Nemesis (Giorgio Gatto Costantino)

Materie:Scheda libro
Categoria:Italiano
Download:190
Data:12.12.2007
Numero di pagine:8
Formato di file:.doc (Microsoft Word)
Download   Anteprima
nemesis-giorgio-gatto-costantino_1.zip (Dimensione: 10.42 Kb)
trucheck.it_nemesis-(giorgio-gatto-costantino).doc     42 Kb
readme.txt     59 Bytes



Testo

RELAZIONE NEMESIS
di Enrico Martino
Titolo dell’opera:
Nemesis
Autore:
Giorgio Gatto Costantino
Luogo e anno di pubblicazione:
Reggio Calabria, Italia Settembre 2003
Genere letterario:
Fantastico
Breve trama:
Nel 1511 gli ebrei del ghetto di Reggio Calabria vennero espulsi dalla città accusati da alcuni mercanti genovesi e lucchesi, che non tolleravano il loro totale controllo sul commercio della seta, di ricavare enormi guadagni con l’usura. Prima di essere scacciato un vecchio ebreo lancia una maledizione sulla città: Quando anche l’ultimo della sua stirpe avrà lasciato la città, come unica traccia della loro permanenza resterà il Pentateuco, un libro risalente al 1475, che non dovrà mai lasciare Reggio, pena la distruzione della città. Tutto resta invariato con il libro rinchiuso nella cantina dei Moncada fino a quando un ebreo residente a Roma, non cerca di impossessarsene per vendicarsi delle atrocità sofferte dal suo popolo a causa dell’avidità dei Reggini.
Personaggi principali:
Ulisse Da Silva: Tenente dell’Arma dei Carabinieri di 27 anni, nato a Roma, di genitori Reggini, dove è vissuto fino a quando non entra nell’Arma. Chiede il trasferimento a Reggio per l’amore verso questa città trasmessogli dai suoi genitori.
Sara Bianchi: vecchia maestra in pensione amante dei gatti, creduta da tutti pazza tranne che dal Tenente Da Silva. All’inizio del racconto si reca in caserma per sporgere denuncia contro dei rapinatori che l’hanno assalita e derubata, nella sua casa, della pensione ritirata quel giorno.
Luigi Corasaniti: professore e bibliofilo, ama moltissimo Reggio e studia le sue tradizioni e la sua storia.
È a conoscenza della maledizione e racconta a Ulisse la leggenda, e lo informa che il Pentateuco si trova nella cantina del Barone Moncada, da cui è stato incaricato di stimare la sua immensa raccolta di manoscritti e libri molto antichi su Reggio.
Barone Moncada: discendente da una nobile e antichissima famiglia Reggina, non si stanca mai di raccontare le gesta dei suoi avi.
È lui che ha il Pentateuco nella sua collezione ma non crede alla leggenda della maledizione. Di carattere molto orgoglioso e tiene moltissimo al suo titolo nobiliare.
Frate Antonino Tripodi: è il “fantasma” che rivela al Tenente Da Silva tutti i dettagli della maledizione, essendo anche lui presente il giorno in cui il vecchio ebreo scaglia il maleficio. Rivela al Carabiniere tutti i fatti che si svolsero nel lontano 1511, compreso anche che i terremoti del 1783 e del 1908 furono la conseguenza di due tentati furti del libro “Pentateuco”. Fa fare a Da Silva anche un “viaggio nel tempo” e lo conduce alla Reggio cinquecentesca. Giunto in questa epoca fa un po’ da guida turistica al tenente. Poi scompare per riapparire nelle ultime in pagine proprio in tempo per aiutare Da Silva ad evitare il furto del libro.
Abramo Riggio: ebreo residente a Roma che entra in scena solo nelle ultime pagine del libro. È il mandante del tentato furto del libro nella cantina dei Moncada. Vuole portare via il libro da Reggio per vendicarsi delle sofferenze sofferte dai suoi avi e infliggere a tutti i Reggini le stesse atrocità sopportate dalla sua stirpe. È il migliore amico di Stefano Tremarchi, fidanzato di Luna Moncada, figlia del Barone.
Luna Moncada: figlia del Barone Moncada e fidanzata di Stefano Tremarchi. Va a Roma a studiare per sfuggire dall’atmosfera angosciante della casa dove vive. Uccide per sbaglio il fidanzato spingendolo in seguito ad una lite, lui cade e sbatte con la testa, decedendo. È lei a indicare al Tenente di cercare Abramo Riggio, verso il quale ha dei sospetti non fondati, “intuito femminile”.
Luoghi dove si svolgono i fatti:
Reggio Calabria e Roma, più qualche “viaggio nel tempo” nella Reggio cinquecentesca.
Epoca in cui si svolgono:
Contemporanea
Situazione iniziale:
Il libro si apre con la suggestiva immagine del Tenente Da Silva che fa jogging sulla via Marina. Una volta tornato in caserma trova prima la signora Sara Bianchi che denuncia una rapina a mano armata in casa sua e poi il professore Luigi Corasaniti che è stato trovato all’interno della villa del Barone Moncada con il cancello forzato. Il Barone non sporge denuncia e il Tenente fa amicizia con Luigi Corasaniti.
Peripezia:
