Palazzeschi

Materie:Tesina
Categoria:Italiano

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Testo

Portesi Paola 2aD
Anno scolastico: 2004/2005

Vita
Nato a Firenze il 02 febbraio 1885, Aldo Giurlani si diede alla letteratura dopo aver frequentato una scuola di recitazione insieme a Moretti, di cui divenne grande amico, ed assunse lo pseudonimo di Palazzeschi, dal cognome della nonna.
Dopo i primi libri di poesie, legati al crepuscolarismo, conobbe Marinetti ed aderì al futurismo, producendo alcuni dei testi futuristi più liberi e originali, ma il suo spirito indipendente e pacifista lo portò a rompere con il futurismo già nel 1914, quando scatenò la sua violenta battaglia interventista.
Dopo essere stato costretto, durante la guerra, all’esperienza militare visse nel dopoguerra una vita appartata e solitaria, rimanendo estraneo al fascismo ed impegnandosi soprattutto in un’attività di narratore.
Dopo la morte dei genitori, si trasferì nel 1941 a Roma, dove abitò stabilmente fino alla sua morte avvenuta il 18 agosto 1974.
Crepuscolare o futurista?
La prima fase della produzione di Palazzeschi è concentrata sulla poesia, che fu da lui quasi completamente abbandonata negli anni venti, ma il rapporto tra le diverse raccolte e le diverse scelte poetiche di Palazzeschi, è assai intricato.
I testi legati al crepuscolarismo mostrano notevoli echi della poesia postsimbolista francese: in essi vi compaiono i temi essenziali del crepuscolarismo, con un gusto per la ripetizione e la cantilena, che tende già a svelare la gratuita nullità della parola.
Lo spontaneo avvicinamento di Palazzeschi al futurismo fa esplodere all’estremo la sua aspirazione a trasformare la parola in puro divertimento.
Le cose più minute, i paesaggi più semplici e convenzionali, le situazioni umane più banali, si risolvono in un’elementare insensatezza, in un meraviglioso che vuole essere privo d’ogni valore e d’ogni aurea, tra smorfie, sberleffi e gesti sconci, che spesso riducono la parola ad una pura ripetizione d’insulsi echi vocali.
Palazzeschi mira così ad un alleggerimento ed ad uno svuotamento assoluto della poesia, trasformata in cantilena e filastrocca, un’esposizione di “corbellerie”.
Egli non si lascia però catturare dall’esaltazione della modernità delle macchine dei futuristi: lo scrittore fiorentino, rifiuta ogni posizione di valori, non mira ad una poesia che collabori al percorso della storia, ma solo ad un’esperienza poetica liberata in una assoluta superficialità.
Né il crepuscolarismo né il futurismo, dunque, ma un fatto d’esperienza generale, come la vita di trincea, la guerra, aveva consentito un’apertura, un arricchimento umano di quell’autobiografismo che prima della guerra aveva avuto un significato di scelte culturali, di controllo interiore e d’intimo conforto.
Palazzeschi è stato e resta un isolato, ciò non toglie che egli abbia approfondito senza far finta di nulla, con quell’aria di gioco, le ragioni del tempo e a volte anche i motivi futili e fragili della moda.
È stato solo uno spettatore difeso, egli, infatti, non è mai sceso fino alla partecipazione assoluta, fino alla mischia.
L’attività poetica dell’autore, è divisa in due fasi ben distinte, separate da trent’anni di silenzio: la prima, dal 1905 al 1915 è testimoniata dai libri d’esordio “I cavalli bianchi”, “Lanterna”, “Poemi”, “L’incendiario (1910)”, “L’incendiario (1913)”, ed altri successivi testi sparsi.
La seconda, iniziata con pubblicazioni su riviste nel secondo dopoguerra, è stata, dopo molti decenni, ricomposta e riordinata nel volume dello “Specchio” Mondadoriano “Cuor mio”.
La vicenda dei testi della prima fase è assai complessa, dato che in occasione di ogni nuova edizione Palazzeschi non solo ha ripetutamente mutato i criteri di scelta e l’ordine di successione, ma ha continuato a correggere le sue poesie: un minutissimo, replicato lavoro di riscrittura che, anche in mancanza di varianti sostanziali, ogni volta rimetteva tutto in discussione.
“L’incendiario” del 1913, conteneva sette inediti ed era in realtà la prima, precoce sistemazione dell’intero corpus poetico, drasticamente selezionato.
Le principali tappe successive sono le “Poesie Vallecchi” del 1925 che segnano il massimo del lavoro correttorio, e le “Poesie preda” del 1930, dove Palazzeschi rivoluziona totalmente per l’ultima volta la struttura del libro, giustificando il nuovo ordinamento con un criterio tanto in apparenza inoppugnabile quanto in realtà poco credibile: “Le poesie vengono predisposte secondo l’ordine cronologico in cui vengono concepite, più che pubblicate, scritte”.
