Medea di Euripide

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Testo

Medea
Medea rappresenta l’irrazionalità contrapposta alla cultura della regione dello Stato ateniese. Rappresenta una tipologia anomala dello stereotipo della donna ateniese: donna apolide, senza patria e cittadinanza, preferisce infatti le armi e la guerra al dolore del parto: “Preferirei stare 3 volte dietro lo scudo che partorire una sola volta”.
“Bisogna che uno straniero bene si adegui alla città che lo ospita”: modernità nelle parole di Euripide che indicano una linea di comportamento richiesta anche oggi. Medea presenta elementi di arcaicità e costituisce la donna saggia, quindi considerata pericolosa in quanto: 1)esperta di molto malefici (parte razionale); 2)piena di rancore e fame di vendetta (parte istintiva).
Creonte, il padre della giovane sposa di Giasone, ha un “nome parlante”. Si tratta infatti di un aggettivo sostantivato derivante da “Kratos”= potere. La figlia, che secondo la tradizione si chiamava Creusa, sarebbe il femminile del nome del padre.
Il mito racconta che la conquista del vello d’oro fu la difficile prova cui fu sottoposto Giasone dallo zio Pelia, che gli aveva usurpato il trono della Tessaglia. Interessante notare come la figura dello zio, nella letteratura, posso assumere connotazioni estremamente positive (figura paterna) o, al contrario, può divenire il peggior nemico da affrontare. Giasone arruola i più grandi eroi dell’epoca per l’impresa e li imbarcò sulla nave Argo (da qui deriva il nome “la spedizione degli Argonauti”) verso la Colchide. Qui Giasone incontra la principessa Medea che promise di aiutarlo ricorrendo alle sue arti magiche, se lui in cambio la avesse portata in Grecia e l’avesse sposata. Il re della Colchide, Eeta, promise di consegnare quanto richiesto in cambio del superamento di 3 prove:
1) aggiogare all’aratro 2 tori dagli zoccoli di bronzo (i quali spirano fiamme);
2) tracciare 4 solchi nel campo di Marte (metafora = dichiarazione di guerra alla divinità);
3) seminare denti di serpente dai quali sarebbero nati terribili guerrieri.
Da Medea Giasone ottenne un unguento per proteggersi dal fuoco dei tori; inoltre, seguendo i consigli di Medea, egli scagliò contro i guerrieri 1 pietra cosicché si ammazzassero a vicenda. Il re, malgrado la promessa, si dimostrò contrario alla consegna del vello d’oro: Medea, perciò, fece addormentare il serpente insonne a guardia del vello, lo prese e fuggì con Giasone in Grecia. Il figlio che Medea uccide per rallentare il padre è maschio = raccapriccio incredibile nell’animo dei Greci.
Confronto Medea/tipologia eroe omerico. Da Euripide, Medea è dipinta come un’eroina arcaica, mentre Giasone, privato della prole, ne evidenzia l’indole ferina paragonandola ad una leonessa, descrivendola con epiteti negativi, quali autrice di nefandezze macchiata del sangue dei figli. Medea non reagisce con una risposta timida, bensì, come l’eroe omerico che non riceve gli onori per il suo valore, risponde “Non dovevi, disonorato il mio letto, vivere una vita irridendomi”: il letto indica la figura materna, legata al campo affettivo; la paura di essere irrisa rappresenta invece il valore. Medea non accetta lo smacco del letto: preferisce infatti essere ricordata come artefice di mali piuttosto che come donna ripudiata. Si ha quindi un contrasto tra la forza della razionalità e la parte arcaica ed animale di ogni individuo. Medea inoltre non accetta compromessi: come l’eroe, rimane fedele a sé stessa e non accetta di essere condannata dalla società. Vi sono quindi 2 possibilità: esce dalla società oppure lascia scatenare all’esterno tutte le sue forze.
Nella società dei Greci, l’uomo è considerato il generatore della vita: da ciò consegue che la donna debba rimanere chiusa in casa. Tale dovere determina anche come:
1) disonore dell’uomo sul campo di battaglia;
2) disonore della donna nel letto matrimoniale (ripudio).
