di Francesco era di accusa ai bolognesi e all’umanità in generale. Dobbiamo ricordare, infatti, che quello era il periodo delle lotte comunali, con Bologna in conflitto con alcune città limitrofe ed era anche il periodo delle crociate. Tutti cercavano di parteciparvi solo per dire “io c’ero”. Francesco poi invita i parenti delle vittime a non piangere per i propri cari, perché non hanno ascoltato chi li esortava a non partire per la guerra.
Infine, Francesco chiede che ci si adoperi per la pace e a ribellarsi ai potenti che vogliono la guerra.
Dopo questa introduzione, siamo entrati a pieno nell’argomento “Medioevo e umorismo”.
Prima di parlare della poesia umoristica come scuola letteraria, abbiamo parlato dei goliardi, dei giullari e delle feste di piazza, perché è da qui che nascerà la poesia comico realista.
La goliardia nasce con l’avvento delle università. È qui chi gli studenti di varie nazionalità si riuniscono in vari gruppi, con l’intento di difendere i diritti degli scolari. Ma è nel secolo XII che si inizia a respirare aria di rivoluzione culturale e morale. Gli studenti furono chiamati “Clerici Vagantes”, cioè persone dotte ma laiche che seguivano il loro maestro nei viaggi che faceva in giro per l’Europa. Questi viaggi spingevano gli studenti a riunirsi nelle taverne per dimenticare per qualche ora gli studi e dare spazio a passioni del tutto mondane: amore per le donne ed ebbrezza del vino, abbuffate, beffe irriverenti contro un’autorità che essi vedono immobilizzata nelle proprie vecchie consuetudini.
Simbolo dei Clerici Vagantes è il filosofo e teologo Pietro Abelardo. Mangiatore e bevitore, si invaghisce di una sua giovane allieva che sposa segretamente dopo averne avuto un figlio. Da lui nasce il nome di “Goliarda”(Golia-Abelardo) con cui saranno chiamati i Clerici Vagantes.
La Chiesa non vedeva di buon occhio questi Goliardi, poiché usavano metri latini componendo anche satire contro frati, abati, vescovi, papi e addirittura contro la Curia romana, accusata di corruzione.
Nei carmina goliardici troviamo quindi solo temi di carattere pagano: inneggiamenti a Bacco, al gioco ed a Venere, ossia alla passione amorosa. Tra le raccolte più importanti abbiamo quella denominata Carmina Burana con oltre trecento composizioni quasi tutte in latino.
Di questa raccolta abbiamo letto “In taberna quando sumus” di autore incerto. In questo carmen è elencato tutto ciò che avveniva in una taverna: si beve, si gioca d’azzardo, si ride, si scherza, sono presi in giro il papa e l’imperatore e si perdono soldi a volontà. Nessuno pensa a cosa li aspetta all’esterno, l’importante è divertirsi.
I giullari possono essere paragonati ai moderni artisti di strada. Essi si esibivano principalmente nelle piazze. Erano giocolieri, musici, acrobati, buffoni pronti ad esibirsi anche nei vari castelli. Principalmente erano quelli deformi ad essere al servizio dei signori. Gli altri, invece, erano itineranti che partecipavano alle varie feste di piazza e alle fiere. Essi erano vestiti con abiti da seta in due colori accostati nel senso dell’altezza, “addobbati” con campanelli, pellicce, piume, barbe finte e maschere mostruose. Tutto questo per richiamare alla mente figure mostruose come il diavolo.
Tra le feste più importanti ricordiamo il carnevale, in cui vi era l’abolizione di ogni schema sociale, e la Festa dei folli, di origine pagana. Queste feste comprendono l’uso di maschere a somiglianza di mostri e di animali, camuffamenti, e parodie delle più alte gerarchie ecclesiastiche.
Dopo la poesia goliardica abbiamo analizzato la poesia comico realista, punto di arrivo dell’approfondimento. Questa ha come punto di partenza la poesia goliardica, ma si differenzia da questa per i temi e per il fatto di essere stata concepita come una scuola letteraria in antitesi con la poesia stilnovistica.
