Madame Bovary

Materie:Scheda libro
Categoria:Italiano

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Testo

GUSTAVE FLAUBERT

Gustave Flaubert nacque il 12 dicembre 1821 a Rouen, nel fabbricato dell'Ospedale Maggiore.
Suo padre, Achille, chirurgo primario apparteneva a una famiglia della Champagne in cui la medicina era tradizionalmente esercitata; sua madre,Anne Justine Fleuriot, era di nobile origine normanna, e proprietaria di beni terrieri nel paese di Deauville e Trouville.
Flaubert ebbe un fratello di sei anni maggiore, Achille, medico, che gli rimase spiritualmente estraneo; ebbe invece una sorella, di due anni minore, morta ventitreenne, Caroline, che gli fu affettuosa amica.
Dopo gli studi secondari fatti in collegio a Rouen negli anni dal 1832 al 1840, durante i quali scopre la sua vocazione letteraria, i genitori lo mandarono a Parigi per compiervi gli studi di giurisprudenza. Ormai autore dei Mémoires d'un Fou, dedicati all'amico Alfred Le Poittevin, di Novembre e di vari altri saggi narrativi e storici, Flaubert intraprese la prima versione della Éducation sentimentale, storia intima che tratta del suo amore per una donna frequentata a Parigi, Elis Foucault.
I corsi universitari furono seguiti assai tepidamente; Flaubert preferiva andare nello studio dello scultore Pradier, dove conobbe, tra gli altri, De Vigny, De Lisle, Victor Hugo e la bella, bizzarra poetessa Louise Colet, che è stata la sua musa ispiratrice e con cui ha poi avuto una relazione dal 1846 al 1855.
Nel gennaio 1844, Flaubert fu colpito da una grave malattia di nervi, con sintomi epilettici.
Gli studi sono stati interrotti e si ritira in provincia e dopo la morte del padre e della sorella si rifugia a Croisset, sulla Senna, in una casa di campagna con la madre e la nipote.
Qui, nella solitudine, in un isolamento quasi completo, Flaubert trascorse quasi tutta la sua esistenza, fatta eccezione che per qualche viaggio con l'amico Maxime Du Camp: gli appunti stesi in comune costituiranno Par les champs et par les grèves. Dall'ottobre 1849 al maggio 1851 dura un suo viaggio in Oriente ancora con Du Camp; nel ritorno essi toccano Napoli e Roma.
Al suo ritorno questo scrisse il romanzo che è considerato il suo capolavoro, Madame Bovary, pubblicato a puntate sulla “Revue de Paris”.
Il testo segna una vera e propria svolta nella letteratura europea: vengono sostituiti i modelli e gli ideali romantici con la diffusione di idee moralistiche tipiche della società borghese di inizio 800.
Flaubert fu accusato di oltraggio alla morale e alla religione e l’anno dopo assolto dalla corte del processo, a cui partecipavano anche Zola e Maupassant.
Compose poi Salambò, ambientato nell’antica Cartagine; si dedicò poi alla riscrittura dell’Education Sentimental, che lo tenne impegnato fino al 1869.
Dopo vari problemi economici morì a Croisset nel 1880. il suo ultimo romanzo, Bouvard e Pecuchet, uscì incompiuto un anno dopo.
Tra le altre opere troviamo: Smarth, La tentazione di S. Antonio, I tre racconti e l’opera teatrale Le Candidat.
MADAME BOVARY
Gustave Flaubert compose Madame Bovary in cinque anni, dal 1851 al '56 e lo pubblicò dapprima a puntate su la "Revue de Paris", poi in volume nel 1857. L'intreccio del romanzo ruota tutto intorno alla figura della protagonista, Emma Rouault, figlia di un agiato proprietario terriero andata sposa ad un mediocre medico di campagna, Charles Bovary appena rimasto vedovo di un'anziana donna che egli non aveva amato.