IL MATRIMONIO
Campo affettivo: la collera deforma i tratti del viso. “Fra tutti gli esseri animati noi donne siamo la specie più sventurata”: la dote (donata allo sposo) rappresenta un pagamento per diventare schiava di un altro. “La donna deve essere un’indovina per sapere di quale natura sia il compagno di letto”. Il matrimonio è considerato un giogo: “Il nostro destino è volgere lo sguardo verso una sola persona”.
Il matrimonio greco era suddiviso in 3 fasi: 1) consegna di un pegno e promessa di matrimonio, convenzione orale creante legami già solidi tra i futuri sposi. Ogni parola solennemente pronunciata doveva essere rispettata: non era possibile sottrarsi ad un impegno preso in tali condizioni senza esporsi a sanzioni da parte degli dei. 2) scambio dei doni nuziali e consegna della fidanzata allo sposo. 3) coabitazione degli sposi e consumazione del matrimonio. Si offriva un sacrificio alle divinità protettrici del matrimonio (quali Zeus, Apollo ed Era); poi la fidanzata dedicava agli dei gli oggetti familiari che la avevano circondata nell’infanzia. Poi il rito principale, di purificazione, con il bagno della fidanzata ed infine il banchetto nella casa del padre della fidanzata.
In Grecia il ripudio era un atto riservato solo agli uomini, mentre a Roma le donne erano più libere: tuttavia sfruttavano il diritto di divorziare, in quanto trattenevano così buona parte della dote, insieme al suo diritto di proprietà autonoma, ottenendo una notevole capacità finanziaria ed una certa libertà all’interno del rapporto matrimoniale. In Grecia invece se il divorzio era per volere della moglie, ella, in quanto collocata in una condizione di endemica incapacità giuridica, doveva esporre validi motivi, quali ad esempio percosse e maltrattamenti da parte del marito, ma non l’accusa di infedeltà, poiché agli uomini era concessa la libertà sessuale. Tuttavia, dopo il divorzio, la donna era libera di risposarsi ed avere dei figli da un nuovo marito, in quanto i figli erano generati per perpetuare il casato del padre: egli ne era perciò proprietario ed essi rimanevano nella sua casa.

LO STRANIERO
I Greci si contrapponevano a tutti gli altri popoli, che chiamavano “barbari”, senza che però ciò comportasse alcuna connotazione negativa. Semplicemente questi popoli parlavano un’altra lingua, che all’orecchio greco suonava come un incomprensibile borbottio (se “bar-bar” è da intendersi come onomatopeico), e fondavano la propria vita su valori diversi. I Greci ritenevano di esprimere un mondo di valori peculiare della loro cultura e superiore, riassunto nel principio essenziale della libertà, assicurata da leggi che facevano dell’individuo stesso non il suddito di un disposta assoluto, bensì il membro di una collettività statale. In particolare, è interessante analizzare il mutamento di prospettiva nei confronti degli “altri” nella Grecia classica. Le ragioni di tale cambiamento possono essere individuate in una necessità politica: l’imperialismo ateniese successivo alle guerre persiane ha bisogno di creare un “nemico” le cui caratteristiche negative siano evidenti ed il giudizio di disvalori sia condiviso da tutti. Infatti fino alle guerre persiane i rapporti dei Greci con le culture ed i popoli diversi non furono mai conflittuali. Dal punto di vista culturale, nei poemi omerici l’opposizione “noi – altri” assume le connotazioni di “umano – non umano”. Le popolazioni con le quali viene a contatto Ulisse durante le sue peregrinazioni non conoscono il lavoro agricolo: la discriminante lavoro/non lavoro sembra quindi determinante nel definire l’opposizione tra i Greci e gli altri. Soprattutto, dopo le guerre persiane, si sviluppa un’opinione negativa generalizzata, quindi pregiudiziale, nei confronti degli Orientali. La diversità linguistica, inoltre, diviene un fattore distintivo, chiaro ed importante per la comunità ellenica, in cui la parola ricopre un ruolo fondamentale. Viene così descritto ciò che è “strano” agli occhi dei Greci. Si cerca dunque un modo facile per comprendere l’alterità ed esso passa attraverso l’uso del principio dell’inversione: tutto è uguale, ma reca il segno opposto. Successivamente, durante l’età periclea, si evidenziò fortemente il contrasto Greci liberi/orientali schiavi insieme al nesso libertà politica/grandezza di Atene. Tale rapporto portò ad un singolare utilizzo del termine “barbaro” con il quale si autodefinirono i Persiani. È dunque facile pensare che il popolo ateniese non avesse alcuna intenzione di essere accomunato al “barbaro” nel momento in cui gli Spartani avevano infranto il più ingombrante tabù razziale del mondo greco alleandosi con i Persiani. Si affermò dunque il diritto/dovere dei Greci di dominare altri popoli: fu così valorizzata la teoria dello schiavo per natura contro coloro che vedevano nella schiavitù soltanto una conseguenza del diritto di guerra: è importante però sottolineare come le differenze somatiche non costituissero un indicatore condiviso nelle diversità di status tra i popoli. Poiché la maggior parte degli schiavi nelle città greche erano barbari, queste popolazioni potevano essere facilmente identificate con gli “schiavi per natura”; tuttavia non in base a caratteristiche fisiche, ma di carattere: essi vivono infatti in una comunità formata esclusivamente da schiavi, ossia persone sottomesse al potere di un solo individuo.
