Padre Cristoforo

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Testo

I Promessi Sposi.

Descrizione di Padre Cristoforo.

Nella descrizione di Padre Cristoforo fin da subito appare chiaramente il contrasto interiore di questo personaggio, un ritratto essenzialmente spirituale, con la duplice personalità che lo contraddistingue: l’uomo vecchio, con l’ardore battagliero degli anni giovanili e l’uomo nuovo, sottomesso al senso di umiltà e di sacrificio. L’istintività della giovinezza coesiste in lui con la lucida temperanza conquistata con la nuova vita intrapresa per espiare la colpa. Il suo contegno, come l’aspetto fisico, testimonia il lungo conflitto tra temperamento focoso e la volontà opposta, diretta ad ispirazioni più grandi. Anche il suo linguaggio, che solitamente è umile e tranquillo, diventa singolare, animato da un impeto antico, quando si parla di verità e di giustizia. E’ perciò un religioso inquieto, con la sua profonda umanità di peccatore pentito. E’ ripercorrendo la storia della sua vita che si può comprendere al meglio l’alto valore morale della figura di Padre Cristoforo. Egli infatti viene presentato come un giovane dall’indole onesta e al tempo stesso violenta, dal carattere impulsivo ma generoso, animato da un profondo senso di giustizia, all’amore per i deboli e dall’impegno instancabile per la loro difesa. Ma nella sua coscienza troviamo già il seme del cambiamento, che diventerà definitivo solo dopo le due morti da lui stesso causate.
La sua vicenda deve far riflettere sulla realtà storica e sociale del Seicento, nella Lombardia governata dagli spagnoli. E’ l’epoca in cui i signorotti senza scrupoli possono tenere al loro servizio dei delinquenti per terrorizzare la povera gente. Le leggi insufficienti non sono in grado di difendere i pacifici e i deboli dalle prepotenze. In una società fatta di apparenze e superbia, in cui facilmente si odia e si è odiati, dove per futili motivi ci si sfida e altrettanto facilmente ci si uccide, la figura di Padre Cristoforo si distingue per coraggio e per coerenza. Egli è un uomo semplice e umile eppure così forte e determinato, animato da quella forza che può arrivare soltanto dalla fede. Affascinano il temperamento deciso, il rigore morale, la profonda spiritualità. Egli non è un santo, ma un uomo in mezzo agli uomini, che appare quasi disorientato di fronte ai deboli ma che, se trattato con arroganza dai potenti, sa reagire facendo riemergere il lato battagliero del suo carattere.

Il nome di battesimo di padre Cristoforo era Lodovico. Suo padre era un mercante che, arricchitosi, aveva rinunciato al commercio per vivere da signore, e come un nobile fece educare il figlio, affidandolo a maestri di lettere e di esercizi cavallereschi. Morto il padre, Lodovico aveva ereditato una grande quantità di beni, ma, nonostante le sue abitudini signorili, non era riuscito a farsi accettare dal superbo ambiente dei nobili. Avendo un’indole onesta e violenta, provava un orrore spontaneo per le angherie e i soprusi, tanto che presto cominciò a difendere i più deboli. Si procurò in questo modo molti nemici e anch’egli dovette ricorrere al raggiro e alla violenza fino a circondarsi di un certo numero di bravi. La sua coscienza tuttavia non approvava un tale comportamento, così aveva pensato più di una volta di farsi frate, per eliminare tutte le preoccupazioni di quella vita. Una simile fantasia divenne però, un giorno, una risoluzione ben precisa. Camminando per la strada in compagnia del fedele servitore Cristoforo, Lodovico incontrò un nobile arrogante. Entrambi pretendevano di passare rasenti al muro, così, dopo una serie di ingiurie, i due sfoderarono le spade e si avventarono l’uno contro l’altro. Ma, mentre Lodovico mirava soltanto a schivare e disarmare l’avversario, il nobile intendeva uccidere il giovane ad ogni costo. Cristoforo intervenne in difesa del padrone in difficoltà, ed il nobile reagì rivolgendo la sua ira contro di lui e trapassandolo con la spada. Lodovico allora, fuori di sé, si lanciò contro il prepotente e lo uccise.
Lodovico, che non aveva mai sparso sangue in vita sua, fu angosciato, oltre che dal dolore per la morte del servitore ed amico, anche dallo sgomento e dal rimorso per l’assassinio commesso. Chiamò un frate per farsi confessare, e sentì rinascere in lui quel pensiero di farsi frate che già altre volte gli era passato per la mente. Così, a trent’anni, Lodovico divenne frate cappuccino, assumendo il nome di Cristoforo, ma prima di partire per il noviziato, egli volle recarsi nel palazzo del fratello del nobile ucciso per ricevere il perdono. Quel giorno il frate compì un gesto di umile pentimento, e quell’atto fu talmente commovente che i fratello dell’ucciso, impietosito, abbracciò e baciò padre Cristoforo. Questi infine accettò da colui che lo aveva perdonato solo un pane, come segno di carità e assoluzione.
Poi si mise in viaggio, provando una grande consolazione, pronto ad affrontare le fatiche, le privazioni e le umiliazioni che la nuova vita gli avrebbe riservato. E soprattutto, si sarebbe sempre impegnato a proteggere gli oppressi e a sanare le discordie.

