Luca Goldoni

Materie:Appunti
Categoria:Italiano

Voto:

2 (2)
Download:405
Data:04.08.2008
Numero di pagine:11
Formato di file:.doc (Microsoft Word)
Download   Anteprima
luca-goldoni_1.zip (Dimensione: 15.82 Kb)
trucheck.it_luca-goldoni.doc     101 Kb
readme.txt     59 Bytes


Testo

Il teatro in Italia
Nel '600 erano nati la tragicommedia (che termina con Tasso e Guarini), il melodramma e la commedia dell'arte; questi ultimi si imposero per tutto il '700. In entrambi il testo ha poca rilevanza, nel melodramma a vantaggio della musica. La commedia dell'arte si basava su un canovaccio, il resto era lasciato all'improvvisazione degli attori, era un genere popolare. La rappresentazione era sempre più appariscente, con l'inserzione di mimi, balletti etc. Spesso si scadeva in una comicità volgare. L'Arcadia aveva tentato di riportare il teatro all'interno dei canoni letterari, restituendo al testo dignità nella struttura e nel linguaggio. Il problema era coniugare le esigenze di dignità letteraria con quelle di spettacolarità del teatro. In Europa vi erano già riusciti Shakespeare e Moliere, Racine e altri autori francesi.
Metastasio, che aveva avuto come maestro Gravina dell'Arcadia, riformò il melodramma costruendo un libretto dotato di dignità letteraria, elaborarono il testo secondo i canoni letterari, coniugando negli intenti -da seguace dell'Arcadia- sentimento e ragione, ma spesso scade nel patetismo. Scrisse il melodramma "Didone addormentata", che evidenzia la conflittualità di Enea sospeso tra amore e dovere. Il concetto di conflitto è portante nei melodrammi di Metastasio e richiama i classici.
L'unico che riuscirà a riformare il teatro è Goldoni, che scriverà per intero le commedie: fece accettare la sua innovazione instaurando un dialogo vivo e vero con il pubblico borghese.

Goldoni e la riforma del teatro
Goldoni parte dalla commedia dell'arte, che era basata sull'improvvisazione ed un canovaccio; parte dal razionalismo arcadico, che tentava una riforma della letteratura fondata sui concetti di ragione e verosimile (è già classico il concetto dell'arte come mivmesiı).
Nel '600 la commedia letteraria è un genere in disuso che non gode di successo presso il pubblico; tutte le commedie venivano rappresentate nei palazzi nobiliari, o nelle Accademie, o talvolta nei conventi, pertanto non raggiungevano mai un pubblico vasto.
Goldoni riesce a conferire dignità letteraria ad un genere popolare, rivolgendosi ad un vasto e composito pubblico medio-borghese.
Parte dal canovaccio e dall'intreccio inverosimile della commedia dell'arte, che molto confidava nella capacità di improvvisare degli attori, che spesso però scadevano in una comicità grossolana od oscena; oltretutto gli intrecci erano anche prevedibili.
Goldoni vuole un teatro che sia espressione della complessità della realtà circostante, una commedia verosimile e realistica deve partire da un testo scritto per intero. Per essere realistica non si può affidare alle maschere, ossia a dei tipi fissi ed astratti che riassumano in sé caratteristiche proprie di molti individui. Per tradurre sul palcoscenico la complessità degli individui i personaggi devono essere caratteri, unici ed irripetibili. Questo comportava modifiche nella tecnica di recitazione teatrale, in senso moderno. Si ridimensiona la mimica del corpo per enfatizzare, invece, quella del volto al fine di esprimere gli infiniti stati d'animo dell'uomo. Goldoni, ponendo al centro delle proprie opere gli individui, anticipa il culto dell'individuo e l'approfondimento psicologico proprio dei grandi romanzi romantici ottocenteschi.
Le commedie goldoniane non sono di situazione ma di carattere.
I personaggi sono calati in un ambiente sociale, che influenze il nostro modo di essere, esprimerci, sentire e pensare. Dice Goldoni, per esempio, che il modo di esprimere la gelosia cambia a seconda delle fasce sociali, benché tale sentimento appartenga a molti.
Goldoni applica la sua riforma a Venezia.