Il professore invita il Tenente a pranzo da lui e gli racconta che suo figlio e un suo amico hanno intenzione di rapinare la villa del Barone attraverso un tunnel nascosto per prelevare i libri antichi che sono conservati in cantina. Il Tenente giunto sul posto incontra un “fantasma” che lo fa tornare indietro nel tempo nella Reggio cinquecentesca. Tornato nella sua era scopre che a tentare di rapinare la villa sono altre due persone che però falliscono nell’impresa grazie all’intervento del Tenente.
Conclusione della vicenda:
Tramite una serie di indagini il Tenente scopre che il mandante del furto è un ebreo residente a Roma. Lui va a Roma per cercarlo e parlando col padre del mandante, fingendosi un giornalista, scopre che il figlio, Abramo Riggio, è a Reggio per rubare il Pentateuco e far avverare la maledizione. Da Silva giunge per tempo e insegue Abramo in un tunnel che collega la villa del Barone col Castello Aragonese dove pur di vendicarsi Abramo è disposto a sacrificarsi e a far allontanare il libro dalla città legandolo a un pallone riempito di elio. Da Silva riesce a bloccarlo e, nel tentativo di scappare, Abramo cade dal Castello. Il libro sembra scomparso e Da Silva si aspetta di sentir tremare la terra da un momento all’altro quando il professore Luigi Corasaniti lo raggiunge e gli rivela che il libro è al sicuro. Nell’ultima pagina si scopre che a custodire il libro è la signora Sara Bianchi.
Scopi più evidenti nel libro:
Giorgio Gatto Costantino, come scrive nell’introduzione, aveva intenzione di scrivere una favola su Reggio da far leggere a sua figlia quando sarebbe cresciuta. Il libro esalta la bellezza di una città che, come la racconta l’autore, non corrisponde alla realtà, perché la “vera” Reggio ha enormi problemi che l’autore “dimentica”: la mafia, le costruzioni abusive, la maleducazione dei cittadini verso la città che lo scrittore,non si sa come, trasforma in amore. Ma in fondo è solo una storiella che lo scrittore vive come un sogno, quindi non svegliamolo…
Presentazione di tre personaggi:
Luigi Corasaniti: eccentrico professore che insieme alla moglie e ad altri amici fa parte della “ Comitiva dei Cercatori”, un gruppo di persone che amano molto Reggio e che hanno lo scopo di cercare reperti antichi e donarli al Museo o agli archivi di Stato. È un personaggio molto particolare che non si riesce a capire del tutto. A differenza di Ulisse Da Silva non è costretto ad entrare a contatto con questi essere soprannaturali ma sembra che sia stato lui stesso a scoprirne la presenza e la loro funzione nel mondo reale. Non se ne può sapere di più perché non si ha la sua descrizione fisica ma me lo immagino un po’ come un arzillo signore sulla cinquantina che dedica anima e corpo alla sua città. Lo avrei visto meglio con un ruolo più importante e attivo sulla storia.
Ulisse Da Silva: senza dubbio il personaggio più “particolare”, laureato ed entrato nell’Arma dei Carabinieri a Roma, dove ha vissuto fino a quel momento, chiede il trasferimento in una città che conosce poco, ma che ha imparato ad amare attraverso i suoi genitori. Scelta molto audace, in un libro, e praticamente suicida, nella realtà, quella di trasferirsi dalla Capitale, la città più bella del mondo: Caput Mundi, dove ha la possibilità di far carriera, a Reggio Calabria, una città di provincia, la cui bellezza è mortificata dal degrado del suo territorio che neppure lo splendore del lungomare riesce a nascondere. Una città tristemente famosa per le sue guerre di mafia con la percentuale di omicidi più alta d’Italia e dove le possibilità di fare carriera sono molto basse.
Viene catapultato senza volerlo in una storia “strana” a cui lui stesso stenta a crederci, una storia di “fantasmi” e dove si possono ascoltare le voci delle persone morte negli oggetti da loro creati o a cui sono stati molto legati. Secondo me è un personaggio troppo normale e semplice per poter essere il protagonista di un libro, soprattutto con una storia del genere, avrebbe dovuto essere affiancato almeno da un personaggio più originale.
Abramo Riggio: ebreo residente a Roma, figlio di Nataele Riggio e discendente dalla stirpe cacciata dai Reggini nel 1511. È ossessionato come il padre dalla sete di vendetta verso Reggio. Insieme al padre organizza il furto al libro Pentateuco e lo commissiona a due persone che poi vengono punite con la morte, tranne Giuseppe Di Carmine che viene arrestato dal Tenente Da Silva.