Della prima fase poetica mancano quasi del tutto i manoscritti, distrutti con ogni probabilità dall’autore stesso, salvo i pochissimi sopravvissuti fortunosamente negli archivi privati di qualche amico o editore.
Molto limitate le stampe sparse e pubblicazioni su riviste, quasi tutte concentrate in due anni tra il 1913 e i primi mesi del 1915.
Nessuna traccia di altre poesie in quegli anni, alle quali pur si accenna in breve negli epistolari con Marinetti, Soffini e Papini, mai pubblicate e presumibilmente subito cestinate.
Meno complessa ma assai prolungata è la seconda fase poetica: anche della lunga gestazione di “Cuor mio”, uscito nel 1968, restano scarse testimonianze manoscritte.
Vari componimenti erano stato però anticipati sui giornali e riviste a partire dal 1944.
Non esistono dunque, in una carriera durata settantanni, poesie disperse se non quelle a cui Palazzeschi stava lavorando prima della sua morte.
Un’edizione critica delle poesie Palazzeschiane comporterebbe centinaia e centinaia di pagine varianti, tanto minuziose quanto in realtà prive di reale rilievo: virgole ripetutamente aggiunte, oscillazione tra altri segni interpuntivi e fra maiuscole e minuscole, una scansione metrica in continuo movimento.
Frequenti anche i casi di ripristino di lezioni abbandonate, come se ogni volta Palazzeschi facesse i conti con una memoria tenace e stratificata, ed insieme con una nuova percezione ritmica “Ho creduto di correggere così, ma non le posso dire perché, è una questione d’istinto, uno cambia perché gli sembra stia meglio.
La poesia è musica: si cerca cambiando di affinare il ritmo musicale” Aldo Palazzeschi 1967.
“E lasciatemi divertire”
Anch’essa fa parte dell’“Incendiario” 1910 e rappresenta uno scanzonato manifesto di poetica, fatta in tono scherzoso e provocatorio.
Palazzeschi con questa poesia “si diverte pazzamente e smisuratamente”, e questa idea della poesia come gioco e divertimento costituisce il suo contributo originale ad una tradizione letteraria seriosa come quella italiana.
Ma nello scherzo ci sono affermazioni cariche di consapevolezza storica: il poeta si sente alla fine di una tradizione, di cui gli rimane nell’orecchio qualche eco, ma che ha perduto significato.
Per quanto riguarda l’ impianto vistosamente dialogico, che è una costante dello stile di Palazzeschi, buffonesco e teatralizzante, si registra una certa ambigua mobilità nel gioco delle voci in campo, poiché la voce del poeta si interseca con quella degli interlocutori.
In questo gioco bizzarramente ambiguo di ruoli e voci, senza dubbio il poeta si diverte.
Lo scrittore è lontano da qualsiasi ragione di ingenuità, il suo invito a divertirsi va inteso in modo tragico e drammatico.
È un grido di sconvolgimento, di protesta che difficilmente si placa in un momento di abbandono e di rifiuto di ogni responsabilità.
L’ironia di Palazzeschi ad un certo punto rovescia l’aspirazione del “E lasciatemi divertire” e si trasforma in insegnamento e avvertimento.
Questa poesia non arriva, quindi, alla logica conclusione dell’abbandono e del disinteresse.
Poesia dall’incoerente grammatica paradossale quanto paranoica, ma dai coerenti fini poetici (il rifiuto dei canoni tradizionali dell’ordine), segnando un grosso colpo ai “Professori d’oggidì”, è definibile sotto molti punti di vista, alcuni dei quali individuabili direttamente perché già espliciti, altri invece, percepibili per una logica subliminale: innanzitutto è la testimonianza della Poesia che oramai non ha più niente da dire, ed infine è chiaro negli ultimi versi, che oggi i poeti si concedono il divertimento poiché non sono più dipendenti dalle richieste degli uomini.
“Chi sono?”
“Chi sono?” fa parte della terza raccolta poetica del giovane Palazzeschi, “Poemi” che esce a Firenze nel 1909.
L’opera testimonia più delle precedenti raccolte, di tono sognante e simbolista, l’emergenza del gusto comico e caricaturale che rappresenta la particolarità di Palazzeschi poeta e prosatore.
Questa poesia è un autoritratto del poeta, nonché manifesto di poetica.
L’autoritratto però è in negativo, poiché con fare giocoso, vengono negate o ridotte al minimo, le funzioni intellettuali più nobili, e l’unica identificazione possibile a chi scrive resta quella con il saltimbanco, un estroso, indipendente ed ironico “Saltimbanco dell’anima mia”.