L’opposizione fra Greci e Barbari rappresenta il modello di un’antitesi destinata a riprodursi, sotto diverse forme, in larga parte della storia occidentale, prendendo l’aspetto di una contrapposizione radicale fra Occidente ed Oriente. Tali valori rispondono ad una tipologia destinata a larga e duratura fortuna, i cui caratteri fondamentali possono essere così sintetizzati: innanzitutto si assiste progressivamente ad una forte generalizzazione ed universalizzazione del concetto di “barbaro”, che finisce per eclissare ogni differenza all’interno del vasto dominio dei “non-Greci”; in secondo luogo si promosse una concezione secondo la quale Greci e Barbari si opporrebbero per qualità naturali, congenite agli uni ed agli altri, perciò impossibili da eliminare. Ai Barbari vengono così attribuite una serie di caratteristiche fondamentali: una naturale inclinazione alla sottomissione ed alla passività, sia in ambito politico (predisposti alla monarchia ed alla tirannide), sia in campo privato (inclini al ruolo di schiavi), sia in settore sessuale (portati alla passività, quindi all’assunzione di ruoli e pratiche tipicamente femminili); una diffusa anomalia in termini etici, espressasi in una congenita propensione a comportamenti perversi ed inumani; un carattere naturalmente sleale, doppio, infido, facile al raggiro ed alla menzogna; un’indole sanguinaria e del tutto irrispettosa dei più elementari tratti della civilizzazione. Il Barbaro assume così i tratti dell’animale, della femmina, del bambino e dello schiavo.
La vita quotidiana della donna nell’Antica Grecia
In molti vasi greci, gli uomini sono mostrati con la pelle scura; viceversa le donne con la pelle chiara. Questo perché a pelle delle donne prendeva molto meno sole in confronto a quella degli uomini in quanto le donne stavano soprattutto in casa e quando uscivano indossavano spesso lunghi mantelli e cappelli, per nascondersi agli occhi degli altri uomini. Se appartenente ad una famiglia ricca, la donna controllava gli schiavi mentre svolgevano i lavori domestici e per il resto del tempo chiacchierava con i parenti. Invece, se di condizioni umili, preparava i pasti e faceva le pulizie, ma non effettuava le compere, compito affidato agli schiavi. Le donne crescevano i figli finché non erano abbastanza grandi per andare a scuola. Alle femmine generalmente l’istruzione scolastica era vietata ed aiutavano la madre, le quali a volte insegnavano alle figlie a leggere ed a scrivere. Salvo poche eccezioni, le donne greche sono vissute e morte senza nome, senza lasciare una traccia paragonabile a quella dei cittadini e combattenti maschi. Inoltre, l’intensa partecipazione maschile alla vita pubblica relegava la donna nella casa, ad eccezione delle “etere”. La donna possiede limitate capacità giuridiche e patrimoniali e ha pochissimi diritti; vive sempre sotto la tutela di qualcuno, ovviamente di sesso maschile (padre, tutore, fratello, marito). In particolare la posizione delle “etere”, prostitute di lusso, sono libere di frequentare i banchetti degli uomini e di partecipare ai loro discorsi.

