pavese, la luna e i falò

Materie:Tema
Categoria:Italiano

Voto:

1 (2)
Download:290
Data:01.06.2005
Numero di pagine:4
Formato di file:.doc (Microsoft Word)
Download   Anteprima
pavese-luna-falo_1.zip (Dimensione: 4.91 Kb)
trucheck.it_pavese,-la-luna-e-i-fal+     26 Kb
readme.txt     59 Bytes



Testo

Cesare Pavese nacque a Cuneo nel 1908. Dopo essersi laureato in lettere nel 1930, prima della guerra, insegnò inglese collaborò alla rivista “La cultura”, pubblicando saggi sulla letteratura americana. Durante gli anni del regime fascista la rivista fu chiusa e Pavese condannato a tre anni di confino; sono anche gli anni in cui esce Lavorare stanca (1936), la sua prima raccolta di versi. Dopo la guerra continua la sua attività da scrittore e collabora intensamente con la casa editrice Einaudi per la quale contribuirà, grazie alle traduzioni di autori americani, a sprovincializzare la cultura italiana. Nel corso degli anni si approfondisce un’amara riflessione esistenziale capace di dettare le liriche di Verrà la morte e avrà i tuoi occhi (1950) ma che resterà intrisa di un dolore profondo che non troverà risposte. Dopo tre mesi dalla pubblicazione di La luna e i falò (1950) Cesare Pavese si suicidò a Torino.
Il passo preso in esame è tratto dal romanzo “La luna e i falò”, questo passo, che è l’inizio del libro, trasmette subito un senso di incertezza, di ricerca delle proprie radici e il ricordo dell’infanzia.
Nelle prime pagine di questo romanzo si trova il mito legato all’età infantile, tema su cui Pavese aveva condotto degli studi e appoggiava l’affermazione di Gian Battista Vico; il quale sosteneva che l’infanzia è l’età in cui si creano i miti. Pavese è convinto che la vita sradica le persone dai luoghi e dai miti dell’infanzia, e da ciò deriva la sensazione di solitudine e la voglia di tornare.
Infatti il libro inizia con il racconto in prima persona di quest’uomo quarant’enne che, tramite continui flashback e riflessioni sul passato e sulla sua origine, racconta la sua infanzia, la sua storia.
Il narratore è interno alla storia e coincide con il protagonista che partecipa emotivamente alle vicende, esprime giudizi, rievoca ricordi.
Finita la guerra il protagonista (di cui si dice solo il nome il soprannome di ragazzino “Anguilla”) torna all’età di 40 anni nella sua terra, le Langhe, abbandonata venti anni prima per cercare fortuna negli Stati Uniti. Molte cose sono cambiate da quando lui se ne è andato, ma si rende conto che altre cose sono rimaste uguali specialmente la mentalità contadina, i luoghi e anche i piccoli particolari che rivede in quei luoghi; questi elementi gli suscitano un ritorno con la memoria all’infanzia; così Anguilla inizia a raccontarsi.
Lui era un “bastardo”; cioè era un bambino abbandonato, sugli scalini del duomo di Alba, era stato accolto dall’ospedale, dove una famiglia poverissima lo avevo adottato con lo scopo di ricevere la mesata (un contributo di cinque lire) dal comune. L’infanzia di Anguilla era trascorsa tra lavoro e povertà. Tornando in quei posti ricordava i suoi genitori adottivi Virgilia e Padrino, una famiglia poverissima, di dannati; la casa di Gaminella; le sue sorellastre, l’infanzia trascorsa con loro, le esperienze condivise insieme; e il momento in cui scopre di non essere fratello di sangue.
Il romanzo inizia con la ricerca della ragione sul perché Anguilla fosse tornato in quei posti, perché proprio in quel paese, in quella collina e non in altri? Anguilla pensa al fatto che in realtà lui non è nato lì, che lui in realtà non sa nemmeno dov’è nato in quanto essendo abbandonato, andando lì non si aspetta di trovare un passato “lontano”, non c’è una tomba su cui piangere i suoi genitori naturali, non conosce l’identità della sua vera madre, della sua condizione sociale o da dove ella provenisse; lui è legato relativamente a quei luoghi in quanto non c’è un legame per nascita, non sente del tutto sue quelle terre però sa che la casa in Gaminella è la sua infanzia; quelle colline, quel fiume, quei paesini fanno parte del suo passato di bambino e ora è tornato perché vuole mettere radici e non per cercarle dato che non possiede nessuna informazione anche se in realtà vorrebbe.
Anguilla insiste nel nominare questi luoghi proprio perché vuole far capire come è forte il senso di appartenenza a queste terre ma allo stesso tempo il senso di non appartenenza, il non conoscere le sue origini, il non aver il diritto di dire che lui è nato lì come i suoi cari.
Attraverso queste riflessioni, il protagonista trasmette questo senso di incolmabile solitudine e tristezza, di incapacità di trovare risposte ad alcune domande, di sentirsi, forse, inadatto in quei luoghi dove la povertà ancora regna sovrana mentre lui ha fatto fortuna in America.
Quando si torna in un luogo del passato si vive questo rapporto tra passato e presente, in questo caso il ritorno di Anguilla al proprio paesino, dove tutto sembra cambiato ma anche dove tutto è rimasto uguale, descrive la disgregazione del mito, l’illusione infantile contrapposta alla realtà colma di ingiustizia e crudeltà (qui Pavese di riferisce anche alla Seconda Guerra Mondiale e l’odio tra fascisti e partigiani che in quel periodo si avvertiva fortemente in qui luoghi).
Il perché del ritorno di Anguilla si trova in questa frase tratta dal brano: “Chi può dire di che carne sono fatto? Ho girato abbastanza il mondo da sapere che tutte le carni sono buone e si equivalgono, ma è per questo che uno si stanca e carca di mettere radici, di farsi terra e paese, perché la sua carne valga e duri qualcosa di più che un comune giro gi stagione” dunque Anguilla torna nelle Langhe col desiderio di stabilirsi, di creare una famiglia e far si che i suoi discendenti facciano rivivere attraverso il ricordo il suo spirito, che abbiano il diritto un giorno di dire che quella è la loro terra, cosa che a lui non è concessa.
In questo romanzo si trovano delle relazioni tra l’autore e il protagonista, infatti Pavese attraverso i suoi romanzi si racconta; un esempio ne è la tristezza, la solitudine oppure la tematica dell’affrontare la guerra infatti Pavese intellettuale comunista ha voglia di combattere come partigiano ma non riesce è bloccato nell’azione e si rifugia in casa della sorella, così anche Anguilla negli anni della guerra e del regime lui va a negli Stati Uniti e torna solo nel dopoguerra dove ritrova gli amici di infanzia che hanno fatto parte del movimento partigiano. Un’altra relazione importante è la vita di Pavese e quella di Anguilla, infatti entrambi sono nati nelle Langhe e sono legati al mondo contadino; alle credenze popolari e proprio ad esse è legato il titolo di questo romanzo “La luna e i falò”, infatti secondo le credenze contadini i falò accessi nella notte di San Giovanni, così come le fasi della luna, influenzino l’andamento dei raccolti; influenza intesa in un senso magico e superstizioso, anche se nel procedere del romanzo i falò in particolare assumeranno un altro valore; quello della morte.

Esempio



  



Come usare