Goldoni: la vita
Nato a Venezia, seguì il padre medico nelle sue peregrinazioni, si laureò in legge a Padova e cominciò ad esercitare l'avvocatura. Sin da giovane desiderava riformare il teatro. Nel 1738 scrive il Momolo cortesan, in cui solo la parte del protagonista è scritta per intero; nel 1743 scrisse per intero la Donna di Garbo. Fuggito da Venezia per debiti, a Livorno conobbe l’impresario teatrale, il Medeback, che gli propose di scrivere otto commedie l’anno dietro compenso fisso, sicché abbandonò definitivamente la carriera forense. Goldoni, anche per il lavoro, è uno scrittore borghese, che vive delle sue capacità, è il primo intellettuale che guadagni della propria produzione artistica. Scrive per il mercato, pertanto si deve adeguare ai gusti del pubblico, la sua grandezza risiedenel riuscire a fare un teatro di qualità che piaccia al pubblico. Dal 1748 al 1753 lavora al teatro Sant’Angelo di Venezia; dopo una crisi dei rapporti con il Medeback per motivi economici, passò al San Luca, proprietà del Vendramin, con il quale lavorò sino al 1762. Nei primi anni di questo periodo visse una polemica letteraria con il Gozzi ed il Chiari, che rifiutavano il suo teatro realistico borghese e proponevano commedie d’evasione che riuscissero a far dimenticare la realtà al pubblico. Il Gozzi accusa Goldoni di essere strumento di contrasti sociali perché esalta la borghesia contro la nobiltà, e propone un teatro fiabesco, che avrà, invece, successo nell’800 e ‘900.
Goldoni scappa a Parigi dove tenta di imporre la sua riforma lavorando presso la Commedia italiana, con difficoltà in quanto vigeva ancora la commedia dell’arte: nel 1771 ottiene il successo con il Burbero benefico ispirato a Moliére. Fu assunto come precettore delle figlie del re, e dal 1783 al 1787 scrisse la propria autobiografia, Memoires. Nel 1792 l’Assemblea della rivoluzione gli tolse la pensione di corte, ed egli morì in miseria nel 1793, benché molti intellettuali gli avessero riconosciuto una lieve denuncia delle ineguaglianze sociali.

Il teatro goldoniano, un progresso graduale ed un vasto successo
In una prefazione alle prime commedie Goldoni sostiene di essersi ispirato al libro del mondo (espressione della realtà vissuta) e del teatro (obbedienza alle esigenze del pubblico e della finzione scenica).
L’applicazione della sua riforma incontrò difficoltà oggettive. Gli attori non volevano imparare la parte a memoria, si doveva mutare la tecnica di recitazione da acrobatica e buffonesca ad espressiva, il pubblico era abituato ai lazzi ed alla comicità facile della commedia dell’arte, si dovevano soddisfare le esigenze economiche degli impresari. Critiche gli vennero dalla fortissima oligarchia nobiliare veneziana, e Goldoni, per evitare censure e accuse, rivolse le proprie frecciate ai nobili decaduti: i barnabiti (abitanti del quartiere di San Barnabo), o ambientò le commedie a Firenze.
Nelle prime opere lasciò ancora alcune maschere come la servetta (Colombina) o Pantalone, che poi diverrà il mercante veneziano, e gradualmente passa ai caratteri. Da un primo intreccio ancora inverosimile con spazio per alcuni lazzi diviene via via più realistico ed ottiene successo perché nel teatro goldoniano il pubblico borghese –destinatario e centro ispiratore dell’opera- vede rispecchiati i propri valori e modi di vivere.

Venezia: tra vivacità culturale e immobilismo politico
Venezia in quegli anni era culturalmente molto vivace e ricettiva, e vide la nascita di molti libri: si diffusero le stamperie ed era fiorente il mercato libraio, con la circolazione di opere francesi ed inglesi. Però in politica era forte l’immobilismo; l’illuminismo qui era più che altro una forma culturale ed intellettuale ostentata, ma non venne assorbito e vissuto, e non portò né al riformismo né all’assolutismo illuminato.
Deteneva il potere politico la fortissima oligarchia nobiliare; la nobiltà era composta da i ricchissimi senatori che si fondavano sulle proprietà terriere ed i beni immobili, i patrizi arricchiti con la gestione della cosa pubblica, i barnaboti che frequentavano la nobiltà ma non erano né ricchi né politicamente potenti.
La borghesia mercantile era molto ricca ma esclusa dal potere politico. Poi c’era una piccola borghesia, ed infine il popolo minuto, che odia sia i nobili che la ricca classe borghese. La borghesia non riuscì a raggiungere la consapevolezza del proprio potere economico, che, invece, si era sviluppata in Francia: era un classe piuttosto pigra intellettualmente e sul piano di nuove proposte sociali.

La Commedia borghese
Nella prima fase le commedie sono centrate sulla figura del mercante borghese, ispirato a Pantalone.
I valori borghesi della vita sono l’onestà, l’attaccamento alla famiglia, il senso pratico etc. Da un lato si ha l’esaltazione delle virtù della classe borghese, in piena ascesa, dall’altro la critica alla nobiltà. La classe mercantile è viva e moderna, crea ricchezze; l’aristocrazia è boriosa e superba, vecchia e parassitaria. Goldoni ha respirato l’atmosfera illuminista, ma il suo illuminismo –come tutto quello veneziano- resta in superficie, porta solo alla critica ed alla denuncia sociale, ma mai a tendenze politiche riformatrici, né all’aspirazione a sovvertire la piramide sociale eliminando la nobiltà. Il commediografo soltanto propone alla nobiltà di seguire i valori borghesi; ammira molto le società nordiche in cui si va affermando un nuovo eroe, il self-made man, pur sempre nel rispetto della collettività. Ha un forte senso della “socievolezza”: è utopistico quando sogna una società per classi in cui i contrasti sociali siano armonizzati. Egli stesso ha un carattere tranquillo e pacifico: non amava le beghe forensi e rivolse all’aristocrazia solo una critica sottile.

