Maremoto: tema svolto

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Testo

“Allora vidi un mostro che saliva dal mare. Aveva sette teste e dieci corna…” (Apocalisse dell’apostolo Giovanni). La collera delle acque.

In un’ intervista fatta al sismologo Boschi e pubblicata da La Repubblica, questo afferma :-Poiché gli Tsumani sono particolarmente frequenti nel Pacifico, tra la California ed il Giappone c’è un filo diretto. Un flusso continuo di informazioni fa sì che le due sponde dell’oceano siano sempre reciprocamente avvertite in tempo reale di ogni rischio. In Giappone inoltre esiste un sistema di emergenza particolarmente efficiente e sofisticato: arrivano ad alzare in pochissimo tempo uno sbarramento in grado di bloccare l’onda anomala fuori dai porti.-
Il maremoto che ha colpito il Sud-Est asiatico lo scorso 26 dicembre è stato uno dei cataclismi più imponenti del XXI secolo. A distanza di quasi un mese sono state individuate circa 170.000 vittime, tra le quali molte risultano essere turisti europei.
Le domande che sorgono spontanee di fronte a tale disastro sono molte, ma quelle più frequenti sembrano essere: “ Maremoto: un fenomeno prevedibile? Colpa di Chi? Quali sono e quali saranno le conseguenze?-. Le persone hanno idee differenti al riguardo: c’è chi ritiene colpevole il destino crudele e una natura matrigna che ha voluto sfogare la sua furia nell’Oceano Indiano; c’è chi vede come causa primaria la plurisecolare devastazione portata avanti dal capitalismo occidentale: quattrocento anni di colonialismo che hanno provocato la povertà di massa in questi paesi.
Penso che la realtà sia diversa. Gli studi portati avanti dai sismologhi e geologi dimostrano che il maremoto è un fenomeno prevedibile. Con dei semplici calcoli sono stati indicati i chilometri e i tempi di percorrenza che effettua un’onda provocata da una scossa sismica avvenuta negli abissi del mare. Questi dati ci potrebbero consentire di calcolare con precisione dove e quando potrebbe arrivare l’onda del maremoto. Contemporaneamente penso che sia molto valida l’argomentazione portata avanti da Boschi, poiché da questa emerge che i mezzi e gli strumenti per salvare molte vite ci sono, ma i paesi più poveri non possono permetterseli perché sono troppo costosi. Ritengo, dunque, che la causa principale di tanto disastro sia la mancanza di comunicazione, un problema che probabilmente non è mai stato considerato una priorità politica dai governi delle zone colpite e dalle grandi potenze che ora stanno cercando di diminuire il debito di questi popoli.
Ricordo di aver letto un articolo tratto dal “Sole 24 ore” di Carlo Mario Guardi dove egli diceva che Internet è senza dubbio un mezzo di comunicazione formidabile, ma che porta con sé un grande rischio: in un futuro, nel mondo, non potrebbero esistere solo distinzioni tra chi è ricco o no, ma anche tra chi possiede Internet e chi no. Ciò provocherebbe un’ulteriore emarginazione per quei paesi che non sono ancora tecnologicamente sviluppati.
Ho voluto citare quest’articolo per dire che è molto probabile che le ostilità fra i governi o gruppi di potere di diversi paesi coinvolti abbiano in qualche modo ostacolato lo sviluppo di adeguati sistemi di informazioni, e li abbiano resi, in conseguenza, quelli che sono. Per quanto riguarda le tecnologie si sono avute le conferme circa due fattori che erano osservabili già da tempo: da una parte lo spreco di grandi risorse per lo sviluppo di tecnologie a scapito di quelle utili o necessarie, dall’altra parte la debolezza e l’inefficienza dei sistemi di comunicazione che si traducono in un grave danno per tutti.
Un fatto appare comunque chiaro: un preavviso sarebbe stato possibile, anche se probabilmente nessuno sarà mai in grado di calcolare esattamente quante vite avrebbe salvato.

Le immagini che si sono susseguite per settimane alla televisione mostravano devastazione e morte. Attraverso anche dei dossier ci siamo soffermati soprattutto ad analizzare le conseguenze del cataclisma dal punto di vista umano. Abbastanza poco si è parlato dei danni subiti dalla natura costiera di quei luoghi. Di tutti, quelli più evidenti, sono quelli che hanno coinvolto l’ecosistema della barriera corallina. Questo habitat costituito da coralli e madrepore è suddiviso in due settori: il primo che va dalle Hawaii alle coste orientali dell’Africa, il secondo che si sviluppa dai Carabi al Pacifico orientale. Quello che è stato interessato dal maremoto è stato il primo ed è stato anche quello che ha subito le conseguenze più gravi, in quanto il passaggio dell’onda e del riflusso hanno scaraventato sulla struttura estremamente delicata non solo fango e sabbia, ma anche detriti vari, veleni, idrocarburi provenienti dall’entroterra…
Secondo le stime degli scienziati dell’università di biologia di Bologna che hanno fatto dei sopraluoghi e monitorato il reef intorno agli atolli delle Maldive, la barriera corallina “sta bene”, ma ha già perso circa il 20% della sua consistenza. Bisogna comunque sperare che la potenza restauratrice della natura possa recuperare velocemente questi magnifici reefs, la cui produttività ecologica è altissima anche dal punto di vita della pesca locale.

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