La figura di Abramo è molto misteriosa, assomiglia per certi versi ai cavalieri medievali o ai moschettieri del Re di Francia nel 1800, ha gli stessi valori: pronto a rischiare la vita per mantenere i suoi ideali, anche se sbagliati. Per certi versi, invece, è il classico personaggio “cattivo”: vuole distruggere Reggio Calabria, e preferisce morire e compiere il suo malefico scopo, invece di arrendersi e vedere la città odiata sopravvivere con tutti gli abitanti. Mi hanno colpito le sue frasi: “Io sono gia morto carabiniere. Io non sono mai nato. Io vivo solo nell’attesa della vendetta dei miei avi. Io ridarò la serenità alla mia famiglia e gli altri potranno vivere in pace”. […] “Loro vivranno con la consapevolezza della giustizia fatta e pregheranno per la mia anima dannata”. Sembra quasi rassegnato che la sua esistenza sia legata al passato e ai suoi avi, però lette da un altro aspetto quelle frasi lo “avvicinano” ancora di più a un personaggio epico come Achille: sa che se porta a termine la sua missione la sua stirpe lo ricorderà per sempre, non importa se morirà, perché vivrà per sempre attraverso i ricordi dei posteri.
Narrazione di un episodio particolarmente interessante:
Trovare un episodio “particolarmente interessante” in questo libro è stata un’impresa ardua. Sinceramente ero indeciso tra la prefazione di Francesca Neri e il capitolo “In Aspromonte”. Alla fine la mia scelta è caduta su questo ultimo perché è l’unica scena, oltre il noiosissimo capitolo del viaggio nel tempo, in cui l’autore si prende la briga di descrivere in modo lineare e abbastanza dettagliato i fatti che si susseguono.
“ Il Barone Moncada arriva in Caserma gridando e sbraitando di voler giustizia. Il carabiniere di turno sembra molto in disagio, fino a quando non arriva il Tenente Da Silva che accompagna i coniugi Moncada nel suo ufficio. Qui il Barone e la Baronessa spiegano al Tenente i danni da loro ricevuti. Andati via i Baroni, il Tenente grazie ai suoi informatori riesce a procurarsi il nome del sopravvissuto al tentato omicidio, un certo Giuseppe Di Carmine. Dopo qualche giorno il Tenente riceve la chiamata di un collega che gli comunica di recarsi il prima possibile alla Caserma di S. Stefano perché hanno trovato il suo uomo.
Giunto in Aspromonte e recatosi alla Caserma scopre che il ricercato si nasconde in un vecchio edificio disabitato, e gli ufficiali preparano la missione per le 5.00 di mattina. Giunta l’ora i Carabinieri entrano in azione ma Di Carmine si accorge della loro presenza e inizia a sparare all’impazzata ordinando ai militari di fermarsi. Per riuscire a catturare il fuggitivo senza morti decidono di lanciare dei fumogeni e di far entrare due Carabinieri dalle finestre sul tetto. Una volta entrati i militari sparano verso Di Carmine finché il “fantasma” della signora Sara Bianchi appare al Tenente Da Silva dicendo di non sparare. Da Silva sorpreso grida l’ordine al resto dei Carabinieri, e scoprono che Di Carmine era steso a terra rannicchiato con le mani sulla nuca.”
Conclusioni personali:
Non vorrei esagerare dicendo che questo è il peggior libro che abbia mai letto, ma se non è il peggiore si avvicina molto al primato. A parte la povertà dal punto di vista narrativo, non si può immaginare un libro senza accurate descrizioni fisiche e caratteriali dei personaggi, almeno dei protagonisti e antagonisti. Le descrizioni sono fondamentali in ogni libro, come Agatha Christie descrive il suo Hercule Poirot in maniera così dettagliata, da permettere al lettore di vedere quel detective belga basso e molto robusto, con dei lunghi baffi che si arriccia di continuo, con una intelligenza sopraffina e con molta poca modestia; o come il D’Artagnan di Dumas la cui vita scorre, davanti a chi legge, da quando era un semplice moschettiere che sfidava il Cardinale Richelieu, fino a quando non lo vediamo esamine con il suo bastone di Maresciallo di Francia. Purtroppo noi non possiamo avere un’idea di nessun personaggio, e non ci resta che immaginarlo a nostro piacimento, ma sarà quasi impossibile che si identifichi con l’idea del personaggio che aveva in mente Giorgio Gatto Costantino. L’unica parte descrittiva del romanzo è il capitolo che parla molto di come era Reggio nel 1500 ma purtroppo l’autore si perde in uno sterile elenco di chiese e palazzi.
Il libro è più che altro una favola, come dice lo stesso autore, popolata di “fantasmi”, rimasti imprigionati dentro gli oggetti o luoghi da loro costruiti o a cui erano particolarmente legati. L’unica nota positiva del libro, che però vale solo se il lettore è Reggino, è la sensazione “strana” che si prova nel ripercorrere oggi e riconoscere i luoghi in cui è ambientata la storia narrata nel libro.

Esempio



  



Come usare