Mastro Don Gesualdo

Materie:Scheda libro
Categoria:Italiano

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Testo

FORONI NICCOLO’ 4ALS

Giovanni Verga, “Mastro Don Gesualdo”, ALBERTO PERUZZO EDITORE, RO, LUGLIO 1978

NOTIZIE BIOGRAFICHE DELL’AUTORE
Giovanni Verga nato nel 1840 da famiglia di origini nobiliari ed economicamente agiata, seguì studi regolari a Catania: compose il suo primo romanzo “Amore e patria” nel 1857. Nel 1858 si iscrisse alla facoltà di legge dell’università di Catania, ma abbandonò gli studi nel ’61 e si arruolò per quattro anni nella guardia nazionale catanese. Dal 1865 si stabilì a Firenze, dove compose i primi romanzi, si trasferì poi a Milano dove, influenzato dalla scapigliatura, rappresentò in modo fortemente critico il mondo aristocratico-borghese dominato dal feticcio denaro. Una decisa svolta verso il verismo è segnata dai racconti e romanzi di ambiente siciliano.

RIASSUNTO
Nella notte di San Giovanni brucia il palazzo della famiglia Trao, una delle più importanti e influenti del paese a causa della loro nobiltà e durante la notte viene scoperta donna Bianca insieme a don Ninì Rubiera. Il giorno dopo don Ferdinando si reca dalla baronessa Rubiera per raccontarle il fatto; ella però non vuole vedere il figlio sposato con una ragazza povera, così la convince a maritarsi con Gesualdo Motta soprattutto per interessi economici. Intanto Don Ninì rifiuta di sposare Fifì e dopo il breve amore con Aglea si trova costretto a un matrimonio di convenienza con Donna Giuseppina Alosi. Isabella orami cresciuta se ne torna a Vizzini dopo aver studiato a Palermo; si innamora di Corrado Lagurna, con il quale si trova a suo agio, nipote della zia Cirmana. Poche settimane dopo muore il padre di Gesualdo insieme ad altri cari amici a causa del colera, così Santo e Speranza pretendono la divisione delle terre perchè sono convinti che appartengano al padre; ciò segna l'inizio della "decadenza di Gesualdo". Ad aggravare la situazione subentra Isabella che ama Corrado contro il volere del padre, così quando viene rimandata a Palermo, scappa per tornare dall'amato. Gesualdo la convince a sposare il duca di Leyra che non la amerà mai ma dissiperà tutta la dote della figlia in ricevimenti. Isabella si sente sola senza Corrado. Bianca muore di Tisi e Gesualdo rimane solo con Diodata dalla quale ha due figli che non riconoscerà mai. La rivoluzione giunge anche a Vizzini, dove i contadini pretendono le loro terre e Gesualdo si rifugia da Limoli dove si ammala. Tornato a casa non trova nemmeno Diodata che lo ha abbandonato; Gesualdo muore in solitudine nel suo palazzo a causa della malattia provocata dai dolori di famiglia, la figlia e gli eredi che vogliono dividersi la sua eredità e dal suo troppo attaccamento alla roba dalla quale si accorge di avere avuto soltanto dispiaceri...