Padre Cristoforo potrebbe essere definito un eroe romantico perché mette in evidenza la dicotomia tra reale e ideale. Egli è infatti l’eroe della quotidianità, che si dibatte tra l’abbandono assoluto alla volontà di dio e una disposizione veemente all’azione immediata. Così, di fronte alle prepotenze e a qualsiasi forma di sopraffazione, l’uomo antico non riesce a contenere la sua indignazione, anche se, nel contempo, l’uomo nuovo comprende che soltanto la Provvidenza divina sarà in grado di sconfiggere il male che è negli uomini, consapevole del fatto che la giustizia non appartenga a questo mondo.
Nessuno dei suoi suggerimenti avrà una conclusione positiva: don Rodrigo non si pentirà, Lucia verrà tradita dalla monaca di Monza e Renzo non arriverà al convento di Milano, ed egli stesso si vede negata la possibilità dia assistere ai risultati ultimi della sua azione su i due giovani, poiché verrà stroncato dalla peste. Rimane pertanto un divario incolmabile tra il mondo umano e il mondo divino dal momento che Dio interviene in maniera totalmente incomprensibile.

La storia di Padre Cristoforo consente al Manzoni di illustrare pienamente la vita del seicento. Egli rappresenta la Chiesa pura del Cristo, quella che si schiera sempre dalla parte degli oppressi, dei maltrattati, dei diseredati, in nome dei principi espressi dal Vangelo. Egli è un eroe suo malgrado, poiché, per espiare il peccato di gioventù che ha causato due morti, mette tutta la sua vita al servizio del prossimo.
All’uomo nuovo che emerge dopo la conversione sarà affidato il compito di esprimere il messaggio cristiano del romanzo. Al di sopra di tante malvagità e miserie ci sono sempre la fede e l’infallibile giustizia divina.

Padre Cristoforo è un personaggio impulsivo, coraggioso, risoluto, eppure sempre sottomesso al senso di umiltà e di sacrificio. E’ un uomo generoso ed onesto, coerente con gli impegni presi, semplice ed umile eppure forte e determinato. Don Abbondio invece è un simbolo di mediocrità, metodico e limitato, superficiale ed egoista, desideroso soltanto di vivere tranquillamente. Non è cattivo, ma irrimediabilmente vile, meschino, pronto alla menzogna pur di salvare se sesso, calcolatore, disonesto nei confronti dei più deboli. Riflesso immediato della paura è l’incertezza, l’incapacità di assumere responsabilità delle decisioni. Egli sa solo guadagnar tempo rimandando al caso o al domani le decisioni che non sa o non vuole prendere al momento opportuno.
Due caratteri così distanti tra loro non possono che riflettere due comportamenti contrastanti. Don Abbondi è l’uomo del quieto vivere e l’unico suo pensiero è quell odi condurre un’esistenza comoda e sicura. Solo di fronte al pericolo sa aguzzare l’ingegno per togliersi dagli impicci, pronto a difendere con l’astuzia il suo piccolo mondo. Egli agisce con viltà di fronte alle prepotenze, divenendo complice della violenza e dell’inganno di chi detiene il potere. Al contrario padre Cristoforo avverte dentro di sé l’esigenza di lottare in difesa ei più deboli contro le angherie dei potenti, e agisce sempre in nome della giustizia. Sarà proprio padre Cristoforo, e non don Abbondio, a diventare, nel romanzo, un eroe suo malgrado, sacrificando la sua vita illuminata dalla vera fede al servizio del prossimo.

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