La sua struttura risulta di tre parti: la prima è di nove capitoli; la seconda, la più lunga, di quindici; la terza infine, quella conclusiva, di dieci. Flaubert nel libro usa la poetica della impersonalità. Mentre i narratori dell'Ottocento di tipo romantico, come Manzoni, Stendhal e Balzac erano onnipresenti sulla scena intervenendo continuamente nell'azione con commenti e giudizi, stabilendo un rapporto continuo e diretto con il lettore, Flaubert invece, anticipando in questo gli autori del naturalismo e del verismo, esce di scena, rinuncia ad intervenire nei fatti narrati commentando o giudicando, costruisce una rappresentazione oggettiva ed impersonale della realtà. Lo stesso Flaubert in una lettera alla sua amica Louise Colet del 1852, nell'affermare il principio della assoluta oggettività ed imparzialità della narrazione scriveva: "L'autore, nell'opera sua, deve essere come Dio nell'universo, presente dappertutto e visibile in nessun luogo. Essendo l'arte una seconda natura, il creatore deve agire con procedimenti analoghi”.
Passiamo ora ad esaminare la prima parte del romanzo i cui primi otto capitoli possono essere così riassunti: 1) infanzia ed adolescenza di Charles; 2) incontro con Emma 3) dichiarazione d'amore; 4) il matrimonio 5) la casa Bovary a Tostes; 6) l'educazione di Emma; 7) la vita quotidiana e la routine matrimoniale; 8) il ballo al castello di Vaubyessard su invito del marchese di Andervilliers; 9) conclude la prima parte, raccoglie le fila dei capitoli precedenti e prepara la seconda parte del romanzo che comincia con l'arrivo dei Bovary a Yonville. Incontriamo dunque la nostra eroina per la prima volta nella casa del padre in campagna. Quando Charles Bovary alza gli occhi su di lei Emma gli appare con un sorriso gentile sulle labbra mentre indossa un vestito azzurro guarnito di tre balze: l'azzurro, il cilestrino, il blu accompagnano spesso le descrizioni della bellezza di Emma: sebbene i suoi occhi siano neri, qualcosa di celeste l'avvolge sempre: é l'indizio per Flaubert della sua ambigua personalità, della sua nascosta sensualità.
Emma dunque al capezzale del padre, intenta a cucire delle bende, si punge le dita proprio come la bella addormentata nel bosco, a cui Malefica aveva annunciato che si sarebbe punta e sarebbe caduta in un sonno mortale da cui l'avrebbe risvegliata solo il bacio di un principe azzurro; ecco invece Emma entrare con quella puntura nel letargo del matrimonio finché non verrà a svegliarla il bacio dell'adulterio. Flaubert inoltre ci mostra che Emma ama recitare. La prima recita con cui si presenta ai lettori é proprio quella della giovane ingenua e pudica, brava e obbediente, in cerca di un marito.
Flaubert manovra i suoi personaggi in modo che tanto Charles che il vecchio papà Rouault siano convinti che Emma é un fiore troppo prezioso per vivere in campagna: pelle bianchissima, mani delicate, piedini da parigina, vestiti azzurri ed eleganti, la pettinatura raffinata, tutto porta alla costruzione di un ritratto femminile di ragazza dolce e remissiva, ma un particolare contraddice la visione iniziale: " Ella portava, come un uomo, trattenuto da due bottoni del corsetto, un occhialetto di tartaruga". Questo occhialetto da uomo é una delle prime spie con cui Flaubert ci mette sull'avviso: Emma è una donna dalla personalità fortemente contraddittoria. Nel terzo capitolo della prima parte, assistiamo ad una scena di seduzione, rappresentata con ampiezza di dettagli visivi: da una parte Emma è intenta a cucire, da brava ragazza, dall'altra con la scena del liquore si mostra una esperta seduttrice.
Tuttavia Flaubert spiana la strada alla sua eroina: Charles resta improvvisamente vedovo.