PERSONAGGI
Mastro-don Gesualdo Motta: è il protagonista del romanzo, è presentato dal narratore, di lui si ha una scarsa caratterizzazione fisica, più ampia è quella psicologica, sociale e culturale; Gesualdo è un ex muratore arricchito, ha le spalle grosse e le mani ruvide tipiche di un manovale, mangia poco, è poco istruito, bada al sodo, è astuto, abile negli affari, generoso d’animo, rozzo, gioviale. Grazie al suo senso per gli affari riesce ad accumulare grandi ricchezze, ma per avere l’appoggio dei nobili che lo disprezzano, decide di sposare Bianca Trao, un’aristocratica decaduta. Il matrimonio non si rivela però un affare azzeccato perché Bianca dopo aver dato alla luce Isabella, che non è figlia di Gesualdo, si ammala gravemente e non potrà più dare un erede al marito. Gesualdo trascura gli affari e i moti rivoluzionari per curare la moglie, ma alla sua morte si ammala anche lui di cancro.
La famiglia Trao:Don Diego e Don Ferdinando sono i tipici nobili del paese attaccati a certi valori e a certe tradizioni ormai passate che vedono nella nobiltà e nelle proprie ricchezze le ragioni principali di vita, per questo si sentono persi quando brucia il loro palazzo con i loro averi. Evidenziando questo loro modo di pensare anche quando non si dimostrano d'accordo con Bianca quando decide di sposarsi e di andarsene da casa. Bianca invece è la classica vittima delle situazioni negative. Debole, infelice e ammalata per tutta la vita sposa un uomo che ama solo la sua posizione nobile, che non è nemmeno il padre di sua figlia. E' dolce, sensibile, tranquilla, buona, calma, sincera; la classica ragazza brava e religiosa che tutti odiano e amano allo stesso tempo e così rimarrà fino alla morte.
Isabella: è un’antagonista del protagonista, è presentata dal narratore, di lei si ha una ricca caratterizzazione; è molto simile alla madre, magra, gracile, con il tipico mento sporgente dei Trao, con una particolare fossetta in mezzo agli occhi, si vergogna di suo padre e delle sue origini, fa credere a tutti che il suo cognome sia Trao, è ribelle, testarda e cocciuta; figlia di Bianca e del barone Ninì Rubiera, viene presto mandata contro la volontà della madre in una delle migliori scuole per avere un’educazione adatta al suo rango, viene viziata dal padre che non le fa mancare nulla, e questo scatena le invidie dei compagni che la deridono per le origini di Gesualdo. Per un’epidemia di colera va a vivere con la sua famiglia in campagna, si innamora di un giovane nobile e scappa con lui.
Don Ninì e la Baronessa Rubiera: Sono i classici parenti ricchi di Trao, che si prestano a concedere favori soltanto in situazioni veramente tragiche. La baronessa è una donna arrivista, ricca, ambiziosa e molto attaccata alla roba, quasi come Gesualdo. Rimane senza parola e paralizzata solo quando viene a sapere della relazione del figlio con l'attrice perchè si sente ferita nella sua nobiltà di famiglia.
Don Ninì è il tipico scavezzacollo di paese a cui piace divertirsi senza pensare troppo ai problemi della vita anche se sembra cambiare quando si innamora di Bianca.
Diodata: è un’aiutante del protagonista, è presentata dal narratore, di lei si ha una caratterizzazione psicologica e sociale desumibile dal testo; ama sommessamente Gesualdo, è l’unica che lo aiuti, anche lei è di umili origini; lavora per conto di Gesualdo in una delle sue proprietà, Gesualdo la fa sposare con Nanni l’orbo, ma avrà due figli, Nunzio e Gesualdo, proprio da Gesualdo.

SPAZIO E TEMPO
La vicenda è ambientata a Vizzini, centro agricolo non molto distante da Catania. Vizzini è un grande e animato borgo campagnolo dove convivono persone di ogni genere.
Non vi sono riferimenti a fatti storici o date specifiche, vi sono accenni in alcuni punti al 1820-21 e al 1837; si presume che lo svolgimento si collochi tra il 1820 e il 1845.

INTRECCIO
La narrazione scorre regolarmente seguendo un ordine cronologico; la vicenda è divisa in quattro parti rispettivamente divise in 7, 5, 4 e 5 capitoli.