I temi o, per meglio dire, i contenuti di questo nuovo tipo di poesia sono molto realistici e toccano la vita quotidiana in tutti i suoi aspetti, soprattutto materiali. Ad esempio, l’amore è rappresentato solo negli aspetti sensuali e fisici; non troviamo nessun legame con l’amore inteso come mezzo di elevamento a Dio, tipico dello stile Stilnovistico. Fra i temi emergono anche il lamento sulla propria misera condizione, la polemica contro le autorità e le donne, le lodi al denaro e al vino.
La poesia comica si contrapponeva, come detto prima, a quella stilnovistica anche per lo stile lessicale: quella stilnovistica, ricca di francesismi, di figure retoriche, quella comica, invece, piena di volgarità e di insulti. Non a caso apparteneva al terzo stile, quello definito “basso (humilis)”. Su questo, abbiamo fatto un approfondimento sull’etimologia delle parole usate dai poeti comici con l’uso di un dizionario etimologico per cercare di capire da che lingua provenissero le parole. La ricerca ha rivelato che derivano quasi tutte dal francese e dal latino, poche da lingue germaniche. Ciò dimostra che l’uso delle parole non era casuale neanche nella poesia comico realista, anche se può sembrare il contrario. Tutto questo dovuto al fatto che, riunendosi in scuole, i poeti potevano concentrarsi solo ed esclusivamente nelle loro poesie, quasi come un mestiere.
Una delle prime scuole fondate fu quella di Cecco Angiolieri. Tre sono le sue principali caratteristiche, come abbiamo potuto riscontrare nelle sue poesie.
Cecco è un arrabbiato nemico di tutto e di tutti, come abbiamo potuto vedere nelle poesie “S’i fosse foco” e “Tre cose solamente” in cui Cecco vorrebbe cambiare tutto e tutti, perfino andare contro suo padre e sua madre.
Cecco è anche un giocoso sbeffeggiatore di grandi poeti come Dante. Su questo abbiamo letto la tenzone proprio con Dante in cui gli rinfaccia tutti i suoi difetti e gli ricorda il suo stato di esilio, punto dolente di Dante.
Infine, Cecco è un esaltatore dell’amore profano. Abbiamo letto su questo la poesia “Becchin’amor! – Che vuo’, falso tradito?” in cui Cecco ha un dialogo con Becchina, alias Domenica, in cui lei lo ripudia per averla tradita.
Un altro poeta comico è Rustico De Filippo, che è stato il primo ad inserire nei suoi sonetti volgarità e maldicenze verso uomini e donne. Questo si può notare benissimo nella poesia “Dovunque vai, con teco porti il cesso”. Qui Rustico prende in giro una vecchia puzzolente e malconcia, evidenziando i suoi difetti fisici. La vecchia è disegnata nella sua bruttezza, grazie ad un lessico fortemente dispregiativo, accompagnato da un’aggettivazione adeguata agli intenti denigratori.
Infine, abbiamo visto come anche alcuni scrittori stilnovisti utilizzarono la poesia comico-realista come una sorta di “allenamento” nella quale sperimentare parole nuove o mai usate prima da inserire poi nelle loro poesie. Su questo abbiamo letto “Volvon te levi, vecchia rabbiosa” di Guido Guizzinelli, il poeta che ha dato il la allo Stilnovismo, in qui Guizzinelli augura le peggiori disgrazie ad una vecchia, sperando che Dio se la riprenda.
Abbiamo così concluso l’approfondimento sull’umorismo nel Medioevo. A mio avviso è stato molto interessante perché abbiamo potuto studiare un altro aspetto del Medioevo che forse non ci saremmo mai immaginato. Inoltre è stato anche un modo per leggere dell’umorismo diverso da quello che mandano in onda per televisione. Un umorismo sempre diverso, che cambia da scrittore a scrittore.

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