Torniamo al racconto dell'infanzia di Emma che é tra le pagine del romanzo più illuminanti per capire la psicologia di questo personaggio. La sua infanzia é trascorsa in un convento di Orsoline dove oltre al ricamo, la danza ed il disegno ha sempre letto molto: leggeva di nascosto libri d'amore in cui si parlava di amanti lontani, di turbamenti di cuore, di giuramenti, di singhiozzi, di lacrime e baci e di signori coraggiosi come leoni ma dolci come agnelli.
Oltre alla lettura il convento le propone la vocazione religiosa: ma Emma non é interessata al rapporto con Dio: il suo rapporto con la fede é solo estetico e sensuale: le piaceva pensare a Cristo come al "fidanzato, lo sposo, l'amante celeste".
Morta la madre, la recita del convento non regge più ed Emma viene rispedita a casa. Dopo il matrimonio con Charles la vita coniugale prende il suo ritmo fatto di rituali ripetitivi che annoiano rapidamente la giovane sposa. Le parole "felicità" "amore" "ebbrezza" su cui aveva sospirato e che le erano apparse belle nei romanzi letti in convento le appaiono ora"ingannevoli e prive di senso".
Un fatto inatteso spezza la nebbia del menage coniugale: l'invito ad un ballo da parte del marchese d'Andervilliers. Nelle poche ore trascorse nell'ambiente ricco e raffinato del castello Emma respira l'aria a lei più congeniale: tutto é splendido ai suoi occhi, solo la figura del marito ne esce ancora più ridimensionata.
Tornata dal grande evento del ballo, Emma tenta di costruirsi una vita fittizia di lussi e di divertimenti: compra una carta topografica di Parigi e inventa delle passeggiate da compiervi, si abbona a riviste femminili, segue da lontano le serate all'Opera, l'apertura di un nuovo negozio parigino, una riunione mondana. Non suona più il pianoforte, diventa capricciosa, non mangia quasi più, beve aceto, si inonda di colonia, deperisce.
Il buon dottor Bovary, malgrado la cosa gli procuri un danno economico decide di trasferirsi a Yonville, sicuro che il cambiamento d'aria gioverà ad Emma che é incinta.
Pochi giorni prima della partenza, Emma mettendo ordine in un cassetto, si punge le dita (è la seconda puntura delle sue dita) con il filo di ferro del suo bouquet da sposa; Emma lo scaglia nel fuoco e lo vede consumarsi: questa immagine metaforica della distruzione del suo matrimonio è quella con cui Flaubert conclude la prima parte del romanzo. Nella seconda parte del romanzo, in attesa di sistemarsi nella nuova casa i Bovary alloggiano in una locanda dove incontrano il giovane Léon, praticante notaio, con il quale entriamo nel vivo del tema centrale del libro: l'adulterio.
Al capitolo terzo vi è il racconto della nascita della figlia di Emma: questa non la guarda neppure, "voltò la testa e svenne". La bambina chiamata Berthe e viene mandata a balia in una casa povera fuori Yonville. Nel visitare la figlia, Emma si imbatte un giorno in Leon che chiede di accompagnarla; questa è più interessata al casto corteggiamento del bel giovane che dalla presenza della neonata che la infastidisce.
Emma si innamora di Léon ma non osa confessarlo neppure a se stessa. Più si accorge di amarlo e più respinge questo amore: è trattenuta dalla pigrizia e dalla paura, non certo dalla lealtà nei confronti del marito.
Emma torna a casa sconvolta e l'autore ci fa assistere ad uno degli episodi più penosi del romanzo: Emma rifiuta il tentativo della piccola Berthe di abbracciare la madre che la respinge brutalmente causandone la ferita ad una guancia. Flaubert ci mostra che malgrado la recita nel cuore di Emma non vi é amore ma solo insofferenza ed odio. Berthe per Emma è il simbolo dell’unione con Charles, l’uomo che l’ha portata alla sofferenza e ad una vita monotona e priva di significato. Così come con il bouquet, la rifiuta come del resto in tutto il poema; l’unico momento in cui lei stessa vorrà vederla è al giungere della morte.