La prima fase dell’opera goldoniana
La prima fase (1748-52) è quella in cui lavora per il Medeback presso il teatro Sant’Angelo di Venezia. Le commedie di questo periodo più fortemente propugnano i valori borghesi contrapposti a quelli nobiliari; seppur in toni ironici e leggeri è questa una forma di letteratura edificante, che propone un cambiamento morale della nobiltà mettendo in luce le crepe della società.
L’elogio della famiglia emerge dagli stessi titoli: La buona moglie, La famiglia dell’antiquario etc.

La famiglia dell’antiquario
Si ha una critica alla nobiltà, incompetente e dispendiosa. Il mercante Pantalone è già un carattere sebbene conservi il nome della maschera per abituare il pubblico alla novità. Nuora e suocera continuano a litigare perché quest’ultima non riesce ad accettare che il figlio, nobile, abbia sposato una ricca borghese. Anche la servetta Colombina reca ancora il nome della maschera. Pantalone interviene per affetto verso la figlia Doralice, e da qui emergono dei valori positivi borghesi, uniti alla concretezza ed alla generosità.

La seconda fase dell’opera goldoniana
La Locandiera è l’ultima commedia rappresentata prima del passaggio alla compagnia del Vendramin (1753-58) per il teatro San Luca; Goldoni aveva rotto con il Medeback per motivi economici, poiché questo nei primi anni gli aveva fatto scrivere sedici commedie l’anno anziché otto senza, però, aumentargli lo stipendio, e gli impediva di pubblicarle. Nel passare ad una nuova compagnia l’autore deve abituare di nuovo gli attori ad abbandonare la commedia dell’arte. Si esaspera anche la polemica con il Gozzi ed il Chiari, che lo accusano, a torto, di essere un rivoluzionario sociale.
Scrive delle commedie esotiche: la trilogia persiana; ma continuano anche le commedie di carattere e di ambiente (i personaggi non sono presentati in maniera astorica ma posti in un contesto storico e sociale). I protagonisti sono personaggi nevrotici di cui descrive tic e manie, misantropi, influenzato dalle sue stesse crisi depressive. Anche in questo caso sono indicativi i titoli: La donna vendicativa, La donna di testa debole, Il vecchio bizzarro.

La terza fase dell’opera goldoniana
Dal 1759 al 1762 Goldoni ritorna a trattare della borghesia veneziana; ma la classe media, dopo l’impeto vitale degli anni ’40, ha subito una fase di arresto. La perdita da parte di Venezia di alcuni monopoli impoverisce i commerci, e la borghesia sposta i propri capitali nei fondi terrieri e si chiude in se stessa, paurosa di perdere il monopolio del commercio. Le virtù degenerano in vizi: la puntualità in ostinazione, la dignità in orgoglio, la capacità di fare affari in avarizia. Il mercante borghese è diventato un rustego, chiuso ed ottuso, incapace di capire le donne ed i giovani, le nuove generazioni. Sono celebri i Rusteghi e Sier Todero Brontolon; alcune commedie sono in dialetto veneziano.

I Rusteghi
Lunario, misantropo e rustego, costringe moglie e figlia a stare chiusa in casa mentre in strada si festeggia il Carnevale, e fidanza arbitrariamente Lucetta a Filippetto, figlio di un altro rustego. E’ un fidanzamento combinato, all’antica, e i due giovani nemmeno si conoscono: la borghesia ha assunto le peggiori abitudini della nobiltà. Felice, una donna, in un appassionato discorso rimprovera ai rusteghi la chiusura, l’attaccamento alle tradizioni, e li invita a mutare la propria mentalità ed a dimenticare i tempi antichi. Tutto si conclude con un felice matrimonio d’amore. Le donne ed i giovani sono portatori di valori positivi, della “socievolezza”, della capacità di adeguarsi si tempi nuovi e opporsi alle vecchie consuetudini.

La trilogia della villeggiatura
Critica i borghesi che si credono ricchi per il poco denaro accumulato e cercano di condurre una vita la di sopra delle proprie possibilità, indebitandosi: i parvenu.

