Morti sul lavoro

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Testo

Quando la falce fatale miete inosservata.
"Morti bianche: un effetto perverso che sembra profondamente innervato nel modo di produzione", denunciava l'Amnil nella lettera ufficiale inviata al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano all’inizio del febbraio di quest'anno. Una lettera che riportava le cifre del fenomeno delle morti sul lavoro in Italia; cifre allarmanti: un milione di incidenti sul lavoro mediamente in un anno, di cui 1000 mortali. Con questo record l'Associazione nazionale mutilati e invalidi del lavoro conferisce all'Italia la medaglia al primato di incidenti sul lavoro. Ma va oltre.
Nella lettera i membri dell'Associazione cercano di condensare tutto il rammarico e il risentimento per la tanto sconcertante quanto puntuale passività delle Istituzioni ad ogni episodio di morti sul lavoro. Leggi inadempienti dovute ad interessi economici troppo rimarchevoli e controlli insufficienti determinati da pessime scelte di bilancio: questi sono i fattori determinanti della persistenza dei grandi numeri. Sono le leggerezze cui il resto dell'Europa sembra aver rimediato in questi ultimi decenni, un esempio: la Germania, che nel 1995 registrò 1500 morti sul lavoro, ben 200 in più a quelle avvenute in Italia, raggiunge ora la soglia di 800 morti, nettamente inferiore alla media italiana.
E con questi dati che l'Amnil arriva alla conclusione che la peculiare gravità del fenomeno delle morti bianche in Italia non sia solamente un ripetersi occasionale relegato a situazioni straordinarie, bensì la traviata inclinazione all'indifferenza, da parte dei datori di lavoro, delle condizioni lavorative dei propri dipendenti.
Così, tra una politica che si rifiuta di prendere la situazione con ferma autorità e un sistema venale sregolato, non si scorge ancora una soluzione.
Riguardo questa insoffribile situazione inferisce poi il Censis, Centro studi investimenti sociali, che in un rapporto va pesante con i giudizi. Con uno scrupoloso rapporto statistico sulle morti bianche, cerca di sfatare l’erronea e deleteria convinzione che gli incidenti sul lavoro costituiscano solamente una tragica fatalità, come lo possono essere gli incidenti stradali, poiché le cose non stanno affatto così. Il Censis accusa proprio il sistema di inefficienza, di incapacità di provvedere adeguatamente ad arginare questi pericoli, pericoli molto più reali di quelli legati alla criminalità, come gli omicidi. E proprio su questi ultimi il centro studi si sofferma, "gran parte dell'attenzione pubblica si concentra sui fenomeni di criminalità", che, di fatto, è una causa di morte decisamente più marginale. Un dato: le vittime di omicidi sono otto volte meno delle vittime di incidenti stradali. Continua poi osservando che "gran parte dell'impegno politico degli ultimi mesi è stato assorbito dall'obiettivo di garantire la sicurezza dei cittadini". Effetto forse di un’informazione che, senza esclusione alcuna, dedica solo qualche sprazzo alle notizie di incidenti mortali sul lavoro, ma che per la cronaca nera legata alla criminalità diventa subitamente prolissa e ampollosa?
C’è da scontrarsi, come non fosse sufficiente, con l’implacabile dolore dei cari delle vittime; un dolore che diventa sempre più inappagato quando la certezza della pena dei responsabili si fa sempre più vaga. Anche qui la giustizia sembra, infatti, essere ancora manchevole di efficacia. Se da una parte i magistrati che seguono i casi di morti sul lavoro per violazione delle norme di sicurezza previste dalla legge sono premuti dall’opinione pubblica all’intransigenza contro i colpevoli, dall’altra si riducono a comminare una pena che poi risulta assorbita da vari paracaduti legali, a dimostrazione che prevenire non è sempre più economicamente conveniente che curare.
Il fenomeno delle morti bianche è però riconducibile ad una lunga serie di altri fenomeni cui è effetto, come l’immigrazione, che spesso alimenta il lavoro in nero non tutelato, oppure un sistema sindacale troppo inefficiente, che ancora non riesce a prendere in pugno la situazione, oppure un esecutivo indifferente, che non concede sufficienti fondi per i controlli presso le aziende, oppure un sistema giudiziario impotente, che permette ai rei di rimanere impuniti, oppure un apparato informatico più impegnato a documentarsi sul caso d’omicidio piuttosto che indagare, approfondire e denunciare, oppure un sistema economico troppo complesso ma sregolato e corrotto per poter provvedere anche alla dignità del lavoratore, oppure un’opinione critica troppo accondiscendente, che ormai non rimane più attonita a casi di morti sul lavoro, oppure ad una diversa concezione del ruolo che il lavoro dovrebbe avere nella vita dell’uomo, ormai affetto da un incurabile iperefficentismo.
Quel che più fa patire l’animo è che a subirne le conseguenze siano ancora gli anelli più deboli della società, resi sempre più deboli da accordi che svalutano il lavoratore a beneficio dell’imprenditore, come contratti a progetto o periodi di prova ingiustificatamente lunghi, che lasciano il lavoratore nelle mani della ventura.

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