Emma dunque non si concede a Lèon, detesta il marito e la figlia, per consolarsi indulge in acquisti che soddisfano la sua vanità ed il gusto per l'esotico che era lo stesso di cui si era nutrita in gioventù attraverso le letture. Cambia anche pettinatura prendendo ad arrotolarsi i capelli come un uomo, userà anche oggetti da uomo: pantaloncini alla turca, corsetto da cacciatore, cappello con la piuma, a simboleggiare una profonda mancanza di ordine interiore nella vita della protagonista. Léon frattanto é partito; Emma deperisce, sviene, sputa sangue, passa le giornate stesa a letto a guardare la vita dalla finestra dalla quale un giorno appare finalmente la novità. Un bel giovanotto, vestito di velluto verde, attira l'attenzione di Emma.
Rodolphe, trentenne brutale e disinvolto con le donne adocchia la sua preda; riesce a convincere Charles a mandarla a cavallo con lui per farla distrarre: ed ecco Emma, con un cappello da uomo in testa fermato da un velo azzurro cavalcare al fianco del bel Rodolphe verso la perdizione. Le parole dell'uomo sono false e di cattivo gusto ma Emma non si accorge della loro falsità: é come se cadesse dentro uno dei romanzi d'amore di cui ha sognato di essere la protagonista. Nelle parole dell'uomo riconosce il linguaggio della sua cultura e cade nella trappola.
Finalmente Emma ha coronato il suo sogno identificandosi in una delle donne fatali che aveva tanto invidiato. La relazione tra i due va avanti; lei é sentimentale, ossessiva, indiscreta, impudica.
Lui volgare, annoiato, freddo, vendicativo. Lei gli impone la fuga. Lui prende tempo, finge di accettare ma pensa invece alle noie, alle spese, e le invia un cesto di albicocche con un messaggio nascosto.
A questo punto troviamo 2 sentimenti opposti di Rodolphe: da una parte il proprio orgoglio, per il quale rinuncia a Emma, divenuta ormai troppo ossessiva; dall’altra l’amore e la tenerezza: nonostante tutto si era infatti affezionato a lei che era anche passionale e sfrenata.
Il suo delirio dura quarantatrè giorni. Poi presa da una crisi mistica Emma si avvia verso la guarigione. A Bovary, per il bene della moglie, viene consigliato di farla svagare: i due decidono di andare a Rouen, a teatro. Qui avviene l'incontro fatale con Léon. I due si ritrovano e proprio Charles mette la moglie nelle condizioni di tradirlo. Egli torna a Yonville lasciando Emma a Rouen con Léon. I due si vedono in chiesa, lei é decisa a dirgli addio, ma nel consegnargli la lettera rimane sconvolta dalle parole giuste che lui sa usare per far breccia nel suo cuore: anche Léon sa usare lo stile del romanzo d'amore. Ancora una volta, Emma cade nella trappola del romanzo d'appendice. Ad Emma lui appare bellissimo. Leon non è più però un giovane inesperto come era quando abitava nel suo paese: ha conosciuto Parigi e l’alta società, le donne ed il successo.
Il romanzo si avvia ormai verso l'epilogo tragico. Tutta la sensualità repressa di Emma esce allo scoperto e Léon ne é prima attratto, poi spaventato: "Vedendola così sfrenata in amore, Léon si dice che la signora Bovary deve essere passata attraverso chissà quali prove di sofferenza e di piacere. Ma quello che al principio lo incantava, adesso un po' lo spaventa". In questa ultima parte del romanzo, l'identificazione fra Flaubert e la sua creatura più amata, Emma, sembra toccare il punto più elevato, quello che fece pronunciare all'autore la famosa affermazione 'Madame Bovary c'est moi". La relazione con Lèon va avanti, dapprima in modo piano, poi la mancanza di soldi, il continuo firmare cambiali la rendono sempre più nevrotica e infelice. Casa Bovary ormai é una casa piena di debiti, la piccola Berthe gira con le calze bucate ma Emma, inguaribilmente, continua procurarsi oggetti di lusso, sogna ancora amori principeschi, vende oggetti di famiglia con noncuranza; Léon, come a suo tempo Rodolphe, cerca ormai di liberarsi di lei, che, come dice Flaubert, è arrivata al fondo della sua depravazione, che non è solo l'adulterio, ma la scoperta compiaciuta del piacere e della libertà di procurarselo.