Le baruffe chiozzotte
Nel 1762 Goldoni scrive una commedia anomala, che descrive il popolo, quello di pescatori di Chioggia. Deluso dall’involuzione della borghesia veneziana, ritrova nel popolo le virtù che essa ha perso: la spontaneità dei sentimenti, il senso della famiglia, la laboriosità. Poco dopo partì per Parigi.

L’italiano del Goldoni
Le commedie in veneziano avevano una circolazione limitata rispetto a quelle in italiano. L’italiano come lingua nazionale esisteva solo a livello letterario, vi era, però, un dialetto toscano franco, fatto di frasi semplici, povero, puro mezzo per capirsi. E’ questo il linguaggio usato da Goldoni, che non può scrivere la commedia, un genere borghese, moderno, popolare nell’ormai desueto italiano letterario. La sua grande novità risiede nell’avere imposto con successo un testo bello, con dignità letteraria, a un pubblico vasto. Il suo italiano è infarcito di espressioni dialettali veneziane e di tutto il settentrione italiano: non è un linguaggio molto ricco, ma comprensibile proprio perché deve andare incontro al pubblico.
Anche nell’esigenza di una lingua accessibile al vasto pubblico risente dell’Illuminismo: questa era già stata un battaglia intellettuale del Caffé.

Echi illuministici in Goldoni
E’ indifferente alla sfera del trascendente, esalta i valori borghesi della vita, è forte il senso della socialità, la capacità di mettersi in relazione con la collettività. Prova ammirazione per il self-made man che procura ricchezza a sé ed alla sua patria. Indirizza una critica moderata (mai invettiva) alla nobiltà. Sono illuministici l’ottimismo, l’auspicare una concordia sociale, il sogno utopistico di una società fondata sulla filantropia universale, la tolleranza, alcuni barlumi di cosmopolitismo, la sottile denuncia sociale.

La Locandiera
La rappresentazione
Rappresentata per la prima volta alla fine del 1752, fu l’ultima commedia composta da Goldoni per il Medeback, quando già aveva firmato il contratto con il Vendramin.
I personaggi sono già caratteri, anche se Mirandolina e Fabrizio ricordano alcune maschere, e sono inseriti in un ambiente sociale ben definito: è già in atto la riforma goldoniana.
Mirandolina fu impersonata da una nuova attrice giovane e bella, che sostituì la moglie del Medeback, e sulla Marliani Goldoni modellò la sua commedia, ispirandosi per tale ruolo ad una figura così intelligente e moderna. La Marliani però litigherà con il commediografo quand’egli passerà al Vendramin. L’opera fu rappresentata in un clima di liti.

Ambientazione e personaggi
E’ ambientata a Firenze per evitare le censura. Sfruttando la bellezza e la prontezza di spirito Mirandolina gestisce con abilità una locanda. Un avventore nobile, il cavaliere di Ripafratta, schernisce due nobili innamorati della locandiera, che per puntiglio decide di farlo innamorare sfruttando la sua stessa misoginia. Suscita la simpatia (che si trasformerà in amore) del cavaliere nel sostenere di odiare gli uomini e nel mostrarsi indipendente. Rifiutando gli amori del cavaliere Mirandolina ne provoca l’ira, ma quando egli attenta alla sua onorabilità risolve la situazione sposando il cameriere Fabrizio, e licenziando i due ospiti nobili ed il cavaliere.
Se Mirandolina, donna laboriosa che gestisce bene in prima persona la locanda, è un riuscita figura borghese che richiama il mercante Pantalone, potrebbe tuttavia apparire anche cinica perché quasi schiava dei suoi interessi economici. E’ un straordinaria attrice nel far innamorare il cavaliere, è falsa ma affascinante proprio per la sua capacità di fingere. E’ un carattere estremamente sfumato. La locanda è espressione, metafora, della società del tempo in quanto luogo d’incontro di personaggi di diversa estrazione sociale.
Il Marchese di Forlipopoli è un nobile spiantato, che però per la sua antica funzione offre protezione a Mirandolina.
Il conte d’Albafiorita è un parvenu, ricco recente che ostenta il suo denaro con costosi regali alla locandiera.
Il cavaliere di Ripafratta, misantropo e misogino, rude, è il nobile borioso ed orgoglioso che disprezza quanti provengono da classi inferiori.
Mirandolina è la mercante borghese.
Fabrizio è il proletario, il contadino inurbato, e il suo sentimento d’amore per Mirandolina è misto ad interesse perché il matrimonio lo eleva da servo a gestore della locanda.
Le due attrici Ortensia e Dejanira con il linguaggio fiorito ed i modi affettati e barocchi rappresentano la gente di teatro che Goldoni ben conosceva, ed è difficilmente classificabile nella società.
Mirandolina promette il suo corpo in maniera allusiva a tutti i clienti per attirarli alla locanda, ma non si concede mai a nessuno, si mantiene sempre nel limite della decenza senza mai scadere nella prostituzione.

Esempio



  



Come usare