TEMATICHE
Il romanzo descrive il conflitto tra due mondi, l’uno retto dall’etica feudale della raffinatezza e del lusso, ormai in declino, l’altro governato dall’etica utilitaristica e borghese del lavoro, in piena ascesa. Solo di fronte alla morte Gesualdo intende il senso della propria vita, prende coscienza della solitudine e dell’estraneità dei meccanismi dell’alienazione provocata dalla spietata logica economica. La sua affermazione sociale ha come prezzo il fallimento nella sfera degli affetti privati. Verga, parallelamente al dramma di don Gesualdo, emarginato e sfruttato, descrive anche la solitudine a cui sono condannati anche gli stessi nobili che lo emarginano e lo sfruttano, nei quali ogni affetto è spento dall’avidità di denaro e dall’orgoglio di casta. In questo arido deserto dei sentimenti, accentuato dall’impersonalità dello stile verghiano, emergono, per contrasto, le figure di don Gesualdo e di Isabella, protagonista dell’unica genuina storia d’amore del romanzo, e che è diventata anch’essa arida ed egoista dopo che ha dovuto sacrificare i suoi sentimenti alle convenzioni sociali. Sul finire del romanzo (parte quarta, cap. IV) Gesualdo, vista l’inutilità del consulto medico, tenta l’estrema risorsa di farsi condurre a Mangalavite, ma il viaggio è solo una tappa ulteriore, crudele, nell’approssimarsi della tragedia: la terra, i campi coltivati, i poderi si rivelano, infatti, ormai indifferenti al loro padrone, persino ostili («ogni cosa gli diceva: Che fai? che vuoi?»). Se l’intera esistenza di Gesualdo è stata una ricerca spasmodica dell’acquisizione della “roba”, fino alla completa identificazione in essa e all’alienazione di sé, la scoperta che la “roba” gli è finalmente estranea, che può fare a meno di lui, sembra mettere a fuoco l’assoluta mancanza di significato della sua vita.
Il linguaggio dell’autore è povero e quindi efficace nel descrivere i luoghi in cui si muovono i personaggi, il livello è medio-basso. Il lessico non è molto ricercato, vi sono alcuni termini propri del dialetto siciliano che conferiscono una maggiore realtà al racconto. Nelle descrizioni l’autore si limita a rappresentare con i termini più appropriati il mondo reale senza creare enfasi per far risaltare certi particolari, ma limitandosi ad una piatta descrizione oggettiva. Mancano figure retoriche di qualunque genere perché il livello deve rimanere basso. Mancano completamente le digressioni, perché l’autore non si sofferma ad analizzare la situazione psicologica dei personaggi o a spiegare certe caratteristiche sociali della cultura siciliana dell’epoca. L’intreccio della storia si sviluppa secondo i canoni dei tipici “romanzi borghesi” in uso nella fine dell’Ottocento in cui nei sentimenti e negli ambienti si riflettono complesse contraddizioni psicologiche e sociali; per questo la vicenda è costruita secondo due movimenti, l’ascesa e la decadenza del protagonista.
Questo libro non mi è piaciuto per niente; l’ho trovato noioso. Anzitutto ho fatto molta fatica e con scarsi risultati a ricordare i molti personaggi che sin dalle prime pagine affollavano il racconto: spesso mi sono perso sui complessi rapporti di parentela e non riuscivo a rammentare le occasioni in cui un personaggio era già intervenuto e ciò che aveva detto, sono riuscito quindi a malapena a seguire il filo della narrazione. Le parti che più mi hanno messo in crisi sono sicuramente state le sequenze dialogate con più personaggi coinvolti, che avrebbero dovuto velocizzare il ritmo, in cui puntualmente mi sono perso perché spesso l’autore nei discorsi diretti e indiretti usa espressioni del tipo “il barone disse…”, ma di baroni ce n’era più d’uno: per questo spesso non capivo chi dicesse cosa e perdevo il significato di certe frasi. In alcune parti il romanzo mi ha irritato soprattutto nella borghesia descritta dal verga, mossa solo dalla sete di denaro e di ricchezza e senza un minimo di sentimenti che qualsiasi persona umana deve avere.

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