Il romanzo é ormai alle ultime battute. Emma di fronte alla richiesta ultima di saldare l'enorme debito che ha contratto con il mercante strozzino Lheureux, si abbassa fino a proporsi a lui; non ottenendo nulla, ricorrerà a tutti i suoi ex: Léon, Rodolphe, finanche il notaio Guillaumin dal quale si reca come ultima sponda: di fronte alle viscide proposte amorose di lui, ella ha uno scatto di teatrale falsità che sembra riabilitarla agli occhi dei lettori. Emma esauriti i tentativi di trovare soldi si procura del veleno per topi immergendo le dita nel vaso di arsenico e ingurgitandolo rapidamente. Crede di morire subito, invece la sua agonia sarà lunghissima e terribile. Flaubert realisticamente si sofferma su ogni fase del supplizio della sua eroina; dal punto di vista del narratore realista questo è nelle regole, ma c'è qualcosa in più: Flaubert ci appare qui il giustiziere della sua protagonista.
Al capezzale della moribonda giunge il prete che unge con l'olio santo le parti del corpo di Emma che più avevano colluso con il peccato: la bocca, le mani, le narici, i piedi. I censori del libro accusarono l'autore di blasfemia per questa scena dove sacro e profano venivano mischiati in modo morboso: si tratta invece della condanna finale dello scrittore nei confronti della sua eroina. La conclusione è raccapricciante: "Una convulsione la ributtò sul materasso. Tutti si avvicinarono. Non esisteva più." Emma viene vestita da sposa, con le scarpine indossate al celebre ballo e una coroncina di fiori in testa: gli oggetti-feticcio saranno sepolti con lei. Ma la perfidia di Flaubert non accenna a finire: il corpo di Emma sarà oltraggiato e descritto in modo orrido e grottesco, con le tempie ferite dalle forbici, gli occhi coperti da una tela di ragno bianchiccia. Infine gli ultimi due capitoli riguardano gli avvenimenti succeduti alla morte della protagonista.

ANALISI DELL’OPERA

C'è una scena in Madame Bovary che divide il romanzo in due parti e con la sua ineluttabile forza decide il destino della protagonista. È quella dell'operazione andata a male, eseguita dal marito di Emma, il dottor Charles: un'operazione di strefopodia (raddrizzare un piede storto) di cui resta vittima Ippolito Tautin, stalliere all'albergo del Leon d'oro. È un'azione misera, meschina, l'ultimo episodio di un'esistenza già fallimentare ma che s'ingrandisce iperbolicamente nella struttura del romanzo, ne occupa simmetricamente il centro, e finisce con l'assumere lo stesso rilievo che l'assassinio ha in una tragedia greca o in un romanzo di Dostoevskij.
L'autore ebbe coscienza dell'importanza di questo episodio quale momento decisivo che prepara il ritmo discendente dell'azione e l'avvia verso la catastrofe? Senza alcun dubbio. E lo preparò con molta cura. Chiese a suo fratello, medico all'Hotel Dieu di Rouen, tutte le informazioni che dal punto di vista chirurgico avessero potuto essere utili. Non fu soddisfatto. Ricercò il libro che un dottore in medicina, direttore dei trattamenti ortopedici degli ospedali civili di Parigi, Vincent Duval, aveva dedicato all'argomento: Traité pratique du pied-bot. Non ignorava quanto fosse difficile far apparire in un romanzo particolari tecnici che fossero insieme precisi e divertenti. E, dopo aver letto e utilizzato quel volume e dopo averlo prestato al suo personaggio (anche Charles si fa arrivare da Rouen il trattato del dottor Duval), situò ironicamente l'azione come in un ideale teatro anatomico, tra i grandi numi della scienza chirurgica. Così, in un'attesa che raggiunge lo spasimo, Charles diventa l'eroe fasullo di una lezione d'anatomia degradata a fatto provinciale e grottesco.