Medea la barbara, la maga, la donna
Euripide fu il primo poeta a portare sulla scena un’umanità non di eroi ma di personaggi più deboli che forti, infelici, combattuti, incerti, inquieti, rappresentando la vita nella complessità di nobile e turpe, di virtù e vizio. Fu profondo indagatore della natura femminile e con Medea consegnò ai posteri una delle massime creazioni di tutti i tempi, una figura di donna palpitante fino al parossismo, un capolavoro d’analisi psicologica e d’indagine acuta e sottile del cuore femminile sondato in profondità, fin nelle pieghe più oscure, un’attenta riflessione sulla passione amorosa e sulla grandezza d’animo di colei che non esita a sacrificare la vita dei suoi stessi figli in nome dell’amore, e di fronte alla quale i personaggi maschili appaiono ancora più egoisti e meschini (Giasone: “E per una questione di letto hai ritenuto giusto ucciderli.- Medea: “Ti pare un dolore da poco per una donna?). É il dramma della donna condotta alla disperazione e all’omicidio dalla viltà e dalla malvagità dell’uomo per il quale tutto ha sacrificato. In questa tragedia il dramma rappresentato è quello dell’amore coniugale tradito, della gelosia e della disperazione, che induce al peggiore dei delitti: l'uccisione dei propri figli. Medea è animata da sentimenti violenti, è eroina dell’odio, eppure fino alla fine è combattuta sulla decisione irrimediabile e fatale, incerta tra l’amore materno e il desiderio della vendetta:
- Devono assolutamente morire: e se è così, li ucciderò io, che li ho generati. Preparati, mio cuore. Ma perché esito? Quello che devo fare è orribile, ma inevitabile…
Infine, consapevole del destino di distruzione ed infelicità che le si prepara, li uccide:
-E so il male che sto per fare, ma la passione in me è più forte della ragione: e la passione è la causa delle peggiori sciagure, nel mondo…
E’ dal ripudio che scaturiscono la sofferenza (violenta ma non passiva, giacché appare subito chiaro che la donna progetta la vendetta) e l’odio (continuamente alimentato dal ricordo di tutto ciò che ha perduto per sacrificarlo all’uomo amato), che innescano il dramma. In realtà non sono semplicemente l’ira, la gelosia ed il cieco furore ad armare la mano di Medea, piuttosto il bisogno di vendicare l’equilibrio turbato, la rottura del vincolo sancito, del patto d’amore, dunque un desiderio di giustizia, valore portato all’eccesso. Non è odio accecato dalla passione, che impedisce di riflettere, al contrario, tutto il processo che guida la donna alla soluzione estrema, lento, laborioso, è un ragionamento “meditato” (si ricordi che l’etimologia del nome Medea deriva dal un verbo greco che significa pensare, meditare, considerare, escogitare, preparare, tramare). Contro Giasone, Medea non è più la maga barbarica che ricorre ai suoi poteri, è la donna tradita che vuole giustizia e l’attua atrocemente, ferendo mortalmente anche se stessa intaccando il suo più sacro valore: la maternità. Ciò che colpisce dell’eroina sono il contrasto fra cuore e ragione e l’aspetto più istintivo, quello della gelosia, folle sentimento, che, oggi come allora, non di rado funesta gli animi e arma la mano di quelli che se ne lasciano soggiogare.
Medea è veramente umana nella complessità del suo carattere. La molteplicità dei gesti è il risultato del diverso e mutevole rapporto di forze tra esigenze razionali e istanze emotive.
Medea: donna di straordinaria razionalità ma anche di estrema passionalità
Per l'amore di Giasone, in cui ha fissato tutta la sua energia esistenziale, ha travolto ogni coscienza di bene e di male, ha ucciso. Nella ricerca di una vendetta precisa Medea dimostra la sua lucidissima razionalità posta in questo caso al servizio della passionalità frustrata.
Euripide ha rappresentato l'indicibile e l'irrappresentabile del cuore umano nelle sue pieghe più profonde e nelle sue parti più oscure e riposte, dove istinto e intelletto, passione e ragione si mescolano e si confondono senza che sia possibile separarle, dove la logica, divenuta paralogismo.
Medea: stile confuso e accavallamento di parole ad evidenziare lo stato d'animo di Medea.
Creonte: stile altisonante a nascondere la sua debolezza interna.
“Donna e terra sono allo stesso tempo principi di fecondità e potenze di distruzione”.
Con l'esaltazione dell'indole selvaggia di Medea, Euripide vuole trasmettere il suo concetto di educazione-istruzione: vivere secondo le leggi della natura, seguendo più il cuore che l'intelletto.

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