Palazzeschi si mostra già precocemente sensibilissimo ai giudizi altrui, ed è intenzionato a volgerli a proprio vantaggio, talvolta persino ad anticiparli.
Basti pensare all’auto presentazione di questa poesia, dove per la prima volta il poeta (o il non poeta), presenta se stesso:
“Non scrive che una parola, ben strana, la penna dell’anima mia: follia [ … ]
non è che di un colore la tavolozza dell’anima mia: malinconia [ … ]
non è che una nota della tastiera dell’anima mia: nostalgia [ … ]”.
I termini chiave che Palazzeschi rivendica e fa sfilare in rima (follia, malinconia, nostalgia) sono abbastanza canonici e prevedibili, ma corrispondono ai primi giudizi critici ricevuti: sulla “follia” si fondava l’imbarazzata recensione di Moretti ai “Cavalli bianchi”; la “malinconia” letta da Gozzano in “Lanterna”; la “nostalgia” che era stata rilevata da Corazzini.
La felicità non fa storia. L’infelicità fa storia.
Ogni grande opera nasce, infatti, da un’anima infelice.
Palazzeschi, che nei suoi componimenti si diverte ad autoritrarsi, in questa poesia cita gli ingredienti dell’anima dei poeti, cioè di anime infelici: la follia, la malinconia e la nostalgia, che sono la seconda conseguenza della prima e la terza, conseguenza della seconda; la grande sensibilità dell’anima dei poeti, assieme alla genialità di questi, genera follia, l’esser diversi dagli altri uomini li rende malinconici e dunque nostalgici ricordando la bellezza della vita da bambino.
La follia, la malinconia e la nostalgia, sono così appiccicose che diventano parte integrante dei poeti; questi ultimi, che cercano continuamente di approfondire la conoscenza di loro stessi (cioè il voler rispondere alla domanda: “chi sono?”), si immergono nel proprio IO e diventano saltimbanchi della propria anima di fronte ad una platea occupata da ricordi e manie della vita.
“L’incendiario”
Testo fondamentale della poesia di Aldo Palazzeschi, ha avuto una cattiva sorte editoriale: dopo esser stato accolto nella stampa del 1910, cui ha dato persino il titolo, non è più stato ripubblicato dall’autore.
Palazzeschi riteneva il testo una “poesiaccia”.
Nonostante il rifiuto dell’autore, “L’incendiario” conserva però una sua significativa carica sia ideologica sia letteraria.
Vi si manifestano con chiarezza il giovanile radicalismo di Palazzeschi e certe soluzioni formali già mature, in particolare gli inserti di dialogo della folla, perlopiù superficiale e stolta, in una buffonesca polifonia di filastrocca popolare.
Poemetto-narrazione, mette in campo un incendiario recluso in gabbia per i suoi attentati piromani: intorno a lui si scatena la curiosità della folla.
Nelle due diverse edizioni, Palazzeschi cambia la dedica fatta a Federico Tommaso Marinetti che aveva “inventato il futurismo”.
Nell’edizione del 1910 scrive: “a F.T.Marinetti anima della nostra fiamma” mentre in quella del 1913: “a F.T.Marinetti, che per primo le amò, queste poesie gli vanno riconoscenti” segno di una rottura tra i due, ma nonostante ciò Palazzeschi gli è rimasto grato di aver creato questo nuovo modo di scrivere.
Questa poesia è ricca di significato ed in essa l’autore si personifica.
L’incendiario in gabbia è Marinetti, che da il via ad una nuova fiamma ma non viene capito e perciò rinchiuso.
Colui che lo riconosce come affine è il poeta che ne canta gli elogi lodando la potenza distruttrice del fuoco ed infine liberando l’anima del piromane perché riscaldi “la gelida carcassa di questo mondo!”.
Alla fine della poesia liberandone l’anima, si propone di portare avanti l’opera di Marinetti, cioè il modo di scrivere di quest’ultimo.
Palazzeschi del resto si è dichiarato egli stesso un incendiario, tenendo fede così a ciò che Marinetti dichiarò nel 1909: “Grandi poeti incendiari, fratelli futuristi”.
Il poeta vorrebbe essere un incendiario ma si accorge d’essere un “povero incendiario mancato che non può bruciare” o meglio:
“sono un poeta che ti rende omaggio
da povero incendiario mancato
incendiario da poesia”.
Questo componimento sembra, infine sottolineare, in più stretta sintonia con il futurismo, l’aspetto ambiguamente distruttivo di questo metodo poetico, presentando l’omaggio del poeta ad un “incendiario” chiuso in una “gabbia di ferro” ed esposto allo “sconcio pettegolezzo” della gente comune, il poeta aspira a bruciare, ad annullare se stesso ed il mondo con l’azione purificatrice della “fiamma”.

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