Baudelaire, nell'articolo che preparò su Madame Bovary lo stesso anno della sua pubblicazione, dette a questa scena un rilievo ancora maggiore di quel che le avesse assegnato Flaubert. Dopo l'operazione fallita, una nera collera - scrive Baudelaire - da molto tempo accumulata e repressa, esplode nella sposa, in tutte le sue fibre. Le porte sbattono. Il marito interdetto, sbigottito per non aver saputo soddisfare con alcuna gioia dello spirito l'esaltata immaginazione della moglie, è relegato nella sua stanza. È in penitenza, il colpevole, l'ignorante! E Madame Bovary, disperata, grida: “Ah! perché non sono almeno la moglie di uno di quei vecchi scienziati calvi e curvi i cui occhi protetti dagli occhiali verdi, sono sprofondati eternamente negli archivi della scienza! Potrei incedere con fierezza al suo braccio”.
Questo breve monologo, così come lo leggiamo in Baudelaire, è declamato con la voce terribile della delusione e dell'ira da un personaggio che realizza finalmente, attraverso il destino di un altro, il proprio fallimento. Eppure in quella stessa situazione, con quelle parole, con quel tono, con quell' accento, inutilmente lo cerchereste nel romanzo. Esso non esiste. E nessuno degli editori e commentatori di Baudelaire e di Flaubert se n'è accorto. Pur chiusa tra virgolette, che garantiscono l'esattezza di una citazione, essa è un'invenzione di Baudelaire. E questa violazione da parte di un critico, che interviene d'autorità su di un testo per accentuare di quel testo una sua personale interpretazione, è un caso pressoché unico, di cui stranamente lo stesso Flaubert sembrò non accorgersi. È una lettura che parte da un dato preciso e questo dato sposta, travolge, per sostituirne alla fine un altro, del tutto differente.
Qual è questo dato nel romanzo? è la nascita, già agli inizi del matrimonio, di sentimenti e pensieri nel cuore della giovane sposa delusa e fedele che intravedeva dinanzi a se un’esistenza buia e meschina. Nessun segno di rivolta, ma soltanto di muta rassegnazione. Per tenersi al corrente il marito s’era abbonato a un nuovo giornale: "L'Alveare medico". E se lo leggeva dopo aver mangiato. Ma, trascorsi pochi minuti, per il calore della stanza, aggiunto alla digestione, egli s'addormentava e restava lì, col mento appoggiato sulle mani e i capelli come una criniera sparsi fin sotto la lampada. Ed Emma lo guardava scrollando le spalle, pensava che avrebbe desiderato di avere almeno per marito uno di quegli uomini ardenti e taciturni che lavorano di notte sui libri. Avrebbe voluto che il nome di Bovary, ch’era anche il suo, fosse illustre, esposto nelle vetrine dei negozi e conosciuto in tutta la Francia.
È una scena dunque dominata dal silenzio, pieno di cose pensate e senza grida o porte che sbattono. È qui che Baudelaire ha operato le sue trasgressioni evidenziando il rapporto col marito che si va distruggendo. Prima Emma pensava al marito. Ora non pensa che a sé. È se stessa che vuole salvare.
Per chi legge Madame Bovary, è infatti evidente che tutti gli uomini sono per una ragione o per l'altra una massa di abbietti o di presuntuosi imbecilli o di vili o di teneri fanciulloni senz'anima. Nessuno di questi uomini si salva, l’unico essere dotato di qualità virili è una donna: Emma Bovary.
È questa che ha dato poi il suo nome a una certa maniera di sentire e di vivere, che pur essendo caratteristica d'un età, ha nondimeno le sue radici profonde nell'uomo umano d'ogni tempo. Senza nulla perdere della sua definitezza e concretezza individuale, essa, la povera donna, si è tramutata in simbolo, e rappresenta un mo’di vivere che è chiamato appunto bovarismo.
Bovarismo è un tumulto di desideri repressi, di ambizioni stroncate, di invidie personali, gusto per il disordine, fantasia per l’impossibile e fastidio del quotidiano. Questo; ma anche la desolata coscienza di essere così e di non poter cambiare.

ANALISI PSICOLOGICA DI EMMA e DI FLAUBERT

Sognava l’amore, Sognava la ‘vita’, come fiamma dalla quale ardiva di essere avvolta, divorata, consumata. E’ lei, Madame Bovary, una donna, una fiammella lieve, precaria, che minaccia di spegnersi ad ogni alito di vento, ma che a tratti, divampa spasmodicamente, tentando di penetrare, conquistare ed essere conquistata dall’infinito che la circonda. Emma Roualt, figlia di un agitato contadino di Toastes, fin dall’infanzia si era nutrita di mielati romanzi, che come pesanti ed indelebili mattoni, avevano innalzato intorno a lei un muro, sul quale era impressa, l’immagine di un mondo inverosimile, intriso di violente e furiose passioni, che alimentavano giorno per giorno la sua fantasia, facendole credere che ogni uomo era destinato, un giorno, ad essere un eroino romantico.
Emma nella sua vita non riuscirà mai a far avverare i suoi desideri e tutto ciò che otterrà non le sembrerà altro cheuna nullità in confronto alle felicità degli altri, che la soffocherà e la renderà infelice, insoddisfatta; già l’insoddisfazione, avrà sempre un angolino nel cuore di Emma, incapace di cogliere e di apprezzare le piccole gioie di una vita, che le apparirà sempre grama e smunta.
A tratti si affaccia sulla finestra della sua vita la speranza che sia arrivato il momento di “vivere”, come aveva sempre desiderato vivere. Ed è questa l’impressione che Emma ha quando conosce Charles Bovary, un uomo mediocre, un sempliciotto dall’infanzia difficile.
La vita di Charles, così tristemente funestata, sarà improvvisamente abbagliata da un faro nella notte, che lo accecherà per sempre: Emma.
Un incontro banale, semplice, ma che condizionerà per sempre la vita dei due individui che viaggiano su binari della vita completamente opposti. .
Arriva il tanto sospirato matrimonio: negli occhi di Emma, stretta nel suo abito di pizzo e nelle scarpe di satin, già si può scorgere il raccapriccio e l’angoscia che la avvolgono in un manto nero, facendola convolare a nozze non solo con Charles, ma anche con l’aridità e l’insoddisfazione.
La sua speranza si spegne fin da quando giunge all’altare, dove pronuncia un incerto sì, seguito da una cerimonia contadina, animata da risa, battute maliziose, balli rozzi e visi infuocati per il vino dal colore sanguigno.
Questa giornata è per Emma l’inizio di un viaggio a senso unico, un labirinto senza via d’uscita, caratterizzato soltanto da finestrelle dalle quali a tratti si affaccia per lasciarsi inondare da torrenti di luce.
Anche Leon non è veramente l’uomo che lei ha sempre sognato, ma sarà lei che si vorrà convincere di questo.
Emma è tragica per l’abbandono intero di se alle sue torbide fantasie, per il folle ardimento con cui gioca il tutto per tutto.
Tanto brucia,, che al suo contatto i fantocci ridevoli o sinistri che la circondano accendono pur essi, tratto a tratto, un loro piccolo nume nell’umanità, e da sotto la crosta delle ebetudine, dell’ignoranza, mandano almeno qualche fugace lampo di sentimento vero, buono o cattivo che sia.
Così si spiega il fatto che anche essi ci interessino e che a volte ci commuovano di simpatia.
Il povero Charles si rivela alla fine un autentico eroe amoroso, senza frasi romantiche o vestiti di lusso, senza scoppi di voce, ma proprio per questo più toccante e persuasivo; Léon nonostante il suo fisico e la sua esosità borghese, si fa sopportare in grazia della sua timida adorazione giovanile; Rodolphe riesce, se non altro, comprensibile in quel suo brutale egoismo da potersi quasi dire confessato lealmente. Il servo Giustino alla sua presenza dimentica anche la sua condizione sociale e si permette anche di accarezzarle i capelli.
Soltanto l’esattore Binet e il mercante Lheureux restano fuori da ogni umanità; questi sono appunto gli unici 2 insensibili al fascino di Emma: l’uno perché ossesso dalla sua mania, è diventato una cosa stessa con il suo tornio. L’altro perché in realtà non è mai stato un uomo, ma il diavolo in persona.
Animato dalla passione di Emma tutto quel mondo di gente che mai non fu viva si mette a vivere con una intensità paradossale.
Flaubert li ha tratti fuori dalla vita piccolo-borghese, e sembra invece che abbia tratto dal suo cuore la storia della sua eroina.
Con gli occhi di lei, lui ha visto quelle persone umanizzarsi, solidificarsi. Con l’animo di lei le ha amate, odiate, disprezzate; pur continuando, si capisce, a giudicarle con la propria coscienza.
È un giudizio implicito, mai pronunciato in apertis verbis, ma sempre chiarissimo.
Come quando contrappone i pensieri notturni di Chalet, tutto tenerezza per lei e per sua figlia, ai sogni vagabondi di Emma: non ha bisogno di dire chi dei due è nel torto. Il povero Charles è nel vero, nel giusto, ma anche Emma è una vittima e anche essa merita pietà. Egli la giudica come è giusto che sia giudicata, ma non può fare a meno di amarla.
Questo è uno sdoppiamento che non arriva mai a staccare del tutto il creatore dalla sua creatura, perché sono 2 forme ma una sola essenza, (Emma c’est moi), più precisamente perché Flaubert è un Emma che ha preso conoscenza del suo male e può liberarsene rappresentandolo artisticamente.
Effettivamente Flaubert aveva sperimentato tutte le sue fantasticherie, aveva subito tutte le sue pazze tentazioni.
Il fallimento di Emma ha perciò una bellezza triste e profonda che lascia nell’animo del lettore un velo di pietà.

LO STILE

Sebbene sia stato spesso considerato, anche dai suoi contemporanei, il caposcuola del realismo, Flaubert stesso rifiutò tale titolo, che riteneva riduttivo. In effetti ci sono, nella poetica e nelle modalità di scrittura flaubertiana, importanti elementi ascrivibili ai principi del realismo: la volontà di raccogliere una documentazione quanto più precisa e scrupolosa sull’oggetto da rappresentare al fine di “mostrare la natura così com’è”; l’accento posto sulla riflessione, sull’elaborazione consapevole in contrapposizione a quella romantica di ispirazione e genio; la teorizzazione della impassibilità, del distacco dello scrittore-osservatore rispetto alla materia narrata.
Quest’ultimo punto, di fondamentale importanza, rientra nella cosiddetta “teoria della impersonalità”: l’autore rinunciando a commenti diretti, deve ritirarsi e lasciar parlare i fatti, “essere come un Dio nella creazione, invisibile e onnipotente”. Emerge però nelle opere di Flaubert, anche quelle che descrivono la banalità del quotidiano, una tensione riconducibile a una sensibilità romantica mai del tutto repressa, che si esprime nella trasfigurazione della realtà, in vere e proprie escursioni nel fantastico.
In Madame Bovary lo scrittore adotta un punto di vista interno con una focalizzazione interna variabile, in cui cioè i punti di vista adottati sono quelli di più personaggi in successione.
In principio la storia è narrata sotto il punto di vista di Charles, per poi tornare a Emma ed infine di nuovo al marito.
Descrive accuratamente l’ambiente, con attenzione crescente ai dettagli, ai suoni, ai rumori, alle luci, con piena aderenza al mondo realistico che mira a rappresentare ciò che vede.

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